La bellezza (non) ci salverà – 1

Istintivamente è difficile immaginare che un capolavoro possa celarsi in un piccolo libro, di una sessantina di pagine appena: la filosofia ci ha abituati a letture defatiganti e all’idea che la densità del pensiero vada di pari passo alla lunghezza dell’esposizione. Eppure c’è sempre dietro l’angolo l’eccezione che conferma la regola; verrebbe da aggiungere: “quella che non ti aspetti”, ma nel caso di La bellezza (non) ci salverà, di Ágnes Heller e Zygmunt Bauman (ed. Il Margine, 2015) c’era da aspettarselo eccome.

Comincia Ágnes Heller (Budapest, 12 maggio 1929 – Balatonalmádi, 19 luglio 2019), filosofa ungherese ultraottantenne e massima esponente della “Scuola di Budapest”, con la sua riflessione sulla bellezza tra l’antichità e la modernità: per lei – nel solco dell’estetica di Adorno – la bellezza è “promessa di felicità”, quella sensazione – di fronte a un’opera d’arte, ad esempio un quadro, che ci colpisce – che «ci fa desiderare ardentemente una vita all’interno di quel dipinto perfetto». E che magari non ci salverà (è scettica tanto rispetto alle prospettive religiose quanto a quelle metafisiche), ma di certo ci aiuta – al pari dell’amore e della libertà – a tener lontana la disperazione. In questo senso non c’è nulla di più utile alla vita della bellezza.
Il polacco Zygmunt Bauman (Poznań, 19 novembre 1925 – Leeds, 9 gennaio 2017), con il suo ben noto approccio pragmatico, dà “un ulteriore giro di vite” a questo aspetto di utilità e si domanda: «Può la bellezza partecipare a tale sforzo [di rendere migliore il mondo] giocando in esso un ruolo significativo? E se ciò è possibile, che cosa deve essere fatto, per provare a fare di questo nostro mondo un posto migliore per tutti?».

Evgenij Ivanovič Zamjatin

Trampolino da cui si lancia in un esame della distopia di questo secolo e di quello scorso, da Evgenij Ivanovič Zamjatin, Aldous Leonard Huxley e George Orwell ai recenti lavori di Michel Houellebecq (La possibilità di un’isola) e di Michael Haneke (Il nastro bianco), per concludere – in un excursus che passa per Michel Foucault, Max Weber e Milan Kundera – che la bellezza dell’opera moderna non sta nella sua capacità di produrre “posti immaginari in cui si vorrebbe stare”, bensì nel mostrare senza veli la bruttezza di quello in cui viviamo (il mondo d’oggi) onde superarne – si spera in meglio – la forma attuale.
Si farebbe però un torto all’editore se ci si fermasse qui, parlando di questo come di un libro scritto a (sole) quattro mani. Come rileva opportunamente il direttore editoriale, Paolo Ghezzi, nella sua Postfazione (che è anche un Glossario di termini baumaniani), sono almeno altri due i nomi da ricordare: quello di Francesco Comina, giornalista, che ha a lungo “corteggiato” la pensatrice in giro per l’Europa prima di riuscire a condurla in Italia con esiti tanto fausti. E quello di Riccardo Mazzeo, amico di Zygmunt Bauman e autore con lui di ben due libri, che ricorda – nella sua illuminante Prefazione al volume – quanto la bellezza sia ambivalente e legata a doppio filo alla sua antagonista – la bruttezza – caratteristica che rende, se non impossibile, quanto meno improbabile come candidata a “salvare l’umanità”. Mazzeo – intellettuale di spicco della scena trentina e nazionale – preferisce andare al di là di intenti così totalizzanti, in favore di quelle “illuminazioni” di musiliana memoria che ci portano al di là del brutale (e pulsionale) quotidiano verso una prospettiva di miglioramento personale e collettivo.
Una riflessione corale mirabilmente tesa fra la teoria e la prassi, di grande attualità, offerta a un prezzo ridottissimo in edizione rilegata a filo con risvolti (Paolo Calabrò).

Zygmunt Bauman e Àgnes Heller

La bellezza che ci salverà
di Àgnes Heller

La domanda intorno alla quale intendiamo sviluppare il nostro discorso è la seguente: quale bellezza ci salverà? Ma, prima ancora, che cosa significa che il bello potrà salvarci?

I filosofi cominciano sempre col porsi la domanda che Socrate, per primo, ha portato alla luce: «Ti estì?», «che cos’è?». I pensatori hanno cioè sempre cercato di rispondere a delle domande tipicamente infantili: che cos’è questo? Che cos’è quello? Che cosa posso fare? Le stesse fondamentali domande possono, ed è proprio quello che qui intendo fare, essere poste nei confronti della bellezza: perché una cosa è bella? Oppure, che cos’è il bello?

