Introduzioni alle Sezioni de I falliti

Introduzioni alle Sezioni de I falliti (RE 005)
di Enrico Camanni
(sono le brevi presentazioni alle sezioni in cui è stata divisa l’opera di Gian Piero Motti nell’edizione de I falliti, 2000)

Lettura: spessore-weight(4), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(2)

Le salite giovanili
Gian Piero Motti è innanzitutto un ragazzo romantico dotato di sensibilità eccezionale: «La mia natura forse troppo sensibile…».

Inoltre è un alpinista colto e imbevuto di citazioni letterarie: «Poi nel mio cervello cominciarono a girare vorticosamente strane considerazioni, frutto delle lunghe ore passate a leggere e rileggere libri, riviste e articoli di montagna».

Sul finire degli anni Sessanta si rivela come un giovane scrittore di alpinismo – il migliore dei giovani – che sa destreggiarsi autorevolmente tra le monografie e i resoconti autobiografici. Comincia a scrivere sui bollettini torinesi di montagna e alla fine del 1968 esordisce insieme a Gogna sulle pagine della rivista nazionale del Club Alpino Italiano, con una monografia dedicata al gruppo Castello-Provenzale, in Val Maira (sarà anche il tema del bell’articolo Una torre che si alza dai prati). Due mesi dopo arriva il primo pezzo narrativo, Un’estate, una prima, un amico, delicato racconto di un nuovo itinerario sul Becco di Valsoera.

Gian Piero Motti a Pera Pluc (Almese). Foto: Vincenzo Pasquali

Motti segue lo schema classico del racconto di scalata, ricalcando qua e là lo stile dei suoi maestri (si scorge Gaston Rébuffat, si ritrova Giusto Gervasutti) ma lo arricchisce con un linguaggio inaspettatamente sincero (anche se ancora condizionato dal fraseggio gergale della comunità alpinistica), con uno stile fresco e immediato e con misurati accenni di ironia verso i miti dell’alpinismo eroico: la Walker, l’abbigliamento pesante, il sesto grado… Un’anticipazione di quello che verrà.

La parola più ricorrente negli scritti giovanili è “melanconia”: «… non tristezza, ma melanconia dolcissima e profonda, desiderio di silenzio e di quiete, quasi immedesimazione nella natura…». È l’inquietudine che in città genera «il desiderio di lotta, di conquista e di immensità», ma è anche il sentimento leopardiano che – in vetta – rende amaro il gusto della vittoria: «Ora è proprio tutto finito, e forse me ne dispiace… Qualcosa di sconosciuto, di affascinante che se ne va. Forse lo stato di perenne insoddisfazione della natura umana non può renderci paghi delle nostre conquiste».

L’articolo più bello è dedicato alla prima ascensione solitaria del Pilier Gervasutti al Mont Blanc du Tacul, l’impresa che lo ha reso famoso. Motti racconta della sua tenera iniziazione alla montagna tra i boschi e i torrenti della Val Grande di Lanzo, dell’amore per la natura, della nascita della passione, e alla fine si capisce che quella è la sua vita, quella vera, mentre la “solitaria” sul Tacul è stata solo un viaggio di un giorno nel mondo degli dei.

Itinerari e monografie
I due presupposti dell’autorevolezza di Motti sono la competenza storica e la perfetta conoscenza degli itinerari alpinistici. Ne scaturiscono articoli monografici di indubbio spessore (nessuno, in quegli anni, sapeva fare altrettanto) e di ingenuo fascino narrativo, anche quando il soggetto è “solo” una facile Escursione al Colle Sia, nel Parco nazionale del Gran Paradiso.

