La calata dei barbari del XXI secolo

La calata dei barbari del XXI secolo
di Stefano Santomaso
(già pubblicato da www.alpinismi.com il 9 ottobre 2018)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(3)

Tempo fa, aiutando mia figlia Silvia nei compiti di scuola, leggevo testualmente dal libro di storia: “le invasioni barbariche sono le migrazioni e gli spostamenti dei popoli germanici, che dal II al IV secolo d.c. penetrarono dentro l’impero Romano”. Barbaro non significa “cattivo o selvaggio” ma semplicemente “straniero”… Ormai qualche anno fa, un giorno mi si presenta sulla porta di casa un giovane ragazzo, alto, con un fisico asciutto e atletico. In testa una caratteristica capigliatura con lunghe ciocche di capelli che gli scendono quasi nascondendogli il viso. Parla in una lingua incomprensibile; forse è svizzero o tedesco, penso, o forse francese… certo di sicuro non è agordino!

Intuisco soltanto che viene dal Nord Europa, il mio pensiero lo associa immediatamente al libro di storia e mi fa fare un salto temporale di circa millesettecento anni: mi trovo al cospetto di un barbaro! Così, per capire esattamente la provenienza di quell’uomo cerco di buttare l’occhio sulla targa del suo cavallo parcheggiato fuori casa: la targa di color rosso con una “B” lì a fianco lo colloca in Belgio… “un barbaro fiammingo!” urlo.

Immediatamente lo chiudo fuori e corro dentro casa, nascondo le monete d’oro e i monili preziosi in un posto sicuro e mando mia moglie giù in cantina con l’ordine che stia assolutamente immobile e zitta, tanto credo sia grande il pericolo che stiamo passando. Infine racimolando tutto il coraggio che possiedo, decido di affrontarlo: mi armo di una bottiglia di buon vino italiano ed esco a barattare la vita mia e quella dei miei cari per un bicchiere di rosso. Anche il barbaro fiammingo è bene armato; in mano tiene due ottime birre artigianali belghe. Il duello inizia, all’ultimo sangue, no anzi, all’ultimo bicchiere!

Dopo un po’ di tempo capisco che il barbaro non è qui per saccheggiare la mia casa, le monete d’oro sono salve!
Iniziamo a conversare, il barbaro si chiama David Leduc e vive a Bruxelles ma il suo domicilio sul suo passaporto è indicato a Freyr che è la più importante falesia in territorio belga, ed è arrivato qui in Dolomiti per scalare, mica per saccheggiare! Anche la conversazione inizia a non essere più un problema: David parla ben quattro diverse lingue il che mi mette un po’ a disagio perché inverte i ruoli: ora sono io un barbaro ormai inselvatichito!

Tiri centrali di Kein rest von Sehnsucht a Punta Tissi

Mi dice che è arrivato perché qui vorrebbe fare “vie alpinistiche”, interessato a ricalcare le orme del suo connazionale Claude Barbier di cui è un grande stimatore. Eh già, chi non ha sentito parlare di Claude Barbier in Dolomiti! Qui ad Agordo molti si ricordano ancora di lui… A cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta le sue fulminee ascensioni eseguite con un’etica rigorosa hanno fatto storia: le innumerevoli vie nuove, i concatenamenti ma soprattutto le solitarie… fra le più importanti, la grandiosa via Comici-Benedetti alla Civetta, e la fessura Andrich-Faè sull’omonima punta.

David, che ha l’8c nelle dita, è animato dallo stesso spirito di Barbier, ha fame di avventura e soprattutto come dice lui è alla ricerca dell’anima della montagna, che poche persone in tutta la loro carriera alpinistica riescono a trovare.
Anche io riesco a percepire questa entità a volte; si manifesta solamente quando, lontano dal mondo antropizzato, ci si mette nelle condizioni di appartenere alla montagna: il nostro salvacondotto per la cima e il nostro naturale ritorno a casa deriva da un patto intimo che noi più o meno inconsapevolmente stipuliamo con la roccia e la parete.

Siebe Vanhee e David Leduc sul tiro chiave della via della Cattedrale alla Marmolada

David e i suoi compagni, che spesso sono in giro per il mondo ad arrampicare, hanno trovato qui in queste nostre pareti l’anima della montagna e io sono stato onorato di averli potuti guidare e consigliare in questo viaggio. La scelta di questo percorso, lo stile e l’approccio con la roccia è spesso ispirata da un principio semplice ma basilare che gli inglesi da tempo hanno definito come “by fair means” che significa “con mezzi leali”. Perché crediamo che l’alpinismo sia ben di più di una semplice ginnastica fra gli appigli e che le montagne meritino sì considerazione, ma soprattutto rispetto.

