Jindřich Šustr

Una chiacchierata con Jindřich Čumpelík Šustr
di Petr Pokorný
Alla chiacchierata hanno partecipato Lukáš Asu Abt, Petr Fidži Fiala e l’Autore.
Traduzione © Luca Calvi
(pubblicato su nadzemi.cz il 12 agosto 2014)

Una cometa che lascia una traccia indelebile. In un modo molto simile a Jan Šimon anche Jindro Šustr ha dimostrato durante il suo breve periodo di attività di saper scrivere in modo indelebile il proprio nome nella storia dell’arrampicata. La Via attraverso il Pesce (con Igor Koller), salita in stile eccelso a soli diciassette anni. La solitaria invernale di Maratón al Kežmarák, la salita invernale in free solo della Diretta alla Kežmarská Kopa, oppure l’ancora mai ripetuto Dlouhý kout (con Jiří Mauglí Beneš) a Rumaňák sono imprese davvero grandiose, di quelle che a pochi è dato salire nel corso della vita. Come vede l’arrampicata a distanza di tempo il nostro solitario Čumpelík?

Jindro, tu sei stato uno dei pionieri della RP (rotpunkt, NdR) a Kras… Come ci siete arrivati?
E’ una cosa arrivata dalla Germania, dall’America. Io ho iniziato più o meno attorno ai quindici anni e non erano tanti i ragazzi che andavano a scalare. Adam Piňos, suo fratello Honza, non c’era poi tanta gente. Abbiamo iniziato a frequentare Holštejn e qualche volta ci siamo pure grigliati le salsicce su mucchi di cunei di legno. Per la generazione prima della nostra quelle vie erano dure, lì andavano ad allenarsi con l’artificiale e infilavano tronchetti di legno, uno dopo l’altro fino in cima, tutta roba ormai marcia che tiravamo via con le mani e che buttavamo giù dietro la schiena. Davvero, facevamo mucchi di tronchetti e ogni tanto ci scappava anche qualche grigliatina di salsicciotti. Non ci crederete, ma davvero non ci metteva piede nessuno. 

Dopo una pausa forzata di due anni a causa del servizio militare sei tornato in grandissimo stile… Le vie aperte dopo la naia erano davvero audaci.
Mi sono allenato per tutta la naia, facevo fughe dalla caserma. Il vantaggio dell’alpinismo è che lì avevo a disposizione almeno una quindicina di vie dove potevo andare in toccata e fuga. Poi mi hanno dato un permesso fisso fino al termine della naia per il quale potevo andare a correre mezz’ora prima della sveglia, per tutta la durata dell’esercitazione fisica e poi tre ore e mezza fuori servizio nel pomeriggio. Per il resto, però, Košice era un posto piuttosto pericoloso per farci la naia, era facile lasciarsi andare e perdersi. Erik c’è rimasto. Cavolo di Slovacchia orientale, lì trovi gente davvero strana, un insieme spaventoso. Certo, ci sono anche persone favolose, ma c’è gentaglia da far paura.

Le mie sono vie che insegnano ad arrampicare. Seguono il principio per cui se sei in grado di scendere, puoi anche permetterti di cambiare idea. Poi invece ci sono le vie di quelli forti, tipo Mauglí, come per esempio sulle placche del Koni, dove c’è un solo chiodo in cinquanta metri e devi saper salire usando solo la roccia, il che se vuoi andare in montagna è una buona cosa. Ma uno non riesce a imparare immediatamente così, sul posto.

Jindřich Šustr. Foto: Igor Koller.

