Junko Tabei, prima donna sull’Everest

Junko Tabei, prima donna sull’Everest
di Derek Franz

(già pubblicato su http://www.alpinist.com/doc/web16f/newswire-junko-tabei-obit il 17 novembre 2016)

Junko Tabei ha affrontato il per lei sconosciuto mondo della notorietà senza mai perdersi d’animo. Aveva fatto la prima femminile e prima giapponese (oltre che seconda ascensione in assoluto) dell’Annapurna III 7555 m il 19 maggio 1970, per una via nuova (con la compagna Hiroko Hirakawa); e nel 1975 era diventata la prima donna a salire l’Everest. Nel 1981 era stata in cima allo Shisha Pangma. Dopo la salita nella stagione 1990-91 della vetta del Mount Vinson in Antartide, il 28 giugno 1992 salì il Puncak Jaya in Nuova Guinea indonesiana e con questo fu anche la prima donna a salire le famose Seven Summits (le cime più alte di ogni continente). In totale, fino al 2005, aveva partecipato a 44 spedizioni femminili a varie montagne del mondo.

Nel 2012 le era stato diagnosticato un cancro, cosa che non le ha impedito molte delle sue numerose attività. E’ morta a 77 anni in un ospedale di Kawagoe, il 20 ottobre 2016. Ha lasciato la figlia Noriko, il figlio Shinya e il marito, Masanobu Tabei, che aveva conosciuto scalando nel 1965.

Nata a Miharu, nella Prefettura di Fukushima (Giappone), il 22 settembre 1939, era quinta di una famiglia quasi povera con sette figli e in più considerata abbastanza deboluccia. Fu introdotta alla scalata più o meno a dieci anni, quando la maestra la portava sulle cime delle Nasu Mountains. Lei era assai interessata, ma la famiglia non aveva abbastanza soldi per un hobby così costoso: perciò necessariamente si limitò a qualche salita anche durante le scuole secondarie.

Junko Tabei sale il Somoni Peak 7495 m, conosciuto anche con il nome di Communism Peak (1985). Foto: Jaan Kunnap
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Dopo aver completato i suoi studi universitari in letteratura inglese alla Showa Women’s University nel 1962, fondò un club di alpinismo per sole donne nel 1969. Il motto dell’associazione era “andiamo a fare una spedizione per conto nostro”. “A quel tempo, i primi anni ’70, era opinione comune che fossero gli uomini ad andare in giro per montagne e che le donne dovessero stare a casa” disse la Tabei al The Japan Times nel 2012 “e si richiedeva di servire il tè anche alle donne che avevano un lavoro. Era assolutamente impensabile che le donne potessero fare altro”. Qualche maschio rifiutò di accompagnarsi a lei e qualcuno pensava che lei facesse questo solo per trovare marito.

All’inizio scalò con compagni maschi” disse Tsunemichi Ikeda, l’allora associate editor del giapponese Iwa-to-Yuki (Roccia e Neve) Magazine, che per primo la intervistò dopo la sua prima salita femminile all’Everest nel 1975. “A quel tempo le ragazze facevano solo da seconde in parete, ma Junko faceva eccezione. Lei programmava salite con sole donne, con tecniche e velocità proprie. Rumie Saso era la sua miglior compagna ma purtroppo questa ebbe un incidente mortale in montagna“.

Tabei andò a scalare su molte cime in giro per il mondo con il proposito di salire le cime più alte di ogni continente; riuscì a salirne 56, tra il 1970 e il 2008. “Non mi è mai successo di pensare di smettere, anche quando succedeva che qualcuno moriva in montagna” disse a The Japan Times.

Era riuscita a condividere la sua passione con la famiglia. Suo figlio Shinya continua a scalare ed è proprietario di una sala di arrampicata a Tokyo.

Sua figlia Noriko aveva tre anni quando la madre salì sull’Everest. Nel loro loro Fallen Giants, Maurice Isserman e Stewart Weaver scrissero che Tabei “era di certo l’unica a riuscire a finanziare le proprie spedizioni dando lezioni di piano”. Un articolo di Amanda Padoan riporta che “i pantaloni di Tabei erano ricavati da vecchie tende e che era lei stessa a confezionarsi il saccopiuma e i guanti impermeabili usando piumino cinese e i teli per coprire le auto”.

Junko Tabei in vetta all’Everest, 1975
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Nel 1970, dopo che il giornale Yomiyuri Shimbun e la Nihon Television avevano deciso di organizzare una spedizione esclusivamente femminile per la conquista dell’Everest, Eiko Hisano e Junko Tabei furono scelte tra le quindici donne selezionate per essere rispettivamente la capo-spedizione e la vice-capo. Erano tutte donne che lavoravano, alcune erano maestre, una programmatrice di computer e un’assistente sociale. C’erano due mamme, una delle quali Junko, la quale aiutò a trovare i finanziamenti, spesso sentendosi rispondere che “le donne devono stare a casa d allevare i figli”. Ciascuna di loro dovette contribuire con somme che si avvicinavano ai loro salari mensili. Al termine di un lungo periodo di formazione (5 anni), le alpiniste raggiunsero Katmandu nei primi mesi del 1975, accompagnate da nove guide Sherpa, e salirono per la via normale per il Colle Sud e la cresta sud-est. All’inizio di maggio, il gruppo era già a un’altitudine di 6300 metri, quando una valanga seppellì di notte il campo 2 coinvolgendo 13 persone senza fare vittime, ma Junko Tabei riuscì a passare allo sherpa che era con lei un coltellino tascabile prima di svenire e rimanere per circa sei minuti priva di sensi. Lo sherpa riuscì a tagliare la tenda, riemergere e tirarla fuori esanime. L’incidente la rese ancora più determinata: dopo aver ripreso le forze, decise infatti di porsi alla testa del gruppo. Il 16 maggio 1975, 12 giorni dopo la valanga, Junko Tabei era in salita alla vetta e lottava sulla cresta affilata con un vento fortissimo e neve instabile. “Non avevo idea che ci fossero quelle difficoltà lì, anche se mi ero letta tutto il leggibile al riguardo” raccontò a The Japan Times.

