La decrescita infelice del neoliberismo trionfante

La decrescita infelice del neoliberismo trionfante
di Francesco Piccioni
(pubblicato su contropiano.org il 24 novembre 2019)

La questione ambientale è una questione di sopravvivenza, anche sul piano economico. Trump (e i leghisti della Regione Veneto) a parte, non c’è quasi nessuno che ormai contesti questa affermazione. Il problema, semmai, nasce quando si prova a immaginare concretamente cosa voglia dire in termini sistemici.

Detto altrimenti: è relativamente facile fare i conti dei danni di un’alluvione o di una frana, e stabilirne la relazione con il cambiamento climatico. Ma quanto incide, in generale, il cambiamento climatico sulla crescita economica del pianeta?

Un rapporto dell’Economist Intelligence Unit (centro studi della “bibbia” britannica The Economist), uscito nei giorni scorsi, ha provato a calcolarne l’impatto sul PIL da qui a 30 anni. Moltissimo, sul piano economico; un attimo su quello ambientale.

Queste stime vanno sempre prese con le molle, perché in genere vengono fuori da calcoli necessariamente ipotetici, in cui una serie di variabili imprevedibili debbono essere considerate stabili o evolventi secondo una dinamica lineare. Il che è ovviamente impossibile; anche se aiuta a capire come si muove la tendenza che si vuole osservare, coeteris paribus.

Fatte le dovute premesse – in fondo l’economia è quella disciplina che prevede il passato – occupiamoci dei risultati dello studio.

Catastrofi naturali, come incendi e siccità, per esempio, continueranno a essere un freno per l’economia con il peggioramento delle condizioni climatiche. E l’impatto sarà più forte per le aree meno sviluppate, perché lì ci sono meno strumenti per combattere quelle sfide.

Le aree più ricche hanno risorse finanziarie più grandi, tecnologie migliori, istituzioni governative più esperte, reattive, preparate (non dappertutto allo stesso modo, ovviamente).

Al contrario, “Le istituzioni povere, pertanto, possono contemporaneamente danneggiare la crescita economica e aggravare gli impatti negativi dei cambiamenti climatici“, afferma il rapporto. Ciò potrebbe includere investimenti nella difesa dalle inondazioni, nello stoccaggio dell’acqua o nelle infrastrutture pubbliche.

Non si fa fatica a crederlo, se guardiamo a “grandi opere” come il Mose e la cementificazione del suolo in tutta Italia. In molti paesi ri-colonizzati, dove impera la corruzione e l’asservimento alle multinazionali, la situazione è anche peggiore.

Insomma, le aree avanzate sono considerate più resilienti, disponendo di strumenti di difesa migliori.

Ciò nonostante, da qui al 2050 l’economia USA dovrebbe diminuire dell’1,1%, così come tutto il Nord America (Canada e Messico compresi).

Poco peggio dovrebbe andare per l’Europa, con una perdita di PIL intorno all’1,7%.

Dietro viene il diluvio. L’Africa è logicamente più vulnerabile a un impatto economico negativo. Qui l’economia del continente dovrebbe ridursi del 4,7%. Ma già ora parte molto svantaggiata, perché le temperature medie sono più alte e lo sviluppo economico è inferiore rispetto agli altri continenti.

L’America Latina e il Medio Oriente sono appena meno peggio, mentre l’Asia-Pacifico è a centro classifica, con un danno atteso del 2,6% sulla sua economia “grazie” ai cambiamenti climatici.

La media mondiale (ogni continente pesa per il contributo che attualmente sta dando al PIL globale) è presto fatta: meno 3%.

Una precisazione è necessaria. Queste cifre negative, che potrebbero tutto sommato apparire non terrificanti, non sono relative a una “minore crescita rispetto al potenziale”. In altre parole, lo studio non dice che gli USA in questi 30 anni potrebbero crescere del 30% però dovranno subire un 1,1% in meno. Fosse così, non sarebbe un problema. E nemmeno troppo interessante…
No. Ci sarà un arretramento secco. Una decrescita, al posto della crescita. E a dispetto di qualsiasi politica economica o monetaria “espansiva”.