Assieme a Mauglí hai salito alcune vie a Kras. Che ricordi hai?
Per esempio Okovy, una via stupenda quando ancora non c’erano gli spit. Utilizzavamo chiodini di ferro cui aggiungevamo anelli presi dalle macchine da scrivere, quindi un po’ di paura c’era. Tutte quelle vie venivano aperte dal basso. Si veniva fuori in qualche modo, capitava di doversi inventare qualcosa o aggiungere qualche protezione. Sulla via Okovy, invece, non riuscivo a mettere dentro niente. Mauglí tranquillo mi diceva di continuare a salire, che prima o poi avrei trovato qualcosa. Anche quello spit che si trova lì l’ho messo dentro io, un metro e mezzo sotto una protezione che avevo piazzato prima. Sapevo che nessuno l’avrebbe salita così e che avrebbe voluto proteggerla meglio. Oggi difatti è tutta protetta. Di base aprire le vie dall’alto è più difficile che dal basso, perché devi immaginarti come dovrà essere protetta, mentre quando le fai dal basso è la ragione stessa a dirti dove vanno messe le cose, sempre che tu sia in grado di entrare in sintonia, di capire se la roccia è sana,  viva. Dal basso è più semplice. Quando invece devi aprirla dall’alto devi stare molto attento a farla bene, a non far cavolate. Poi, certo, va bene tutto, perché no? Oggi come oggi, per le vie dure, a volerle aprire dal basso trovando davvero poche strutture cui appendersi, beh, in quel caso non ho nulla in contrario, lì bisogna aprirle dall’alto, altrimenti ci si fa male contro la roccia e a salire dal basso è più pericoloso. Per esempio, quando a Holštejn stavo aprendo Prince a Chuďase, c’era un falchetto proprio lì dove avrei dovuto piazzare un anello, col risultato che non sono riuscito a piazzarlo. Non mi è rimasto altro che fare un balzo per andare a prendere la fessura, soluzione decisamente poco piacevole.

Mauglí aveva avuto un’ottima scuola, faceva di tutto per essere bravo e ne aveva la capacità. Era uno che sapeva prepararsi e con lui si scalava davvero bene. Mi ricordo una volta che stavamo scalando sul Kežmarák, il primo giorno era già arrivato il buio. Prevedevamo uno o due bivacchi. Io avevo già tirato fuori le frontali, non si vedeva nulla e Mauglí era svanito da qualche parte. All’improvviso ho sentito una specie di fruscio, non sapevo dove fossero le corde, le ho afferrate e subito dopo ho visto arrivare dalla cima Mauglí che, toltosi il chiodo che aveva tra i denti, mi ha detto: “Una cosetta lunga, oggi, vero?” Mauglí era salito in solitaria… Un’altra volta poi stava salendo sopra il lago Popradský e qualcosa non è andato per il suo verso, è scivolato stupidamente ed è andato giù lungo un pendio ghiacciato fermandosi giù in mezzo ai massi in uno stato di semi-incoscienza. Poi, risvegliatosi, è sceso al Popradský e aveva un buco in bocca. Ha ordinato una minestra di riso e mentre mangiava la roba gli usciva da quel buco. Mauglí è uno tranquillo, quel ragazzo ha una testa notevole. Non è così facile mantenere la calma.

A Kras c’è un’ascensione che apprezzi in modo particolare?
Dipende da cosa hai voglia di scalare. Se ti va di salire su scaglie e marcioni che oggi nessuno sale… Proprio oggi ho consigliato a Peter una supervia, la più marcia che abbia mai scalato a Kras, la Bílé linky sulla Býčina, di Bednařík e Ševčík del 1977. Quando sono partito dal basso la via proprio non si vedeva, era sotto i sassi per una decina di metri. Davvero la cosa più grandiosa che abbia salito lì. Ora credo ci siano uno o due chiodi.

Slovenský borec Mihál na závodech v roce 1988 leze Prince a Chuďase. Foto: Jan Vlasák.