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Eppure, dopo la valanga, ci aveva messo due giorni per riprendere a camminare! Quando arrivò in cima, assieme al sirdar Ang Tshering Sherpa “non provò alcuna esaltazione, solo il male per la botta ricevuta amplificato dalla fatica. Solo un po’ di sollievo, perché era finita.”

Undici giorni dopo la sua salita, la tibetana Phantog divenne la seconda a salire la montagna, la prima da Nord, usando ossigeno solo durante le soste e finendo col perdere tre dita per congelamento.

Il risultato di questo successo portò la fama a Junko: ricevute le congratulazioni del re del Nepal e del governo giapponese, fu fatta una miniserie televisiva per raccontare la spedizione. Junko si ritrovò presto in giro per il Giappone a fare conferenze. Ci riusciva bene, ma non era del tutto a suo agio.

La spedizione del 1975 aveva un team televisivo, tre giornalisti, quattro cameraman, sei guide sherpa e circa 500 portatori. Una grande spedizione dunque, che le fece capire come potesse esserci un forte impatto ambientale anche sulle grandi montagne.

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Tabei era direttrice dell’Himalayan Adventure Trust of Japan, un’organizzazione che si ripromette di lavorare a livello globale per preservare l’ambiente montano. Nel 2010 conseguì alla Japan’s Kyushu University un master in cultura sociale comparative con il tema “Rifiuti, problema dell’Himalaya”. Un articolo (2012) di The Japan Times riferisce che “Tabei si è battuta per un alpinismo sostenibile e ha studiato a lungo il problema dei rifiuti in alta quota sull’Everest, compresi quelli dei primi tentativi inglesi degli anni ’20. Tabei è arrivata alla conclusione, grazie a questionari mandati alle spedizioni da ogni parte del mondo e grazie alle sue osservazioni, che, solo al campo base, 1,03 milioni di litri di urina erano stati prodotti dagli scalatori dall’inizio al 2000. Abbastanza per riempire 3.300 vasche da bagno, quando ci sono villaggi ai piedi dell’Everest che dipendono dall’acqua di fusione per la loro sopravvivenza”.

Sempre nell’intervista del 2012 a The Japan Times, Tabei lamentava la popolarità crescente dell’Everest dopo il cambio di ritmo del rilascio dei permessi. “Salire l’Everest è diventato uno status symbol, e anche un grosso affare di divertimento” disse. “La gente ha cominciato a competere sulla velocità alla quale veniva fatta la salita, sull’età di chi ci riusciva e su quali e quanti mezzi adoperati. Ci si vantava di quanto a lungo si stava sulla cima, di quanto si stesse senza bombole d’ossigeno, di come qualcuno sia riuscito a spogliarsi in cima. Qualunque cosa pur di attirare l’attenzione”.

Oltre alla sua imponente attività alpinistica, Tabei è stata autrice di sette libri pubblicati tra il 1996 e il 2008. Ciò nonostante rimase notoriamente una persona modesta, definendosi solo la trentaseiesima persona a salire l’Everest. Pare che fosse estremamente prudente nel parlare della sua impresa, poiché faceva risaltare che il successo era dovuto soprattutto agli sforzi delle altre, fosse anche solo stato per non creare alcun attrito con loro.

Da sinistra a destra, Masanobu, Junko e Shinya Tabei nel 2013 durante l’annuale ascensione al Fujiyama con un gruppo di studenti di Fukushima. Foto: Tabei family collection.
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Il terremoto del 2011, quello dello tsunami e della centrale nucleare, aveva devastato la casa di Junko a Fukishima: un anno dopo lei è riuscita a portare dei bambini compromessi dalle radiazioni sul Fujiyama 3776 m, facendo in modo che l’esperienza si ripetesse ogni anno.

Questa salita, fatta ancora con i ragazzi, fu la sua ultima, tre mesi prima di morire. Shinya disse che la mamma sapeva già di dover morire ma che, per fare quella salita, era riuscita ad avere un permesso dai dottori. Giunta ai 3100 metri non ce la fece ad andare oltre.

Kashiwa Sumiko è una giornalista compagna di scalate di Junko: andò a visitarla poco prima della dipartita. “L’ho incontrata il 15 settembre, giorno del suo 77° compleanno, c’era anche suo marito. Ho capito subito che quella era l’ultima volta che l’avrei vista. Continuava a ripetermi “sorridi sempre, non essere triste”, così le dissi “arrivederci” quando mi accomiatai”.

“Una cosa che era solita dirmi quando ero ragazzo” racconta il figlio Shinya “era di essere sempre gentile con le persone attorno a me. Non si può mai sapere: può essere sempre l’ultima volta che vedi qualcuno, quindi nessuna cattiveria o malignità o scortesia”.

L’autore, Derek Franz
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Junko Tabei, prima donna sull’Everest ultima modifica: 2016-12-30T05:02:22+02:00 da GognaBlog

1 commento su “Junko Tabei, prima donna sull’Everest”

  1. 1
    Angela Acquarone says:

    Storia straordinaria di una persona unica i fatti l’hanno dimostrato di una intelligenza davvero rara al mondo della montagna.
    Da Facebook, 1 gennaio 2017, ore 16.42

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