Motti non sa (e non vuole) restare distaccato dalle sue indagini storiche e ambientali, e così ogni itinerario, ogni proposta, ogni monografia diventa un viaggio nella storia, nella natura e nei sentimenti umani filtrati dalla sua sensibilità. Nascono le “guide blu” della Rocca Sbarua e delle Palestre delle Valli di Lanzo, due volumetti precisi e graficamente impeccabili, che presto, per i torinesi, diventano oggetti di culto. Nascono le guide Tamari del gruppo Castello-Provenzale e della Valle dell’Orco, in collaborazione con Alessandro Gogna, che sono l’ampliamento di due solide monografie già apparse sulla “Rivista del CAI”. E nascono soprattutto le monografie storiche della Rivista della Montagna, di cui proponiamo due esempi significativi: Il Grand Capucin (1972,) e La lunga cresta di Peutérey (1973). Per motivi di spazio non abbiamo potuto includere anche l’ultima grande ricerca monografica di Motti, dedicata ai Piloni del Frêney del Monte Bianco e apparsa su Scandere 1979.

Dell’articolo sulla cresta invernale di Peutérey non si può non sottolineare l’equilibrata miscela di valutazioni tecniche e di ritratti umani, che ne fanno uno dei pezzi giornalistici più riusciti di Motti (l’autore non è mai presente in prima persona, se non come intervistatore); del Grand Capucin, oltre all’avvincente narrazione storica, saltano all’occhio le parole finali dell’articolo: «Cosa rimane ancora? Qualche ripetizione, delle prime ascensioni invernali, e poi anche la storia di questo stupendo obelisco potrà dirsi conclusa». Esattamente dieci anni dopo Michel Piola e Pierre-Alain Steiner riapriranno la storia del Capucin con lo stupefacente Voyage selon Gulliver: com’è arduo il lavoro dei profeti!

Aprile 1982, val Grande di Lanzo: da sinistra, Roberto Mantovani, Enrico Camanni e Gian Piero Motti. Foto: G. Rinaldi

I falliti
Ecco i due articoli che rivelano Motti come il pensatore nuovo dell’alpinismo italiano.

Siamo nei primi anni Settanta, corrispondenti ai primi vagiti del Sessantotto della montagna. L’analisi si sviluppa su un piano squisitamente introspettivo, nonostante il sottofondo sociale che traspare tra le righe. Motti è affascinato dai ribelli della sua generazione, primo tra tutti il poeta-cantante Bob Dylan, è influenzato da un operaio marxista come Guido Rossa, ma la sua “rivoluzione” si limita onestamente all’alpinismo.

Equivocata, fraintesa, strumentalizzata, la metafora dei “falliti” è innanzitutto la risposta personale a una benefica (anche se dolorosa) crisi esistenziale, di cui Motti rivela ai lettori i presupposti (con le Riflessioni del giugno 1971) e gli sviluppi (I falliti, settembre 1972), proponendo infine un esame di coscienza e una via di uscita a se stesso e ai suoi compagni “drogati” di montagna.

Accolto con scetticismo dagli alpinisti cresciuti nelle ristrettezze del dopoguerra, che non colgono la novità culturale del messaggio, l’articolo colpisce in profondità la generazione di Motti e quella immediatamente successiva. Diventa un testo chiave con cui misurare le proprie convinzioni e i propri dubbi.

I dubbi, soprattutto. La storia vera di Motti, raccontata con parole che vanno direttamente al cuore, è così lontana dalle granitiche certezze dell’alpinismo eroico… Rivela un desiderio di autenticità, di intimità, forse di inconscia femminilità, già assai diffuso tra i giovani alpinisti, ma mai espresso compiutamente.

Per i ragazzi degli anni Settanta l’alpinismo non può più essere accettato come uno sfoggio di sentimenti virili o come una semplice evasione dalla società. Si cerca una nuova “verità”. La fuga dal mondo consumistico va bene, ma soltanto se porta con sé dei valori positivi, condivisibili e comunicabili. E’ finito il tempo del montanaro misogino e misantropo, fieramente ripiegato nel suo angusto universo.