Ormai sono diversi anni che regolarmente i giovani alpinisti belgi ritornano in Agordino e ci troviamo ad arrampicare. Con David ed Ermes dell’Agnola lo scorso anno, abbiamo salito un bel pilastro ancora inviolato nel cuore dei selvaggi Monti del Sole sulla remota parete dei Feruch dedicandolo proprio alla nazione belga. Il Pilastro Belga, così si chiama, proprio per dove è situato racchiude un po’ l’essenza del nostro alpinismo: schivo, essenziale e radicale quando occorre…
A dir la verità dopo quella faticata speravamo tutti di ricevere un’alta onorificenza e magari anche un piccolo sussidio dal re del Belgio ma “stranamente” stiamo ancora aspettando la medaglia… e anche la pensione.

David Leduc sulla via Attraverso il Pesce… cercando l’infinito

Mi riesce difficile elencare le loro innumerevoli ascensioni effettuate in questi anni perché quasi tutte di grande spessore e difficilmente comparabili fra loro. Hanno ormai scalato tutte le più impegnative pareti delle Dolomiti percorrendone gli itinerari più difficili e significativi quasi sempre in arrampicata libera. In Marmolada ad esempio, oltre alle vie classiche, salgono Olimpo, la Via attraverso il Pesce, la Cattedrale e Specchio di Sara. Innamorati della valle di San Lucano hanno stabilito lì il loro campo base abituale; qui hanno ripetuto i due diedri di Casarotto allo Spiz di Lagunaz, la via Oggioni allo Spiz d’Agner Nord, mentre al Sass dla Crusc ripetono in libera le due belle vie di Nicola Tondini: Perla Preziosa e Menhir. In Civetta scalano in giornata la Kein rest von Sehnsucht a Punta Tissi, la via Gilberti-Castiglioni sulla Busazza e la via Piussi-Redaelli alla Torre Trieste. Gli riesce inoltre la prima libera integrale e “a vista” della fessura Franceschi-Bellodis sulla parete ovest del Pilastro Sud della Torre d’Alleghe, con difficoltà oltre l’ottavo grado su una chiodatura parsimoniosa e ormai datata.

Torre Alleghe. La fessura Philipp-Barbier-Marchard

Quel che invece non mi riesce difficile, è ricordare questi ragazzi associando i loro volti a nomi per noi talvolta incomprensibili: David Leduc e alla sua ragazza Laura Van Bruyssel sono ormai di casa. In loro rivedo, talvolta con nostalgia, la mia giovinezza e su di loro rispecchio l’alpinismo che più conta e più amo.

Di Christian Rolfs mi ha colpito subito il suo grande carisma e personalità: in Belgio è stato un precursore della libera, è il “discreto Manolo belga”, è un arrampicatore dal grande gesto atletico tanto forte quanto silenzioso. Siebe Vanhee è invece un atleta poliedrico ormai professionista, capace di accompagnarsi in giro per il mondo ai più forti alpinisti… Gente come Hansjörg Auer o Sean Villanueva o Nicolas Favresse, tanto per capirci. Tim De Dobbeleer e Reyn Vanderspeeten di lavoro fanno i boscaioli, ragazzi pratici e concreti, posseggono oltre alle doti arrampicatorie un sorriso smaliziato e contagioso. Lorenzo Bosi ha invece chiare origini italiche ma ormai si è orgogliosamente civilizzato barbaro. E poi Sam Vandendriessche, Klaas Willems o Frederic Flek e altri che qui sono arrivati.

Tim De Dobbeleer, David Leduc, Stefano Santomaso, Laura Van Bruyssel e Siebe Vanhee

Proprio in Civetta in quest’ultima estate, fra un temporale e un altro in cerca delle tracce di Barbier, ho percorso insieme a David e alla sua ragazza Laura la via aperta da Walter Philipp, Claude Barbier e Dieter Marchart alla Torre Alleghe. E qui più che parlare della nostra ripetizione voglio spendere qualche parola di elogio per i primi salitori che nel 1957 hanno vinto questa difficile fenditura strapiombante. La storia ci narra che gli stessi alpinisti, pochi giorni più tardi, attaccarono il grande diedro della Punta Tissi; ma Marchart in quella occasione ebbe un infortunio che lo costrinse, dopo dieci tiri, a scendere assieme a Barbier lasciando così a Walter Philipp e Dieter Flamm l’onore di terminare l’ascensione diventata poi ambita e leggendaria.

