La battaglia del Cervino

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort**, disimpegno-entertainment***

A me sembra che il bellissimo ultimo libro di Pietro Crivellaro, La battaglia del Cervino (Laterza, Bari, 2016), ma anche il suo stesso sottotitolo, “la vera storia della conquista”, esprimano più il concetto del “fare l’Italia” che della vera e propria salita di una montagna inviolata.

Siamo di fronte all’idea visionaria di un grande statista, Quintino Sella, che sapeva bene quanto, post-Risorgimento, sarebbe stato arduo fare gli Italiani. Che fosse molto difficile lo prova il fatto che neppure dopo 150 anni, con guerre sanguinose di cui una perfino civile, una dittatura e altre sciagure delle quali solo noi siamo responsabili, siamo ancora in piena emergenza di corruzione, mafia, disagio civile, disprezzo per arte, ambiente e cultura, pressapochismo da barzelletta internazionale: incoscienti delle nostre grande capacità (che purtroppo dimostriamo assai sporadicamente), pigri nei nostri vizi mediterranei, siamo ben lontani da quell’unità nazionale che il Sella vedeva. Questi possiamo paragonarlo a una specie di Altiero Spinelli che, pur avendo fondato già nel 1943 il Movimento Federalista Europeo, si rivolta sicuramente nella tomba nel vedere quanto un’Europa vera sia lontana.

Se vediamo la nostra storia in quest’ottica, pessimista fino a un certo punto vista la situazione dalla quale eravamo partiti, giungo ad affermare che è stato solo un bene che la conquista di quella grande vetta-simbolo che era ed è il Cervino se la siano aggiudicata gli inglesi. La delusione che ne è sortita di certo ha dato una piccola mano al processo che è ancora in atto.

Il libro di Crivellaro non parla apertamente di queste cose. E’ una piena immersione in quei tempi, dove tutti noi facciamo fatica a dimenticare che non esistevano radio, telefoni e quant’altro. E’ una ricostruzione di un’epoca molto piemontese, nel momento in cui la capitale stava passando provvisoriamente a Firenze. Un’inchiesta su un periodo in cui accanto alle grandi visioni coesistevano i propri piccoli interessi personali di chi sostanzialmente tirava a campare. Meglio comunque di oggi, dove accanto ai piccoli interessi ci sono quelli grandi, molto grandi…).

Anche se il libro ci racconta una delle imprese più famose della storia dell’alpinismo, gravida di dubbi e interrogativi sull’epico duello tra le due cordate guidate da Jean-Antoine Carrel e Edward Whymper, è chiaro che l’autore rilegge qui la vicenda in chiave politica, attribuendo al Sella, a Felice Giordano e all’abbé Amé Gorret il ruolo decisivo nei retroscena del grande evento.

Crivellaro è ben conscio che non possiamo storicamente mettere sullo stesso piano la figura di un Carrel, fortissimo ed espertissimo, ma refrattario a discorsi di gloria nazionale e ben più sensibile alla ricompensa economica, con quella di un Whymper che, figlio del suo paese in quel momento padrone del mondo, si poneva obiettivi ambiziosi, e poi li perseguiva uno per e poi li raggiungeva. Basta pensare alla sua conquista, di poco precedente, delle Grandes Jorasses o a quella, sempre sua, dell’Aiguille Verte e a tante altre.

La figura di Sella è ancora oggi abbastanza controversa: è uno della Destra storica, l’inflessibile custode del pareggio di bilancio. E’ ingegnere, geologo, ha la passione dell’alpinismo. Ma è convinto che i giovani (inteso come i “giovani italiani”) abbiano bisogno del rischio che si affronta per scalare le montagne, per essere educati, formati.

Edward Whymper

Per questo ha guidato nell’agosto 1863 la prima salita italiana alla vetta del Monviso (la prima assoluta se l’è aggiudicata nel 1861 l’inglese William Mathews, condotto da una grande guida di Chamonix, Michel Croz); per questo ha fondato al Castello del Valentino di Torino, il 23 ottobre dello stesso anno, il Club Alpino Italiano.

La storia dei tentativi al Cervino è lunga otto anni, ma è evidente che solo negli ultimi si è drammatizzata.

E non possiamo meravigliarci che Carrel, giunto sul Pic Tyndall (a 250 metri di dislivello dall’incombente vetta) e con terreno ancora vergine davanti che lo separa dalla cima, accorgendosi che gli inglesi lo stanno salutando dalla vetta, faccia fagotto immediato verso il basso, riportandovi tutte le provviste e gli armamentari portati in alto con tanta fatica. I “signori” (quelli che per Whymper che lo implorava di un tentativo erano diventati la “famiglia distintissima”) volevano la prima salita: questa non era più possibile, dunque il ragionamento di Carrel era ben chiaro, perché secondo lui mai e poi mai la cordata sponsor Giordano-Sella avrebbe più voluto insistere.

Forse Carrel si è reso conto solo in un secondo tempo di essere stato lo sfortunato protagonista di una partita di cui non conosceva le implicazioni: forse, dopo qualche anno, si sarebbe comportato diversamente, visto che i mezzi fisici e istintivi li aveva eccome. Non per nulla in effetti raggiunse la vetta per la cresta italiana (ben più difficile ancora oggi) solo tre giorni dopo la vittoria di Whymper.