I filosofi si chiedono dunque qualcosa sulla natura del bello, ma non si accontentano di questo, non si fermano qui. Un secondo e non meno importante interrogativo riguarda l’effetto che la bellezza ha su di noi. Che cosa provoca la bellezza in noi? Che ruolo ha nella nostra vita?

Una concezione antica della bellezza
Il punto di partenza di questo discorso può essere fatto risalire a Platone, colui che per primo, nel IV secolo a.C. in Grecia, sviluppò un’intensa e importantissima riflessione su questo tema in due dei suoi dialoghi filosofici poeticamente più alti, il Fedro e il Simposio, sollevando degli interrogativi ancora oggi più attuali che mai.

George Orwell

Gli antichi, da Platone in avanti, si occuparono della domanda intorno alla bellezza «pura», della «purezza» del bello, in una prospettiva all’interno della quale il concetto stesso di purezza è sempre caratterizzato dall’assenza di «sensazione», come qualcosa di manifestamente non soggettivo. Proprio per questa sua natura il bello, nella dimensione degli antichi, entra in dialogo costante con il buono e con il vero, fino a pervenire a una fusione di questi tre concetti.

Anche la seconda questione, che prima ricordavo, era stata già posta dai pensatori greci: quali sono gli effetti che ha la bellezza nei nostri confronti? La risposta a tale interrogativo è, nella letteratura antica, una costante, ed è rimasta tale fino a oggi: dalla bellezza sorge l’amore. Non ci sono altre parole per dirlo: noi amiamo il bello.

Ciò porta dunque, inevitabilmente, all’instaurarsi di una connessione profonda tra la bellezza e i suoi effetti (tra cui appunto l’amore), tanto importanti nella vita dell’uomo. Si crea, da questo legame insolubile racchiuso nella componente estetica del nesso causa-effetto, una particolare dimensione associativa in cui tutto ciò che è sacro, tutto ciò che è divino non può che essere, in quanto tale, commisto tanto all’amore quanto al bello.

Prendiamo, a titolo esemplificativo, una rappresentazione del giudizio universale, in cui sono presenti – e ben distinguibili – paradiso e inferno. Apparirà certamente evidente come il primo trabocchi di bellezza. Qui la perfezione dei corpi non è corrotta da atteggiamenti erotici e non ci sono passioni sessuali a incurvare i visi, visi la cui purezza è invasa dalla luce, dal bagliore del sole, in una commistione di edenico e sacro.

Aldous Leonard Huxley

Al contrario, la dannazione è orribile, rappresentata da un groviglio di corpi di una bruttezza che si esprime nei visi distorti, negli sguardi peccaminosi, nei gesti malvagi e colmi di odio. Non ci sarà possibile trovare, in un quadro o un affresco di questo tipo, un solo singolo uomo dannato la cui rappresentazione non appaia profondamente ripugnante.

Prospettive sulla bellezza
Continuando nella nostra indagine possiamo notare che la bellezza è certamente costituita da un nostro giudizio di gusto: è tramite l’atto del giudicare che noi «creiamo» la bellezza.

A tal proposito il filosofo tedesco Immanuel Kant fornisce un suo particolare punto di vista quando parla di categorie estetiche «a priori», capaci di fornire giudizi estetici riguardo a singoli elementi, ma deboli davanti alla complessità di una moltitudine di elementi sommati. In qualche modo persiste in ciò il concetto aristotelico di una bellezza tutta racchiusa nella forma, non influenzata dal contenuto materiale di questa.

Ma è questa una vera definizione del bello? Io non credo. Se identificassimo pienamente bellezza e perfezione, ci sarebbe, a mio avviso, una ridondanza concettuale, un grande problema nell’economia del ragionamento che la filosofia si propone di seguire.

La bellezza non può essere ridotta e appiattita su altri concetti, pena la perdita delle sue particolari proprietà di senso. Ancora più evidente ad esempio è il fatto che nel sistema filosofico hegeliano il bello viene totalmente dissolto, al di fuori della mera prospettiva artistica e poetica, per poi ricomparire sotto le forme più disparate nei pensatori successivi, spesso estremamente critici nei suoi confronti: in Kierkegaard riluce la bellezza delle relazioni umane, in Marx la bellezza di una critica del mondo in prospettiva perfettiva, in Nietzsche si focalizza l’attenzione sulle emozioni spontanee e sugli istinti che muovono l’umano…

Le visioni della bellezza, i differenti punti prospettici da cui osservarla sono molteplici, ma ancora persiste con insistenza un interrogativo irrisolto: quali sono gli effetti della bellezza su di noi? Che cosa ci accade davanti al giudizio estetico che sorge in noi e ci obbliga a riconoscere che una cosa è davvero bella? Che cosa implica la visione di qualcosa di bello?

