Un’invernale un po’ meno sofferta

Un’invernale un po’ meno sofferta
di Francesco Franz Salvaterra

Ho appena finito di rileggere il racconto di Gianni Rusconi dal libro Il grande alpinismo invernale, sulla prima invernale, appunto, alla Via delle Guide sulla Nord-est del Crozzon di Brenta.

A dire il vero avrei voluto leggerlo prima di partire per il Crozzon, ma nel disordine di casa mia non trovavo il libro, forse sepolto sotto l’attrezzatura che con Marcello (Cominetti, con cui intendevo partire per questa gita) stavamo frettolosamente preparando. Quindi ora me lo sono goduto di fronte al caminetto a salita compiuta.

Gianni Rusconi, tentativo prima invernale della via delle Guide al Crozzon di Brenta, fine dicembre 1968
Parete ENE del Crozzon di Brenta, tentativo 1a invernale della via delle Guide, Giani Rusconi

Se devo essere onesto la loro salita invernale è stata veramente una grande impresa e un’avventura che li ha spinti al limite delle forze, la nostra al paragone è stata una cosa molto meno sofferta e affascinante, pur avendoci regalato momenti indimenticabili legati sicuramente al fascino dell’inverno che restituisce alla montagna la sua staticità assoluta.

A distanza di quasi 50 anni, stride il confronto tra la spedizione “pesante” dei Rusconi e compagni, se raffrontata alla nostra: leggerissima e quasi spensierata, ma non troppo.

Sicuramente noi l’abbiamo affrontata perché le condizioni meteo erano quelle più favorevoli: poca neve in parete, tempo stabile e temperature non estremamente basse. Noi avevamo dalla nostra la possibilità di partire al momento giusto e la facilità nel metterci d’accordo, essendo solo in due e facendo lo stesso lavoro: le guide.

Ma veniamo alla storia.

Roberto Chiappa, Gianluigi Lanfranchi (detto Pomela), Antonio Rusconi e Giovanni Rusconi attaccano la grande parete nord-est del Crozzon il 7 marzo 1969. E’ tutto l’inverno che fanno avanti e indietro da Lecco assediando questa via, nel tentativo più serio partecipano anche Alessandro Gogna con Leo Cerruti: questi, con i due Rusconi, riescono ad arrivare fino a tre lunghezze sulle placche nere, la parte tecnicamente di grado più elevato, a metà parete. C’è da dire che le difficoltà maggiori si incontrano sui tiri di quarto grado, dove la neve si deposita sugli appigli e nasconde gli appoggi, i pochi chiodi e su cui non sempre è facile decidere se progredire con gli scarponi, se mettere i ramponi o addirittura le scarpette.

Leo Cerruti segue a -35° sulle placche nere della via delle Guide (Crozzon di Brenta), tentativo di 1a invernale, 30 dicembre 1968
Crozzon di Brenta, via delle Guide, tentativo di 1a invernale

Poi, a marzo, per ben 6 giorni (5 bivacchi) i lecchesi combattono con diedri e placche intasate di neve, il termometro talvolta segna -30 gradi, e mi sembra un po’ strano, però… Non hanno le maniglie jumar e risalgono le corde con i nodi prusik, appesa alle imbragature artigianali insieme ai chiodi da roccia portano una spazzola per pulire la neve dagli appigli! Verso la cima gli cade una sacca con i viveri e si ritrovano in vetta, per fortuna nel ventre materno del bivacco Castiglioni con poco cibo e nel mezzo di una tempesta. Essere lassù in quella scatola di latta è sicuro quanto ritrovarsi in mezzo al mare grosso con una barchetta. Si sopravvive ma bisogna assolutamente togliersi da lì!

Il giorno dopo, tra vento e slavine, impiegano tutte le ore di luce per traversare dalla vetta del Crozzon a quella della Tosa. Infatti la discesa non è banale neppure d’estate. Qui fanno il settimo bivacco in un buco nella neve, sono allo stremo delle forze, immaginate, senza sacchi da bivacco in Goretex, con le moffole di lana e le giacche di cotone!

Negli ultimi momenti Gianni preso dallo sconforto pensa alla frase di Pierre Mazeaud dopo la tragedia del Freney del ’61: “ Il dramma è iniziato e non ce ne siamo accorti”.

L’ottavo giorno dopo aver disceso i camini della Cima Tosa abbandonano tutto il materiale, scendono passando nelle vicinanze del rifugio Pedrotti e, praticamente rotolandosi nella neve, arrivano a Molveno lungo la valle delle Seghe, finalmente in salvo.

