Invernali piccole ma vere

Invernali piccole ma vere (AG 1965-003)
(dal mio diario, 1965)

Lettura: spessore-weight*, impegno-effort*, disimpegno-entertainment**

4 gennaio 1965. Ha nevicato da poco. Al di là dell’Appennino tutto è pieno di neve, ma in alto ce n’è un po’ meno. Siamo male intenzionati, Lino Calcagno ed io, verso lo spigolo della Biurca. Sono le 7.15 ed è ancora un po’ buio.

Con gli sci ai piedi usciamo da Crocefieschi e ci avviamo verso le Rocche del Reopasso. C’è poca neve, dobbiamo stare attenti ai sassi. Arrivati al colletto 815 m, leviamogli sci e ammiriamo lo spigolo completamente carico di neve. Dopo i preparativi, muoviamo il primo passo sul vetrato, sotto la neve. Con i ramponi ai piedi superiamo velocemente il piedistallo. Attacchiamo lo spigolo, che qui è più o meno sui 40°, dopo esserci legati. Prima faccio un tiro di una dozzina di metri io, poi lui, poi di nuovo io. L’arrampicata è splendida e i ramponi mordono che è un piacere. C’è un vento insistente da est e fa freddo. Camillo, da tutti chiamato Lino, attacca risoluto la paretina al di sotto dello spigolo strapiombante e va a finire sul terrazzino di sosta. Lo raggiungo veloce. Strano, l’estate scorsa questo terrazzino mi sembrava più grosso, sarà la neve a farmelo vedere più piccolo. Lino pianta tre chiodi di sicurezza, non si sa bene se nella roccia o nella terra: comunque non certo in fessure, che qui non esistono. Mi sposto pochi metri, verso est, per attaccare il punto più difficile. Subito, mentre sto per abbandonare questa specie di lista, noto un chiodo. Lo avrà messo Euro, con la sua mania di ferrare le palestre. Prontamente mi assicuro e procedo ancora due metri in traversata, su appoggi vetrati. Ora sono cinque metri a destra di Lino. Mi sono tolto i ramponi, non penso che quel passo sia possibile con i ferri ai piedi. In equilibrio alquanto instabile, con il martello da ghiaccio cerco di scalfire il vetrato dove dovrei mettere i piedi, ma lo strato è così sottile che la manovra è praticamente inutile. Intanto, in questo armeggio, le mani mi si sono completamente ghiacciate. Provo gli appigli, ma non li sento. Così incrocio le mani sotto al maglione e le tengo lì per qualche minuto. Appena caldo, attacco il passaggio e lo supero a velocità spaventosa… per poi trovarmi di nuovo, non appena la verticalità diminuisce, sul vetrato. Non posso mettere i ramponi, anzi ci vuole tutta che riesca a stare qui attaccato… e le mani si stanno di nuovo gelando. Così penosamente avanzo su questa roccia verticale e cerco di fare attrito con tutto ciò che ho.

Finalmente arrivo al punto in cui, sei mesi fa, avevo fatto sicura a Carlo. Qui mi metto i ramponi e proseguo fino in vetta, dopo aver aspettato, tra le rabbiose folate di vento, che le mani nei guanti mi si sgelassero. In cima, mi sistemo e urlo a Lino di venire. Lino è poco allenato, essendo tornato da militare l’altro ieri: erano quindici notti che non dormiva perché di guardia a una polveriera. E poi è da quando siamo andati al Monte Penna (lui era in licenza) che non fa più nulla. Così sono costretto ad aiutarlo un po’ con la corda. In vetta, ci rallegriamo della nostra prima invernale.

Tocchiamo anche l’altra vetta della Biurca e proseguiamo, sempre con i ramponi ai piedi, verso la Carrega del Diavolo. Lino l’attacca per il diedrino nord, quello che avevamo fatto con Marco Ghiglione il 14 maggio 1961. Mette un chiodo e passa. Ora siamo in vetta. Altra prima piccola invernale. Preferiamo non scendere dalla via normale, perché adesso è verglassata da paura, così scendiamo in doppia dalla croce. Questa nostra traversata è un’impresa che farà stupire Gianni Pàstine e perfino Euro, tra i pochi che sanno cosa è la puddinga e che conoscono queste meravigliose Rocche del Reopasso. Scendiamo giù per la lastronata ovest della Nord della Biurca e arriviamo al sentiero basale. Mangiamo e poi andiamo verso il Grillo, su cui non sono mai salito. Evitiamo il diedro est perché troppo vetrato e facciamo, io capocorda, un’altra via sulla parete est, all’estremo sinistro. Ecco la relazione di questa modesta prima salita: “Si attacca al limite sinistro (destro orografico) in una specie di svasatura molto concava. Si arrampica (roccia buona) per 2-3 m fino a un piccolo arbusto, cui si piò allacciare un cordino. Si obliqua a sinistra per due m e si prosegue (roccia buona) verticalmente fino a che la parete non si abbatte (ma con roccia meno buona). Si arriva al masso terminale, la cui cima si guadagna per una regolare spaccatura ad angolo retto di c. 2 metri di altezza. IV+, il passo sotto all’arbusto può essere di V-. 35 m di dislivello”.