Invece il loro itinerario sulla Torre d’Alleghe è rimasto nascosto e quasi dimenticato, poco si sapeva di questa via, a tutt’oggi infatti le ripetizioni si contano sul palmo di una mano. Colpisce il tempo di otto ore impiegato dai primi salitori: sembra spropositato rispetto all’effettiva lunghezza della via (anche se poi ho capito il perché di tutte quelle ore). Anche la prima ripetizione invernale della via è costata alle ragazze cecoslovacche B. Danihekovà e V. Fusovà parecchio tempo: ben quattro giorni in un gelido inverno nel 1984. L’ultima ripetizione sembra quella effettuata dal lecchese Giorgio Anghileri, ormai sul finire degli anni Ottanta, che probabilmente è venuto qui a curiosare attratto dalla notorietà dei nomi dei primi salitori.

Torre d’Alleghe con il tracciato della via Philipp-Barbier-Marchard

Durante la nostra ripetizione, David è riuscito a salire con facilità tutta la via in arrampicata libera con difficoltà intorno all’ottavo grado, ma questo non deve impressionare visti i suoi numeri arrampicatori. Quel che personalmente più mi ha lasciato stupito è stata la consapevolezza dei tratti superati dai primi salitori con gli scarponi ai piedi che vanno ben oltre il classico sesto grado superiore. Il sottoscritto invece si è dovuto un paio di volte appendere come un salame… non so se sapete come sono appesi i salami nelle cantine, penzolano di solito ben lontani dalla parete! Il lieto fine sta proprio in cantina, non so se vi ricordate, ho ritrovato mia moglie che dal giorno della venuta del barbaro mi ero dimenticato di aver lasciato là.

Stefano Santomaso
Stefano Santomaso è nato ad Agordo nel 1971 e ha vissuto fino a prima di sposarsi a Farenzena, una piccola località posta sulle pendici del Framònt sopra Agordo. Il suo sguardo si è posato fin dall’infanzia su un corollario da fiaba, formato dalle maestose pareti delle Pale di S. Lucano e dagli infiniti e vertiginosi spigoli dell’Agner, per poi spaziare più a sud e perdersi sui contorti fianchi dei Monti del Sole e delle Alpi Feltrine.
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La calata dei barbari del XXI secolo ultima modifica: 2018-10-23T05:21:52+02:00 da GognaBlog

16 pensieri su “La calata dei barbari del XXI secolo”

  1. 16
    LUIGI GALLY says:

    Fabio Bertoncelli hai una visione della storia tipicamente Italiana. Le popolazioni Nordiche da Costantino in avanti furono tutte inglobate nel grande Sacro Romano Impero grazie alla religione cristiano-giudaica. La cartografia dell’espansione del cristianesimo contagia tutto il mondo esistente, Visigoti, Franchi , Bretoni, Germanici, Gran Bretania, Irlanda, il sud Egiziano, l’Ovest Ispanico, l’Ovest Mesopotamico fino a Sana nello Iemen, continuando Persia, Armenia, Georgia, Etiopia ecc. ecc. Questa é l’avanzata del S.R.I. da Costantino in poi.  Maometto si incarica di porre fine all’espansionismo cristiano-giudaico. Nel 631 un anno prima di morire Maometto é padrone di tutta l’Arabia; l’Islam continuerà a conquistare il mondo fino  ad arrivare nel sud della Francia e nella penisola Balcanica.  Le guerre di religione con le prime Crociate s incaricheranno di arrestare questo espansionismo. Leggi gli autori Inglesi, ti consiglio anche Michel Onfray, decadance. Saluti, LUIGI

     

  2. 15
    paolo panzeri says:

    Beppe, per me sono da rispettare come tutti e dico bravi a perseverare, ma non capisco perché si siano limitati a usare la loro volontà per raggiungere tanti obiettivi che loro stessi chiamano “normali”.
    Mediocri alpinisti?
    Solo quelli brocchi sono dappertutto.

  3. 14
    Beppe Guzzeloni says:

    Domanda: Aver fatto le normali degli 82 4000 e circa 50 su 140 normali del Brenta e’ da brocchi?