Una risposta promettente
Molte risposte sono state date a queste domande lungo il percorso del pensiero filosofico nella storia, ma quella che io preferisco, e che desidero proporvi, è quella del filosofo tedesco Theodor Adorno (1903-1969). Egli sostiene che il bello è una promessa di felicità. La bellezza non sarebbe dunque la felicità in sé, la felicità realizzata, ma solamente una promessa.

Davanti alla grandezza estetica di un soggetto dipinto in un quadro, per esempio, si risveglia in noi una sorta di nostalgia fiabesca che, come una nebbiosa foschia, ci avvolge e ci fa desiderare ardentemente una vita all’interno di quel dipinto perfetto, in cui poter condividere con quei soggetti raffigurati la nostra vita e i nostri ideali, e ci fa pensare quanto bello potrebbe essere, quanto felici saremmo, se potessimo essere dipinti su quella stessa tela che abbiamo davanti agli occhi. Questo è proprio il sentimento che Adomo vuole comunicare: è contemplando qualcosa, un’opera d’arte, un paesaggio, una statua o una persona che si può ritrovare, nascosta tra le pieghe dell’animo, eppure sempre presente davanti al bello, una promessa di felicità.

Bellezza: dannazione o salvezza?
Ma questa promessa di felicità è solo una promessa o può essere qualcosa di più, qualcosa di ulteriore? A mio avviso, l’opera d’arte e, più in generale, tutto ciò che è bello può essere certo inteso come promessa di felicità, ma questo in un certo senso equivale a dire che la bellezza porta la felicità stessa, poiché la vera e completa felicità non può, in fondo, che essere una promessa.

Tutta questa dinamica è racchiusa in un istante, o, come dice il pensatore tedesco, nell’Augenblick. Mi spiego meglio. Lasciate che vi narri brevemente la storia di Faust.

Tutti certamente sappiamo del patto che Faust fece con il diavolo, del suo contratto con Mefistofele. Faust, disperato, mentre malediceva la sua esistenza, viene a contatto con il diavolo che gli propone di siglare con lui un accordo: egli appagherà qualsiasi suo desiderio in questa vita a patto che Faust diventi suo servo nell’altra, nella vita eterna. Il protagonista però, incredulo verso l’esistenza di una vita dopo la morte, ribalta il patto, proponendo una scommessa. Egli sostiene che nulla di tutto ciò che Mefistofele potrà fare riuscirà mai ad appagarlo, e afferma provocatoriamente davanti al diavolo: «Se dirò all’attimo: “Sei così bello! Fermati!”, allora tu potrai mettermi in ceppi». Mefistofele accetta di buon grado, convinto di poter stordire con il proprio potere la sua vittima e credendo che, se anche ciò non dovesse succedere, la disperazione e la frustrazione di Faust diverranno comunque il marchio della sua dannazione.

Il momento fatidico, su cui deve cadere la nostra attenzione, arriva alla fine della lunga storia. Faust, profondamente mutato nel trascorrere del tempo, sta progettando la bonifica di un immenso acquitrino per spalancare le porte di una vita «attiva e libera», come lui stesso afferma, a migliaia di uomini. Mosso da questo desiderio «salvifico» egli si trova a immaginare, in una visione suprema, di «stare sul suolo libero con un popolo libero» e pronuncia, davanti a questa speranza, le parole del patto: «All’attimo direi: sei così bello! Fermati!» (1).

A queste parole, Mefistofele assapora il suo trionfo credendo di aver vinto la scommessa e di possedere l’anima di Faust, caduto a terra morto, ma lo spalancarsi delle fauci dell’inferno è interrotto dall’arrivo di schiere di angeli che, spargendo rose e boccioli, cacciano i diavoli e portano l’anima immortale del protagonista verso il cielo. La decisione angelica di salvare Faust viene giustificata con il desiderio e il costante impegno del suo lottare per un sogno, che, alla fine, gli avevano fatto pronunciare quelle parole che erano state identificate come il sigillo del patto.

Ora chiediamoci: in tutto ciò è presente una qualche contraddizione? Secondo la mia opinione la risposta è no. No, perché, nel momento in cui Faust dichiara la bellezza dell’istante, essa è legata alla promessa di una persona libera su una terra altrettanto libera, ad uno scenario che avrebbe consentito anche ad altri di essere felici, e solo questo avrebbe reso Faust, a sua volta, felice.

Quello che ci rende gioiosi non è la nostra diretta e immediata felicità, ma quella altrui, e le parole pronunciate da Faust riferendosi all’istante sono state dette allora in un impeto dato non dalla felicità stessa, dal godimento istantaneo e puntiforme a cui Mefistofele si era riferito nel momento del contratto, ma da una promessa di felicità. La bellezza dell’attimo non era felicità, ma solo promessa di felicità, e questo scioglie ogni contraddizione possibile tra le clausole del patto tra Faust e il demonio e il giudizio divino.

