Kodak Courage

Kodak Courage
di Julie Ellison
(pubblicato da Climbing n. 354, luglio 2017, www.climbing.com)
(traduzione di Agnese Blasetti)

Lettura: spessore-weight***, impegno-effort**, disimpegno-entertainment***

28 marzo 2017, l’arrampicatore professionista italiano Michele Caminati si prepara per salire Elder Statesman (un HXS 7a, o 5.14 R/X) a Curbar Edge, in Inghilterra. Il 32enne aveva completato la via, un tipico spigolo in arenaria molto tecnico e poco proteggibile, il giorno prima. Nei cinque anni precedenti aveva già liberato le famose End of the Affair (E8 6c), The New Statesman (E8 7a) e Master’s edge (E7 6c). Caminati aveva fatto due giri da secondo su Elder quel giorno, prima di andare incontro al brusco finale.

Caminati arriva al passo chiave, dove aveva piazzato una protezione nella fessura a circa due metri dallo spigolo, poi dà la manata laterale che serve per ristabilizzarsi al di là della cresta. I piedi oscillano nell’aria e non riesce a controllare il pendolo. Durante il volo, il peso fa tendere la corda da 10 mm sullo spigolo, tranciandola, e facendogli fare una caduta di 8 metri che ha procurato a lui un tallone e un polso rotti e al suo assicuratore una commozione cerebrale.

Dopo l’incidente, in rete si è discusso sul perché Caminati avesse scelto di scalare con la corda singola invece che con le mezze come si fa di solito al Peak District. Durante la prima salita del 2004, il climber inglese Steve McClure ne aveva usate tre.

Ma la domanda più importante non l’ha fatta nessuno: se aveva già chiuso quella via rischiosa, perché ci è tornato? Si è saputo poi che stavano facendo delle riprese.

Costretti a lottare per farsi notare tra tanti, gli arrampicatori professionisti sono alla costante ricerca di linee sempre più dure, lunghe o audaci, a volte le tre insieme. Assicurarsi una certa “rilevanza” è stato lo status quo per decenni, cui ora si è aggiunta la condizione di dover registrare tutto su pellicola. Niente di nuovo, ma la richiesta è cresciuta negli ultimi dieci anni grazie a un panorama mediatico che richiede un costante flusso di contenuti sempre nuovi da condividere sui social media, o da usare per marketing, blog e riviste. Nell’epoca d’oro della diffusione, l’arrampicatore deve diventare fotografo o regista, oppure procurarsene uno.

Le aspettative non provengono solo dagli sponsor, anche la comunità crescente di scalatori vuole la sua parte.

«O con le foto, oppure non è mai accaduto» e «Che fine ha fatto la versione integrale?» sono i ritornelli più comuni. Quando il compianto Ueli Steck salì in solitaria il versante sud dell’Annapurna nel 2013, la sua impresa fu messa in dubbio su vari forum in rete perché gli era caduta la macchina fotografica a metà strada e non esistevano foto della vetta.

Gli arrampicatori si spingono sempre più oltre i loro limiti cedendo alla pressione di dover fornire delle prove mediatiche, e a qualcuno potrebbe venire da pensare quanta della loro motivazione provenga dal click dell’otturatore. Kodak Courage, l’idea di uscire dalla zona di sicurezza per la presenza di un obiettivo, è un concetto da molto presente in tanti sport estremi. Abbiamo già assistito alle terribili morti di tanti wingsuiters, registrate dalle microcamere che portano sugli elmetti, e ora potremmo assistere a un evento del genere anche nel mondo dell’arrampicata.

È comprensibile che agli arrampicatori che praticano discipline “sicure” come il boulder o l’arrampicata sportiva venga chiesto di documentare le loro imprese, ma potrebbe rivelarsi un bel paradosso per coloro che hanno costruito la loro reputazione su attività più rischiose come l’headpointing, l’alpinismo o il free solo.

