La biblioteca viaggiante di Albrecht von Haller

La biblioteca viaggiante di Albrecht von Haller
Testo e foto di Giuseppe Popi Miotti

«Sul finire dell’estate del 1778 una imponente colonna di muli traversava le Alpi al Passo del San Gottardo. Diversamente dalle altre non trasportava merci ma sapere».

«Batte… batte… non batte più». Detto ciò si sentì improvvisamente leggero. Si sedette sul letto; anche il dolore causato dall’infezione alle vie urinarie che lo perseguitava da anni era sparito d’incanto, come se avesse assunto un’altra forte dose dell’oppio che usava per placarlo.

Albrecht von Haller
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Vispo e lucido si guardò attorno, scorgendo nella stanza il medico e qualche domestico. Domandandosi che ci facessero lì si alzò avvertendo un leggero strappo che lo costrinse a girarsi. Fu allora che si vide. Il suo monumentale corpo, grosso, sudaticcio e un po’ sfatto dagli anni, era supino nel letto, immobile, apparentemente morto, anzi, sicuramente morto, visto che lui ne era fuori.

Osservò il medico che si chinava sul cadavere in cerca di qualche rimasuglio di vita, lo sentì mormorare ad una serva che andasse a preparare dei vestiti, che il signore era spirato e, dimenticandosi quasi subito dell’evento luttuoso che aveva colpito se stesso, cominciò a pianificare il suo futuro.

Mentre si dirigeva veloce verso lo studio si ricordò dei suoi cari, della sua terza moglie Sophie e dei suoi figli che certamente avrebbero appreso con dolore la notizia della sua dipartita.

Ma fu solo un attimo, era malato da tempo e di certo loro se n’erano già fatta una ragione; insomma, se lo dovevano aspettare.

Il Passo del Gottardo con la rappresentazione allegorica dei fiumi che da esso si originano, la Reuss verso Nord, il Ticino verso Sud. Acquaforte di Melchior Füssli in Ouresiphoites Helveticus, sive itinera per Helvetiae alpinas regiones – Tomo II di J. J. Scheuchzer, Leiden 1723.
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Gli pareva che ogni malessere, ogni stanchezza, ogni sintomo dell’età fosse rimasto attaccato a quel corpaccione sul letto, simile a un bozzolo di farfalla. «Ecco!… Sì!… – pensò – sono veramente come una farfalla… Ecco il segreto della vita e della morte! Un bruco, un bruco! Ecco cos’e l’uomo in vita! Divora, consuma, si nutre di emozioni, di passioni, di cibi e a volte anche di scienza. E poi… e poi la morte. Il bozzolo carnale conclude la sua funzione e da esso s’origina un’altra entità, un altro destino».

Il Ponte del Diavolo. Illustrazione in Ouresiphoites Helveticus, sive itinera per Helvetiae alpinas regiones – Tomo II di J. J. Scheuchzer, Leiden 1723.
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Il Ponte del Diavolo, fregio nella carta Nova Helvetiae Tabula Geographica, foglio nord-ovest. J. J. Scheuchzer 1712-20.vonHaller-7-Miotti,La biblioteca viaggiante di A

La costruzione del nuovo Ponte del Diavolo. Carl Blechen 1833.
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Il vecchio (1595) e il nuovo (1830) Ponte del Diavolo in una acquatinta della prima metà del 1800.
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Felice e sereno, entrò nel suo studio senza più avvertire l’odioso scricchiolio del pavimento che produceva ad ogni passo quando ci camminava sopra in vita. Tutto era come l’aveva lasciato: lo scrittoio intasato di carte fitte d’appunti, il lume, il flacone con le ormai inutili pasticche d’oppio e soprattutto torri di libri che vegliavano, mute e pericolanti, il poco spazio ove scriveva.