Certo, materiale da raccontare ce n’è a iosa, e il 150° del Cervino ha riacceso l’attenzione sulla romanzesca vicenda della conquista e nuovi libri hanno riproposto il racconto più popolare dell’alpinismo. Non possiamo però affermare, come certa critica, che ci fossero interrogativi chiave ancora da chiarire. I documenti rispolverati da Pietro Crivellaro, con intrecci e retroscena, confermano senza ombra di dubbio ciò che già si sapeva. Belli e molto veri gli inediti del diario della consorte di Sella.

Felice Giordano

La gente si chiede perché tanti anni di tentativi dalla difficile cresta italiana, per lo più condotti dalla guida valdostana Carrel (detto il Bersagliere perché ha combattuto nelle guerre d’indipendenza), abbiano dovuto cedere il passo al blitz di una raffazzonata cordata di inglesi sull’opposta (e poi rivelatasi più facile) cresta svizzera, cordata in cui Whymper riuscì a entrare quasi per caso.

Il comportamento di Carrel nei confronti del giovane Whymper, con il quale tra l’altro aveva condiviso più tentativi di salita alla Gran Becca, sfuggente e menzognero, con il quale rifiuta i propri servizi all’inglese in quanto era già avviata la da lungo programmata ascesa tutta italiana, visto con gli occhi di oggi (italiani e soprattutto non italiani) è giudicato a dir poco ”vile” e per nulla “sportivo”. E questo è un giudizio ingiusto, perché i tempi di Leslie Stephen e il suo fair play come pure le regole alpinistiche di un Albert Frederick Mummery erano ben lontane dal venire. Eravamo di fronte a una “spedizione” italiana alla quale perfino lo stesso Giordano, grande alpinista, aveva rinunciato a partecipare, nella speranza di dare all’impresa maggiori chance.

L’epica vicenda del Cervino è un capitolo di storia della nuova Italia e il primo esempio di uso politico dello sport allora nascente. Ben sappiamo che negli anni Trenta ce ne furono tanti altri.

Scrive Giordano al Ministro delle Finanze Quintino Sella (il 14 luglio 1865, giorno della conquista inglese): “Caro Quintino, con un espresso ti mando un dispaccio a S. Vincent, distante di qui 7 ore di cammino. Oggi alle 2 pomeridiane con un buon cannocchiale vidi Carrel e soci sulla estrema vetta del Cervino… Dunque il successo pare certo… Whymper era andato a tentare dall’altra parte, ma credo invano… Farò il possibile per aspettarti onde possa venire tu stesso. F. Giordano”.

Jean-Antoine Carrel

Tanta è la gioia che il messaggero che si precipita a recapitare il dispaccio è lo stesso viceparroco di Cogne Amé Gorret, appassionato scalatore, che conosce palmo a palmo le montagne in cui è nato e che ha già compiuto nel 1857 un tentativo di salita al Cervino. La notizia della vittoria è elettrizzante, finalmente la rivincita degli italiani, dopo il Monviso e tante altre cime!
Ma l’entusiasmo dura solo qualche ora. Gli uomini visti in vetta erano gli inglesi! E infatti il 15 luglio ecco che una seconda lettera parte dal Breuil. Giordano scrive a Sella: “Caro Quintino, ieri fu una cattiva giornata e Whymper finì per spuntarla contro l’infelice Carrel… Io procuro di fare come Terenzio Varrone dopo la battaglia di Canne”. Poi in altra lettera, il 16 luglio: “Whymper giunse primo… ma purtroppo la pagò cara. Nello scendere dalla punta tre viaggiatori e la guida famosa Croz di Chamonix che era in testa rotolarono sino al fondo del picco… A Zermatt si è nella tristezza. Jeri a forza d’arrabbiarmi organizzai un’altra spedizione che partì questa mane e se il tempo la seconderà spero che pianterà la bandiera sul picco”.

Siccome la stampa inglese non celebrò il trionfo, anzi, condannò la follia dell’alpinismo, alla fine sembra che, ad aver trionfato, sia stata proprio la cordata italiana, ritornata indenne da una via che tutti sapevano essere più difficile (altrimenti l’inglese John Tyndall e le sue guide non vi avrebbero fallito…). Ma l’alpinismo e la sua storia in seguito ci avrebbero dimostrato che anche la morte fa parte della vittoria… e nessuno più oggi “impietosamente” pensa che Carrel e soci fossero i vincitori (anche solo morali).

Lo storico Crivellaro è molto abile a raccontare, facendo parlare le sue fonti originali, ma anche parlando di itinerari ch’egli stesso ha percorso; inventando numerosi dialoghi che sembrano autentici perché scaturiti dal senso delle lettere e dal clima abilmente descritto, sottilmente e intrinsecamente vero, di allora; mettendo a frutto l’esperienza di numerose mostre sull’argomento da lui stesso curate. 

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La battaglia del Cervino ultima modifica: 2017-08-29T05:57:54+02:00 da GognaBlog

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