Janzen si ricorda che una volta, mentre stavi aprendo una via a Sloup, hai usato un gancetto per scendere e risalire con le jumar… Tutto ok dal tuo punto di vista?
Ma certo. Sempre che tu quel gancetto l’abbia prima testato… Se vai in giro per le montagne certe cose le devi imparare. Per esempio a piazzare le protezioni in modo che la corda tenga se poi ti ci attacchi sopra. Una volta dato il primo strattone, all’inizio, non ci saranno poi altri strattoni così forti, il primo è quello più potente, dopo il quale c’è una certa qual probabilità che tutto funzioni, sempre che la corda non sia ghiacciata. Trucchetti come quelli bisogna conoscerne parecchi per andare in montagna. Un gancio (se è ben messo) è così sicuro che ci puoi anche volare sopra. Se la roccia ti presenta una qualche scanalatura, un qualche buchetto nel quale il gancio entra meglio di un chiodo e se non è un gancio del cavolo… Pensa a quella volta in Marmolada, Koller che risale con le jumar e mi dice: “Oh, ma che roba è questa? Non mi dirai che sono appeso a un gancetto?”. E allora? Un buco stupendo. A parte tutto, non mi andava di lasciarlo appeso a quei chiodini così sottili. Poi, ovvio, la questione è sapere chi ha prodotto quel gancio e soprattutto saperlo usare.

Avete fatto sosta su quel gancetto?
Sì, eravamo in sosta. C’erano solo chiodini a lama, sottili, in grado di tenere un volo, ma per gli strattoni dei voli, sempre che il buco sia buono, vanno meglio i ganci.

Provi un senso di pienezza nell’arrampicata? Cosa ti porta?
Già il fatto che ti faccia piacere è indicativo, se ti diverti è la cosa giusta. La dai per buona e la fai. Non so cosa si vada a cercare di particolare. Secondo me l’alpinismo è una buona scuola, della quale poi ognuno farà l’uso che meglio crede.

Io sono un comune elettricista, quindi cosa t’aspetti? Che dica qualcosa di decente? Molto semplicemente mi piace l’arrampicata come anche la capacità di imparare a pensare e più in generale di apprendere. La trovo molto valida. Tutto ciò che è buono, va bene e liscio. Se c’è qualcosa di più difficile allora non devi far altro che prepararti prima.

Jindřich Šustr. Foto: Igor Koller.

Qual era l’essenza del tuo modo di arrampicare? Sei stato uno di quelli le cui vie richiedevano grande equilibrio fisico e mentale.
Esatto, e lo trovo molto interessante. Così come all’inizio ci divertivamo a dire che quello è uno stile d’arrampicata in evoluzione, anche ora continua a evolversi e non ha senso provare a fermarlo.

Provate a salire le vie di Arnold sui Tatra, non riuscirete a capirci nulla. Per esempio sul Kežmarák, sulle placche meridionali, la via a sinistra dello spigolo, ne avevo sentito parlare e si diceva fosse un bel casino. Prima di partire per il servizio militare, poi, ero andato con Erik a farci un paio di vie. Oppure quella volta a Teplice, sulla Koruna, Poco sotto la stradina c’era uno spigoletto davvero bello, vrr vrr vrr, un anello, fin sopra quello spigolo a 25 metri da terra. Lì poi l’arenaria era così dura da non riuscire a forarla. Alla fine abbiamo dovuto abbandonare il progetto e quando sono tornato dal servizio militare ho visto che era già stata fatta la via… I guerrieri non erano rimasti fermi e sotto quel chiodo ad anello ne avevano messo un altro. Perché no, poi? A loro era sembrato giusto così.

Normalmente con il compagno ci si compensa. Com’era nel tuo caso?
Finché ci vai d’accordo va tutto bene. Se poi non ci si capisce le cose possono farsi anche più interessanti. Sui Tatra ci sono andato parecchie volte da solo, non avevo con chi andare. Ero giovane, ancora non facevo le invernali e son partito assieme ad un montanaro bello pesante per andare a fare un giro lungo, per il quale quel tipo sapeva benissimo che non avevo abbastanza birra. Mi ha dato una bella lezione che ho accettato con gratitudine. Quando siamo tornati, però, ne avevo davvero abbastanza, camminavo a quattro gambe. D’altronde lui aveva individuato subito il giovincello focoso e aveva ben pensato di dargli una lezioncina.