Michele Caminati un momento prima del “taglio” della corda su Elder Statesman, Curbar, England

Brad Gobright, 28 anni, un arrampicatore professionista di Las Vegas, è diventato noto per i suoi free solo su vie verticali corte e insidiose come Doub-Griffith (5.11c/d) e Hairstyles and Attitudes (5.12c) nell’Eldorado Canyon, in Colorado. Negli ultimi anni, ha sperimentato entrambi i lati dell’essere ripreso. «È una buon cosa quando la macchina fotografica stimola una persona a dare il tutto per tutto, se è quella la spinta in più che serve per raggiungere l’obiettivo» afferma. «Però, se ci aggiungiamo l’elemento del pericolo, è un po’ come andarsela a cercare solo per fare il figo davanti alla telecamera».

Nel gennaio 2016, Gobright stava provando Viceroy, un 5.14a R nel Boulder Canyon. C’era una tempesta invernale in arrivo e sapeva che quello sarebbe stato probabilmente l’ultimo tentativo della stagione. Con lui c’era l’amico Taylor Keating a fare delle riprese per il film di Cedar Wright.

«Non mi sentivo proprio al cento per cento, ma ho pensato che sarebbe stato fantastico aggiungere anche quella via nel film». È partito mentre le temperature scendevano. Arrivato al primo passo chiave all’altezza di 6 metri, cade. L’unica presa è saltata e lui è finito a terra, rompendosi una caviglia e due vertebre. «È stata la fine della mia stagione “pericolosa”, e una bella scena da mostrare nel film» dice. «Quasi ogni via di cui vado fiero è stata fatta in assenza di telecamere. Anche il tentativo su Viceroy è stato frutto principalmente della mia motivazione personale. Però avere le telecamere intorno mi ha influenzato, e ne ho pagato il prezzo».

Per i suoi prossimi progetti estremi, Gobright vuole che la motivazione sia puramente sua. «Di sicuro non avrò un cameraman di fianco» afferma. Il titolo del film in arrivo? La sicurezza al terzo posto [Safety third].

«Alcune persone adorano essere riprese, per loro è fonte di entusiasmo ed eccitazione» dice la dottoressa Christina Heilman, un’allenatrice e psicologa sportiva residente in Idaho (mindset-coach.com) che lavora con gli sportivi estremi. «Per altri no, la macchina fotografica li mette sotto pressione che può causare stress, ansia, e paura», distrazioni dallo sforzo in atto.

Comunque, arrampicare ad alti livelli, in una disciplina rischiosa o no, richiede un’abilità incredibile nel concentrarsi e nell’ignorare i fattori esterni, e per molti avere un obiettivo puntato addosso non è più fastidioso del bip di un radar.

Brad Gobright

«Sono sempre stata molto chiara con fotografi e registi. Io gli dico: questa cosa potrebbe riuscirmi oppure no. La scelta di essere con me è vostra» dice Nina Williams, una ventiseienne boulderista di professione di Boulder, Colorado. «Non li avviso quando parto per un tentativo serio. Fa parte degli accordi». Chiudendo nel febbraio 2017 il blocco di 17 metri V11 Ambrosia a Bishop, California, la Williams ha completato la tripletta della King Line sul Grandpa Peabody, dove aveva già chiuso Footprints (V9) ed Evilution Direct (V12). Le tre realizzazioni sono state tutte filmate, ma la Williams sostiene di non aver minimamente sofferto le fotocamere perché abituata da più di dieci anni a essere fotografata. È solo parte del suo lavoro, afferma.

Altre, come Hazel Findlay, un’arrampicatrice inglese di 28 anni famosa per aver scalato vie dure e pericolose come Once upon a time in the Southwest, un E9 in Inghilterra, e Air Swenden (5.13b R) a Indian Creek, hanno un approccio diverso. «In molte riprese faccio quello che faccio solo per le telecamere» ammette. «Sono aggrappata a queste rocce instabili, e all’inizio mi sento a mio agio, ma [poi comincio a pensare]: sono sempre tranquilla? Perché lo sto rifacendo? Un momento, sono solo spinta dai soldi o è una forma d’arte? Ma Hazel, faresti questa via comunque…».

