La Fòrcola d’Argient

La Fòrcola d’Argient
(scritto nel 1995)

Questa volta parto dalle cave: la grande quantità presente nella zona della Valmalenco sta a testimoniare l’im­portanza che la pietra ollare (la lapis viridis comensis di Plinio il Vec­chio) ha avuto nell’economia e nella storia della Valmalenco: solo qui oggi pochissimi artigiani mantengono viva l’attività. Si riscalda il bloc­co grezzo, (ciapun, che spesso ha già una sorta di manico, la coda), poi lo si mette al tornio. