Introduzione a Rocca Sbarua e Monte Tre Denti

Introduzione a Rocca Sbarua e Monte Tre Denti (GPM 009)
di Gian Piero Motti
(Rocca Sbarua e Monte Tre Denti, Sottosezione CAI-GEAT, 1969)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

La necessità di avere delle buone guide anche per le palestre, si è fatta notevolmente sentire in questi ultimi anni. La funzione importante che assume la palestra nell’alpinismo moderno è ormai palese e unanimemente riconosciuta. Il terreno della palestra permette di mantenere un allenamento fisico e tecnico per tutta la durata dell’anno, permette di acquisire e di sperimentare nuove tecniche di arrampicata, permette in definitiva di arrampicare anche quando le condizioni dell’alta e media montagna sono proibitive.

Tuttavia la palestra crea anche degli svantaggi piuttosto notevoli. La possibilità di percorrere per decine di volte le stesse vie e gli stessi passaggi, può portare a una sopravvalutazione di se stessi, con una conseguente affermazione di una ideologia del tutto particolare, quanto mai dannosa.

La palestra diviene «il fine» e non più «il mezzo», il banco di scuola su cui imparare a leggere e a scrivere. Si giunge al culto dell’Io, al reuccio domenicale che volteggia con leggiadria su tetti e strapiombi, in un intricato gioco di corde e di staffe.

La possibilità di ripetere ogni passaggio un numero infinito di volte, la conoscenza particolareggiatissima di ogni minima struttura della parete permettono di acquistare sempre maggior sicurezza, con un conseguente disprezzo per la montagna facile e con la convinzione che l’alpinismo altro non sia se non un modo di mettere in pratica su più larga scala quelle esercitazioni più adatte a una palestra ginnica che a una montagna.

Soprattutto tra i giovanissimi la palestra può assumere un fascino particolare, date le eccitanti sensazioni che possono ricavarne; così limitano ed esauriscono la loro attività esclusivamente in palestra, tralasciando e disprezzando altre importantissime e meravigliose attività, quale ad esempio lo sci-alpinismo.

Si giunge al punto di trascurare l’arrampicata libera e ci si butta subito sull’artificiale, dove è più facile ottenere risultati vistosi; e questo forse è il danno più grave che viene dalla «ideologia della palestra». Ne deriva la conseguenza che alcuni giovanissimi in brevissimo tempo sono in grado di percorrere con apparente dimestichezza itinerari in arrampicata esclusivamente artificiale, mentre sono rimasti ai primi rudimenti nell’arrampicata libera, che è fondamentale.

I risultati non tardano a farsi vedere. Recentemente, proprio alla Rocca Sbarua e ai Denti di Cumiana, alcuni passaggi in arrampicata libera di media difficoltà (IV e V grado) sono stati rovinati e sviliti con l’infissione di numerosi chiodi ad espansione. La scusa apportata in difesa di questa, che io definisco brutalizzazione dell’arrampicata libera, è (sic!) di rendere più sicuri i passaggi e l’assicurazione.

La difesa è per lo meno ridicola, in quanto tutti i passaggi si prestano all’infissione di chiodi normali; diciamo piuttosto che qualche staffista di chiara fama, trovatosi di fronte a un modesto IV+, peggio III+ e non avendo la possibilità di chiodare, ha impugnato il perforatore e da buon manovale ha cominciato a sforacchiare la roccia, facendo violenza allo spirito dell’alpinismo e a se stesso.

Gian Piero Motti

È vero, il discorso porterebbe troppo lontano e qualcuno potrebbe obiettare che l’alpinismo è una attività impostata alla massima libertà. Certo, ma anche in palestra chi si accinge ad affrontare un passaggio o una via deve essere in grado di farlo senza ricorrere a questi meschini mezzucci. Altrimenti la deleteria abitudine si diffonderà anche in montagna e purtroppo gli esempi non mancano. La base deve sempre essere l’arrampicata libera, spinta ai limiti estremi prima che sia lecito infiggere chiodi e usare staffe. Ma forse i tempi cambiano; l’arrampicatore pinerolese Luigi Bianciotto superava la prima lunghezza di corda dello spigolo, che ora porta il suo nome, senza usare un solo chiodo; oggi non è raro vedere lo stesso passaggio superato con abbondante uso di chiodi e di staffe. E questo solo per citare un esempio.

Lascio questo discorso forse spinoso, ma necessario, e torno alle nostre palestre. Ultimamente alcuni amici mi hanno convinto ad assumermi la presunzione di scrivere questa guida della Rocca Sbarua e dei Denti di Cumiana; ho accettato volentieri, in quanto la zona è meritevole di una guida e soprattutto perché di anno in anno vede aumentare notevolmente il numero dei frequentatori. Quindi le pubblicazioni precedenti non soddisfano più allo scopo e tanto meno si rendono utili le vaghe indicazioni di qualche amico o le sporadiche relazioni tecniche che raramente appaiono su qualche pubblicazione sezionale.

La Rocca Sbarua è forse la palestra preferita dai torinesi; non parliamo poi dei pinerolesi, che addirittura ce l’hanno sulla porta di casa.

Numerosi sono i fattori che hanno contribuito a questa preferenza: il comodo accesso, la favorevole esposizione, la magnifica e ottima roccia, la possibilità di aprire e di percorrere itinerari che abbracciano tutta la scala delle difficoltà, ecc.

