Innevamento artificiale, in pista col piano B

In questo periodo la neve è caduta e cade più o meno abbondante sulle nostre montagne. Al di là della ben condivisibile felicità che ciò provoca nel settore turistico di Alpi e Appennini, questo articolo ci ricorda quali purtroppo siano la situazione e la tendenza di questi anni. Quindi ci ricorda di non rallentare l’attenzione a questo grande problema.

Innevamento artificiale, in pista col piano B
di Simone Bobbio
(pubblicato su In Movimento, febbraio 2017)

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort*, disimpegno-entertainment**

Sembra trascorsa un’era geologica da quando le stazioni sciistiche iniziavano a dotarsi dei cannoni spara neve, ma li tenevano nascosti per timore di perdere clienti sdegnati dall’idea di sciare su piste imbiancate da candidi fiocchi artificiali. Oggi, a poco più di trent’anni di distanza, gli impianti di innevamento programmato garantiscono l’esistenza stessa di gran parte delle piste da sci e sono diventati un vanto per i principali uffici di promozione e marketing continuamente a caccia di nuovi turisti per il comparto neve.

Il concetto stesso di neve artificiale ha innegabilmente una valenza positiva. Vuoi prenotare una settimana bianca tra novembre e aprile senza preoccuparti dei capricci del clima? In una stazione che garantisce l’innevamento del 90% delle proprie piste si può fare! Senza contare gli evidenti vantaggi per i bilanci di una società che gestisce impianti di risalita, anche in quegli inverni avari di neve vera. Ce n’è anche per il cosiddetto indotto, per tutti gli alberghi, ristoranti, bar, negozi, panettieri, tabaccherie, farmacie, noleggi di sci, sdraio e slittini in un villaggio di montagna: clientela e lavoro garantiti per l’intera stagione fredda!

Le società di impianti a fune dichiarano che per ogni euro speso dai turisti presso le loro casse, almeno il doppio viene incassato dalle attività dell’indotto tenendo in vita l’economia di un territorio oggettivamente svantaggiato. Ma andando a osservare questo sistema più in profondità, compaiono evidenti delle falle.

Ma come si produce la neve artificiale? Iniziamo dalle questioni tecniche. La neve artificiale consiste in una prima microscopica particella di ghiaccio, ottenuta da una miscela di aria e acqua, che viene proiettata nell’aria attraverso un campo di acqua nebulizzata incorporando altre particelle di ghiaccio. Il risultato sono granuli di neve dalla forma sferica: veri e propri fiocchi privi però delle caratteristiche ramificazioni.

Gli innevatori, più comunemente noti con il nome di cannoni, possono essere di due tipologie: a bassa o ad alta pressione. I primi sono caratterizzati da una grossa ventola che alimenta un flusso di aria in grado di diffondere i cristalli a notevoli distanze. Producono elevate quantità di neve e sono molto versatili. Nella seconda tipologia, detta anche ad asta, la diffusione dei fiocchi avviene tramite la vaporizzazione dell’aria e dell’acqua ad elevata pressione e consente un innevamento più localizzato ed efficiente. Per garantire il funzionamento dei cannoni, sono necessarie ampie riserve di acqua, generalmente ottenute attraverso la creazione di bacini artificiali, sistemi di raffreddamento che portano l’acqua e l’aria a una temperatura di 0° centigradi e una serie di compressori che inviano agli innevatori la miscela liquida e gassosa sotto pressione. Il tutto, naturalmente, alimentato da abbondante energia elettrica. La neve artificiale contiene circa il doppio dell’acqua presente nella neve naturale, di conseguenza, ne servono circa 4000 metri cubi per innevare artificialmente un ettaro di pista. Secondo diverse fonti risulta che la produzione di un metro cubo di neve costa tra i 3 e i 5 Euro, comprensivi di ammortamenti, costi energetici e costi per il personale.

Obereggen, val d’Ega

E chi produce la neve artificiale? Alessandro Moschini è il Direttore Tecnico della Via Lattea, la società che gestisce gli impianti sciistici dove si sono svolte le Olimpiadi Invernali di Torino 2006. Il suo lavoro consiste nel coordinare i cosiddetti «snowmaker», coloro che si occupano della gestione degli impianti di innevamento programmato del comprensorio.