Qualche avventura sull’arenaria?
Ho salito la Klenba allo Zámek, era ormai la quindicesima via di VIIc quel giorno, avevo proprio una gran voglia di scalare. Ero arrivato ormai al settimo compagno di cordata, non c’era più nessuno che ne avesse voglia, e mi sono diretto alla Klenba, non mi ricordo più quanto volte l’avessi già fatta, e mi sono legato quasi per senso del dovere. Sono arrivato all’ultimo appiglio e automaticamente ho fatto un lancio verso quel buco, che però era pieno di polvere. Ho afferrato un mucchietto di sabbia e Mimi mi stava facendo sicura in un modo tale che sono arrivato sotto il primo chiodo ad anello, sotto di lui, fermandomi alla fine della corda. Continuavo a ripetermi che stavo cadendo e sono rimasto in posizione eretta per tutto il volo. Alla fine sono andato a sbattere contro la roccia e mi sono fatto fuori i legamenti della caviglia. Che coglione.

Klenba. Foto: Ivo Měšťan (fonte piskari.cz)

Quando apri una qualche via realizzi te stesso. Agli altri cosa dovrebbe trasmettere?
Vedi la linea. Quando poi scali, devi saper gestire quella linea nel modo migliore, affinché possa ancora essere usata per andarci a scalare senza che abbia perduto la sua poesia.

Con questo arriviamo al punto per cui l’armonia della via viene disturbata dal posizionamento delle protezioni.
Un tempo si riteneva che fosse molto importante lasciare le vecchie protezioni in loco e aggiungere quelle nuove vicino alle stesse per non rovinare il carattere originale del primo salitore. Quel primo salitore, però, ha seguito una linea perché la natura presenta delle linee, si sa. Per esempio, sali lungo una placca e segui una linea dove ci sono alcuni appigli pressoché obbligatori. Se sei in grado di comprendere tutto ciò, è la natura stessa a darti tutto.

Vedi che c’è una linea evidente, quindi è giusto fotografarla e prendere qualche appunto. Poi, subito dopo, tirar via le vecchie protezioni. Il ferro scompare. Se una lama ti cade nel mare, in duecento anni scomparirà. Su quelle rocce avviene la stessa cosa.

Passiamo alla montagna… Hai fatto un sacco di salite importanti, non solo il Pesce.
Čumpelík: Ci piaceva andare a scalare. Peccato non aver più potuto andare ancora a scalare. Una volta tornato dalle Alpi, per ben quindici volte di seguito non mi hanno permesso di passare il confine, soprattutto verso i Paesi capitalisti. Cambiavano sempre idea. A casa avevo uno scatolone pieno di scatolette di cibo e di relazioni, ma alla fine non andavo mai da nessuna parte. Capitava sempre che una settimana o tre giorni prima della partenza non mi rilasciassero il permesso d’espatrio. Ho fatto invece parecchi viaggi nei Tatra. Un’estate i Coubal avevano aperto una via davvero bella, Maraton, sulla parete nord del Kežmarák, e a me non poteva venire in mente un’idea più pazzesca di quella di andare a salirla in inverno. Sono rimasto in parete per una settimana. Era un viaggio finanziato dalla Lokomotiva che mi ha anche fatto trovare i pacchi per tutta la settimana, colazioni, pranzi, cene, ero pieno di roba.

Fidži: Ci siamo proprio goduti quel nostro viaggetto al Kežmarák. La domenica, poi, abbiamo incontrato Jindro che stava tornando da cinque giorni in parete, così siamo andati a prendere il treno tutti assieme, io, lui, Pavel Weisser e Dana. Arrivati alla stazione di Poprad abbiamo visto che avevamo ancora un’ora prima della partenza del treno. Perché non andare a mangiare, allora? C’era la trattoria della stazione, ottimo! Ci siamo seduti e, ovviamente, abbiamo visto che non veniva nessuno. In fin dei conti eravamo solo dei cechi del cavolo in Slovacchia. Solo dopo una ventina di minuti è arrivato un tipo per le birre.

Čumpelík: Da militare ero al nucleo controllo cucine e lì a volte davvero erano rozzi, ma cavolo, una cucina a Poprad che non era in grado di preparare una cena per tre persone, beh, mi ha mandato fuori dai gangheri.

