La bellezza (non) ci salverà – 2

L’utilità delle distopie
di Zygmunt Bauman

Sono stato molto colpito dal discorso di Àgnes Heller, ritengo che la sua esposizione sia stata molto bella e profonda.

In realtà, anche la mia esperienza personale e soggettiva della bellezza è sempre connessa a qualcosa che non si rivela immediatamente utile per il mondo. C’è ancora molto da fare per rendere il mondo un posto più ospitale per la vita degli esseri umani, per rendere più degna la vita umana.

Àgnes Heller

La grande domanda in questo contesto allora è: «Può la bellezza partecipare a tale sforzo giocando in esso un ruolo significativo? E se ciò è possibile, che cosa deve esser fatto, se non per raggiungere l’obiettivo ultimo, almeno per provare a fare di questo nostro mondo un posto migliore per tutti?».

Si possono distinguere due tipi di bellezza: quella naturale e quella creata dall’uomo.

La bellezza naturale è quella che risplende, ad esempio, dalle Dolomiti, e che causa in noi un immediato piacere. È la delicatezza delle farfalle, la perfezione delle rose.

La bellezza creata dall’uomo, d’altra parte, è quella che si trova nell’opera dell’artista e dell’artigiano. In questo caso è proprio l’intento del creatore a guidare l’arte, che si tratti di letteratura, musica, di arti visive o dello spettacolo. Quello che dobbiamo allora domandarci è se le arti cerchino di essere deliberatamente e volutamente finalizzate ad impressionarci per l’appunto tramite un’esperienza soggettiva di piacere, che si rivela essere la qualità che caratterizza ogni cosa bella, oppure cerchino di conseguire tale risultato attraverso altri canali.

Michel Houellebecq

Lasciatemi iniziare con un commento sull’opera di Michel Houellebecq. Il suo romanzo La possibilità di un’isola è una delle grandi distopie del nostro tempo, forse la più grande. Le grandi opere antiutopistiche del passato, come quelle ad esempio di Evgenij Ivanovic Zamjatin, George Orwell, Aldous Huxley, provavano a rappresentare il loro tempo attraverso la costruzione di una rete concettuale, la rete della comprensione, per coglierne i timori, per intercettare le paure della loro generazione, tanto quelle definite quanto quelle inespresse e sotterranee.

Tutti e tre gli autori appena citati riassumono le paure più angosciose dei loro contemporanei nella visione – per dirla con Orwell – dello stivale di un soldato che calpesta un volto umano.

Si tratta della paura nei confronti di un’ecclesia capace di conquistare, annettere e colonizzare l’agorà, il punto d’incontro di pubblico e privato, per poi utilizzare quest’ultimo come una testa di ponte da cui assaltare, invadere e infine distruggere ogni singola individualità umana. Questi autori, pur utilizzando approcci tra loro differenti, condividono l’idea di un’umanità che verrà condotta al macello da quella che Max Weber chiamava Macht, dallo Stato, dalla violenza dei governanti al potere.

Max Weber

Michel Houellebecq, a partire da questa visione, suggerisce un punto di vista differente: l’umanità è, semplicemente, abbondonata alla sua stessa autodistruzione, un’autodistruzione che si concretizza a partire da scelte prese individualmente. Qui lo spazio dell’agorà è stato assediato e invaso da un’individuale e privata ricerca di gratificazione.

Il nostro grande problema oggi non è tanto il sapere che cosa dev’essere fatto per migliorare la società e l’umana convivenza, ma piuttosto chi potrà essere in grado di fare una cosa simile. Il mondo in cui abitiamo si trova in un permanente stato di divorzio tra potere e politica, diviso tra poteri svuotati totalmente dal controllo politico e politiche a loro volta in costante deficit di potere. Houellebecq è riuscito a catturare le paure risultanti da tutto ciò nell’immagine dell’inabile guidato dal cieco.

Ora attraversiamo il Reno, così come i confini di genere, e andiamo a considerare il grande regista Michael Haneke, dal mio punto di vista il più importante filosofo tra i cineasti contemporanei e il più grande cineasta tra i contemporanei filosofi. Prendiamo il suo capolavoro, Il nastro bianco.

Michael Haneke

La trama dell’opera si svolge in un villaggio chiamato Eichwald – l’affinità con Buchenwald è evidente. Nel mondo descritto da Haneke non si parla di propaganda, di indottrinamento, di nuove ideologie, e neppure di una controideologia… Al contrario, egli vuole cercare di capire come può accadere che il male riesca ad agire indisturbato proprio attraverso l’azione di persone buone (secondo quelli che sono gli standard di bontà a partire dal codice etico del tempo), e riprodurre, attraverso le loro azioni, la stessa tipologia di un preesistente ordine profondamente immorale.

L’autore riprende da Michel Foucault alcune idee intorno all’arte moderna, in particolare per quanto riguarda la vocazione che l’arte moderna deve abbracciare. Foucault era solito affermare che l’arte moderna si caratterizza per il suo coraggio di trasgredire il consenso, il buonsenso e la fede nell’ordine egemonico delle cose che non si basano sulla riflessione.

Le arti non si sforzano di infrangere un’opinione superficiale, irriflessiva e stupida, tramite la bellezza. Lo fanno invece tramite la nuda bruttezza dello squallido ripetersi della vita che rappresentano. La vocazione dell’artista consiste nello strappare, come avrebbe detto Milan Kundera, il velo della presunta armonia, disturbare l’imparzialità del giudizio, causando in tal modo un sentimento di rabbia contro la ripugnante bruttezza della crudeltà latente celata dietro tale velatura.

