Intelligenza artificiale

Intelligenza artificiale

Non so quanto tempo abbiano impiegato Fabio Elli e Diego Pezzoli a scrivere Intelligenza artificiale (Versante Sud, 2016), e poi a rivederne tutti i dettagli. Deve essere stato un bel po’ di tempo… Non ho idea di quanta esperienza, di quante giornate siano state necessarie per avere cognizione piena di quanto hanno poi descritto, ma immagino una cifra paurosa.

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Intelligenza artificiale non è solo un manuale per poter praticare un tipo di arrampicata, quella artificiale, che oggi è rimasta un po’ in disparte.

Tra i diciassette capitoli che costituiscono quest’opera di 420 pagine, meritoriamente illustrate, quattordici sono dedicati alla tecnica vera e propria, dai sistemi di gradazione alla progressione, dalla vita in parete alla solitaria, dai materiali allo speed climbing.

Assolutamente da non perdere, specie per chi è abbastanza a digiuno in tema, è il capitolo sui sistemi di gradazione. Sì, perché ce ne sono diversi, esattamente come per la libera, a volte un po’ in conflitto tra loro. Leggete come viene descritto l’A5 (e non parliamo dell’A6), vi si drizzeranno i capelli in testa. Personalmente non credo di essere proprio a digiuno di queste cose, ma vi assicuro che sapere come stanno le cose oggi nei minimi particolari atterrisce nel vero senso della parola. Salvo poi considerare che, come sempre, è soprattutto questione di abitudine, di esperienza. Ciò che fa paura non è lo “sconosciuto” ma piuttosto la sottolineatura dello sconosciuto.

A dispetto del vago terrore che c’invade durante la lettura, l’immane materia è esposta con grande chiarezza e dovizia di particolari: gli autori cercano di prendere in considerazione ogni possibile situazione, allo scopo di ottimizzarne la riuscita, la velocità di esecuzione e, soprattutto, la sicurezza.

Gli altri tre capitoli riferiscono di una breve storia dell’arrampicata artificiale, dei siti web di riferimento e della bibliografia.

A ciascun capitolo sono associati due interventi (“contributi” oppure “personaggi”) quasi sempre di altri autori (per un totale di ventotto) che stravolgono la possibile definizione di “manuale”. La quantità e l’autorevolezza di questi interventi pongono questo libro su un piano di molto superiore a quello del manuale. Qui stiamo parlando dell’intero “scibile” in questo campo, una fotografia perfetta dello stato dell’arte.

Sulla via Mescalito al Capitan, il passaggio del Molar Traverse. Foto: Tom Evans
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Scomodare Lorenzo Nadali, Jordi Mena, Franco Perlotto, Mark Hudon, Marco Furlani, Silvia Vidal, Marcin Tomaszewski, John Middendorf, Jim Bridwell, Andy Kirkpatrick, Xaver Bongard, Diego Filippi (e non li sto citando tutti) significa dare all’opera un respiro cha da troppo tempo l’arrampicata artificiale non aveva, pur meritandolo. Significa cercare di rimediare a un’ingiustizia storica di cui sono responsabili le generazioni dell’arrampicata dagli anni ’80 in poi.

Perché l’arrampicata artificiale è stata trascurata dai più? Perché si parla solo di 9c fatto in tutti i modi, o delle solitarie di Alex Honnold, o delle imprese himalayane e patagoniche? Perché tanto si è detto e scritto sul dry tooling (direi quanto di più “artificiale” ci possa essere) e nulla o quasi per raccontare l’evoluzione dell’artif? Forse che l’artificiale su roccia non ha appeal? Non credo proprio: credo invece che sia stata l’esponenziale crescita in generale di difficoltà e impegno richiesti dall’artificiale a scoraggiare le “vocazioni”, ponendo così questa disciplina al vertice dei miraggi distanti, così lontani da escludere che vi si faccia attenzione.

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Eppure gli esempi non sono mancati: c’è stato chi vi si è dedicato e a sua volta ha innalzato ancora il livello.

In Italia, l’uscita (2015) di Oltre la verticale, la guida con la quale Giuliano Bressan e Diego Filippi hanno proposto 105 vie dalle Alpi agli Appennini, aveva già probabilmente segnato un’inversione di tendenza. Forse sempre più persone si stanno interessando all’arrampicata artificiale e la stanno giustamente rivalutando, apprezzandone le sfumature di grande avventura.

Voglio qui riportare un brano di Fabio Elli, di quando inizia a raccontare la sua salita solitaria alla via Bat sul Caporal (uno dei capolavori di Valerio Folco e Massimo Farina): è esemplificativo della situazione.