Il vecchio Ponte del Diavolo, su cui passò la biblioteca halleriana, costruito nel 1595 in sostituzione di un precedente ponte di legno (William Turner 1803-04).
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Provò a prendere la penna, ma le sue dita diafane si chiusero invano. Allora provò a sollevare un libro, ma le mani lo traversarono senza fatica provocando solo un impercettibile spostamento. Un po’ triste von Haller si diresse allora nelle stanze che ospitavano la sua grande biblioteca per lui, l’aveva capito, ormai inutile. Mai più avrebbe potuto sfogliare quei preziosi volumi, mai più le sue dita avrebbero carezzato le pergamene, mai più l’aroma della carta e degli inchiostri avrebbe deliziato il suo olfatto…

Sull’Urnersee. A destra il Gitschen; prima metà del 1800.
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Altdorf e l’Urnersee; prima metà del 1800.
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Urnersee: la Cappella Tell e a destra il Gitschen; prima metà del 1800.
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Andermatt, all’uscita meridionale del Buco d’Uri; prima metà del 1800.
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Il porto di Flüelen; visibili le tipiche barche urane per il trasporto lacustre. Acquatinta di J. Hürlimann da disegno di G. Lory 1820 ca.
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Era passato ormai un anno e l’ectoplasma era ancora in quella casa, incapace di abbandonare i suoi cari libri; ma ora si trovava in grande agitazione. Pochi giorni prima, era giunto un emissario da Vienna che portava le condoglianze delle loro maestà Maria Teresa e Giuseppe II d’Austria e offriva l’acquisto della biblioteca di Haller per la bella somma di 2.000 luigi d’oro o 48 lire di Francia. Il fantasma ne fu subito lieto; si ricordava ancora della visita di Giuseppe II, che ricevette pochi mesi prima di lasciare il “bozzolo”. Era intenzione dell’imperatore trasferire quel prezioso tesoro di carta a Milano, per arricchire la neonata Biblioteca Braidense in Brera. Albrecht aveva pensato più volte di visitare l’Italia ma dubbi sulla salubrità del clima meridionale l’avevano sempre fatto desistere. Ora se non altro ci sarebbero arrivati i suoi libri. Poco tempo dopo giunsero a Berna il bibliotecario di Brera, Carlo Carlini, e il barone Kronthal. Sbrigati i convenevoli di rito e la faccenda del pagamento, gli emissari imperiali si diedero subito da fare per organizzare la complessa spedizione della biblioteca attraverso le Alpi.

I problemi erano molteplici, dalla scelta del percorso più agevole a quella del sistema d’imballaggio e trasporto. Quale peso per ogni collo? Meglio asini, muli o cavalli? L’estate stava volgendo al termine e bisognava fare in fretta: qualsiasi via fosse stata scelta, una nevicata precoce sui valichi alpini avrebbe potuto essere disastrosa.

Haller aveva una grandissima esperienza nel trasporto di libri: già nel periodo giovanile si era portato appresso per mezza Europa il primo nucleo della sua biblioteca.

Carovane presso il Buco d’Uri; prima metà del 1800.
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Ingresso a Hospental; alle spalle la strada del Gottardo; prima metà del 1800.
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Cartolina ottocentesca del Lago dei Quattro Cantoni.
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Il primo grande trasloco avvenne però nel 1736, quando fu nominato professore di anatomia, chirurgia e botanica presso l’Università di Göttingen. Fu un viaggio faticosissimo, durato ventitré giorni e conclusosi, “post multas itineris difficultates”, nella citta tedesca con il rovesciamento della carrozza.

Molti anni più tardi, nel 1753, i suoi libri tornavano a Berna, ma appena cinque anni dopo la biblioteca era di nuovo spostata a Roche, dove lo scienziato era stato nominato direttore delle locali saline. Fu a Roche che il numero dei tomi arrivò a superare le diecimila unità. Nel 1764 i volumi furono di nuovo spostati in Berna e ora era giunto il momento di quello che sarebbe stato il loro ultimo trasferimento.

