La civiltà dei rifiuti

La civiltà dei rifiuti

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

Il versante elvetico del Bianco si affaccia sulla Valle del Roda­no, sulla Val d’Entremont e sulla Val Ferret svizzera; imponente e glaciale come l’italiano e il francese, è incoronato da vette belle e importanti come l’Aiguille du Chardonnet 3680 m, l’Ai­guille d’Argentière 3901 e l’imponente Mont Dolent 3819 m.

L’iconografia legata alle ampie vedute sul Monte Bianco è di an­tiche origini, sebbene le prime rappresentazioni delle montagne abbiano avuto per soggetto altri rilievi, in particolare quelli del Vallese e dell’Oberland Bernese. Nei secoli XVI e XVII il massiccio del Bianco non compariva neppure sulle carte geo­grafi­che. Ma in pochi anni, a partire dal viaggio di Pierre Martel nel 1742, il Monte Bianco, le sue valli e i suoi ghiacciai comincia­rono ad essere oggetto di disegni, stampe e dipinti. Ad oltre due secoli di distanza, troviamo il “colosso d’Europa” raffigurato ovunque, dalle cartoline alle etichette di prodotti alimen­tari, dai poster alle locandine turistiche, per non parlare di libri e riviste. Foto­grafi e disegnatori si concentrano pigri sui versan­ti più conosciuti e di fama consolidata e dal tripudio d’immagini è rimasto escluso il versante svizzero. Eppure fu proprio questo il lato rappresentato nella Pesca Miracolosa di Konrad Witz, ri­salente al 1444: lo sfondo del quadro, una tempera su tavola, è il Lago di Ginevra, cui seguono tre fondali successivi: il Sal­éve, il Mont Môle e infine un evanescente e candido Monte Bianco.

Marco Milani e Paolo Cerruti hanno trascorso qualche ora dormendo in riva al Lac de Champex, uno splendido valico di prati e di boschi tra Marti­gny e Orsières. Axel, il pastore tedesco di Paolo, ha abbaiato molte ore alla luna, rovinando il sonno di molti. Pare che abbia scacciato un altro cane che normalmente staziona di notte vicino al lago.

Salendo a La Catogne (Vallese)

È assai presto quando i due partono alla volta del Catogne, uno dei più famosi belvedere sul versante svizzero del Monte Bianco. Axel corre precipitosamente con la lingua fuori davanti e dietro di loro. Verrebbe voglia di caricarlo di uno dei loro zaini!

Intorno, il Vallese si sta a poco a poco illuminando. Il sole splenderà anche oggi su quelle montagne perfette, sui pascoli, sui boschi. La montagna svizze­ra si riconosce facilmente, nulla è fuori posto, anche i piccoli particolari sono in armonia tra lo­ro. È merito della gente che abita queste valli, gente che evi­dentemente ama la sua terra. Il primo segnale è la pulizia dell’ambiente, l’as­senza totale dei rifiuti.

Il rifiuto è il prodotto necessario del consumo. I rifiuti infat­ti ci possono essere solo dove, per mantenere determinati livelli di produttività, si è creata la civiltà dei consumi.

Nei paesi ricchi ma attenti a non impoverire il proprio territo­rio i rifiuti sono rac­colti, smaltiti e riciclati; nei paesi ric­chi ma disattenti questo processo stenta ad avviarsi; nei paesi poveri ma dignitosamente autosufficienti, dove la civiltà occi­dentale è penetrata solo superficialmente e i consumi sono poco rilevanti, i rifiuti sono subito e completamente riciclati: là non esistono discariche di nessun tipo; infine, i paesi poveris­simi accolgono a braccia aperte i veleni e le sco­rie della nostra civiltà. Tutti a parole sostengono che la montagna deve rimane­re pulita; più volte si è tentato, con varie iniziative locali, di ripulire montagne e boschi. Invariabilmente poco tempo dopo si ricreavano le medesime condizioni di inquinamento o di pulizia approssimati­va. Ciò dovrebbe insegnarci che si possono ripristinare le condi­zioni naturali solo quando l’uomo “usa” l’ambiente con criteri che rispondono alla sua pulizia interiore. E perciò è inutile in­ferocirsi contro chi sporca: fino a che il livello generale di coscienza ambientale non crescerà, ci sarà sempre chi insozza.

Umilmente dobbiamo continuare a educare e dare esempio. Finché ci saranno persone che credono che gli spazzini puliscano anche i sentieri di montagna come fossero giardini pubblici, è bene insi­stere nel nostro lavoro. Dobbiamo dire di non lasciare botti­gliette e barattoli nascosti sotto i sassi: è un modo di far pu­lizia di cui ci si deve semplicemente vergognare. E ancora, nel nome della “pulizia”, non usiamo sapone e detersivi che inquine­rebbero le acque: per rispetto ai pesci e a noi stessi.

Non sotterriamo nulla: gli animali riporterebbero tutto alla luce. Seppelliamo soltanto gli escrementi, non troppo in profondità, per la decomposizione.

Non frantumiamo bottiglie di vetro, non abbandoniamole intere. Non lasciamo sacchetti di plastica vagare al vento.

Muniamoci di sacchetto portarifiuti, applicabile allo zaino: non dobbiamo separarci dal rifiuto, dobbiamo solo tenerlo separato dalle nostre cose.