Fidži: Il treno doveva partire entro quindici minuti e ancora non avevamo visto nulla. Jindro a un certo punto si è alzato ed è sparito. Non riuscivamo a vedere altro che la porta va e vieni che dava alla cucina. Dopo un po’ abbiamo pensato che fosse il caso di andare a dare un’occhiata. Abbiamo visto un bancone e dietro a questo una cucina enorme, in fondo alla quale c’era Jindro che, dopo qualche spintone reciproco, aveva preso per il collo il cuoco. Ci siamo allora fatti portare il registro delle lamentele e dei reclami, ma solo per renderci conto che non c’era più spazio per scrivere nulla, nemmeno sulla copertina. E’ stato così che ce ne siamo tornati a casa con la fame.

Čumpelík: Quella sui Tatra è stata una settimana stupenda.

cesta Janzen v roce 1984. Foto: Petr Silum Musil.

Com’è stato passare una settimana in parete?
Super, super, davvero super. Tempo bello, a parte una giornata in cui ha nevicato. Quando sei da solo a scalare sei sempre in movimento, così ti scaldi. Sul Maratón è stata una di quelle avventure. Ero ormai a una cinquantina di metri dalla vetta, su terreno di secondo e terzo grado e mi rimaneva ancora solo una batteria piatta di riserva per la frontale. Del resto avevo portato con me un pacchetto di batterie e le avevo contate. In quel momento ho pensato di mettere dentro quella nuova per salirmene tranquillo fino in cima e altrettanto tranquillamente scendere poi alla base. Erano ormai le dieci di sera, quindi ho messo dentro la batteria ed ecco che mi viene fuori la lampadina. Porca vacca,  la lampadina! Avevo messo la roba a terra al buio, quando è arrivato un colpo di vento e il coperchio dell’alloggio delle batterie della frontale con la cinghietta mi è volato giù. Ho quindi pensato di sfilare un pezzo di corda e di allacciarmi la lampada in qualche modo con quei fili. C’era però freddo a -35°, davvero si gelava e non ci riuscivo, era impossibile riuscire a legare assieme quei fili, avevo le mani insensibili. E adesso? Mi facevo quella domanda proprio mentre ero seduto a cavalcioni di una cresta affilata. Poi ho trovato uno spuntone e tenendomi ho iniziato a cercare alla cieca una qualche fessurina con un chiodo in mano. Ho quindi trovato un buco e poi tre metri sotto ne ho trovato un altro, così a quei due buchi ho appeso l’amaca e mi sono infilato nel sacco a pelo direttamente con i ramponi. Al mattino mi sono fatto un caffelatte, sono salito in vetta in tutta tranquillità e mi sono poi goduto una discesa fantastica. Se invece avessi insistito per scendere di notte mi sarei trovato nella merda.

Che rapporto avevi con la paura?
Čumpelík: La paura è estremamente importante. Non c’è nulla di meglio.

Quand’è che ti sei reso conto che stavi andando oltre il limite?
Čumpelík: La prova evidente ce l’hai quando vedi che stai facendo stupidaggini, che sei dove non dovresti essere. Di regola la gente ragiona in un modo più intelligente, partendo da due ragionamenti di base. Se non fai casino e fai attenzione a quello che succede, questo ti aiuterà e non poco. Se invece hai paura, quella è la miglior dimostrazione del fatto che ne devi avere. Se poi arrivi a esagerare, potresti anche avere grandi problemi. Sarà comunque un’esperienza che non porterà nulla fare a meno di andare a vedere quale sia stato quell’errore per il quale è arrivata la paura, errore che si troverà poi sempre. Ogni volta in cui ci sia qualcosa che non va bisogna fare ciò che serve. Magari è solo un errore di valutazione di ciò che hai sotto di te… In montagna devi ricordarti bene quali protezioni hai sotto di te, dove e come sono state piazzate e quanta corda hai. Se improvvisamente ti sale la paura ci dev’essere una qualche ragione, magari dovuta solo al fatto che sei un po’ confuso, ma già quello basta e avanza. Oppure può essere qualcosa di più serio, dovuto magari al fatto che osservi il rilievo della roccia e ti rendi conto che ci potrebbe essere qualche problema. E la questione è proprio tutta lì, nel fatto che stai andando a ficcarti in un qualche guaio che alla fine ti insegna che il guaio più vero è quello di non provarci nemmeno.

Che ricordi hai del Dlouhý kout? E’ stata un’ascensione davvero importante. Ancora nessuno c’è mai riuscito in libera…
Čumpelík: … Se non sei in grado di salire in libera quello spigolo… Ci sono anche due passi difficili in alto, ma è una bella scalata invernale, infili gli scarponi al posto delle scarpette e sali che è un piacere. Con Mauglí comunque non c’è stata nessuna strana avventura, è stata una piacevolissima scalata. L’unica cosa che non è andata come volevamo è stato il fatto di non essere riusciti a raggiungere il terrazzino per il secondo bivacco, tanto che alla fine abbiamo dovuto dormire su un cavolo di cengetta strettissima.

E se guardassi indietro al Pesce… (37 lunghezze, ora valutata 7b+, obbl. 7+ A3)
Čumpelík: Tiri duri, certo, ma all’epoca la gente era abituata a far vie nuove. Adesso lì ci sono cose più difficili, voi adesso ve la bevete come un bicchier d’acqua. Tantissime clessidre e buchetti, in due punti un’apoteosi. Però rimane sempre una gran quantità di lunghezze difficili, una dopo l’altra.

Marmolada d’Ombretta, parete sud: via Attraverso il Pesce. Fonte: horce.cz.

Per qual motivo pensi che sia rimasto un problema così a lungo?
Čumpelík: Per la gran quantità di lunghezze difficili. Lì ti fai una lunghezza da quaranta metri, salita per davvero guadagnandoti a fatica un passo dopo l’altro per trovarti subito dopo un’altra lunghezza di corda. Ti gusti deliberatamente 600 metri uno dopo l’altro. Alla sinistra, poi, Hudy ha aperto una via in scarpette, dava l’idea di essere molto bella e mi sarebbe piaciuto salirla, ma non c’è stato tempo per farla. In quelle montagne spesso non c’era spazio per pensare a divertirsi, c’era sempre qualcuno da salvare. Con Mauglí per esempio abbiamo passato tutta la settimana a tirar fuori dalle peste qualcuno. All’epoca non c’erano poi tanti soccorritori, il soccorso alpino non funzionava poi un gran che, non c’erano gli elicotteri, quindi allora dovevi essere pronto anche a quello e averne le competenze. 

C’è una qualche via che apprezzi particolarmente e che ci consiglieresti?
Čumpelík: Sulle rocce di Za rohem, dove è vietato scalare, lì c’è una via davvero interessante. Se vai a salirla in primavera, come è capitato a me, in alto ci sono alcune piccole listarelle che in quel periodo sono ancora coperte di ghiaccio. Quella sì che è stata una bella bestia. Già normalmente è una via che piace e dove ci si diverte, una meraviglia, ma con quella sottile copertura di ghiaccio è veramente una cosa mostruosa. In più lì le protezioni sono davvero esigue, un chiodo e uno spit o giù di lì. In compenso, però, l’arrampicata è davvero bella e in caso di necessità puoi anche scendere. Lì inoltre c’è ancora spazio per una quantità infinita di vie. Quella via sa molto di montagna, da uno strapiombo passi dentro una finestra e poi la attraversi. Le abbiamo dato il giusto nome… Návrat (il ritorno)… Il ritorno lì è invero lunghetto, termina proprio sotto quella finestra. Ha un rilievo perfetto tutto sembra star lì ad indicarti la linea, roba da far perfino schifo. 

Jindro, che rapporto avevi con l’allenamento?
Čumpelík: La regola fondamentale dell’allenamento è fare le cose senza fretta, indipendentemente da ciò per cui ti stai allenando. L’allenamento si basa sulla capacità di lavorare con un calore costante e correttamente adeguato e questo non può essere ottenuto rapidamente.

Mi ricordo che quando ero agli inizi allenarsi veniva considerata una pratica antisportiva. Tornando all’allenamento, comunque, per poter lavorare con il calore interno devi fare tutto con calma, non puoi andare più veloce di quella tua percezione del calore che è ciò che ti dovrebbe guidare. La base per essere un bravo allievo negli allenamenti sta nel riuscire a essere i preparatori di se stessi. Solo dopo si impara a lavorare con il calore, quando i muscoli sono caldi e quando invece sono surriscaldati. All’epoca abbiamo capito male, avremmo dovuto aprire vie più difficili e protette meglio, avremmo dovuto imparare a piazzare protezioni adeguate.

Alla base di tutto ciò di cui stiamo discutendo c’è lo scalare. Se c’è quello c’è tutto. Spesso senza necessità si fa quello che potremmo definire allenamento violento. Il corpo ha una notevole intelligenza e l’eccesso di violenza fa sì che inizi a difendersi o che magari partano i legamenti.

All’epoca, quando vi facevate quelle vie, allenavate anche la mente. L’allenamento dovrebbe essere diretto ad ambedue gli aspetti.
Ma certo, per poter avere una certa qual illusione mentale devi avere anche un’adeguata preparazione fisica, altrimenti non funziona.

Sì, va bene, ma è per questo che le vie vengono divise per difficoltà
Sì, ma qui stiamo discutendo del motivo per cui sia stupido scalare sempre vie difficili e non attrezzate. Perché mai non fare ogni tanto qualche via attrezzata? Sull’arenaria ci sono VIIb o VIIc facili, ben attrezzate, sulle quali ci si potrebbe allenare a scalare praticamente senza sosta. Se non hai la preoccupazione di dove e quante volte tu possa cadere, non hai nemmeno quella paura costante ad accompagnarti e puoi invece pensare a salire. Roba tipo la Šicí stroj a Prachov e parecchie altre vie simili, attrezzate come si deve, dove ci si può divertire per bene.

Jindřich Čumpelík Šustr e (a destra) Petr Fidži Fiala. Foto: Lukáš Asu Abt.

Quali erano i vostri rapporti con la vecchia generazione quando voi iniziavate a salire in libera e loro ancora salivano in artificiale?
Čumpelík: Non ci badavano più di tanto. Siamo arrivati in un periodo in cui ormai erano più interessati a bere che a scalare, quindi non si vedeva più nessuno dei ”vecchi”, come per esempio Cikán o Mocek sull’arenaria. Per loro quelle vie erano difficili, a Kras le difficoltà erano aumentate così tanto da mettere fuori gioco un’intera generazione, che lì ormai non passava più. C’era Pedro, che poi è emigrato in America. Poi Mauglí, persona onestissima, peccato davvero che in Russia questo non l’abbia aiutato. Talla, altra persona favolosa, con competenze tecniche e tutto. C’era però quel tipico stile portato dal comunismo, con la gente che tendeva a stare molto assieme, ma che poi aveva un suo perché. Poi, magari, oggi come oggi da anziani chissà se non facciamo la figura da idioti rispetto ai vecchi dei nostri tempi. Noi non abbiamo portato nessun contributo, mentre loro se non altro hanno dimostrato di essere buoni organizzatori… All’epoca ci si muoveva in massa. Se il gruppo andava a Pálava, zac! Erano almeno in cento a muoversi… Ma magari tutto quello tornerà, dopo il comunismo è arrivato l’inferno, il buco economico… Sono stato a Pálava a dare un’occhiata, lì hanno vietato l’arrampicata, per gli uccelli. Ho guardato, era tutto tranquillo. La gente era abituata a sentire i richiami degli uccelli e gli uccelli erano abituati a sentire le voci della gente, nessuno ha mai fatto del male a un qualche uccello né mai un qualche uccello ha disturbato un qualche essere umano. Un silenzio spaventoso, tutto ormai invaso dalla vegetazione cresciuta a dismisura. Sembrava che anche gli uccelli, dopo aver visto che gli uomini se ne erano andati, fossero andati via anche loro. Quelli erano uccelli intelligenti, mai avuto problemi con loro. Così adesso Klauza rimane lì per il futuro, sempre che il sito non muoia definitivamente.

Che consiglio daresti alla nostra generazione?
Ciò che siete in grado di fare, fatelo bene! Benissimo! Scalate che è una meraviglia. Per salire a questi livelli avremmo dovuto impegnarci molto di più…

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Jindřich Šustr ultima modifica: 2020-05-06T05:11:00+02:00 da GognaBlog

9 pensieri su “Jindřich Šustr”

  1. 9
    Paolo Panzeri says:

    Quando al Falier avevo chiesto a Igor come fosse il tratto più difficile, Lui aveva preso in mano un suo cliff e si era messo a mimare tutto: aveva bloccato la mano sinistra vicino al petto come stesse tenendo una piccola tacca, aveva guardato in giro e piano piano si era messo a tremare fin quasi a sembrare impazzito,  infine con la destra aveva fatto vedere che riusciva a mettere il cliff e aveva fatto un lungo respiro sorridendo.
    Abbiamo riso tutti come matti !
    Erano come cose dell’altro mondo per quei tempi, di sicuro per noi.
     
    Loro due mi stanno facendo sognare da quasi 40 anni !
    Però finalmente l’anno scorso ho toccato e salito bene quasi 20 tiri da secondo in 6 ore, poi ho detto che volevo scendere perché avrei dovuto “trafficare”: molto bravo il mio giovane amico !
    Adesso devo “solo” finire il sogno, però ancora non so come !

  2. 8
    Andrea Brunello says:

    Sono d’accordo con il signor Ferrari: “ma intanto si è sparato le lunghezze chiavi di una via irripetibile…”. Muti tutti, infatti.

  3. 7
    Ivo ferrari says:

    Sarà  pure sovrappeso oggi…ma intanto si è sparato le lunghezze chiavi di una via irripetibile… come dice il “vecchio panza” magari anche con la testa non del tutto apposto..cosa per altro poco credibile… 
    È passata un’eternitàm e, Muti tutti.
    Ciao  Paolo

  4. 6
    Alberto Benassi says:

    come si direbbe da noi bironi a REFENERO

  5. 5
    Luca Calvi says:

    Diciamo che il buon Jindro sembra essere un chiaro esempio degli effetti derivanti dalla tipica alimentazione mitteleuropea…E credo anche dalle modalità di idratazione abituali della Repubblica Ceca. 

  6. 4
    Alberto Benassi says:

    Mi pare che Šustr sia leggerissimamente imbolsito.

    forse ha esagerato con le salsicce sulla brace dei cunei

  7. 3

    Mi pare che Šustr sia leggerissimamente imbolsito.
    Chissà se, ripensando a quei giorni, non gli scenda una lacrima sul viso…

  8. 2
    grazia says:

    Grazie per questo boccale di alpinismo e vita.

  9. 1
    Paolo Panzeri says:

    Tre note.
     
    Igor e Sustr erano passati a sinistra del Pesce e credo che solo una cordata ci sia ripassata, tutti lo aggirano a destra e poi traversano a sinistra: la sinistra è parecchio “instabile”.
     
    Sustr era un ragazzino allampanato e in quella settimana sembrava avere la mente distaccata dalla realtà, Igor era molto determinato.
     
    Erano saliti un bel pezzo e poi scesi, poco dopo erano andati al Pesce e poi erano ridiscesi,  Igor diceva che scendere  era facile perché si usavano delle grosse clessidre, pochi giorni dopo, il 2 agosto, erano partiti per finire e avevano bivaccato nel Pesce, il 3 erano in cengia e avevano acceso un falò con la legna trovata, e il 4 finivano la via….. la moglie di Igor credo che il 3 avesse salito Hatchi Bratchi e il 4 sera grande festa…… o il 5 🙂  !!!
     
     
    La relazione originale di Igor è stata pubblicata dalla RM credo nel 1982, in una piccolissima foto.

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