  4. 13

    L’Organizzazione delle guide alpine italiane, leggi Collegio Nazionale, c’è perché la legge lo prevede. Io ne faccio parte perché è obbligatorio per ogni professionista in attività ma questo non significa che ne condivida sempre le posizioni. Il Collegio stesso, ragruppando più di 1000 professionisti con teste diverse, si attiene alle linee legali e deontologiche ma non è un Club al quale appartenere per passione o cose simili. E’ un Albo Professionale e basta.

    Io appartengo a quello Veneto (che a sua volta dipende dal Nazionale) che devo dire funziona molto bene. Forse è quello che in Italia funziona meglio. Un Collegio deve salvaguardare la professione e gli iscritti nel rispetto delle mille norme che regolano il tutto. Non è facile, ti assicuro. Anche la professione di guida alpina ricade sotto una marea di leggi e regole che viste dal di fuori possono farla sembrare un mestiere simile all’impiegato statale, ma non possiamo farci molto. Mi fa ridere (e pure incazzare a volte) l’atteggiamento che gli alpinisti hanno nei nostri confronti perché valutano sempre tutto con la passione e la pancia, ma se vivi di montagna, tolta un’ etica che ognuno comunque ha, devi fare i conti con la realtà. Che spesso è distante dalla poesia. Io mi considero uno anomalo perché ad esempio dico ai clienti che in montagna si può morire ma è molto più comodo far passare il messaggio della sicurezza perché ha più consensi. Certo, un inesperto con una guida è più sicuro che senza, ma …. Se ne è già parlato a lungo pure qui.

    Comunque vivere di guida alpina “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” e se ti piace è bellissimo.

  5. 12
    paolo panzeri says:

    Marcello dici bene, spesso usiamo solo parole diverse, ma per quanto riguarda la vostra organizzazione tu dici poco o niente 🙂

    Comunque l’acca un tempo era importante e significativo, raccoglieva quasi tutti gli alpinisti italiani di alto livello delle varie epoche.

  6. 11

    Paolo, scusami ma per quale ragione un alpinista giovane e forte (come tu dici) dovrebbe voler far parte dell’Accademico? Quelli che conosco io vedono il CAI, e ancor più l’Accademico, come una roba da vecchi da cui tenersi alla larga e sinceramente li capisco. Alcuni fanno i corsi per diventare guide alpine per poter vivere di montagna e li capisco. Ma sono due cose completamente diverse. Forse una volta l’Accademico dava prestigio ai suoi appartenenti ma oggi mi sembra di no, se parliamo di alpinismo creativo.

  7. 10
    paolo panzeri says:

    Dino non devi pensare di sbagliare (ho un anno più di te e forse fra poco mi daranno la pensione di vecchiaia). Mi sembra che tu sinceramente dica di aver vissuto secondo la tua natura e sei sempre onesto nello scrivere.
    Mi spiego, ovvio che mi spiego in generale, le eccezioni per fortuna ci sono.
    Io sono molto critico quando una persona racconta balle (al consiglio centrale dell’accademico sono stato censurato perché ne avevo deriso due, uno è poi stato ammesso, l’altro poi è scomparso) e non si impegna come potrebbe: per me queste persone non devono essere riconosciute in qualsiasi ambiente, perché sono i furbi, gente che sfrutta gli altri come dei saprofiti.
    E il cai è diventato così, ha fatto del volontariato un sistema autoreferente per pochi e la gente crede in loro, poi c’è il discorso soldi e potere, ma lascio ad altri.
    La sezione accademica da anni preferisce a maggioranza inserire uomini del quinto sesto grado, amici, o anziani obsoleti e pochi giovani forti.
    Le scuole sono per la maggioranza in mano a gente che di alpinismo sa e fa molto poco, ma son tutti ben certificati e “posteggiati” e fanno piccole “creste” di solito non in montagna.
    Sul soccorso alpino devo tirare un velo pietoso, non sui volontari.
    Il cai si occupa di tutto, tranne che di spedizioni, quando dà il patrocinio fa pagare l’assicurazione, e l’alpinismo non sa quasi più cosa sia, basta vedere chi occupa quasi tutte le “prestigiose” posizioni di qualsiasi direzionalità.
    Le guide si stanno ringiovanendo, ma la direzione è ancora molto corporativa e non è capace di stimolare il raggiungimento di nuovi obiettivi come accade all’estero.
    Sono noioso e mi ripeto sempre, ma l’alpinismo italiano sembra riflettere la situazione politica e pure i nostri politici, che appaiono per lo più furbetti, ignorantotti e interessati.