Alla luce delle sue esperienze Albrecht pensò che sarebbe stato opportuno aiutare i nuovi traslocatori e prese a visitarne i sogni. Con questo metodo lo spirito suggerì che l’impresa fosse affidata alla casa di spedizioni del banchiere Ludwig Zeerlender, marito della sua nona figlia Charlotte. A incarico ottenuto costui si mise subito a studiare quale fosse la via transalpina migliore per il trasporto, ma considerando le titubanze del genero, Albrecht decise di intervenire con qualche altro consiglio. Per la comparsa diede il meglio di sé presentandosi in tutta la sua opulenza anatomica. Scelse vestiti di grande pregio, mise scarpini col tacco per apparire ancor più imponente e verso le tre di mattina, mentre lo Zeerlender si rigirava nel letto, entrò in scena assiso su un roccione circondato da vette grandiose e avvolto in un tenue velo di nebbioline dorate. Si guardò attorno con espressione ispirata e iniziò a declamare il poema che l’aveva reso celebre, Le Alpi: «Ostinatevi, o mortali, a correggere la vostra sorte; approfittate delle invenzioni dell’arte e dei benefici della natura; animate con zampillanti fontane i vostri giardini in fiore; intagliate colonne e coprite di tappeti i ricchi marmi; mangiate nell’oro dei nidi di Tonchino; bevete perle nelle coppe di smeraldo; addormentatevi con l’arpa soave, svegliatevi con la tromba; spianate le asperità; trasformate in parchi intere foreste. Il destino soddisfi pure ogni vostro desiderio: rimarrete poveri nell’abbondanza, miserabili nella ricchezza». Con consumata teatralità fece una pausa e poi si rivolse al genero: «So che un grande compito ti spetta: portare il mio sapere oltre queste vette, verso l’Italia. Cerca nel mio poema, cerca e troverai la via».

Gole di Schöllenen, monumento commemorativo delle vicende belliche per la conquista del Gottardo che nel 1799 videro di fronte le truppe austro-russe del generale Suworow e quelle francesi del generale Massena.
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Fotomontaggio che mostra i quattro ponti che traversano le Gole della Schöllenen. Il ponte più in basso oggi non esiste più ed è quello costruito nel 1595.
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Il ponte di Häderli salendo verso le gole di Schöllenen.
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Il mattino dopo Ludwig si svegliò con un pesante mal di testa che attribuì al sogno – o all’incubo? – del declamante suocero.

Cercò di scacciarne il ricordo, ma, attratto dalla curiosità, afferrò una copia del poema halleriano e si mise a leggere. Scorrendo velocemente i versi, fra pastori e leoni, figure mitologiche e memorie storiche, fra tempeste, folgori e cieli arcadici, giunse finalmente alla trentaduesima strofa dove lesse: «Dove il Gottardo s’alza sopra le nuvole, e il sole è prossimo al regno delle grandi altezze, la natura variopinta ha racchiuso in un piccolo luogo tutto ciò che la terra può offrire di meraviglioso…». Quella era certamente la soluzione dell’indovinello.

Fin verso il 1200 la via del Gottardo era stata fra le più impervie, causa il passaggio delle gole di Schöllenen, stretto canyon scavato dalle tumultuose acque della Reuss (o Ursa) e fu resa più transitabile solo nel XIII secolo grazie all’inventiva delle popolazioni Walser residenti in Valle Orsera (Urseren) allo scopo di agevolare i rapporti commerciali con la Svizzera interna. Forse ai lavori collaborarono anche gli urani e il Sacro Romano Impero di Federico II che vedevano di buon occhio l’aprirsi di un’agevole via verso il Ticino e l’Italia.

Lo sperone roccioso del Chilchberg, all’imbocco meridionale della forra, fu superato mediante un ingegnoso camminamento di legno, il Twerrenbrücke, sospeso sulla parete granitica con travi e catene. Le gole furono invece traversate con un ponte, anch’esso di legno, il Teufelsbrüke per gli urani o Ponte del Diavolo per i ticinesi, poi rifatto in pietra nel 1595.

Nel 1708, anno di nascita di Albrecht, il traballante Twerrenbrücke fu infine sostituito da una galleria scavata nel Chilchberg sotto la guida del costruttore ticinese Pietro Morettini incaricato dal governo d’Uri. Il primo tunnel delle Alpi, il Buco d’Uri o Urnerloch, era lungo 60 metri, largo 2,2 metri, alto 2,5 metri e venne a costare 8.200 talleri.

