Introduzione a I falliti

Introduzione a I falliti (RE 004)
di Enrico Camanni
(Introduzione a I falliti, 2000)

Lettura: spessore-weight(3), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

Nella sua Storia dell’alpinismo, che resta l’opera più compiuta di una prolifica attività letteraria, Gian Piero Motti ha delineato due grandi famiglie di protagonisti: gli alpinisti dell’azione e gli alpinisti del pensiero. I primi si realizzano quasi totalmente in montagna, lasciando le proprie imprese a sigillo di sé. Gli altri, al contrario, sentono l’assoluto bisogno di elaborare anche intellettualmente e spiritualmente la propria passione, alternando azione e meditazione, impegno e attesa, partecipazione e distacco. Così il piano e la vetta, la città e la montagna diventano le due facce della metafora del viaggio alpinistico: l’una si esplicita nel sentimento della salita, l’altra in quello del ritorno.

Piera Biliato ritrae Gian Piero Motti

Non a caso la via più bella di Motti si chiama Itaca nel sole, e non a caso i ritratti più riusciti della Storia dell’alpinismo fanno parte della seconda famiglia, alla quale lui stesso apparteneva e della quale è stato uno dei più lucidi interpreti. Tutti i suoi scritti – dalla Storia stessa alle numerose voci dell’Enciclopedia De Agostini dedicata alla montagna, e naturalmente anche gli articoli raccolti in questa antologia – non esprimono tanto la volontà di raccontare l’alpinismo secondo i canoni narcisistici del récit d’ascension (che qualcuno ha paragonato addirittura alla pornografia), ma piuttosto il bisogno di comprenderlo in profondità nell’intento di renderlo più umano.

Per questo, dapprima negli scritti autobiografici giovanili ambientati nelle amate Valli di Lanzo e del Gran Paradiso, poi nelle monografie alpinistiche, nelle interviste, nelle recensioni, nelle interpretazioni storiche, nelle traduzioni, nelle provocazioni, insomma nei tanti articoli disseminati in una lunga militanza presso le riviste di montagna, è raro incontrare l’ossessiva descrizione di un passaggio, di un tiro di corda o di un problema tecnico. La competenza tecnica e la sensibilità storica (eccezionali) servivano a Motti ad abbozzare il quadro per spingersi immediatamente più in là, tra i pensieri e i sentimenti degli alpinisti.

In questo senso Motti è l’uomo nuovo. Quando racconta la prima salita solitaria del Pilier Gervasutti al Mont Blanc du Tacul, riuscitagli nell’estate del 1969, le difficoltà del pilastro sono come uno sfondo su cui si delineano i suoi stati d’animo, il contrasto tra le emozioni della vigilia e la vertigine della scalata, il suo volto di ragazzo fragile che ha indossato per un giorno la maschera dell’alpinista.

E ancora, quando scrive di Renato Casarotto sull’immensa parete del Nevado Huascaran, si cura assai più di Casarotto che della montagna, cogliendo il grande salto psicologico da Vicenza alle Ande peruviane, dall’umile lavoro di infermiere al sogno di una vita nuova. Dietro l’impresa gli sta a cuore che si legga l’uomo.

Gian Piero Motti sul Caporal

È stato chiamato “il filosofo dell’alpinismo” e credo che la definizione gli vada stretta se per filosofia si intende una speculazione puramente astratta. Motti al contrario era talmente coinvolto, talmente partecipe, da sovrapporre spesso le proprie esperienze con quelle degli altri. Si può dire che quasi tutta la sua attività giornalistica sia il risultato di questa originalissima sovrapposizione psicologica.

Nato a Torino nel 1946, Gian Piero cresce negli anni incerti del dopoguerra, in una famiglia agiata e molto unita. Diventa uomo nel clima austero dell’alpinismo torinese degli anni Sessanta, leggendo Pavese e ascoltando Bob Dylan. Comincia ad arrampicare molto giovane, da studente, e lo fa subito con eleganza e dedizione assolute. Per il suo stile raffinato lo chiameranno “il Principe”. Ma la roccia non gli basta ed è avido di apprendere e di capire: studia senza posa, si interroga, si documenta. Respira fino in fondo il mito romantico di Giusto Gervasutti e si forma alla maniera dell’alpinismo classico sulle severe pareti delle Alpi Occidentali, dalle Marittime al Monte Bianco, entrando prima nel Gruppo Alta Montagna e poi nel Club Alpino Accademico. Sperimenta il gelo delle ascensioni invernali e il fascino dell’alpinismo solitario, con un intenso cammino di maturazione.