    Ma se si sorride si scala molto bene 🙂 ed è sempre meglio esprimere le proprie opinioni, così magari vengono smentite e si sta meglio.

  8. 9
    Fabio Bertoncelli says:

    Mi sono ricordato di un altro esempio di “cordata europea”: negli anni Trenta Giusto Gervasutti arrampicò spesso col francese Lucien Devies, aprendo alcuni difficili itinerari nel gruppo degli Écrins (Ailefroide, Olan, Pic Gaspard).
    A un certo punto un gerarca fascista lo invitò (o lo ammoní) a legarsi solo con italiani. Il Fortissimo, forte anche nei principi morali, rispose che scalava per passione e solo a lui spettava la scelta dei propri compagni di cordata. E questa scelta si basava sull’amicizia, non sulla nazionalità.
    Quanti altri, sotto il regime fascista, avrebbero risposto cosí?

  9. 8
    Dino M says:

    Lo sapete che non amo molto la polemica tuttavia mi chiedo spesso dove sbaglio.

    Io sono vecchio (65). La scuola in cui da più di 40 anni insegno mi ha accolto quando ero ragazzo (19) mi ha insegnato i rudimenti dell’andare in montagna estate e inverno, facendo attenzione. I miei “talenti alpinistici” non erano tanti, mentre le spese per mandare in Università tre figli si.

    Tuttavia sono riuscito a fare parecchio soprattutto in Dolomiti (moltissime classiche), ma anche in centrali in Svizzera e sul Bianco.

    Idem con gli sci. Comunque non ho “scritto la storia” dell’alpinismo come parecchi di quelli che scrivono qui.

    I tre figli ora sono autonomi, ho una splendida nipotina, sono in pensione e vivo quasi sempre vicino a Cortina, dove dalle finestre vedo l’Antelao e il Pelmo. Adesso con l’età qualche limite in più c’è. Ciò non toglie che mi tolga qualche bella soddisfazione (Gogna sulla sud tre anni fa ed altre meraviglie che grandi alpinisti ci hanno donato). In falesia oltre che arrampicare su gradi decenti, traccio e faccio manutenzione.

    Continuo a fare, alcune volte da solo, quelle meravigliose cose che sono le “normali” in Montanaia.

    Insegno e coordino la palestra indoor della mia Sezione.

    Questo panegirico ( decisamente poco interessante) per dire che non sono invidioso, pur essendo un brocco  non ho mai messo uno spit in via. Qualche chiodo si (pochi) soprattutto sulle soste.

    Vedo però decine di ragazzi giovani che si impegnano, si allenano, ci danno dentro per fare chi alpinismo, chi falesia in un mondo che è sempre più difficile e mutevole; non sento da loro arroganza o mancanza di rispetto per ciò che è stato; anzi. Fanno tutto senza pretese  di “scrivere” nulla di storico. Che male c’è?

    Nei corsi che organizziamo, come fa Cominetti, mettiamo un “incipit”

    L’alpinismo è pericoloso e c’è il pericolo di ammazzarsi !!! Più di così

    Prendiamo giovani e meno, gli insegnano a fare dei nodi, a non partire se è brutto e a metterci sempre tanta attenzione, prudenza e buon senso oltre alle principali tecniche. Al termine del corso gli diciamo chiaramente che le cose che gli abbiamo insegnato non sono nulla ma che dovranno farsi da soli esperienza con prudenza e impegno.

    Cosa c’è di sbagliato?

    Anch’io non sono d’accordo con alcun e svolte e decisioni prese dal CAI ma non mi sembra il caso di buttare al macero tutto.

    Sull’argomento spit si, spit no, aggiungerei chiodo in più si, chiodo in più no. Però questa è un’altra questione.

     

  10. 7
    paolo panzeri says:

    Fabio, penso di aver compreso ciò che vuoi comunicare.

    Non ho molte speranze nel cambiamento, ma vedo che alcuni giovani piano piano tornano a credere nell’impegno, nella dedizione, e nella fatica del vivere… e capiscono l’ipocrisia del vivere attuale.