Motti rovescia il vecchio alibi come un guanto consunto: l’orgoglio degli iniziati diventa il fallimento dei poveri di spirito.

Il vento dell’Ovest
Spesso si accusano gli alpinisti torinesi di essere francofili, e spesso è vero. Ma per Motti la scoperta e la divulgazione delle Prealpi calcaree francesi era una scelta quasi obbligata dai tempi -gli anni Settanta – e dal ruolo liberatorio dell’alpinismo d’oltralpe.

Nel delicato passaggio dall’alpinismo idealistico di tradizione tedesca a un alpinismo più “laico”, più disincantato e più umano, la Francia rappresentava il modello fatto su misura, con i suoi personaggi aperti e disinibiti – Desmaison, Livanos, Leprince-Ringuet, e poi Seigneur, Deck, Cordier, Amy – e i suoi terreni innovativi – le Prealpi appunto -, dove la vetta è spesso sostituita dall’altopiano e la verticalità si sposa con paesaggi morbidi e riposanti.

Passare il confine era un po’ come viaggiare verso il favoloso Ovest, affrancandosi dai riti sacrificali della vetta, dello zaino pesante e delle partenze antelucane, e immergendosi in un paesaggio che odorava di mare, di lavanda e di libertà. Tecnicamente si vivevano delle belle avventure, anche più impegnative di certe decantate vie dolomitiche, ma psicologicamente era una storia tutta nuova, da cui si ritornava con l’animo leggero.

Alternando l’arrampicata con un tuffo nel meraviglioso mare delle Calanques di Marsiglia, un accordo di chitarra sulla spiaggia di En Vau, o una bevuta di birra nei coloriti bistrot di Fontainebleau, l’alpinismo assumeva sfumature più lievi, più toccanti, più vere.

Questo è quanto ha provato Motti nelle sue cavalcate oltre frontiera, e questo è quanto ha saputo ancora una volta trasmetterci attraverso i suoi articoli trascinanti e pieni di informazioni. Soprattutto La Pelle, come spiega il sottotitolo, è un manifesto del nuovo modo di vivere l’arrampicata.

Gli articoli vanno dal 1971 (ma è solo un assaggio) al 1974, gli anni che si intrecciano con le prime esplorazioni in Valle dell’Orco e coincidono con l’invenzione letteraria del Nuovo Mattino. È il periodo più solare e più creativo di Motti, quando tutto il mondo sembrava a portata di mano e ogni scoperta diventava una leggenda.

Gian Piero Motti, maturità, Liceo Scientifico San Giuseppe (1965). Foto: Archivio Famiglia Motti

Il nuovo mattino
In una delle tante introduzioni che Motti ha scritto per presentare i personaggi e le idee del mondo anglosassone (in questo caso si tratta della riflessione di Lito Tejada Flores apparsa nel 1978 sulla Rivista della Montagna), leggiamo:

«Mi pare che il male del nostro alpinismo, come d’altronde quello della nostra vita, sia il proiettare sempre le nostre azioni e i nostri pensieri nel futuro, generando una serie di insoddisfazioni a catena e di continui autosuperamenti. Si va in palestra pensando ad allenarsi per la salita estiva, si va di sera ad arrampicare sui blocchi per l’arrampicata domenicale, si corre per farsi il fiato, si cammina in fretta per raggiungere l’attacco presi dal desiderio di arrampicare, si scende abbrutiti presi dal desiderio di essere a casa…».

A quattro anni dal Nuovo Mattino, il famoso scritto sull’arrampicata californiana, Motti è giunto all’essenza della sua utopia: «Arrampicare su un blocco o in palestra, camminare, correre, arrampicare in inverno, in estate, fare una prima o ripetere, le Calanques e l’Himalaya, siano finalmente universi separati e completi nei quali l’alpinista sappia collocarsi senza esserne posseduto».

