Incontro con Carlo Mauri

Incontro con Carlo Mauri (GPM 050)
di Gian Piero Motti
(pubblicato sulla rivista FILA n. 3, settembre 1976)
(Foto di Carlo Mauri)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(2)

Il grafico della mia vita potrebbe benissimo essere rappresentato dalla linea di una sega gigantesca: cadute abissali seguite da risalite altrettanto brutali e vertiginose. La costante di un destino un po’ maligno e avverso, che ti fa ricadere quando sei quasi giunto al punto d’arrivo, tenacemente combattuto da una rabbiosa volontà carica di energia, necessaria per risorgere e risalire la china“.

Stiamo percorrendo una stradina provenzale che si insinua tra cespugli di ginestre e alberi di pini contorti dal vento: l’aria è calda e secca, gli odori sono forti e penetranti, esaltati ancor più dal calore solare. Chi mi parla è Carlo Mauri e mi parla delle sue esperienze e della sua vita. Credo che Mauri sia conosciuto un po’ dovunque: aveva cominciato come alpinista, al fianco di un altro grandissimo dell’epoca, che ormai è quasi passato nella leggenda: Walter Bonatti. Di certo Mauri non gli era inferiore, ma anche questa volta qualcosa di storto ci ha messo lo zampino: una bruttissima frattura a una gamba che lo ha immobilizzato a lungo. Per molti non c’era più nulla da fare, non solo l’attività alpinistica, ma anche il normale esercizio sportivo sembrava compromesso.

Carlo Mauri (46 anni al tempo dell’articolo), alpinista, uomo d’avventura e d’esplorazione.

In quel periodo ho conosciuto l’umiliante condizione della menomazione fisica. Ed ho anche potuto constatare come stranamente quando sei pieno di forze e primeggi ti attiri gelosie, antipatie, critiche e calunnie. Gli amici veri sono pochi e tra questi quello che stimo di più è proprio Walter. Quando ti ritrovi ammalato gli amici o gli pseudo amici spuntano come i funghi e te li ritrovi tutti intorno a darti la loro pietà interessata. Ma proprio nei momenti di sconforto più nero riesco a trovare quell’energia e quella volontà di risorgere che mi fanno valicare i cosiddetti limiti della normalità“.

E così pur con un malleolo bloccato Carlo riprende l’attività alpinistica. Ma in tono minore. Forse l’incidente non è venuto a caso. Infatti ora il suo interesse lascia il campo un po’ sterile e competitivo dell’alpinismo e si apre verso i viaggi di esplorazione, verso la scoperta non solo geografica ma soprattutto umana di mondi più integri e genuini nella loro semplicità.

È forse un’avventura più completa e meno egoistica. E proprio all’insegna dell’avventura che con l’équipe di Thor Heyerdahl attraversa due volte l’atlantico sulla barca di papiro, il famoso Ra.

Heyerdahl è un uomo eccezionale. Per me conoscerlo è stato un po’ come per un discepolo avvicinarsi al santo: il suo libro sul Kon Tiki aveva esaltato la mia fantasia durante l’adolescenza. Ma poi mi sono sforzato di considerarlo come me, come noi tutti e dopo un certo periodo ci sono riuscito. Generalmente abbiamo dei falsi miti che ci condizionano non poco: innanzi tutto la figura del padre, che tu vivi sempre come qualcosa di assolutamente diverso e superiore. Poi un bel giorno t’accorgi che tuo padre è un uomo come tutti gli altri, con le sue contraddizioni, le debolezze e gli errori di tutti. È forse una scoperta amara ma necessaria. Heyerdhal ora vive in Liguria, in una vecchia cascina, senza luce e senza tutte quelle comodità che il tecnicismo ci ha offerto. Ha qualche pollo, una mucca e un asino. Sta compiendo degli studi interessanti sul risanamento del sottobosco, servendosi di asini e capre“.

Religione in Himalaya

A volte Mauri sembra essere un po’ stanco, capisci che è alla ricerca di qualcosa che gli sfugge, forse un sogno, un’utopia. Ma lui davanti a questa considerazione si arrabbia veramente e difende a spada tratta il suo modo di pensare e di vivere: “È vero sono stanco. Sono stanco di tutto questo mondo occidentale che invece di andare avanti torna indietro, sono stanco delle città industriali, dei luoghi comuni, di una certa politica, dell’ipocrisia borghese che rende complicate le cose semplici. Sono stanco di un alpinismo che ha in sé tutti i germi negativi della cultura occidentale: competizione, conquista, superamento costante, insoddisfazione, montagna vissuta come nemica da conquistare. Per questo ho voluto conoscere il vero mondo della montagna: quello della gente che in montagna ci vive da sempre, ci lavora, ne trae i pochi mezzi di sussistenza. Ecco che allora il rapporto uomo-montagna ti appare ben diverso dal nostro modello occidentale.