Riportiamoci via i rifiuti comunque, anche se in vicinanza ci sono bidoni e contenitori. Spesso questi sono stracolmi e comun­que lo scopo finale dev’essere quello di eliminarli perché final­mente inutili. Di norma, lasciamo il luogo dove sostiamo o pas­siamo come vorremmo trovarlo.

Raccogliamo anche l’immondizia altrui, per quanto possibile. O l’orgoglio che ci impedisce di caricarci degli altrui rifiuti è così tenace? O forse è solo pigri­zia?

Anche e soprattutto i luoghi lontani e quasi inaccessibili devono essere lasciati come si desidera trovarli. Ciò vale per gli alpinisti, che hanno insozzato con tonnellate di rifiuti le montagne, anche le più alte, fino a 8000 metri, non­ché con l’abbandono delle corde fisse, delle tende e di altro materiale. Vale per gli speleologi, che hanno deturpato grotte e abissi abbandonando corde, rifiuti e quantità incredibili di carburo. Vale per i torrentisti, per gli appassionati di volo libero, per i canoisti e per tutti coloro che fanno della natura lo scenario delle proprie avventurose esperienze. Vale infine per chi cammi­na, per chi fa con la famigliola la merenda della domenica.

Le brutture estetiche sono meno gravi dell’inquinamento dell’aria o dell’acqua. I rifiuti infatti, oltre ad essere repellenti, sono fonte di inquinamento per il suolo, per i corsi d’acqua e quindi per gli animali e le piante. Quindi sono pericolosi anche per l’incolumità di tutti noi, soprattutto dei bambini.

In particolare ci sono dei rifiuti assai pericolosi: evitiamo nel modo più assoluto che le pile scariche siano abbandonate, oppure che i medicinali scaduti siano gettati.

In vetta a La Catogne

Per avere un’idea della durata dei singoli rifiuti, ecco un elen­co insufficiente ma già significativo: bucce di banana o arancia, 2-3 settimane; filtri di sigarette e calze di lana, 1-5 anni; carta igienica, 2-3 anni; carta plastificata, 5 anni; sacchetti di plastica, 10-20 anni; contenitori di plastica per film, 20-30 anni; pelle e cuoio, 50 anni; calze di nylon, 30-40 anni; suole di gomma, 50-80 anni; barattoli di alluminio, 80-100 anni; botti­glie di vetro, 1.000.000 di anni.

In attesa quindi che nelle nostre città la raccolta differenziata dei rifiuti sia dovunque completamente operativa e seguita sempre da un corretto smaltimento o da un processo di riciclo, è bene sostenere ogni iniziativa che voglia preser­vare le montagne e le aree naturali da un degrado del tutto evitabile.

Montagne e aree naturali non compromesse devono essere il punto di parten­za per la riqualifica di tutto il paese cui si appartie­ne.

Il paese di civiltà più arretrata deve cominciare a far distin­zione tra pulizia “passiva” (sgombrare ciò che è stato abbandona­to, depurare) e pulizia “attiva” (non “consumare”, non abbandona­re).

Il lettore vorrà perdonare se spesso o talvolta leggerà tra que­ste righe conclu­sioni per lui ovvie: però queste sono tra le cose che pensiamo quando camminiamo, le nostre idee si rivolgono a tutti, senza distinzione di cultura o di nazio­nalità, ben sapendo di fare in qualche caso delle inutili ripetizioni. Tutta la chiacchierata precedente ha pochi elementi nuovi, ma è stata ri­spolverata in occasione di una bella escursione sul Catogne, mon­tagna esempio di frequentazione e di pulizia totale. Ancora una volta dobbiamo prendere atto di quanto ci sia da imparare dagli altri.

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La civiltà dei rifiuti ultima modifica: 2019-02-10T05:20:53+01:00 da GognaBlog

3 pensieri su “La civiltà dei rifiuti”

  1. 3
    Carlo says:

    Mozziconi di sigaretta non solo sui sentieri…(da spiegare, perché se fumassi durante l’attività morirei sul posto), ma anche in parete!!! Sulle soste, mozziconi infilati nelle lame, imboscati tra i ciuffi d’erba…. è semplicemente vergognoso.
    Il menefreghismo non ha limiti…neanche verticali.

  2. 2
    alberto says:

    all’ingresso di una valle laterale della valle spluga c’è un bel cartello che recita più o meno così: “le bestie rispettano i boschi e la natura, l’uomo no. nei boschi comportati come le bestie”

    non fa una piega…

  3. 1
    Alberto Benassi says:

    È merito della gente che abita queste valli, gente che evi­dentemente ama la sua terra. Il primo segnale è la pulizia dell’ambiente, l’as­senza totale dei rifiuti.

    già “ama la sua terra” . Cosa che qui da noi, evidentemente, non è così. Basta guardarsi intorno, rifiuti abbandonati dappertutto. Lungo i bordi delle strade poi è sporcizia da tutte le parti. La gente apre il finestrino e butta: lattine, cicche, fazzolettini, bottiglie.

    Una vera dimostrazione di inciviltà, di ignoranza, di totale mancanza di rispetto e arroganza.

    Le mamme con il figlio a bordo della macchina sono le prime a dare questa dimostrazione di buona educazione al proprio figlio nel buttare il fazzoletto usato fuori dal finestrino.

    E poi gli incivili sono gli estracomunitari. BRAVI ITALIANI!!

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