Per trovare le prime notizie alpinistiche sicure a riguardo della Sbarua, dobbiamo risalire fino al lontano 1927; nel diario alpinistico del compianto e valoroso alpinista pinerolese Ettore Ellena, troviamo le prime notizie di ascensioni a scopo dì allenamento su roccia agli speroni del Monte Freidour. A fianco di Ellena cominciarono a frequentare la zona alcuni alpinisti pinerolesi: P. Dassano, A. De Servienti, L. Borgna e altri. Ad essi si deve forse la prima salita della via normale.

Disegno di Gian Piero Motti

Frattanto la voce si diffonde anche nell’ambiente torinese, che già cominciava ad arrampicare sulle rocce dei Denti di Cumiana. Le «vecchie» palestre, come Rocca Sella o Le Lunelle, ormai non soddisfacevano più alle esigenze della fortissima scuola torinese che allora andava sorgendo. C’era la Parete dei Militi, ma era troppo lontana e soprattutto impraticabile in inverno; si scoprirono le Courbassere e il Monte Plu in Val di Lanzo, ma fu proprio la Sbarua ad avere maggiore fortuna.

Le sue ruvide placche videro arrampicare i più bei nomi di quel periodo glorioso dell’alpinismo torinese: Gabriele Boccalatte, Giusto Gervasutti, Michele Rivero, Pietro Pipi Ravelli, Renzo Ronco, Panetti, e l’elenco potrebbe continuare. Le loro vie, ancora oggi, sono modelli insuperati di logica e di eleganza.

A poco a poco, dopo i tristi e irreparabili lutti dell’ambiente torinese, nuovi nomi vengono alla ribalta; l’arrampicata artificiale va sempre più affermandosi e permette di risolvere i «grandi problemi» della Rocca.

La Sbarua diventa la palestra abituale di Andrea Mellano, Corradino Rabbi, Giorgio Rossi, Franco Ribetti, Marco Mai, Umberto Prato, Cesare Barbi, Alberto Risso. Su tutti spicca la personalità di Guido Rossa, che validamente coadiuvato dai suoi compagni, attacca e risolve i problemi ancora insoluti.

Assistiamo a una vera e propria rinascenza dell’alpinismo torinese. Cede la Torre del Bimbo, cede lo spigolo centrale ma la liscia e imponente parete giallastra che caratterizza la Rocca sembra resistere a tutti gli assalti; forse erano stati proprio i suoi strapiombi a «sbaruè» (spaventare) i primi salitori della Rocca, cosicché restò il nome «Rocca Sbarua».

Umberto Prato attacca nel settore destro della parete, supera il tratto più difficile, ma non esce in vetta. La sua via sarà ripresa e conclusa ai giorni nostri da Paolo Armando e Fredino Marengo.

Guido Rossa attacca al centro, con Corradino Rabbi e giunge fin sotto il grande tetto sopra i lisci ed enormi placconi giallastri; tenta di aggirare il tetto a destra, ma non vi riesce. I due sono costretti a una rocambolesca ritirata lungo la parete.

Rossa ritenta con Alberto Risso e con Franco Ribetti, ma solo con Ottavio Bastrenta riuscirà a concludere la via, che ancora oggi è l’itinerario esteticamente più bello di tutto il gruppo. Per superare alcuni tratti assolutamente lisci fanno uso di chiodi ad espansione allo stato abortivo, ossia di tondini e di bulloni infissi in un foro praticato nella roccia. È la prima volta che accade nelle palestre torinesi e l’esempio darà i suoi frutti, buoni e cattivi.

Oggi la possibilità di aprire nuovi tracciati va a poco a poco estinguendosi e siamo prossimi alla saturazione. Forse l’ultimo problema suggerito dalla logica viene risolto da Gian Carlo Grassi e da Gian Piero Motti con il superamento della parete sud del Torrione Grigio.

Alcuni cominciano a rivolgere le loro attenzioni a nuove palestre che possano offrire terreno vergine alla loro azione; viene così scoperta la palestra «moderna» del Bec di Mea in Val di Lanzo e viene riscoperto il Monte Plu.

Nelle mie scorribande festive e feriali ho percorso un po’ tutte le vie della Sbarua e dei Denti e ho accumulato una discreta esperienza che mi ha indotto a scrivere questa guida.

Ringrazio tutti coloro che mi hanno aiutato e mi hanno fornito indicazioni, relazioni, fotografìe e consigli. In particolare lo Studio Pocchiola per i preziosi consigli relativi alla realizzazione grafica, la messa a punto dei miei schizzi e la perfetta esecuzione dei fotoritocchi e della cartina, Giorgio Griva, Michelino Ghirardi e Dino Genero per le numerose relazioni tecniche, Alberto Risso per le fotografie e Gianni Altavilla, Enzo Appiano, Paolo Armando, Giuseppe Castelli, Sergio Gay, Gian Carlo Grassi, Ugo Manera, Andrea Mellano, Corradino Rabbi e Guido Rossa per la loro utile collaborazione.

Ringrazio infine la sottosezione GEAT ed il suo presidente Eugenio Pocchiola, che hanno permesso a questo lavoro di venire alla luce.

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Introduzione a Rocca Sbarua e Monte Tre Denti ultima modifica: 2019-01-20T05:01:48+01:00 da GognaBlog

1 commento su “Introduzione a Rocca Sbarua e Monte Tre Denti”

  1. 1
    Carlo Crovella says:

    GPM è stato un precursore in tanti risvolti, compreso quello di sfruttare strutturalmente le prefazioni/introduzioni delle relazioni/monografie come vetrina per diffondere analisi storiche ed ideologiche.

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