Un esperimento, un gioco. Col vuoto, col ferro, con le abilità che credevo di avere o non avere, con lo stomaco chiuso. Un gioco con le parole. Cosi è nata questa salita, così è nato questo racconto.
Paura.
Quella atavica, primordiale, che viene da dentro. Che cresce col tempo, tempo passato a studiarla, passato a parlarle, passato a cercare di capirla, di razionalizzarla. Inutilmente. È tutto inutile. Non si può razionalizzare l’irrazionale. Lei c’è e basta. Puoi accettarne l’esistenza, e voltarti altrove. Puoi scappare, e illuderti che non esista.
Puoi vivere a metà, mezzo consumato da quello che potresti e non sarai. Puoi credere in te stesso, e andarle incontro.
Non mi piace avere paura, ma ho una libreria piena di fantasmi, piena di demoni.
Ogni giorno vengono a trovarmi.
Il nome di una di queste paure è
BAT.

Foto: Marco Milanese
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C’è tra i più molta confusione su cosa sia veramente l’arrampicata artificiale e qui da noi, soprattutto quella moderna (che fa uso cioè per la progressione di attrezzi altamente specialistici, non solo dei normali chiodi, friend e nut), conta pochissimi adepti, forse per la mancanza di pareti e vie che si prestino a questo stile, forse per uno schema culturale troppo francesizzato che esalta solo la libera relegando l’artificiale “a quelli che non sanno scalare”… la volpe con l’uva…?
Gli adepti saranno pure pochissimi, ma per fortuna qualcuno c’è stato… Il 18 ottobre 2002 Valerio Folco e Massimo Farina uscivano in cima al Caporal portando a termine la salita di una via di artificiale new age destinata da subito a entrare nel mito, se non oltreoceano, almeno sulle Alpi. Sicuramente, nella mia testa. B.A.T. (Basically Absurd Technology) è stata dedicata a Warren Harding, primo salitore del Nose su El Capitan, nella Yosemite Valley, la via più bella del mondo sulla parete delle pareti, culla e laboratorio di tutte le tecniche di arrampicata artificiale dagli anni ‘50 a oggi. E il gioco di parole bat-pipistrello ci casca a pennello con questa via, un luogo certamente non destinato agli esseri umani. Di meglio non potevano inventarsi. In un decennio d’oro d’attività élitaria e innovativa Valerio Folco si è fatto portabandiera nostrano di questo stile, importando in Italia quanto imparato sulle più dure e pericolose vie americane e firmando sulle pareti della valle dell’Orco alcuni tracciati di livello estremo, molti dei quali ancora aspettano la prima ripetizione integrale. E chissà quanto ancora aspetteranno…
BAT è la più conosciuta e la più “ripetuta”, probabilmente la più bella, e fino a oggi in media una sola cordata all’anno è andata a prender spaventi sui suoi cinque tiri. Nonostante tutto, reperire informazioni su queste salite mi è risultato molto problematico e sono dovuto andare, virtualmente, fin dall’altra parte del globo. Tutti parlano di un’esperienza mentale particolarmente stressante, diciamo così…”.

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Intelligenza artificiale ultima modifica: 2016-12-14T05:41:53+01:00 da GognaBlog

12 pensieri su “Intelligenza artificiale”

  1. 12
    Fabio Elli says:

    Buonasera, sono Fabio Elli, l’autore di Intelligenza Artificiale. vedo ora il post precedente.
    chiarisco che NON SONO IO la persona recuperata su quella cascata, che a quanto ne so dovrebbe essere il salto del nido in val febbraro (da me già salito 3 volte).
    ci tengo ad appuntare che dal 98 ad oggi ho passato sicuramente molto più tempo con le picche in mano che con i piedi nelle staffe, essendo le cascate il mio primo amore verticale… ho saltato dal 98 una sola stagione di ghiaccio (per infortunio) salendo circa 150 cascate, con alcuni grado 6 da primo (da impavido ventenne) ed almeno una quindicina da secondo. purtroppo ci sono al mondo migliaia di cascate troppo difficili per me ma credo di saper come scendere da quasi tutte… d’altronde questo è uno dei miei mantra, ripetuto più volte nel libro IA. Sono sceso di notte ad abalakof su chiazze di ghiaccio a caso tra i tetti di Gramusat o abbandonando le viti su Ham & Eggs al Mooses Tooth in Alaska perchè il ghiaccio non stava insieme… poi oh, una corda incastrata fuorivia in strapiombo può capitare a tutti e prusikkarla non è sempre saggio… non avrei mai detto qui tutto questo ma visto che la mia preparazione e la qualità del libro sono state messe in discussione meglio chiarire.
    so per certo di un caso di omonimia con un “pezzo grosso” di un famoso cai lombardo, ma non so se sia lui, ed io non ho trovato i nomi dei recuperati da nessuna parte.
    qualche “giornalista” ha pure telefonato al presidente del cai della mia sezione chiedendo informazioni, non so cosa si siano detti… il giorno in questione io ero in una assolata falesia finalese…
    saluti a tutti e buone salite!
    Fabio Elli