Scalata dopo scalata, successo dopo successo, prova sulla propria pelle che l’alpinismo può costituire una droga se diventa l’unico orizzonte e scrive il suo articolo più importante, I falliti (1972), dedicato a chi non sa più vivere senza montagna.

E un passaggio fondamentale della sua elaborazione interiore, che lo porta ad allargare il campo di indagine oltre i confini dell’alpinismo piemontese e, soprattutto, oltre i miti-doveri della tradizione eroica. Rinunciando temporaneamente all’alta montagna, si mette alla ricerca di forme di arrampicata meno esasperate, meno angoscianti, meno competitive, in armonia con la vita quotidiana e in equilibrio con la natura.

Pur segretamente legato alle tinte malinconiche delle sue montagne, da cui non si separerà mai, Motti non sopporta il provincialismo. È un affronto alla sua intelligenza critica. Invece è affascinato da tutti i messaggi creativi che portano una ventata di novità. Scopre le pareti calcaree delle Prealpi francesi, apprende l’etica dell’arrampicata californiana, legge e traduce le riviste anglosassoni da Mountain ad Ascent, divulga con infinita passione esperienze e riflessioni che senza di lui sarebbero arrivate in Italia dieci anni dopo, a tempo ormai scaduto.

Gian Piero Motti sulla traversata della voie des Parisiens a La Pelle

È attratto ma non abbagliato dal mito americano, tant’è vero che sulle pareti di Yosemite arrampica solo con la fantasia. Semmai utilizza tutte le “vie di liberazione” che servono al suo progetto di alpinismo dal volto umano, approfondendo anche le tecniche orientali di meditazione.

Nel 1974 – l’anno dell’altro suo articolo famoso: Il nuovo mattino – intensifica la ricerca in Valle dell’Orco, inventando letterariamente, prima ancora che sul terreno, un Eldorado di granito nostrano. Anche la Valle dell’Orco è un laboratorio per il suo progetto affascinante e utopico, che raccoglierà molti emuli sull’onda di trasgressione che scuote l’ambiente.

Ma la ricerca non si arresta e Motti corre sempre oltre ogni moda e ogni banalizzazione. Potrebbe cavalcare come un caposcuola le nuove tendenze dell’arrampicata, e invece alla fine degli anni Settanta ha già in mente il rovesciamento del Nuovo Mattino che esplicherà con Le antiche sere (1983), ambientate a bella posta nel Vallone di Sea per rappresentare la faccia meno commerciale del granito. La pagina bianca della Rivista della Montagna (Zero the Hero, 1980) è uno schiaffo al ritrovato conformismo che si va profilando sul nascere del decennio.

Se era stato relativamente facile farsi comprendere al tempo della rivoluzione, diventa molto più difficile comunicare negli anni del riflusso, quando i lettori delle riviste di montagna sembrano abbagliati soltanto dalle sfide sportive. Per questo gli ultimi articoli di Gian Piero Motti sono i più fraintesi e i più controversi, anche perché, parafrasando Hawthorne, «un profeta può esistere solo in un tempo di profeti».

Il senso di quelle pagine apparirà chiaro proprio leggendole al fondo di questa antologia, che è come il percorso di una vita. Pochi altri alpinisti si sono svelati così generosamente, rivelando anche i propri limiti e le proprie speranze. Poche vite si possono leggere così intensamente attraverso quelle che – con un po’ di ingratitudine – sono state liquidate soltanto come belle pagine di alpinismo.

Sbarua (Pinerolo), via Gervasutti, variante del Tetto. Gian Piero Motti, 19 marzo 1972

Raccoglierle tutte insieme in un libro era un atto dovuto, se non altro per contraddire le dolci parole che Andrea Gobetti scrisse sulla Rivista della Montagna, per tutti noi senza parole, quel giorno del 1983 in cui Gian Piero decise di lasciarci: «Torino non premia i suoi figli più delicati, alti e fragili artisti se non con il dono dell’oblio, il dono di dimenticare la sua grata di strade diritte come sbarre per chi vive le sue storie d’un giorno, la sua vita d’impegni, di piccole sfide ai semafori, di rancori e ricordi sperduti sotto la cappa grigia, confusi nella nebbia… Tardi, fino a tardi nella notte si continuò a essere tristi, nella città delle officine, perché quell’uomo alto, fragile e bello non aveva sopportato il nostro dolore quotidiano ed era andato via senza dirci altro che Itaca è nel sole».