Dalla cima scendiamo agli sci e via, a piedi per non rovinarli, verso Crocefieschi. Da qui sciando fino a Camarza e poi ancora. Solo là prendiamo la corriera per Busalla.

28 febbraio 1965. Ho poco tempo per lo studio, è domenica e sfruttiamo solo il pomeriggio. In caso non dico nulla. Sono con Gianni Pàstine e signora, Lino Calcagno e Giuliana Oliva. E’ anche brutto tempo! In macchina fino alla Colla degli Eremiti 553 m, dopo essere passati per Busalla, Colle di Castagnola, Voltaggio. Per neve, pedoniamo velocemente su per il torrente ghiacciato e innevato, arrivando così alla base della parete nord-nord-est del Monte Tobbio. Paretina di riscaldamento che mi faccio mentre aspetto gli altri, poi Lino e io su per un canale di ghiaccio verde che purtroppo, per lo scirocco, non di buona qualità. Arrivo in vetta al Monte Tobbio 1092 m nella bufera. Poi giù veloci all’auto e poi a casa. Il Monte Tobbio è uno dei più nobili monti dell’Appennino Genovese, meta di molti escursionisti domenicali, assieme al Beigua, Argentea, Reixa, Dente, Punta Martin, Antola, Carmo, Maggiorasca, Alfeo, Penna e Ajona. Mi fa piacere esserci stato in cima, non lo avevo mai fatto.

6 marzo 1965. Giovanni Scabbia e io siamo ormai amici. Lui continuerà con me a fare il corso di scialpinismo, poi per conto suo farà anche quello di alpinismo. Avevo adocchiato la Rocca di Fraconalto, che insieme al Monte Alpe di Porale, forma uno dei filoni di puddinga della Liguria. E siccome delle montagne di conglomerato ho fatto un po’ il mio regno, decido di andare a dare un occhio alla parete sud-ovest della Rocca di Fraconalto.

Il mio programma, da svolgersi in tempo indefinito, è: 1) completare la gamma di salite nel gruppo delle Rocche del Reopasso (Biurca, ecc.); 2) andare a esplorare le seguenti montagne: Punta Suia (sopra Nenno di Valbrevenna), che presenta una oarete di 1 km di larghezza, Monte Reale, Rocca della Bastia, Rocca delle Ciappe, Monte Castello (sopra Crocefieschi), i costoloni sopra Savignone, Monte Alpe di Porale, tutto il Promontorio di Portofino nella sua parte alta (non scogliera), il Monte Cravì (Val Vobbia); 3) completare la gamma di salite del Castello della Pietra; 4) esplorare completamente la Costiera della Ripa (Val Borbera), di 4 km di larghezza, completamente inviolata.

Oggi è sabato. Non sono libero prima delle 16.30, e partiamo a quell’ora con Giovanni e la sua ‘600. Presto siamo a Busalla, poi Borgo Fornari e la Castagnola. Fotografo la Rocca del Moro, tutta innevata, di pietra verde di Polcevera, una roccia durissima. Dalla Castagnola, sempre in auto, fino a quasi 300 m da Fraconalto. La parete sud-ovest ci incombe in testa. Lasciamo a destra la verticale parete sud-sud-est e tiriamo su, nel punto in cui la parete arriva più in basso, un po’ sulla sinistra. Non c’è una via davvero obbligata su questa settantina di metri, l’arrampicata consiste nell’evitare più marciume che si può, con difficoltà di III e III+. Dopo, c’è la paretina di destra, che noi abbiamo preso per lo spigoletto di destra (facilmente evitabile, se si vuole, a destra per una cengia), marcio e molto esposto, di IV+. E si è in vetta. Traversata verso l’altra cima a nord. Ultimo passo di IV- su roccia buona. Poi, ormai al buio, scendiamo all’auto, per un canalino pieno di neve. Scabbia arrampica bene, sebbene sia per lui la prima volta: senza dubbio sarà uno dei migliori del corso.

 

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Invernali piccole ma vere ultima modifica: 2018-02-16T05:31:51+01:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Invernali piccole ma vere”

  1. 3
    Giancarlo Venturini says:

    Grandi racconti , di tecnica Alp. scritti con passione..! Una bella lettura ….G.C.

  2. 2
    Alberto Benassi says:

    bei racconti che trasudano di passione e fanno tornare indietro nel tempo, quandi ogni cosa, anche la più piccola,  era un’avventura.

  3. 1
    Ivo says:

    Bello, alpinismo bello.

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