Scene di lavoro sull’Atlante (Berberi) e in Bolivia

E non credere che ora ti tiri in ballo la filosofia roussoniana con relativo mito del buon selvaggio e via dicendo… Solo mi pare che queste popolazioni, pur nella loro durezza esistenziale (ma l’aggettivo durezza vale solo se paragonato al nostro modello occidentale) abbiano conservato tutta una semplicità, un’armonia con la natura, una serenità e una cultura che noi abbiamo definitivamente perduto.

E questo vale per il Perù, per la Bolivia, il Nepal, il Ladakh o l’Atlante. Tuttavia sono molto pessimista; con il nostro esempio negativo stiamo contaminando queste poche isole di resistenza. Guarda infatti cosa succede in Nepal: il popolo Sherpa ormai è stato corrotto e contaminato dal denaro, a causa delle frequentissime spedizioni alpinistiche occidentali, che a tutti i costi vogliono raggiungere una vetta lasciando da parte o ignorando tutti gli altri aspetti culturali del paese.

La contraddizione è stridente, tra una cultura che rifiuta sdegnosamente l’azione e un’altra che pone conquista e produzione al vertice. L’Asia ti pare ferma, sonnolenta: ogni viaggio in Asia è una crisi profonda per chi sa leggere e vedere attraverso la sporcizia, gli odori nauseanti, la povertà e le malattie. Quando ritorni qua ti ritrovi squinternato, a disagio, innervosito. Eppure l’Asia è così da chissà quante migliaia di anni: ma vi è anche chi ha detto che là forse si riesce a vedere non il passato, ma il futuro dell’umanità“.

Danze rituali e paesaggi in Ladakh, dove il lamaismo conta il maggior numero di seguaci. In queste immagini dei vari continenti si avverte l’impronta comune, tradizionale, istintiva, profondamente umana della cultura di montagna.

A tutta prima potrebbe sembrare che Mauri abbia rinnegato la sua esperienza alpinistica o per lo meno la consideri in luce negativa.
No, affatto, considero ogni esperienza valida di per se stessa e soprattutto cerco di inquadrarla storicamente nel periodo che ho vissuto. È un’esperienza che è stata fondamentale nella mia vita, utile anche in seguito come metro di paragone e di confronto. Non so se quest’alpinismo di tipo occidentale avrà vita lunga: certo mi pare un po’ stanco, esaurito. Mi sembra che certe realizzazioni, vedi ascensioni invernali, solitarie, spedizioni extraeuropee, ormai siano un po’ scontate e non dicano nulla di nuovo, se non una più profonda insoddisfazione da parte di un po’ tutti gli alpinisti. lo invece penso a un giorno in cui si guarderanno ancora le montagne dal basso e sorridendo e con un po’ di curiosità, come di fronte a una rovina archeologica, si dirà che un giorno quelle creste, quelle pareti erano scalate da degli uomini che si arrampicavano su con corde e chiodi per giorni e giorni. O forse si andrà ancora in montagna, ma con lo stesso spirito con cui si va al cinema o a teatro…“.

Ancora una volta riaffiora il sospetto dell’utopia, della fine della competizione uomo-uomo. Allora gli dico: “Ma un mondo così anch’io lo sogno, solo che non è più il mondo, perché è semplicemente la fine dell’uomo e quindi anche la fine di un mondo. Indubbiamente sarebbe un bel salto dialettico…”. Forse non ci siamo ben capiti, ma Carlo si arrabbia un po’. Si stropiccia la barba rossa e gli occhi azzurri sembrano bucare con il loro sguardo, mi accusa a viva voce di essere un egoista, un individualista, di non credere nella lotta collettiva da parte di tutti.

Arte istintiva ed armonia si incontrano sempre nella cultura della gente di montagna: qui a lato una giovanissima sposa in Ladak. In questa terra vige ancor oggi la poliandria.