  2. 11
    paolo panzeri says:

    Mi dicono che tempo fa tre persone hanno chiamato il soccorso perché a metà pomeriggio non riuscivano ad attrezzare la discesa da una cascata di 150 metri e sono stati recuperati incolumi.
    Spero che questo fatto, che sembra un caso di incompetenza, sia un caso di omonimia con uno degli autori.
    Magari sono solo le solite invidie, ma secondo me è meglio se questo fatto viene chiarito.

  3. 10
    GIANDO says:

    Ah sul fatto che consenta di vivere la parete non c’è dubbio! No, ma sicuramente chi si dedica a quest’attività gode del mio massimo rispetto, anche perchè su certi livelli bisogna avere nervi d’acciaio e una notevole intelligenza motoria.

  4. 9
    Alberto Benassi says:

    Inoltre l’artificiale è LENTO e ti fa vivere la parete.

  5. 8
    Alberto Benassi says:

    Non credo che sia un’attività da funamboli.
    Credo invece che ci voglia tanto mestiere, fantasia e una notevole manualità nel saper fare le cose, sapersi arrangiare, saper sfruttare al massimo quello che la roccia offre . E chiaramente una certa voglia diassumersi certi rischi.

  6. 7
    GIANDO says:

    Secondo me dipende dal livello perché c’è artificiale e artificiale. Un conto è fare qualche passaggio obbligato, che magari se uno è bravo se lo fa pure in libera e si diverte anche di più, un conto è fare delle vie tutte in artificale stile Capitan. Ho letto dei resoconti che fanno venire la pelle d’oca.
    Per come la vedo io l’artificiale su difficoltà tipo A4, A5 è più un’attività da funamboli che da alpinisti e questo è uno dei motivi per il quale i praticanti si sono ridotti al lumicino. In poche parole, dove si può è sicuramente più gratificante cercare di passare in libera, dove non si può si entra in una dimensione completamente nuova, a volte col rischio di voli pazzeschi, nella quale non tutti sono disposti ad immergersi.

  7. 6
    paolo panzeri says:

    Dipende da cosa intendi dire con bravi.

  8. 5
    marco furlani says:

    Dico e ridico diventare bravi arrampicatori in libera impegnandosi allenandosi si può diventare,diventare buoni artificialisti è tutta un’altra storia non è cosa per tutti comunque provare per credere.

  9. 4
    Alberto Benassi says:

    “Perché l’arrampicata artificiale è stata trascurata dai più? Perché si parla solo di 9c fatto in tutti i modi, o delle solitarie di Alex Honnold, o delle imprese himalayane e patagoniche? Perché tanto si è detto e scritto sul dry tooling (direi quanto di più “artificiale” ci possa essere) e nulla o quasi per raccontare l’evoluzione dell’artif? Forse che l’artificiale su roccia non ha appeal? ”

    Credo che le risposte siano più di una.
    La prima, una certa dose di ignoranza, di non conoscenza di come effettiamente stanno le cose . Nel senso che la maggior parte delle persone è convinta che l’artificiale sia solo un semplice passaggio da un chiodo all’altro. Insomma una scala per per polli.
    L’artificiale di oggi, non più quello delle vie a goccia d’acqua dove si sale su una filata di chiodi a pressione.
    La seconda , direi che c’è, stranamente , una certa dose di timore nei confronti dell’uso delle staffe. Anche da parte di persone che sono dei forti scalatori.
    Possibile che uno che tira certi gradi, poi si fa dei problemi par pochi metri di artificiale?

  10. 3
    paolo panzeri says:

    Quel mese Noppa, Tito e Rosa han salito ben 4 vie e pensare che Tito andava sempre da primo ed era la prima volta che scalava in artificiale……poi Noppa se ne è andato su una sua montagna, ma di sicuro scalerà altrove con il suo amico Loretan.
    Scusatemi, è solo un po’ di mia gioia e di mia malinconia.

  11. 2
    paolo panzeri says:

    Bella la foto su Mescalito quando la salivano Rosa, Tito e il grande Noppa!

  12. 1
    Alberto Benassi says:

    Decisamente un gran bel testo. Molto atteso. Ci voleva.
    L’arrampicata artificiale, a dispetto di quello che credono in tanti e nonostante tutta l’attrezzatura necessaria per praticarla è molto più avventurosa di tanta arrampicata…”libera” .
    Ci vuole veramente tanta testa, calma interiore e maestria per salire certi itinerari.

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