Questo era il senso del suo Mattino, che, come precisa in un’altra introduzione (In due time, a tempo debito, commedia di Toni Higgins), «è soltanto un tempo di mezzo, necessario per trasferire il problema su un piano risolvibile. E soltanto tempo, spazio da percorrere. Per alcuni la sua alba non è ancora spuntata; per altri la sua luce brilla nel sole di mezzogiorno e pare non debba mai finire; per altri ancora già volge al tramonto con un po’ di melanconia. Alcuni forse già vedono riapparire all’orizzonte quelle montagne altissime, simboliche e sacre, le grandi montagne della nostra infanzia… E con esse si intravede un rapporto nuovo, diverso…».

Naturalmente Motti pensa alla sua esperienza e già medita la risposta al Nuovo Mattino, le Antiche Sere di Sea: «Perché antiche sere? Perché un albero mette frutti e fiori soltanto se ha radici e soltanto se la linfa vitale scorre dalle radici ai rami: se si taglia l’albero all’altezza delle radici, ahimè! ben presto morirà, diverrà un tronco secco da ardere, senza fiori e senza frutti. Qualcuno, forse in buona fede, sta cercando di segare l’albero per staccarlo dalle sue radici, con l’illusione di dargli finalmente la libertà di movimento. Ma forse si è ancora in tempo a porre riparo, a cicatrizzare la ferita…».

Siamo ormai nel 1983, in piena esplosione dell’arrampicata sportiva. Il Nuovo Mattino per qualcuno è un lontano ricordo, per altri una leggenda, per la maggioranza non è stato nulla.

Personaggi
Perfino introducendo il famoso racconto di Joe Tasker sull’allucinante impresa del Changabang (Rivista della montagna, 1977), Motti scrive: «Da ogni parte del mondo si scorge un desiderio – forse un po’ disperato – di ritrovare qualcosa di veramente e tipicamente umano che abbiamo perduto». E in testa all’articolo colloca, come una dedica, questa frase di Bob Dylan: «L’esperienza insegna che il silenzio terrorizza gli uomini più di ogni altra cosa».

Il silenzio dell’alta montagna, il silenzio della morte, ma soprattutto il silenzio della banalità e dell’incomprensione. Per Motti la compassione (con-patire, patire insieme) è una forma di conoscenza intellettuale, ed ecco spiegata la dolente umanità dei suoi ritratti (a partire dal magistrale ricordo di Paolo Armando), lo sforzo di capire le persone, il bisogno di raccontarle senza falsità, e la pietas che traspare nel ricordo degli amici perduti.

Non c’è retorica nel necrologio di Giorgio Bertone, morto con il suo aeroplano mentre «cercava di liberare tutta la propria forza creativa», e non c’è sentimentalismo nelle sobrie parole dedicate ad Alberto Rosso, direttore della Rivista della Montagna, la cui «dolcezza era così grande da rendere invisibile agli altri la sua sofferenza».

Dopo l’improvvisa morte di Rosso (estate 1975), Motti prende il suo posto alla guida della Rivista della Montagna per poco più di un anno (fino alla direzione di Giorgio Daidola del 1976). Contemporaneamente dirige in collaborazione con Enrico Frachey la rivista della Fila di Biella, un giornale che ebbe vita abbastanza breve, ma fu molto più di un organo di stampa aziendale. Grazie a Motti, la rivista della Fila ospitò tutti i nomi nuovi dell’alpinismo degli anni Settanta, da Messner a Seigneur a Casarotto, con articoli forti e per nulla allineati con le logiche conformiste del mercato.

Per questa antologia sono stati scelti due ritratti di Renato Casarotto, emerso agli onori della cronaca dopo l’impresa sul Nevado Huascaran, una bella intervista a Gian Carlo Grassi, il “maestro naif” dell’alpinismo italiano, e l’originale presentazione della spedizione “Magic line” al K2.