Milan Kundera

Ne Il nastro bianco, come ha dimostrato Richard Weiskopf dell’Università di Innsbruck in modo convincente (1), Haneke fa emergere e mostra una triste verità: la persecuzione, oltre a depravare chi la mette in atto, non nobilita affatto chi ne è vittima; l’imposizione di qualunque cosa venga considerata «buona» e l’applicazione sistematica della costrizione si rivelano alla fine la principale radice della morale cieca, dell’insensibilità e dell’oppressione.

  In un’intervista concessa a Elisabeth Day (2), Haneke confida quello che è il filo conduttore della sua arte: «Sono tornato in Austria recentemente, dopo un viaggio all’estero, e ho visto notizie e titoli in cui comparivano moltissime cose orribili riguardo terremoti ed esplosioni, ma l’intera faccenda era accompagnata da una musica dolce e speranzosa. Tutto era stato commercializzato, reso attraente; era divenuto un programma di intrattenimento. Questo è il pericolo: che si arrivi a non essere più in grado di notare una cosa del genere».

Secondo Haneke, la violenza deve sempre essere mostrata per come essa realmente è, in tutti i suoi dettagli crudeli. La verità è tutt’altro che bella, piacevole e divertente, «la verità è oscena». La messa a fuoco di Haneke – osserva l’intervistatrice – si focalizza sulla «pericolosa natura delle convenzionali strutture sociali».

Forse qui giace la risposta alla domanda posta dagli organizzatori del nostro incontro: come possano le arti, sempreché una cosa del genere sia realizzabile, salvare il mondo.

Note
(1) Richard Weiskopf, Ethical-aesthetic critique of moral organizatìon. Inspirations from Michael Haneke’s cinematic work, in Culture and Organizatìon 20/2 (2014), pp. 152-174.
(2) The Guardian, 25 ottobre 2009.

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La bellezza (non) ci salverà – 2 ultima modifica: 2019-12-17T04:40:33+01:00 da Totem&Tabù

6 pensieri su “La bellezza (non) ci salverà – 2”

  1. 6
    Massimo Silvestri says:

    “Quel mondo rurale, povero eppure incantato quanto lo sono i ricordi d’infanzia, è entrato nella mia vita come il coro di un’opera lirica: scenari sempre mutevoli nel trascorrere delle stagioni. E il respiro dell’aria densa di profumi che, allo stesso modo della luce, fa scoprire tutta la bellezza che è  sulla Terra. Ho bisogno della bellezza, così come amo ogni anelito dell’uomo per compararsi ad essa. Amo l’ arte, quando non pretende di anteporre alla inarrivabile magnificenza della Natura, la cui bellezza è  sempre in divenire. Rinuncerei a qualsiasi merito artistico pur di riuscire a fare della mia via un’opera d’arte.”
    Ermanno Olmi, “L’apocalisse è un lieto fine.” 2012
    Buon Natale.
    Massimo Silvestri 

  2. 5
    Matteo says:

    Essendo il bello una categoria definita dall’intelletto umano, credo che stia solo nel sentire immateriale.
    Detto in altre parole il bello è relativo a un uomo in una data situazione, quindi è per definizione immateriale e non assoluto. 
    Magari provocato dal materiale.

  3. 4
    Massimo Silvestri says:

    Ah, mi pareva …. infatti è quasi peggio di Bauman e della Heller 🙂 !!!
    Scherzi a parte, l’osservazione che il bello non sta solo nelle cose materiali ma nei sentimenti immateriali mi sembra importante … è un punto di vista cui francamente non avevo mai pensato …. o, comunque, sposta la visione su un taglio nuovo. Anche per questo, cosa ne pensate?
    MS
     

  4. 3
    Matteo says:

    GIOITE GENTE !!
    E’ tornato il Merlo di un tempo, quello che non ci si capisce un ciufolo.

  5. 2
    lorenzo merlo says:

    Chi crede che la realtà sia nella relazione, il bello sta in un sentimento.
    Come per la comunicazione può essere provocato da un’interruzione.
    Non è proprietà delle cose.
    Chi crede nella rella realtà oggettivata forse può non comprendere.
    Quando diviene chiaro, si può riconoscere in che termini l’universo è più simile al pensiero che a materia in espansione.

  6. 1
    Massimo Silvestri says:

    Ringrazio il blog per aver accolto il suggerimento che avevo inviato qualche tempo fa relativo a questo libretto che mi era capitato di leggere.
    Penso che in montagna in primo luogo ci si vada perchè …. i luoghi sono belli! Ed è proprio quando si trova qualcosa di non bello – anche solo un rifiuto per terra a cui in città forse neppure avremmo fatto caso – che scatta la molla dell’indignazione!
    Le osservazioni della Heller e di Bauman sono molto profonde e magari non del tutto assimilabili da chi non abbia – come loro hanno avuto – una cultura sterminata. Tuttavia una riflessione penso che ci possa stare: che significato ha, oggi, anno 2019, per ciascuno di noi, la bellezza? Vale ancora? E cosa è il bello? E, soprattutto, siamo ancora in grado di riconoscere il bello – o quello che rimane del bello – anche attorno a noi a cui magari neppure facciamo più caso e che invece a qualcuno non del posto balza subito agli occhi?
    E’ questo lo spunto di discussione ….
    Saluti.
    Massimo Silvestri

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