«In realtà – esordisce Moschini – grazie all’affidabilità delle previsioni meteo e ai sistemi tecnologici che abbiamo installato, la centrale stessa avvia automaticamente gli innevatori quando le condizioni atmosferiche sono adatte. È necessario combinare una serie di parametri tra cui l’umidità dell’aria, la temperatura secca, la pressione atmosferica e la direzione e intensità del vento per ottenere le condizioni ottimali. Tendenzialmente, con aria secca bastano temperature di poco sotto lo zero per avviare i cannoni. Contemporaneamente viene avvisato il personale che si presenta in stazione, indossa le tute impermeabili e si avvia lungo le piste a verificare il corretto funzionamento dei macchinari. Tutto ciò, si svolge prevalentemente di notte».

Quella di Moschini è un’esperienza di lunga data, che gli consente di avere una visione più ampia sulla problematica della neve artificiale.

«Un tempo la neve programmata era un accessorio per molte stazioni, oggi è diventata una carta da giocarsi a livello commerciale. Se non hai un buon sistema di innevamento capillare, i tour operator non ti prendono nemmeno in considerazione. È fondamentale continuare a investire nell’aggiornamento dei macchinari per rendere sempre più efficiente il processo e perché i nuovi apparecchi riducono anche i costi di produzione».

Val Gardena

Dal punto di vista economico, il sistema di innevamento della Via Lattea ha un assetto particolare poiché tutti gli impianti di innevamento sono di proprietà comunale.

«E’ il sistema che abbiamo ereditato dalle Olimpiadi. In occasione di Torino 2006, la Regione Piemonte si era fatta carico dell’ammodernamento di tutta la filiera innevamento che nel 2013 è stata ceduta ai Comuni del territorio. La nostra società si è aggiudicata gli appalti per la gestione e si assume il 40% delle spese, mentre il restante 60% è coperto dagli enti pubblici. D’altronde la neve è un bene di tutti, tiene in vita l’economia delle valli».

Da un punto di vista climatico anche uno snowmaker si rende conto del riscaldamento in corso ed è costretto a porsi il problema. «Con il passare degli anni ci rendiamo conto che i cambiamenti climatici hanno ridotto notevolmente le finestre di tempo in cui possiamo sparare neve. Non si tratta tanto dell’intensità delle fasce di freddo, ma della loro durata limitata. Significa che dobbiamo investire in macchinari sempre più efficienti e potenti per concentrare in periodi brevi una produzione più abbondante possibile. E progressivamente dovremo rinunciare a produrre neve al di sotto dei 1800/2000 metri di quota perché con l’aumento delle temperature medie non sarà più economicamente sostenibile».

Già, la sostenibilità ambientale della neve artificiale. Come tutte le attività umane volte a modificare l’ambiente in cui viviamo, anche la produzione di neve ha un impatto sugli equilibri ecologici delle piste da sci e non solo. La questione ruota fondamentalmente intorno al tema dell’acqua e dell’energia necessaria per produrre la neve. Come abbiamo visto, la neve artificiale contiene il doppio dell’acqua presente nella neve naturale, di conseguenza, tutte le stazioni sciistiche fanno ricorso al prelievo di risorse idriche da laghi, torrenti e sorgenti. Nel corso degli anni si sono dotate di bacini artificiali per raccogliere in estate le acque che vengono in seguito risparate sulle piste in inverno. Da un lato quindi, ampie porzioni di montagna sono state sbancate per creare i laghetti di accumulo, le captazioni e le condotte; dall’altro, tali infrastrutture sottraggono risorse idriche che altrimenti fluirebbero verso valle. Senza contare le opere necessarie per portare tubazioni e corrente elettrica ai cannoni dislocati lungo chilometri di piste.

L’altro punto di discussione è il notevolissimo dispendio energetico necessario per raffreddare l’acqua e pomparla sotto pressione per grandi dislivelli fino ai cannoni. Un circolo vizioso, insomma: il riscaldamento climatico riduce le precipitazioni nevose che costringono le stazioni a produrre neve artificiale incrementando le emissioni di Co2 responsabile dell’aumento delle temperature…

Plan de Corones

Si parla infine di additivi aggiunti alla neve per ritardarne la fusione. È un procedimento adottato quasi esclusivamente nella preparazione delle piste da gara mescolando nitrato di ammonio, un comune fertilizzante chimico, alla neve per ridurne la componente umida e rallentarne lo scioglimento a temperature superiori agli 0° centigradi.