L’attuale albergo del valico
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Tempi moderni sulla strada del Gottardo.
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Passo del Gottardo: il monumento commemorativo opera di Fausto Agnelli in memoria del pilota vaudese Adrien Guex, caduto nelle vicinanze dell’ospizio nel 1927.
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Il luglio del 1778 fu speso in parte studiando le dimensioni e il legno più adatti per i contenitori. Considerando che la biblioteca avrebbe viaggiato a dorso di mulo, le casse dovevano essere strette e lunghe con il lato maggiore di almeno 45 centimetri. Si stabilì inoltre un peso massimo di circa 75 chilogrammi per collo; ogni animale ne avrebbe portati due per un totale di 150 chilogrammi, carico massimo consentito dai regolamenti delle corporazioni di someggiatori del Gottardo. Il 17 luglio, palesemente sollevato, Carlini scriveva: «Oggi si diede principio all’imballaggio, e se ne allestirono 9 casse contenenti li manoscritti, parte dell’Erbario, che devesi ripartire in molte casse a cagione della leggerezza dei volumi, e porzione de’ libri botanici». Le operazioni si protrassero per tutto il mese successivo e finalmente, in un radioso giorno d’inizio settembre, il fantasma prese posto su uno dei sei carri scelti per la prima parte del viaggio. La carovana uscì da Berna traversando il ponte sull’Aar e imboccò la larga strada per Zurigo. Poco dopo Rothrist i carri deviarono a sud-est lungo una strada meno agevole che li condusse a Zofingen per giungere infine a Lucerna.

Il mattino successivo le casse furono caricate su due grandi imbarcazioni che silenziosamente affrontarono le scure acque del Lago dei Quattro Cantoni. La giornata era perfetta e, quando il vento gonfiò le vele, l’ebbrezza della velocità scatenò moti di allegria e buonumore fra l’equipaggio.

Lo stesso ectoplasma ne fu contagiato e, lasciandosi prendere da quel vento gioioso, salì a spirale lungo l’albero maestro e più su. In basso le barche correvano veloci e si avvicinavano allo stretto passaggio fra la penisola del Bürgenstock e le pendici occidentali del Rigi. Al di là il lago tornava ampio prolungandosi verso est fino a Brunnen dove, doppiata la punta del Seelisberg, piegava verso sud e, con il nome di Urnersee, arrivava a Flüelen. Nell’Urnersee passarono davanti al Grütli, il prato ove nel 1291 le comunità di Uri, Svitto e Untervaldo stipularono il “Patto eterno confederale” che sancì la nascita di quella che poi sarebbe stata la Svizzera. Poco più avanti, sulla sponda opposta, Haller ebbe modo di scorgere la Cappella di Guglielmo Tell, piccolo edificio che ricordava il punto in cui l’eroe nazionale saltò sulla riva fuggendo dalla barca del balivo Gessler che lo stava portando in prigione a Küssnacht. Il viaggio, denso di emozioni e ricordi storici, si concluse a sera nel porticciolo di Flüelen, giusto in tempo per prendere i primi accordi con il responsabile della compagnia di someggiatori ingaggiata giorni prima da Berna.

Alle quattro del mattino una lunga colonna composta da un’ottantina di muli invase la piazza del porto e si iniziarono le operazioni di trasbordo che richiesero circa tre ore. Il sole scendeva lentamente riscaldando le pendici dell’Uri Rotstock e del Brunnistock, faceva brillare i ghiacciai; era quasi giunto sulla grande pianura allo sbocco della Valle della Reuss che, assolte le pratiche burocratiche e pagate le tasse di transito, la colonna si mise in marcia. Lasciate le sponde del lago, la strada procedeva passando i borghi limitrofi di Altdorf, Bürglen, villaggio natale di Tell, e Schattdorf. Comodamente seduto a cavalcioni di uno dei muli di scorta, Albrecht von Haller si beava del paesaggio. Il verde brillante dei prati, quello intenso delle abetaie, le vette già imbiancate dalla prima neve che si stagliavano nell’azzurro, tutto gli confermava la bellezza e la grandiosità delle Alpi. A pomeriggio inoltrato la carovana giunse finalmente a Gestinen (oggi Göschenen), dove le bestie furono scaricate e accudite mentre lo Zeerlender, pagava le tasse, o forletto, al Mastro di Sosta. Il giorno dopo li attendeva il superamento delle gole di Schöllenen; Albrecht le conosceva bene per averle già risalite nel 1736. Quell’anno, erborizzando, aveva cercato lo Juncus Bombycinus, trovandolo nelle torbiere della Valle Orsera e sul Passo del Furka, ma, stranamente, non sul Gottardo.