24 gennaio 2016: in salita verso il rifugio Brentei
InvernaleMenoSofferta-Crozzon-1 verso il rif brentei

Marcello Cominetti sulle prime lunghezze di corda, via delle Guide al Crozzon di Brenta, 25 gennaio 2016
InvernaleMenoSofferta-4
Francesco Salvaterra, 25 gennaio 2016
InvernaleMenoSofferta-Crozzon-12604875_1095057863847314_8010246936401779141_o

Marcello Cominetti, 25 gennaio 2016
InvernaleMenoSofferta-Crozzon-12495190_1095061383846962_4520736804242116497_n

La “nostra” invernale è fortunatamente molto meno sofferta: il 24 gennaio saliamo al rifugio Brentei dalla val Brenta, partiamo da casa mia a Tione dopo un ottimo pranzo e arriviamo al rifugio alle ultime luci. Fino a poco sotto la Malga Brenta Alta praticamente non c’è neve, poi mettiamo le ciaspe. Anche le temperature sono dalla nostra, fino a un paio di giorni fa a Campiglio la temperatura è scesa fino a -18, ora si è alzata di almeno 10 gradi. La mattina del 25 la sveglia suona alle tre e mezza. Prima delle sette siamo alla base della parete. Ancora non si vede bene quindi per essere sicuri di non sbagliare l’attacco beviamo il contenuto del thermos da 750 cc. e con il fornello sciogliamo della neve mentre aspettiamo la luce. Avevo ripetuto la via diversi anni fa con Luca Leonardi (il gestore del rifugio Brentei) e suo figlio Gabriele, però a dire il vero non ricordo granché. Marcello invece non l’ha mai fatta.

Marcello Cominetti sulle placche nere della via delle Guide al Crozzon di Brenta, 25 gennaio 2016
InvernaleMenoSofferta-Crozzon-943903_1095061300513637_3967059674992002047_n

Francesco Salvaterra, 25 gennaio 2016
InvernaleMenoSofferta-Crozzon-12622356_1092680700751697_200401911857352034_o

Non abbiamo con noi materiale da bivacco quindi la nostra strategia di salita prevede di essere rapidi, leggeri e audaci: le giornate sono ancora corte.

Lasciate alla base racchette e uno zaino, la nostra attrezzatura prevede: fornello e gas, liofilizzati per cena, barrette e caramelle per la giornata, un thermos, guanti di ricambio, una serie di friend e qualche stopper, dieci rinvii, cordini, secchiello e quattro ghiere, due maniglie jumar, un paio di ramponi di alluminio, uno di acciaio, due piccozze, un paio di scarpette, una vite da ghiaccio di alluminio, una mezza corda da 60 m, un procord da 4 mm da 60 m, uno zaino da 40 lt.

Parto per primo e mi rilasso quando dopo pochi metri troviamo la scritta in rosso “Via delle guide”. Per essere più rapidi abbiamo deciso che il secondo sale a jumar con lo zaino, perlomeno sui tiri più ripidi. Salgo cinque tiri, bestemmiando a ogni passaggio con i piedi su piccole tacche perché abbiamo portato un paio solo di scarpette, quelle di Marcello che sono un 44,5 e io ho il 42 di scarponi. Se scalassi con le babbucce di Aladino avrei maggior sensibilità ma almeno non serve che mi tolga le scarpe in sosta. Alla base delle placche nere più verticali passa in testa Marcello.

Nella parte bassa della via c’è spesso della neve che però è polvere e si toglie facilmente con le mani, le temperature sono di pochi gradi sotto lo zero e si scala con un po’ di freddo alle dita, con qualche “bollita” ma sopportabile. Le placche nere e verticali sono quasi pulite e Marcello sale veloce per sette tiri, facendo acrobazie per passare con le scarpette sulle cenge completamente ghiacciate mentre io “sjumaro” come un indemoniato, alternando grandi sudate a freddo mentre lo assicuro in sosta.

InvernaleMenoSofferta-Crozzon-12605275_1095057913847309_269753175488984396_o

Alle 17 riusciamo per fortuna a superare la fascia ripida della parete e a intravedere dove passare, mancano ancora circa trecento metri alla cima. Una cascata di ghiaccio immette a un colatoio nero, quindi calzo i ramponi e la scalo con le picche per portarmi sotto la parete terminale. In un attimo è buio pesto e questo tiro di IV non sembra per nulla facile con i ramponi ai piedi. Le soste non si trovano perché coperte dalla neve ma per fortuna qualche chiodo di passaggio emerge dalle tenebre. Manca solo un altro tiro per uscire sui pendii finali, è un traverso con un passo strapiombante dato di IV che a me sembra un 7a! Ansimando riesco a raggiungere la cengia alla fine della corda e attrezzo una sosta piantando la piccozza a mo’ di chiodo nell’unico scoglio di roccia che emerge dalla neve. Marcello salendo a jumar ha il suo bel da fare tra un pendolo e l’altro sul traverso, con la mezza da 8 mm che sfrega pericolosamente sulle rocce quando si lascia andare tra un rinvio e il successivo. Io nel frattempo inganno il tempo guardando la piccozza flettersi ritmicamente e puntandomi bene con i piedi nella neve. Quando mi raggiunge, la luna fa capolino da Molveno, è piena piena e illumina a giorno noi e il Crozzon. Si vedono le luci di Andalo, il Campanil Basso stretto tra la Brenta Alta e il Campanile Alto sembra vicinissimo e le piste del Grostè hanno stranamente un confortevole richiamo al domestico che ci scalda.