Nel 2011, la Findlay è diventata la prima donna a scalare un E9 con Once Upon a Time, e l’anno successivo è tornata con una troupe del Reel Rock per essere filmata. «Mi sono detta: nessun problema, la via non è poi così spaventosa, posso ripeterla». Ma giunta alla sezione difficile «mi è sembrata impossibile, e ci sono dei punti che ho deciso proprio di non ripetere» ricorda. Quando la spinta a fare la via veniva da lei, non era spaventata; ma la presenza delle telecamere l’ha intimorita. Per lei è stata un’esperienza istruttiva. «Il coraggio di tentare qualcosa è strettamente legato al mio desiderio di farlo» dice.

Ovvio, blocchi molto alti o lunghi runout trad sono due bestie ben differenti dal boulder classico e l’arrampicata sportiva, dove il Kodak courage equivale agli incitamenti degli amici. «Diventa un modo positivo per incanalare le energie e riuscire a chiudere la via» dice Alex Honnold, il professionista di 31 anni conosciuto per i suoi free solo. «Ma il free solo è un mondo a parte, avere delle telecamere intorno non dovrebbe fare alcuna differenza. Devi fare esattamente quello che faresti normalmente».

Hazel Finlay su Once Upon a Time on Southwest, primo E9 femminile

Anche molti registi dovrebbero allo stesso modo considerare il fattore motivazionale prima di accendere la telecamera. Zac Barr, capo produzione della Sender Films, dice che il primo passo è quello di scegliere l’atleta giusto. «Lavoriamo solo con arrampicatori che conoscono loro stessi e le loro vie molto bene. Devono essere in grado di individuare e comunicarci quello che si sentono in grado di fare davanti a una telecamera e cosa no» afferma. «È il nostro approccio standard per tutte le riprese d’arrampicata, con o senza corde». Honnold, per esempio, non vuole persone accanto durante i suoi free solo più duri. «L’esperienza non è la stessa, e non solo perché c’è una telecamera, ma anche perché c’è qualcuno vicino a te con una corda che potrebbe aiutarti»  spiega. «In più, ti rendi conto che se dovesse succedere qualcosa ne rimarrebbero traumatizzati.» Spesso i registi sono più tesi degli atleti. Barr la descrive come la stessa ansia che provano gli spettatori quando vedono le riprese. «È naturale percepire le reali conseguenze di questo sport, nessuno nega quanto sia alta la posta».

Honnold ha girato uno spot pubblicitario qualche anno fa, scalando senza corda Heaven, una fessura di 5.12d nello Yosemite. È stato lui a suggerirlo e non i committenti, e non ha avuto problemi nonostante “il caldo e le pessime condizioni”. Al secondo giro, quando è arrivato in cima, ha sentito la roccia scivolosa e aveva una mano sanguinante.

«Ho pensato: oh no, non ci siamo» racconta, «ho guardato in alto verso il bordo dove a due metri da me c’era l’operatore sulla “giraffa”. Gli ho chiesto di passarmi la corda e lui l’ha fatto». Honnold ammette di aver subito un “soccorso tecnico”, ma dice anche che se la troupe non fosse stata lì avrebbe smagnesato e fatto l’ultimo passaggio. «Se sono solo, ne vale la pena, ma se ci sono altri nove tizi a guardare, allora no».

Quando nel 2014 ha scalato El Sendero Luminoso, un 5.12c di 530 metri nel Potrero Chico, Messico, Honnold e Cedar Wright hanno passato una settimana a pulire la via; durante il vero solo, il primo cameraman che Honnold ha visto è stato quello in cima. Dopo aver festeggiato per un minuto, è passato alla modalità lavorativa, posando sull’uscita (della via), ripreso da un drone. Lui e la troupe sono tornati il giorno dopo, risalendo su delle corde fisse che poi sono state tirate da un lato e filmato due tiri di 5.12a e qualche 5.11. Hanno scelto quelle parti perché «erano in alto e molto esposte, e io mi sentivo tranquillo a scalarle» dice Honnold.