Alle prime luci, dopo essersi accodata a una carovana che portava verso l’Italia pellicce e tessuti di lana, la biblioteca prese finalmente la via delle gole e poco dopo traversava la Reuss sull’elegante ponte in pietra di Häderli. Più avanti, dopo una serie di tornanti, imboccarono la cengia che, avvitandosi attorno ad una sporgenza rocciosa, si affacciava sul precipizio in cui ribollivano le acque della Reuss. La cengia solcava in diagonale la vertiginosa parete portando nel punto dove gli opposti versanti quasi si toccavano: qui, esile e miracolosamente sospeso sulle cascate, li univa il Teufelbrücke.

Uno dopo l’altro i muli transitarono sul sottile arco di pietra che nel 1595 aveva sostituito il ponte primitivo.

Le goccioline delle cascate che salivano fino alla mulattiera ricordarono allo scienziato l’altro nome del manufatto, Stiebenede Brücke o Ponte gocciolante.

All’ingresso del Buco d’Uri dovettero attendere il passaggio di una lunga colonna di muli carichi di riso e vino proveniente dal Ticino che aveva già imboccato il passaggio.

Poi, finalmente, toccò a loro.

La vecchia carrozzabile che scende serpeggiando lungo la Tremola; visibile anche parte del tracciato più antico.
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Busto di Albrecht von Haller.
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Causa la claustrofobia di cui non si era evidentemente liberato neppure da morto, l’Urnerloch fu per Albrecht una vera tortura. Tornati alla luce, percorsero verso sud-ovest la radiosa valle sospesa di Urseren fino a Hospital (Hospental), dove la mulattiera si biforcava; nella medesima direzione proseguiva la via verso il Furka mentre quella del Gottardo s’insinuava verso sud. Durante la salita incontrarono qualche carovana che scendeva dal passo e qualche viandante isolato. Dopo la strettoia del Brüggloch, l’aria si fece più frizzante e presso la Cascina dei Morti li avvolse una sottile nebbiolina.

Qui, in attesa di più degna sepoltura, erano deposti i corpi dei viandanti di religione sconosciuta deceduti sul percorso, per sfinimento, malattia oppure travolti dalle slavine. La Cascina aveva un suo omologo sul lato meridionale del passo, la Cappella dei Morti, edificio simile, fatto consacrare e migliorare da san Carlo Borromeo nel 1577. A sera giunsero infine sul crinale massimo, battuto da un gelido venticello. Immaginate con che stupore i guardiani dei due ospizi, quello laico della Vicinanza di Airolo e quello dei frati cappuccini, ricostruito solo l’anno prima, accolsero l’imponente sfilata di animali. Zeerlender e altri uomini alloggiarono nell’asilo religioso gestito da Padre Lorenzo e una cinquantina di bestie ebbero modo di sperimentare la nuova grande stalla ottagonale. La presenza sul valico di un rifugio per i viandanti risaliva almeno al 1200 e da sempre gli ospitalieri, laici o religiosi che fossero, dovevano osservare rigide norme, in primis quella di rifocillare gratuitamente chiunque di passaggio con un minimo di viveri.

Chi giungeva di sera godeva di alloggio gratuito ed era tenuto a pagare solo se prolungava la sosta per cause indipendenti dalle condizioni della montagna e della sua salute. In caso però fosse ammalato o indigente l’ospitaliere doveva trattenerlo e, se necessario, per cure più efficaci lo doveva mandare all’ospizio di Airolo se diretto in Italia o a quello di Hospental se in viaggio verso nord. In caso di maltempo l’ospitaliere doveva indicare la posizione del ricovero con segnali luminosi o suonando la campana; doveva inoltre adoperarsi per portare in salvo coloro che si trovavano in difficoltà sul percorso.

Dopo aver assistito alla cena, Haller si mise accanto al fuoco.

Stranamente si sentiva stanco.

Forse, pensò, era il calo della tensione che l’aveva sorretto fin lì: ora che il tratto più difficile era superato poteva rilassarsi. Lentamente si assopì assieme alle fiamme. Ancor prima dell’alba fu ridestato dai carovanieri che stavano mangiando una parca colazione a base di latte, pane e formaggio. Stette un po’ a osservarli e poi uscì all’aperto.