Da che cosa ci salva la bellezza?
Focalizziamo ora l’attenzione sul tema della salvezza, sulla redenzione. La bellezza, voglio che sia chiaro, non ci può salvare, non ci può redimere, né tanto meno può eliminare il dolore o mettere un freno alla morte. Tuttavia forse troveremo un bagliore di speranza in un altro concetto di salvezza, non religioso, ma che può, comunque, fornire una risposa alle domande fin qui insolute. La bellezza ci salverà, e ci salva tuttora, dal mostro della disperazione. In ogni istante di sconforto, di più profonda e buia sfiducia religiosa, emotiva, o in qualsiasi altra situazione che ci getti nell’ombra dell’avvilimento, fermiamoci, fermiamoci per un istante e diamoci il tempo di osservare qualcosa di bello, di far risplendere nei nostri occhi i bagliori che solo la bellezza sa offrirci.

Tutti noi, nessuno escluso, abbiamo esperienza della bellezza, possiamo trovare intorno a noi il bello, nelle persone che ci circondano, nell’ascolto di una sinfonia, nei colori di un quadro, sul volto di un bambino sorridente, nelle montagne luminose che ci circondano, nelle valli attorno a noi, guardando il sole che si posa tingendo di rosso la città, o in un’alba che risveglia le tinte di un cielo rosato. Davanti alla bellezza – dobbiamo solo imparare a guardarla – è impossibile cader preda della disperazione.

La bellezza, nella tradizione, è un attributo di Dio. Bellezza dell’anima, ma anche bellezza corporea. La Sacra Famiglia è sempre bella. La Madre di Dio è sempre bella. Anche il Cristo morto è bello. Santità e bellezza sono strettamente legate. La santità come bellezza promette la felicità, per alcuni anche una felicità eterna.

Ma come la mettiamo con il kitsch? Con gli orribili quadretti a buon mercato dei santi, o del tramonto rosato del sole? Anch’essi promettono felicità. E la stessa felicità promettono le modelle magrissime, con la maschera del trucco, sulle riviste.

Tuttavia, sarebbe un’esagerazione affermare che solo la bellezza può promettere la felicità. Anche l’amore, o la libertà, possono farlo.

Come avrete capito dalle mie parole, non è un senso religioso o metafisico che io attribuisco alla bellezza, incapace di redimerci e cancellare la morte, impossibilitata ad alleviare i nostri dolori fisici o a cancellare i peccati. Eppure, nonostante questo, la bellezza è necessaria, indispensabile alla nostra vita, poiché è in essa che troviamo il salvagente che, in un mare di disperazione, ci consente di non affogare.

Nota (1)
«Potessi un dì mirar queste contrade/ brulicanti d’un simile fervore,/ ed abitar sovra il redento suolo/ fra un popolo redento;/ allora potrei gridare, allora,/ «Resta! Sei bello!» all’attimo fugace./La traccia, qui, de’ miei terreni giorni/ non può svanir nei tempi sterminati./ Nel presagir questa letizia eccelsa/ io godo, adesso, l’attimo supremo (Johann Wolfgang Goethe, Opere, Sansoni, Firenze 1970, p. 1188)».

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La bellezza (non) ci salverà – 1 ultima modifica: 2019-12-15T04:23:33+01:00 da Totem&Tabù

1 commento su “La bellezza (non) ci salverà – 1”

  1. 1
    lorenzo merlo says:

    Come i sensi percepiscono secondo la loro missione – le variazioni di temperatura, di superficie, di immagine, di suono, di sapore – così l’ascolto ci informa di cosa risuona per noi.
    Come con i sensi fisici riconosciamo i nostri limiti e caratteristiche mondane, così, con quello metafisico, possiamo relazionarci alla natura energetica della realtà.
    Quando questo accade – per occasione o per dedizione – avvertiamo una condizione di sospensione dell’ordinario che traduciamo con bellezza.
    Si tratterebbe quindi di una risonanza ancestrale percepita dall’antenna che siamo.
    O viceversa, il ritorno di una nostra emissione.
    Nella bellezza avvertiamo il sacro, ovvero un’estensione di noi stessi.
    La condizione di amore – non quello ordinariamente appellato, passionale, egoico – tutto è bello. È la partecipazione all’Uno.
    Così come nella condizione mondana, preda di vizi capitali, le tre maglie della catena desiderio/soddisfazione/frustrazione si perpetuano ad infinitum, trattenendoci nella sofferenza.
    Questa è l’opposto del bello ed è anche rappresentata dalla separazione dal Tutto.

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