È normale routine per lui usare corde fisse per le riprese. «Sono davvero bravo a sgusciare fuori dall’imbrago in posti assurdi». Ogni mossa è sapientemente calcolata, e si tratta di vie che Honnold scala sempre prima di venire filmato. Barr spiega che avere una troupe cambia le dinamiche trasformando un giorno d’arrampicata in un set vero e proprio. «Tutte le riprese sono ricostruzioni, e non esitiamo a dirlo alle persone» dice. «Gli spettatori a volte rimangono delusi quando lo scoprono, ma noi non vogliamo essere lì quando l’arrampicatore sta facendo un tentativo serio». Honnold afferma: «Ci sono lunghe conversazioni tra soggetto e fotografo».

Nina Williams su Evilution Direct, Bishop, California

Secondo la Williams, la Findlay, Honnold e Barr, la conversazione di solito comincia con “fai tutto quello che ti senti di fare” da parte del cameraman, ma questo non esclude il fatto che l’atleta possa sentirsi sotto pressione.

Nel 2014, la Williams ha chiuso al secondo tentativo il blocco di V10 alto 6 metri Splash of Red, nelle Rocklands, Sud Africa, grazie in parte “al perfetto tempo nuvoloso”. Beau Kahler era lì a filmarla e avrebbe voluto che lei lo ripetesse al tramonto, dopo che il blocco era rimasto al sole tutto il giorno.

Si sono avviati con i crash-pad. A poca distanza dal top c’è da fare un allungo per raggiungere una tacca unta. «Oh mio dio, ho davvero paura» ha pensato la Williams, prima di rinunciare.

Il pomeriggio dopo, si è bloccata sullo stesso punto. «Continuavo a puntare la tacca e poi riscendevo. Potevo sentire la paura nelle voci dei miei paratori» racconta. Alla fine ce l’ha fatta, notando però che questa volta le era sembrato mille volte più spaventoso della prima. «Ripensandoci, mi sembra incredibile averlo fatto di nuovo» dice. Alla fine le riprese sono state incluse nel Reel Rock 10.

Forse la stessa cosa si può dire per Caminati in seguito al fatidico giorno. La realtà è che è l’arrampicatore è l’unico a poter decidere cos’è meglio per lui. Il giorno della caduta, Caminati era sereno, le condizioni erano buone e aveva già provato la via dall’alto. Non c’erano ragioni per pensare che non sarebbe andata bene.

Piace a tutti vedere riprese emozionanti, ma gli atleti non vengono certo costretti ad affrontare vie pericolose o altro. Comunque, rimane il fatto che Caminati, un professionista, stesse scalando Elder Statesman quel giorno solo per le riprese e le foto, alcune delle quali sono state messe in rete per mettere in guardia sulla rottura delle corde.

 

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Kodak Courage ultima modifica: 2017-08-31T05:32:43+02:00 da GognaBlog

9 pensieri su “Kodak Courage”

  1. 9
    Alberto Benassi says:

    “capirai che perdita per l’umanità…. ”

    su questo non ci sono dubbi. Di alpinismo si vive e si muore. Ma se ne potrebbe anche fare a meno. Dico si potrebbe, perchè per tanti è una necessità.

    “non è facile distinguere, le varie motivazioni si intrecciano fra loro e il celodurismo dell’alpinista prevale su TUTTO.”

    per fare certe cose, è il minimo avercelo duro…
    Per stare d’inverno sul Cozzolino al Mangart , da solo, per tanti giornie uscirne vivi e vegeti. O sei un duro come Casarotto, oppure ci diventi duro… ma come un baccalà.
    Lui l’ha raccontato e che dobbiamo dire che era un celodurista?
    Non credo.