C’è poi il nodo della sostenibilità economica della neve artificiale. Da un punto di vista ecologico possiamo concludere che la produzione di neve artificiale sottrae risorse energetiche e idriche all’ecosistema. Sotto l’aspetto economico accade all’incirca la stessa cosa poiché i costi di innevamento e più in generale di gestione di una stazione sciistica non vengono coperti dalle entrate ma richiedono forme più o meno mascherate di intervento pubblico.

L’intero comparto dello sci, a livello nazionale e alpino, si trova in una situazione di stallo. Crescono i costi di gestione. L’aumento delle temperature medie e la diminuzione delle precipitazioni nevose genera un incremento di spesa per l’innevamento artificiale; l’energia per azionare gli impianti e per battere le piste è sempre più cara; una concorrenza spietata costringe al continuo rinnovo e ammodernamento delle infrastrutture. Per quanto riguarda le entrate, non è possibile avere accesso a dati certi sui flussi turistici e sul numero di skipass emessi, ma la crisi economica e il cambiamento dei gusti di un pubblico molto esigente indicano un generalizzato calo di presenze nelle stazioni invernali delle Alpi.

In Italia, si fa fronte a questa situazione attraverso finanziamenti pubblici, prevalentemente regionali, più o meno palesi e diretti. Dal contributo all’innevamento artificiale, all’acquisizione da parte degli enti pubblici delle società che gestiscono gli impianti a fune, fino ai finanziamenti per lo sviluppo della mobilità dolce e per l’adeguamento infrastrutturale delle stazioni. Sono quindi i cittadini, con le loro tasse, a sostenere un settore in difficoltà. Non è una novità e non rappresenta, di per sé, un’anomalia. La logica che guida il meccanismo è molto semplice. Le risorse economiche generate dallo sci producono posti di lavoro per la conduzione delle stazioni, e aumentano l’intera economia dell’indotto legata al turismo. Si tratta certamente di un intervento necessario per gestire l’emergenza, ma fino a che punto ne varrà la pena? E quanti sono i soldi pubblici, che ogni anno vengono investiti per tenere in piedi un’industria in crisi? Con quali prospettive per il futuro?

Abbiamo già una discreta esperienza di settori produttivi e industriali parassitari, alimentati da ingenti quantità di denaro pubblico ma incapaci di generare una vera ricchezza. Per quanto riguarda la montagna è venuto il momento di investire su forme di economia legate al territorio, alle sue caratteristiche e soprattutto ai suoi limiti.

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Innevamento artificiale, in pista col piano B ultima modifica: 2017-12-29T06:08:07+01:00 da GognaBlog

8 pensieri su “Innevamento artificiale, in pista col piano B”

  1. 8
    Marco Benetton says:

    Michele dipende, se gli impianti sono degli albergatori, le perdite della loro gestione sono viste come investimenti per avere l’ albergo pieno, quindi il bilancio per l’ imprenditore va fatto sommando le due attività. Ovvio invece che se l’ impiantista fa solo quello, inizia ad essere una storia diversa

  2. 7
    Michele H. says:

    Consultando il sito web PoolSci Italia si possono leggere le statistiche del fatturato di materiale per sci (sci, scarponi e attacchi); dal 2004 al 2015 il fatturato complessivo è calato del 50%. Che sia complice la crisi o la mancanza di neve questo non lo so ma di sicuro l’industria degli impianti di risalita e di innevamento artificiale viene tenuta in vita con iniezioni di denaro publico. Diversamente non può essere perchè i costi di installazione e gestione sono altissimi e possono essere coperti solo in parte dall’affluenza dei turisti.

  3. 6
    Alberto says:

    Se togliamo lo sci alle montagne cosa resta? la fame e lo spopolamento totale, come tante valli che non conoscono i vantaggi dello sci. Ai cognetti vari propongo di vivere in quelle valli, dopo non blatereranno più, lui come alcuni altri qui. Lo sci porta soldi e benessere. I pseudo tutto cosa portano ? povertà e abbandono. Non c’è dubbio per le persone intelligenti su cosa scegliuere

  4. 5
    Marcello Cominetti says:

    Secondo me l’esempio Via Lattea non calza al problema se lo si vuole vedere in termini nazionali. Nel nostro paese esiste un consorzio di impiantisti privato che si chiama Dolomiti Superski. É anche l’area sciabile piú vasta al mondo. Io non ne sono di certo un fan, ma posso ragionevolmente dire che le cose in area dolomitica non stanno esattamente come in Piemonte o altrove nelle stazioni italiane. In Dolomiti le settimane intere sono normalmente occupate abbondantemente da turisti. Cosa che altrove accade solo nei we o a Natale.