Non c’era una nuvola e la nebbia si era dissipata. Veleggiando silenzioso raggiunse la barriera rocciosa che si affacciava sulla Val Tremola il cui versante sinistro era percorso dalla serpeggiante e vertiginosa mulattiera che scendeva ad Airolo. Non era mai stato in quel punto e per la prima volta in vita sua lo sguardo si spingeva verso il Ticino e l’Italia. Che fare? Seguire ancora i suoi amati libri? Che effetto avrebbe avuto il caldo clima italico sul suo fantasma? Forse era meglio fermarsi, in fin dei conti il più era fatto. Si volse verso nord e vide la carovana lasciare le case del valico. Il sole stava scendendo a lambire i prati e le rocce in un silenzio irreale, spezzato solo dal sussurro di una sottile brezza.

Ancora una volta si estasiò di fronte alla maestà degli scenari alpini e in quel momento di sublime meditazione gli sovvenne l’inafferrabile Juncus Bombycinus. Ma certo! Perché proseguire quando aveva una missione ben più importante: cercare la pianta che gli era sfuggita anni prima.

Così Albrecht von Haller se ne stette assiso sul roccione godendo il primo sole; vide i suoi libri imboccare la discesa della Tremola, li vide affrontare tornante dopo tornante e quando anche l’ultimo mulo scomparve, era scomparsa anche ogni tristezza.

Molti anni dopo ai viaggiatori in transito per il Gottardo, fra le tante storie di Padre Lorenzo, sarebbe capitato di udire anche quella che narrava di un vortice di fumo azzurrognolo che di tanto in tanto compariva sui pascoli, si fermava presso i laghetti, sembrava cercasse qualcosa. Ma di questa favola si persero i particolari quando il frate abbandonò il valico.

Bibliografia
Letizia PECORELLA VERGNANO: Il fondo Halleriano della Biblioteca Nazionale Braidense di Milano – Vicende storiche e catalogo dei manoscritti; Milano, 1965.
Albrecht VON HALLER: Le Alpi. Viaggi e altri scritti (volume a cura di Enrico Rizzi); Fondazione Enrico Monti – Fondazione Maria Giussani Bernasconi, Ornavasso (Vb), 2009.
AA.VV.: Museo Nazionale del San Gottardo – Sulla “Via delle genti”; Fondazione Pro San Gottardo, Airolo, 1989.

Albrecht von Haller (ritratto di Johann Rudolf Huber, 1736)
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Albrecht von Haller
(Berna 1708-1777)
Considerato da molti l’ultimo genio universale, Haller fu il fondatore della moderna fisiologia, ma fu anche clinico, anatomico, uomo di cultura enciclopedica e poeta. Attivo in ogni campo della ricerca fu mineralogista, ma soprattutto botanico. Erborizzando su quasi tutte le Alpi svizzere, nel 1768 descrisse ben 2.500 specie autoctone nella sua
Historia stirpium indigenarum Helvetiae inchoata. Frutto di questa ricerca è il gigantesco erbario composto da 10.000 esemplari conservati in sessanta volumi in-folio. Intensa in ogni campo fu la sua produzione letteraria che spazia da trattati scientifici a poesie di carattere filosofico-didascalico e romanzi di intento politico fra i quali Usong (1771).
La sua opera più celebre rimane il poema
Die Alpen, scritto nel 1729 e basato sul contrasto fra la vita artificiosa di città e la schietta esistenza degli alpigiani passata a contatto con la natura.
Notevole è anche il diario postumo
Tagebuch seiner Beobachtungen über Schriftsteller und über sich selbst (1787), in cui emerge evidente e doloroso il dissidio fra Illuminismo e fede religiosa.
Nel 1736 fu nominato docente di materie mediche presso l’Università di Göttingen e nel 1738 divenne medico personale di re Giorgio II d’Inghilterra. Fra il 1743 e il 1754 pubblicò le
Icones anatomicae, nuovo modello di atlante anatomico basato sugli studi condotti a Göttingen.
Dal 1754 fu sovrintendente alle saline di Roche e nel 1762 governatore della provincia d’Aigle. Nel 1766 terminava la monumentale opera in otto volumi
Elementa physiologiae corporis humani iniziata nove anni prima.
Durante questa intensa attività Haller trovò modo di sposarsi tre volte e di avere ben undici figli. La sua era considerata la maggiore biblioteca privata del tempo.

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La biblioteca viaggiante di Albrecht von Haller ultima modifica: 2015-05-10T07:00:13+02:00 da GognaBlog

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