Motti alterna l’analisi sociologica all’approccio psicoanalitico (con componenti mistiche di ispirazione orientale) e si destreggia in un personalissimo percorso di indagine che, dopo più di vent’anni, conserva il fascino dei terreni inesplorati.

Torrione Grigio di Rocca Sbarua, 17 luglio 1980. Gabriele Beuchod sulla via Motti-Grassi

Appunti sull’etica
Tra il Motti che, nel 1972, scrive su Tuttosport «si dica finalmente che l’alpinismo può e deve essere uno sport» e il Motti che, undici anni dopo, rettifica su Scandere «vi è chi oggi afferma che l’alpinismo è uno sport: a parere mio è un non senso», sembra esservi una contrapposizione incolmabile. In realtà non è così, e la risposta alla contraddizione viene dallo stesso articolo di Scandere, Arrampicare a Caprie, che può essere considerato il testamento spirituale di Motti, l’ultima riflessione pubblica (ancora una volta in chiave psicoanalitica) su quel lungo percorso creativo che coincise con i brevi anni della sua vita: «Il free climbing, inteso non tanto nel senso di “arrampicata libera”, ma in quello più ambizioso e filosofico di “libero arrampicare”, pareva essere nato come espressione di libertà e di assoluta disinibizione. Ahimè… Ora ci si va accorgendo che invece ha portato gli alpinisti a schiavitù, dogmi, imposizioni, divise da portare, fazioni, provincialismi, miti e mitucci dell’uomo-muscolo alla Bronzo di Riace, glorie e gloriuzze, re e reucci di paese… ».

Nel quadro trasgressivo del Nuovo Mattino, il gioco-arrampicata sulle pareti di bassa quota era la risposta liberatoria alle imposizioni dettate dall’alpinismo eroico, ma in una linea di sostanziale continuità con la storia romantica dell’alpinismo, fondata innanzitutto sull’avventura e sul rischio: di perdersi, di sbagliare, anche di cadere.

«Il Nuovo Mattino rappresentava la possibilità di estendere la dimensione dello spirito (non soltanto quella dei muscoli, n.d.r.) a quelle strutture rocciose che erano ripudiate dagli alpinisti tradizionali». Questo era il concetto di sport negli anni Settanta, quando alcuni giovani capirono «che si può andare ad arrampicare come si va a giocare una partita di pallone o a fare una bella sciata la domenica, col sole».

Nel 1983 il mondo dell’arrampicata è irriconoscibile agli occhi di Motti. La trasgressione è diventata omologazione, il pensiero forte si è fatto debole:

«Molti hanno letteralmente venduto l’anima per avere il corpo. E un meccanismo tipicamente infantile: quando il confronto con la realtà è difficile, ci si rifugia in un mondo fetale nel quale ci si illude di essere al sicuro, protetti dal padre “cattivo”, liberi di realizzarsi e di agire. Ma ben presto questo mondo, simbolicamente uterino, si rivela come la peggiore delle schiavitù: una sorta di prigione con le sbarre dorate dove tutto diviene piatto, scontato, ripetitivo e banale, direi senza vita».

Ancora una volta l’opposizione è più profonda di quella – assai superficiale – tra spit e non spit. Motti lotta fino all’ultimo giorno contro ogni banalizzazione dell’esistenza, Motti sogna pareti e cieli nuovi per esseri liberi.

Chi ha confuso questo suo estremo messaggio con un’apologia del rischio, ne ha fatto a sua volta un messaggio banale.

L’ultima avventura
C’è un articolo del 1972 (ancora il 1972!) che stava particolarmente a cuore a Motti. Si intitola L’ultima avventura. Oggi, con gli occhi di poi, ci si può leggere l’essenza del suo umanesimo alpinistico, sospeso tra la nostalgia dei gesti perduti e la fiduciosa (o illusoria) attesa del ritorno a Itaca, «ai monti e ai boschi della valle dove la prima volta ho incontrato me stesso».