L’arrivo in vetta al Crozzon di Brenta di Francesco Salvaterra e Marcello Cominetti, 25 gennaio 2016
InvernaleMenoSofferta-Crozzon-12622500_1095061433846957_6349238204455585859_o

Un facile pendio ci porta sotto la sorpresina finale: lungo un tiro che sarebbe facilissimo d’estate si è formata una cascata con un tratto verticale. Abbiamo messo via le jumar quindi la seconda piccozza ce l’ha Marcello.

Fortunatamente un buon friend mi anima e salgo pinzando le colonnine di ghiaccio con la mano sinistra, nella paura che provo mi viene da ridere pensando a quando durante i corsi guida ci facevano fare esercizio scalando con una piccozza sola su cascate belle ripide.

Siamo belli cotti e andiamo piano, anche sugli ultimi facili pendii restiamo legati e alle 21.30 finalmente ci abbracciamo in vetta! Il bivacco Castiglioni sembra un hotel a cinque stelle, manca solo la jacuzzi. Il giorno dopo verso le otto e mezza cominciamo la discesa, l’idea iniziale era di traversare lungo la normale fino alla Tosa e poi scendere il canalone Neri ma appena sotto la cima cambiamo idea. Scendiamo in doppia da “Lisa dagli occhi blu”, una bellissima via di misto aperta da Parolari e Tondini che all’oggi non conta molte salite (fino in vetta). Non la conosciamo, ma con un po’ di pazienza troviamo gli ancoraggi e in qualche ora di faticoso recupero del sagolino da 4 mm. arriviamo nella parte finale del canalone Neri, vicino agli zaini e alle odiate ciaspe. Tutte le guide le odiano, è inutile nasconderlo.

Alla Malga Brenta Alta facciamo un’incursione “rubando” una zuppa di fagioli e un buon caffè, abbandonati da qualche anima pia, e alla macchina, nel bagagliaio ci aspettano due birre artigianali ghiacciate “Rethia” lasciate lì per un brindisi che ora non si fa più aspettare.

E’ la mia prima invernale di una via di roccia, è stato bellissimo. Anche una montagna “di casa” come il Crozzon, vestita di bianco sa regalare delle emozioni inedite e indimenticabili, provare per credere!

Francesco Salvaterra e Marcello Cominetti accanto al bivacco Castiglioni, vetta del Crozzon di Brenta, 26 gennaio 2016
InvernaleMenoSofferta-in vetta al Crozzon

 

0
Un’invernale un po’ meno sofferta ultima modifica: 2016-02-03T05:46:00+01:00 da GognaBlog

4 pensieri su “Un’invernale un po’ meno sofferta”

  1. 4
    daniele says:

    che bel viaggio. super complimenti e che belle emozioni anche solo leggere il tuo racconto! mi è venuta voglia di leggere: qual è il libro che lefggi di fronte caminetto ? 🙂

  2. 3
    CARLO says:

    E’ un dono vivere da uomini liberi
    E’ un dono godere delle cose semplici
    E’ un dono poter vivere li’ dove per noi e’ piu’ giusto essere
    Il resto sono solo dettagli.

  3. 2
    Alberto Benassi says:

    Assieme ad altri 3 amici abbiamo ripetuto la via dell “GUIDE” nell’estate del 1985.
    Mi ricordo che l’attacco della vie era facilmente individuabile perchè c’era disegnata la testa di Detassis che fumava la pipa.
    Bruno Detassis, che era al Brentei, ci diede dei chiarimenti sul tracciato: “seguite il facile nel difficile e non potete sbagliarvi”…..poi se ne ritornò a giocare alla morra.
    Quell’anno ricorreva il cinquantenario dell’apertura della via (1935) e Bruno Detassis ci regalò un battiglia di vino con etichetta dedicata alla via e ad ognuno di noi un chiodo con sopra scritto via delle Guide, che aveva fatto preparare per festeggiare la ricorrenza.

    Bellissima via, su roccia favolosa che nel tratto centrale ricorda la roccia scura e manigliata del nostro Procinto.

  4. 1
    Alberto Benassi says:

    Francesco, Marcello complimenti!! E’ bello leggere queste avventure. Due epoche, due stili. Ma sempre la stessa grande passione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.