La mente, a questo punto, torna ai tanto sbeffeggiati teorici della decrescita felice, i quali – sulla base della conoscenza di alcuni dei limiti fisici allo sviluppo economico – suggerivano di reimpostare il modello industriale globale, puntando non più alla “crescita in-finita” – logicamente e materialmente impossibile in un mondo finito, ossia limitato – ma su un equilibrio tra produzione, risorse, bisogni umani tale da consentire di produrre un po’ meno ricchezza, con un impatto ambientale minore (anzi, tendenzialmente “sostenibile” o addirittura “riparatore” dei danni ambientali già provocati) e con una soddisfazione di bisogni primari più giusta, meno diseguale.

Giustamente, a quei teorici veniva nel migliore dei casi obiettato che una simile decrescita, in un mondo capitalistico, era un’utopia. La “libera impresa” cerca il massimo guadagno, crescente nel tempo, senza riguardi né per i diritti umani di lavoratori e popolazioni; e ancor meno per “l’ambiente”, considerato null’altro che una risorsa da mettere a valore (se la parola “sfruttare” vi sembra troppo cruda…).

Ma la Natura ha le sue leggi fisiche, i suoi limiti immodificabili. Puoi forzarli localmente, desertificando un’area per poi passare a un’altra. Ma alla fine, dopo aver girato tutto il mondo, torni al punto di partenza. Ed è un deserto che ricomincerà a fiorire con i suoi tempi, non con quelli dell’ansia di profitto.

Dunque nell’immediato futuro la descrescita va a sostituire la crescita, anche per la bibbia del neoliberismo. Restando sotto il tallone di ferro del capitale ciò vuol dire molte cose, e nessuna piacevole. La più immediata è la guerra di tutti (i capitali) contro tutti (i capitali). Perché se il profitto diminuisce, deve diminuire – e in proporzione maggiore – anche il numero di chi se ne appropria. Sulla nostra pelle, ovviamente… Benvenuti del Terzo Millennio!

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La decrescita infelice del neoliberismo trionfante ultima modifica: 2020-02-13T04:33:57+01:00 da Totem&Tabù

9 pensieri su “La decrescita infelice del neoliberismo trionfante”

  1. 9
    Matteo says:

    Lorenzo, e poi chiudo su questo, chi credo che “capire cognitivamente esaurisca il tema della comunicazione” è monco di tutta la parte esperienziale, sensoriale e emozionale. Non c’è dubbio.
    Ma chi crede che la parte esperienziale, sensoria e emozionale sia il tutto è altrettanto monco della caratteristica fondamentale dell’animale uomo, l’unico in grado di pensiero astratto. 
    L’esperienza non si comunica, ma si può (in parte almeno) trasmettere: si chiama apprendimento culturale, non riguarda solo il mondo delle idee ma anche quello delle pratiche e delle preferenze. Lo fanno anche parecchi animali superiori, in una qualche misura.
    Basare tutto solo sull’esperienza è un comportamento patologico quanto negarne ogni valenza. In realtà direi che sono impossibili entrambi allo stato “puro”, semplicemente perché, volenti o nolenti, siamo composti da esperienza e intelligenza.
    Trombare tramite un processo cognitivo è sterile come pretendere che un bambino impari ad allacciarsi le scarpe con la sola propria esperienza.
     
    Per esempio che l’arte dialettica permetta la trasmissione dell’esperienza. Per esempio che capire cognitivamente esaurisca il tema della comunicazione. O che capire cognitivamente sia dunque il massimo che possiamo realizzare. O anche ci fa credere ai suoi giudizi di merito su noi stessi e il prossimo.

  2. 8
    lorenzo merlo says:

    Dentro il sortilegio razionalista crediamo alle sue supestizioni.
    Per esempio che l’arte dialettica permetta la trasmissione dell’esperienza.
    Per esempio che capire cognitivamente esaurisca il tema della comunicazione.
    O che capire cognitivamente sia dunque il massimo che possiamo realizzare.
    O anche ci fa credere ai suoi giudizi di merito su noi stessi e il prossimo.
    Nell’incantesimo razionalista non vediamo la lapalissiana evidenza che l’esperienza non è trasmissibile.
    Non vediamo le prospettive che impone e le scambiamo per verità superiori.