  11. 6
    Fabio Bertoncelli says:

    Paolo, io mi riferivo esclusivamente al libro di testo citato. Considerando innumerevoli casi analoghi accaduti nella nostra disgraziata scuola, mi domandavo: a chi mai affidiamo l’istruzione pubblica?

    Ritornando invece al tema alpinismo, sono ben contento che in questo campo si sia raggiunta la globalizzazione tra gli alpinisti. Altrettanto importante, si è arrivati a questo traguardo in modo del tutto naturale, e cioè senza costrizioni né tanto meno “invasioni”. Oggi è possibile arrampicare in Himalaya con un rumeno, un argentino e un taiwanese senza alcun pregiudizio. Si incominciò negli anni Sessanta con “una cordata europea”: lo ricordi?

    Almeno in questo campo il mondo dovrebbe prendere esempio dagli alpinisti. Però, lo ripeto, senza costringere nessuno a farlo. La cosa deve essere spontanea e naturale. E ciò richiede i suoi tempi.

    Invece detesto le orde sulle vie normali degli Ottomila. Il mondo è pieno di Seimila e Settemila solitari o inviolati e costoro si accalcano come un gregge sull’Everest. Questi qui sí che sono i nuovi “barbari”.

  12. 5
    paolo panzeri says:

    Una cosa:
    negli anni 70 si salivano vie di settimo, quindi ora quelli che salgono vie al massimo di sesto dovrebbero umilmente ritenersi poco capaci di scalare (non sono bravi o grandi), evitare sempre di parlare della sicurezza, della quale non possono saperne nulla, e sempre con umiltà evitare di piantare spit dove non son capaci passare, ma son passati centinaia o anche solo decine di alpinisti.
    Il rispetto deve essere sempre reciproco.

  13. 4
    paolo panzeri says:

    Fabio, io spero vivamente che queste invasioni barbariche, raccontate con gioia da Stefano, distruggano l’impero dei brocchi che ormai domina e abbruttisce quasi tutto l’alpinismo ufficiale italiano da almeno trenta anni.
    E secondo me lui l’ha scritto bene, come nell’altro suo racconto, senza polemica o altro di negativo, solo gioia per qualcosa che da noi è osteggiata da tanti ( brocchi invidiosi o falliti) a cominciare da tutto il cai partendo dai vertici, ma anche dalle varie congregazioni che ha filiato… una scelta caijana del 1981.
    Pensaci bene. 🙂

  14. 3
    Bar Baro says:

    Già, una bella pietra tombale per tutti quei curricolati con classiche da VI- e A0 (rigorosamente) che pretendono di insegnarti sempre qualcosa, che loro il Filippo hanno salito. Mica pizza e fichi. Per fortuna cordate così  che letteralmente camminano sui gradi “eroici” ce ne sono molte di più di quante ne appaiano sui social e loro se ne sbattono dei rosicamenti altrui, fanno e basta, senza giudicare o porsi su un piedistallo. L’invidia è una brutta bestia. Bravi, ragazzi! 

  15. 2
    Fabio Bertoncelli says:

    Le invasioni barbariche distrussero un impero e devastarono una civiltà. Furono necessari tantissimi secoli per riprendersi dal collasso. Definire tutto ciò come semplice “migrazione” è una totale e vergognosa mistificazione della storia.
    Sarebbe come dire che nel 1939 l’esercito germanico “penetrò” dentro altre nazioni europee in vista di una “migrazione” di popolo. Hitler voleva schiavizzare e ripopolare la Russia fino agli Urali: secondo la logica bacata di chi ha scritto quel libro di storia questa sarebbe stata una “migrazione” del popolo tedesco.
    Ma chi è il SOMARO o BUGIARDO che scrive simili castronerie?

  16. 1
    paolo panzeri says:

    Un po’ di sana polemica, così anche qui da noi qualche giovane in più capisce e cambia direzione.

    Ma chi sono questi, non li trovo, o trovo pochissimo su di loro!?!?!?

    Non saranno mica una conferma a quella “demenziale” intervista (poco affaristica, ma molto alpinistica) che avevo letto sull’informatore del “Gustì” e che faceva: alpinismo-e-social-quelli-che-appaiono-di-più-sono-quelli-che-vanno-di-meno?

    Ps: un aneddoto culturale: David dice sempre di voler imparare a chiodare, grazie a Stefano che da 4 anni cerca di convincerlo a piantare dei chiodi, ma non so se abbia acquistato un martello, i chiodi di sicuro no… per mettere gli spit si fa troppa fatica!

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