Era il 21 giugno, il giorno più lungo, quando la primavera diventa estate e il sole ricomincia il suo viaggio verso la notte.

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Introduzione a I falliti ultima modifica: 2019-04-05T05:31:02+01:00 da GognaBlog

5 pensieri su “Introduzione a I falliti”

  1. 5
    Alessandro Mosca says:

    la Filosofia, non è mai “speculazione puramente astratta” 😉

    Grazie per il bell’articolo!

     

  2. 4
    Gabriele Mainini says:

    Nessuno sta creando nessun tipo di mito intorno a Motti, vedo solo molte persone nelle quali il suo affetto è stato grande, che cercano di ricordarlo per evitare che cada nell’oblio una figura che è stata proprio l’opposto di quello che lei cita come “deriva” dell’alpinismo. Non vedo nemmeno la necessità di essere così criptico sul suo operato. Se per orticello intende realizzazioni, vie o quant’altro, penso che la questione di evitare il calpestio sia il minimo e la comune educazione e non vedo come ricorcare una persona come Gian Piero possa calpestare i suoi frutti.

    L’ossessione per la “qualità” cui si riferisce lei, o la mera prestazione tecnica che dovrebbero potersi permettere di foggiarsi appieno del titolo di “vero” alpinista, credo siano sempre relativi e rischiano anch’essi di ricadere nella sterilità. A meno che tutto questo non sia solo semplice frutto di invidie passate o di insofferenze, ma mi auguro che non sia così. Perché questo sì che spesso è come va il mondo dell’alpinismo.

    A proposito di quanto riguarda il discorso della qualità, le consiglio questo bella intervista fatta Steve House qualche tempo fa:

    https://www.lastampa.it/2017/08/13/societa/steve-house-lalpinismo-arte-non-sport-limportante-la-visione-r5aWLxbeKGPvIUHHeHsd1I/pagina.html

    le auguro buone e mature riflessioni

  3. 3
    Paolo Panzeri says:

    Caro Gabriele, lo ripeto ancora, Motti è stato per me un bravo alpinista come tanti altri di quei tempi e ha scritto dei bellissimi pensieri, i miei fatti personali a fine anni 70 ormai sono antichi e li ho accennati poche volte ridendoci sopra.

    Sono solo contrario a tutti gli Dei e Miti dell’alpinismo costruiti lentamente e abilmente per mettersi in mostra mediaticamente: non creano cultura alpinistica e tarpano da anni le iniziative giovanili.

    Questa è una abitudine da tempo molto diffusa dappertutto e mi accorgo che ormai molta gente ha grande bisogno per vivere di questi Dei e Miti, quindi, come dici tu, meglio non dire più niente che pubblicamente rischia di risultare inutile e sterile.

    Ti prometto, spero di riuscirci, che continuerò a coltivare, e non per passatempo, ma per antica e ancor viva passione, solo il mio “orticello” che produce sempre poco, ma di prima qualità, mi basta che il pubblico non venga a calpestare le pianticelle che vi crescono e ti assicuro che potrà continuare ad appropriarsi dei frutti quando saranno maturi.

    ciao

    e per dirla all’inglese, anche se da qualche parte è stato ucciso: “l’alpinismo è morto, viva l’alpinismo”

  4. 2
    Gabriele Mainini says:

    Caro Paolo, vorrei capire per quale morivo ad ogni singolo articolo relativo alla figura di Gian Piero, tu non perda occasione per attaccarlo dal punto di vista della “prestazione” alpinistica…ti ha per caso fatto qualche sgarbo personale in passato? Mi sembra veramente sterile questo tuo passatempo.

  5. 1
    Paolo Panzeri says:

    Lo metto anche qui perché mi è piaciuto.

    Oggi il mio amico Rag. (si fa chiamare così ed è assolutamente un non sportivo) mi ha detto: “ormai tutto è come il calcio, ci sono i giocatori e i tifosi; ci sono i pochi che giocano bene con il pallone e i tantissimi che sul pallone discutono, pensano, insegnano, filosofeggiano e non sanno dare un calcio.”

    Non voglio offendervi, voglio solo farvi pensare in maniera diversa: quasi tutti voi sapete che pure l’alpinismo italiano va così da parecchio tempo.

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