  3. 7
    Angelo Brega says:

    Se una critica può essere fatta a questo articolo, è che dice cose assolutamente ovvie e risapute. Faccio fatica a capire il senso dei commenti di Marco Lanzavecchia, che mi sembrano provocazioni inutili. Ma il mondo è bello perché è vario…

  4. 6
    Matteo says:

    Si, appunto, quali sono le sciocchezze?
    Che un modello di sviluppo che presuppone la crescita infinita è destinato al fallimento in quanto è impossibile una crescita infinita in un sistema chiuso?
    Che misure basate sui parametri di un modello sbagliato non possono che portare a soluzioni sbagliate, o meglio, a pseudo-soluzioni? 
    Che continuare a basarsi su queste pseudo-soluzioni non potrà che portare a situazioni che definire poco piacevoli pare riduttivo?
    Comunque il liberismo è citato nelle conclusioni con la sua bibbia, the Economist

  5. 5
    Roberto Pasini says:

    E’ interessante notare come in questa sezione del blog si alternino fonti critiche di estrema destra e di estrema sinistra accumunate dagli stessi bersagli: il globalismo, il liberlismo, il capitalismo, l’unipolarismo statunitense, la Ue asservita alle banche…Anche in una parte dell’opinione pubblica è diffusa l’idea della scomparsa della distinzione tra destra e sinistra e questo può avere le sue origini nel fatto che la Nuova Destra si è approppriata di temi sociali in passato tipici della sinistra e che la sinistra storica è nel pallone e spesso ha fatto proprie tematiche proprie del liberismo. La confusione dunque regna sovrana e se non si hanno un pò di conoscenze storiche si rischia di fare un gran casino. Se però si passasse da contributi di critica a contributi di proposta si scoprirebbe che la vecchia distinzione ha ancora il suo valore e che sotto ci sono due idee di società profondamente diverse, come ha dovuto constatare lo strano governo Lega – 5Stars appena è passato dalla fase di critica alla fase di governo (e come sta in parte accadendo anche con il nuovo governo). Per fare chiarezza bisognerebbe dunque pubblicare anche pezzi di proposta e non solo di critica. Si vedrebbero allora in modo più evidente che la radici delle due piante generano frutti diversi. Ne sono convinto.

  6. 4
    Marco Lanzavecchia says:

    Veramente un ammasso di sciocchezze anche se per una volta senza rigurgiti nazinostalgici. Interessante per la totale inconsistenza fattuale e la combinazione di lemmi casuali con l’evergreen del “liberismo” (Come mai non neo?) citato nel titolo e mai ripreso neanche per sostenere una seppur sgangherata connessione con le sue supposte conseguenze. Uno normale non cita previsioni senza citare la fonte di studi e i dati da cui scaturiscono: ma un imbrattacarte invece sì. In prima media avrebbe preso un fuori tema… sul pianeta dei rincoglioniti piacerà.

  7. 3
    Matteo says:

    La mancanza di cifre c’è, ma non so bene quali potresti volere Marco; cos’è che  ti da tanto fastidio nell’articolo?
    L’assunzione che un sistema chiuso finito non può sostenere la crescita infinita di un suo parametro e quindi è necessario un cambiamento dell’attuale sistema? Questa è fisica elementare: non necessita di altra dimostrazione che assistere allo sviluppo di una muffa su una piastrina di agar-agar.
    Oppure l’affermazione che se è il capitale a governare questo processo, condurrà solo a soluzioni spiacevoli?  Ovviamente sempre che sia possibile che il capitale possa guidare un siffatto processo, dato che non è dotato di intelligenza propria ed essendo volto all’inseguimento del profitto nel breve periodo temo finisca male se non controllato dall’esterno  

  8. 2
    lorenzo merlo says:

    E grazie ai benpensati del buon senso, paladini dello status quo.
    Ai difensori del capitalismo, alle superstizioni dell’economia neoliberista.
    Uomini shoccanti, ben vestiti ed educati, mi fate paura.

  9. 1
    Marco Lanzavecchia says:

    Scrivere una fonte, un dato, citare delle cifre… tutte cose passate di moda. La meglio cosa poi è il liberismo. Non sappiamo cos’è, buttiamocelo dentro.. . Che il troglos scuote il testone felice. Poi non citiamolo più che tanto nessuno legge. Preoccuparsi di collegare anche solo in modo ipotetico, non dico privato e logiclogico, una cosa all’altra è una cosa noiosa… da professoroni.  Difficile leggere così tanta aria fritta senza preoccuparsi del consumo di risorse per friggerla.

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