Ma è una discussione che porterebbe troppo lontano… Piuttosto mi interessa scavare in questa miniera inesauribile di sensazioni, ricordi, immagini, flash, che è Carlo Mauri. E lui ti racconta le cose senza ordine, le immagini gli escono così come gli affiorano alla memoria, senza legami di spazio e di tempo, raccontate come se lui stesse assistendo a un film che gli scorre davanti agli occhi: ed ecco che ora sei sul desolato altopiano della Bolivia, su a più di 4000 metri, sotto un cielo di piombo e vedi gli indios che piantano le patate, scalzi, superstiti di una grandiosa cultura distrutta dal fanatismo religioso occidentale.

Ma subito dopo sei nelle valli verdi e inondate di sole del Nepal, dove a parte ogni luogo comune impregnato di retorica, la gente sa sorridere veramente o nelle incassate valli del Ladakh dove la calma impassibile del buddismo-zen rende questo paese diverso da ogni altro paese del mondo. E poi ti descrive una festa religiosa tibetana, e tu vedi le maschere, i colori, quasi ne senti i suoni, oppure una festa berbera che segna la fine della primavera e lui salta di qui e là, come ha fatto nei suoi innumerevoli viaggi in tutto il mondo, ma poi con sorprendente capacità di sintesi ti unifica, ti crea parametri sorprendenti, ti dimostra come la matrice umana sia perfettamente identica sotto ogni latitudine: è solo l’abito esterno che muta.

Il mio sforzo costante è quello, quando vengo a contatto con queste popolazioni, di non essere straniero, diverso, estraneo, di non portarmi dietro tutto il mio pesante fardello costituito dal bagaglio culturale occidentale. È difficile, ma quando vedo che la naturale diffidenza di chi mi sta di fronte svanisce a poco a poco, allora mi sento veramente a mio agio e sono sinceramente felice di aver vissuto l’avventura più bella, quella umana. Allora parlare, capirsi, intendersi, tutto diventa più facile, addirittura di una semplicità a noi sconosciuta. E si riscoprono sensazioni, emozioni, attimi che sembravano perduti per sempre, dimenticati, inibiti dalle nostre maniere standardizzate e assolutamente false… Ed è per questo che non provo molta simpatia per certe organizzazioni che avvicinano questi popoli e queste culture con lo stesso spirito morbosamente curioso di chi va al giardino zoologico per vedere l’animale raro tenuto in gabbia“.

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Incontro con Carlo Mauri ultima modifica: 2018-11-22T05:31:28+01:00 da GognaBlog

5 pensieri su “Incontro con Carlo Mauri”

  1. 5
    paolo panzeri says:

    L’ho incontrato, ma poi soffriva e non sorrideva più bene.
    Per quel che ne so, era un alpinista molto bravo e un uomo molto equilibrato, di sicuro più dei fortissimi.
    E non era un divo.

    A me piaceva, non mi ha mai dato entusiasmo e passione esaltanti, ma mi ha insegnato la serenità nello scalare.

  2. 4
    Alberto Benassi says:

    Paolo ma non ci racconti  niente su Carlo Mauri?

  3. 3
    Paolo Sebastiani says:

    Grazie per avermi fatto incontrare Carlo Mauri, mi è sempre stato simpatico ma non avevo mai letto nulla di lui. Come lo sento vicino alla mia indole!

  4. 2
    Alberto Benassi says:

    Il mio sforzo costante è quello, quando vengo a contatto con queste popolazioni, di non essere straniero, diverso, estraneo, di non portarmi dietro tutto il mio pesante fardello costituito dal bagaglio culturale occidentale. È difficile, ma quando vedo che la naturale diffidenza di chi mi sta di fronte svanisce a poco a poco, allora mi sento veramente a mio agio e sono sinceramente felice di aver vissuto l’avventura più bella, quella umana. Allora parlare, capirsi, intendersi, tutto diventa più facile, addirittura di una semplicità a noi sconosciuta. E si riscoprono sensazioni, emozioni, attimi che sembravano perduti per sempre, dimenticati, inibiti dalle nostre maniere standardizzate e assolutamente false… Ed è per questo che non provo molta simpatia per certe organizzazioni che avvicinano questi popoli e queste culture con lo stesso spirito morbosamente curioso di chi va al giardino zoologico per vedere l’animale raro tenuto in gabbia“.

    bellissimo, di grande profondità e apertura.

  5. 1
    Daniele Piccini says:

    Da far leggere a scuola, oggi.

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