    Se parliamo di neve artificiale e ambiente, l’articolo non fa una piega e mi trova d’accordo, ma se parliamo di economia del turismo lo trovo assai limitato.

  5. 4
    Marco Benetton says:

    Diciamo che i due casi presentati non sono proprio i più virtuosi a livello di “sistema turismo”, con paesi impostati sulle seconde case anziché sugli alberghi e le conseguenze del caso su skipass venduti ecc…

     

    bisognerebbe andare a vedere invece dove ci sono principalmente alberghi e le piste sono piene 7/7, e magari gli albergatori sono pure azionisti degli impianti

  6. 3
    Gianfranco Valagussa il nonno says:

    Anche se non ci fosse bisogno di ulteriori conferme e apprezzamenti sulla qualità dell’articolo, sottolineo la necessità di praticare altre strade con una breve testimonianza. Questo anno per la seconda volta viene ridotto lo stipendio (già magro in quanto lavoro stagionale) del 20% a tutti i lavoratori degli impianti di Sappada, polo turistico invernale di prestigio a cavallo tra Veneto e Friuli. Anche in previsione di un accordo su incrementi salariali legati all’andamento della stagione, sarà molto difficile compensare la perdita economica dei lavoratori. Può essere questa una economia utile ai territori alpini? Anche a Cortina le cose non vanno meglio, i salari sono in continua diminuzione e sale il “lavoro aggiuntivo” gratuito da parte dei lavoratori. Se poi aggiungiamo che ormai questo territorio è vissuto dalle società dell’offerta turistica come investimento speculativo e che le stesse ormai in grande misura hanno sede in altre regioni, si capisce che le spese sono a carico di chi dovrebbe essere al centro dell’azione economica: i montanari, i residenti. SIG!

  7. 2
    Vittorio Lega says:

    Grazie per tenere alta l’attenzione su questi temi! Complimenti per l’articolo, che l’anno scorso mi era sfuggito. Articolo che però si scontra con la fumosità e la reticenza dei portatori di interessi, che mascherano i dati a loro piacimento e che quindi non può trarre le conclusioni sui punti più cruciali della sostenibilità. Non si potrebbe pretendere un po’ più di trasparenza e precisione nei dati che le aziende turistiche dovrebbero fornire, visto che chi li sostiene economicamente, (cioè noi) dovrebbe avere il diritto sia di esprimere un parere sia di farsi un’opinione precisa di dove vanno i suoi soldi? Alla fine succederà che in mancanza di trasparenza si alimenteranno opposti estremismi!

  8. 1
    Alessandro Ghezzer says:

    Boom dello sci, +30% propaganda
    Questa serie di articoli ormai ricorrenti sui media locali in questo inizio inverno, sembrano davvero una campagna ben orchestrata di propaganda. In questo articolo si parla di aumenti miracolosi: Campiglio +21%, Folgarida-Marilleva +39%, Fassa +33%. Niente male per un paese la cui economia è ferma da 20 anni! Qualcuno obietterà che gli aumenti non sono determinati necessariamente dagli italiani. Va bene, ma non risultano invasioni di turisti russi, polacchi, cinesi o americani. Dunque questi aumenti mirabolanti a che cosa si devono? In un’epoca di recessione mondiale, non si sono mai visti aumenti simili, men che meno in Italia il cui PIL cresce faticosamente sopra l’1% l’anno. Poi si parla genericamente di “ingressi”, ma che significa? L’articolo non lo specifica: potrebbero essere gli ingressi sugli impianti perché semplicemente sono stati modernizzati e quindi più veloci, ma gli sciatori in realtà sono più o meno gli stessi, ma va a sapere. A pensare male si fa peccato, diceva qualcuno, ma il sospetto viene spontaneo: non sarà la solita propaganda per far digerire meglio all’opinione pubblica le sovvenzioni pubbliche allo sci? Il lasciapassare per altri impianti, altre piste, altri bacini di innevamento, altri impianti di neve artificiale, altro consumo sfrenato di territorio perché tanto lo sci va benissimo e anzi non è mai andato così bene? Qualcuno non la racconta giusta. E naturalmente il fatto che siamo sotto elezioni è solo una coincidenza.

    da facebook, gruppo “Paesaggi Trentini”, 27 dicembre 2017

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