    Per distinguire bene le motivazioni bisogna o conoscere le persone, oppure fidarsi. Diversi li conosco, per molti altri mi fido, tanto a me che mi cambia.
    Comunque di celoduristi a questo mondo non ci sono solo nell’ambiente alpinistico. Tutti gli ambienti hanno il suo.

  2. 8
    Fenomeno says:

    “Solo le cose estreme hanno uno so che di stupido?”
    non l’ho mai detto, anzi, fra le attività “stupide” è quella più nobile.

    “….. Se non si raccontasse nulla non ci sarebbe la storia dell’alpinismo, dell’arrampicata.”
    Non ci sarebbe questo blog. Non ci sarebbero gli storici come Alessandro Gogna.

    capirai che perdita per l’umanità…. (calco la mano per provacare un po’ ma poi non così tanto)

    “Se si racconta per farsi belli e dire come sono bravo è una cosa. Se lo si fa per la cronaca o per condividere una propria esperienza, confrontarsi sulle idee, sulle motivazioni e sulle emozioni è un’altra.”

    non è facile distinguere, le varie motivazioni si intrecciano fra loro e il celodurismo dell’alpinista prevale su TUTTO.

  3. 7
    Alberto Benassi says:

    “Tutte le attività “estreme” hanno un non so che di stupido che è difficile non riconoscere.”

    Solo le cose estreme hanno uno so che di stupido?

    Fare la fila, per più giorni, fuori dal negozio per accapararsi l’ultimo smartphone non è estremo, ma stupido…???

    Lavorare e solo lavorare per fare soldi su soldi, non è estremo ma stupido? Forse quando muori te li porti dietro?

    “Che io sappia non esiste nessuno che abbia fatto imprese grandiose senza avere, nel bene o nel male e in qualche modo fatto sapere agli altri di averle compiute.”

    Dipende da come e perchè si racconta quello che si è fatto. Se non si raccontasse nulla non ci sarebbe la storia dell’alpinismo, dell’arrampicata. Non ci sarebbe questo blog. Non ci sarebbero gli storici come Alessandro Gogna.
    Se si racconta per farsi belli e dire come sono bravo è una cosa. Se lo si fa per la cronaca o per condividere una propria esperienza, confrontarsi sulle idee, sulle motivazioni e sulle emozioni è un’altra.

  4. 6
    Fenomeno says:

    Innanzitutto, complimenti all’autrice dell’articolo, si capisce che è anglosassone.
    Poi, mi domando, c’è molta differenza fra prendere grossi rischi per gloria, fama, conoscenza dei propri limiti, noia, esibizionismo, ammirazione da parte degli altri, nazionalismo e per soldi, danaro, pecunia?
    Non ne sono più convinto. Tutte le attività “estreme” hanno un non so che di stupido che è difficile non riconoscere. Forse chi ci guadagna denari dal praticarle è paradossalmente il meno stupido.
    Che io sappia non esiste nessuno che abbia fatto imprese grandiose senza avere, nel bene o nel male e in qualche modo fatto sapere agli altri di averle compiute. Magari mi sbaglio ma sicuramente sarebbero assolute rarità.

  5. 5
    lorenzo merlo says:

    Tutti noi tendiamo a fare ciò in cui ci riconosciamo.
    Per questo a molti maschi non passa l’idea di uscire la mattina con la gonna;
    per questo alcuni si dedicano all’alpinismo o vanno verso il mare.
    Così si generano le esigenze e si esprimono i gusti.

    Avviarsi a compiere scelte che non ci rappresentano, nelle quali non sentiano pulsare il nostro io e/o il nostro spirito (cultura e natura), apre all’insuccesso, ai malesseri, agli inforntuni.

    Secondo un criterio di sopravvivenza e di proliferazione, si va e si crea dove ci si sente vivere ma, limitatamente ad un campo di forze graficamente rappresentabile con lo schema dell’equilibrio della fisica meccanica: finchè il baricentro cade entro la superficie della base d’appoggio.

    Le scelte non sentite, la sconsiderata emulazione tendono a portarci sul bordo o fuori, con le relative conseguenze.