Quella dell’ultima avventura è una splendida metafora del tempo, della speranza, della vita, che attraversa come un filo rosso il pensiero e gli scritti di Motti unendo in un percorso ideale gli amori giovanili (Piantonetto e il Becco di Valsoera) alla disillusione della maturità (la famosa provocazione di Zero the Hero), che poi non è altro che lo stesso amore in diversa forma.

Tra i brani di questo importante capitolo conclusivo, sono state inserite anche l’ispirata introduzione ai Piloni del Frêney del Monte Bianco (per l’intera monografia si rimanda a Scandere 1979, della sezione di Torino del Club Alpino) e la voce Il Monte Bianco oggi, tratta dell’Enciclopedia della Montagna di De Agostini: è un’analisi fondamentale per comprendere il concetto di “desacralizzazione” della montagna su cui Motti ha incentrato tutte le sue ultime riflessioni.

Inoltre, la bella intervista a Carlo Mauri pubblicata sulla rivista della Fila accompagna il lettore tra i dubbi di chi non si riconosce in un mondo avido di consumo e di successo a buon mercato («Mi succede a volte di essere un po’ stanco»), fino all’ultima parola di Zero the Hero e alla parabola di Gotama, il Budda: la pagina bianca. L’articolo uscì sulla Rivista della Montagna quando ero un giovane redattore. Non so quanti lettori lo capirono. Di certo molti non lo capirono e telefonarono irritati al Centro di Documentazione Alpina: «La mia copia della rivista è fallata, manca una pagina!».

Ma Gian Piero aveva già previsto e predisposto tutto, corredando l’introduzione dell’articolo immaginario con il Matto dei tarocchi, la pagina bianca con l’Appeso e le note con l’Angelo. A un angelo ha affidato le sue misteriose intuizioni e la sua nostalgia di infinito.

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Introduzioni alle Sezioni de I falliti ultima modifica: 2019-05-09T05:02:56+01:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Introduzioni alle Sezioni de I falliti”

  1. 3

    Chi ci starebbe oggi nella foto che ritrae Mantovani, Camanni e Motti? Marco Ferrari, Andrea Gennari Daneri e Paolo Cognetti? Oppure: Stefano Ardito, Lorenzo Merlo e Vinicio Stefanello? La strada aperta dai primi tre è oggi spianata a chi la voglia percorrere in discesa. E lo dico standomene seduto in cima alla collina di Swayanbunath a Kathmandu!

  2. 2
    AndreaD says:

    Alcuni mesi fa ho avuto occasione di ascoltare Camanni. In quell’occasione spiegò il significato di “Zero the Hero”, oltre a ricordare l’aneddoto del
    giornale che per qualcuno era impaginato male. Intervenni per dire che in tanti anni (quella Rivista la conservo ancora) sinceramente non lo avevo mai
    capito ma altrettanto onestamente mai ho pensato che si trattasse di un errore della Rivista.

  3. 1
    Antonio Arioti says:

    E’ sempre bello leggere certe cose.

    Forse è più difficile metterle realmente in pratica perchè questo secondo me comporta un parziale, se non totale (a livelli estremi), isolamento, nel senso che con la condivisione, salvo forse quella iniziale, cominciano i confronti e conseguentemente le invidie. Il tutto fino ad arrivare ad un’omologazione che diventa necessaria anche solo per il quieto vivere.

    Forse, filosoficamente parlando ma non solo, la strada maestra, per quanto molto più rischiosa, sarebbe quella di andarsene in solitaria per i monti, senza dire niente a nessuno e senza condividere le proprie esperienze, lasciando che la maggioranza si scanni sui gradi e sull’etica che ciascuno ritiene essere la migliore.

    Difficile dare una risposta esaustiva, forse l’importante è trovare una dimensione in cui si sta’ bene con sè stessi, a prescindere da cosa pensano, dicono o fanno gli altri.

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