    Così facciam tutti.

  6. 4
    Alberto Benassi says:

    “Le aspettative non provengono solo dagli sponsor, anche la comunità crescente di scalatori vuole la sua parte.

    «O con le foto, oppure non è mai accaduto» ”

    A me sinceramente che me ne frega se gli altri ci credono oppure no se l’ho fatta oppure no quella determinata via.
    La vita non mi cambia. L’importante è che sia sincero con me stesso.

    Per un professionista che vuole vivere di questa sua attività , di certo cambia.
    E forse più le sue immagini o foto riprendono e provano scene estreme e sopratutto pericolose e più (purtroppo) fanno colpo e si vendono .

  7. 3
    Alberto Benassi says:

    Sposto il problema sull’aspetto della prevenzione degli infortuni. Quindi anche su una responsabilità legale in caso di incidente.

    In una società come quella di oggi che parla molto di sicurezza. Dove , almeno apparentemente, nel lavoro cerca di fare tanto per la prevenzione degli infortuni con tutta una serie obbligatoria di adempimenti: uso D.P.I., redazione del P.O.S. , ect. ect.
    Come la si mette, in Italia, con questi giochini? Se lo sponsor paga è un lavoro. E lo sponsor magari è una grande azienda con tutte le carte in regola. Che se affida ad un terzo una certa prestazione, ne è anche responsabile davanti alla legge.

  8. 2
    Giandomenico Foresti says:

    Mah.. Che dire.. Articolo interessante dal punto di vista didattico ma il punto della questione secondo me è un altro e risiede nella motivazione che spinge una persona a voler vivere di estremo (intendo in senso economico).
    Non è mia intenzione fare del moralismo, voglio semplicemente dire che ogni attività umana, dalla più banale alla più impegnativa, ha le sue regole. Regole che variano col passare del tempo, con lo sviluppo della tecnologia, con le mode, ecc..
    Parliamoci chiaro, non stiamo parlando del manovale assunto in nero e mal pagato che vola giù dall’impalcatura privo dell’attrezzatura idonea a limitare i danni di un possibile incidente. Stiamo parlando di gente che ha fatto dell’attività estrema la sua fonte di reddito (magari misero) per coltivare un sogno. Sogno che per molti rimane tale in quanto non hanno il coraggio, la capacità, la voglia o tutto quanto insieme per abbandonare una vita considerata banale ma che nella maggioranza dei casi consente di non affrontare grossi rischi (con tutte le ovvie eccezioni del caso).
    Quindi a quale conclusione dobbiamo giungere? Ciascuno tragga la conclusione che vuole. Personalmente sono assolutamente soddisfatto di ciò che ho fatto fino ad ora e se guardo indietro non ho rimpianti. Sono ormai più vicino ai 60 che ai 50 e sono tutto intero, ho preso qualche rischio e qualcuno lo prendo ancora ma nel limite della decenza. Soprattutto mi sono divertito, mi sto’ divertendo e riesco ad emozionarmi con poco.
    Per altri evidentemente non è così ma allora di chi è la colpa? Dello sponsor cattivo? Di noi comuni mortali assetati di adrenalina altrui? Mah.. Io credo che a volte nel tritacarne ci finisci, altre volte ti ci vai a mettere.

  9. 1
    Alberto Benassi says:

    Caminati usando una sola corda ha fatto un errore. Salendo una via trad, l’uso delle due corde, grarantisce una migliore disposizione delle protezioni e visto che sono 2 le corde anche una maggiore sicurezza.
    Forse avendola già salita ha dato per scontato che l’avrebbe fatta senza problemi. Ma professionisti o no il momento del coglione capita a tutti. Quindi non bisognerebbe ma dare nulla per scontato.

    Perchè ha rifatto la via? Non credo che le riprese fossero per vanità. Forse perchè il pane va guadagnato?
    A questo punto la prestazione (molto pericolosa ) diventa un lavoro molto pericoloso.

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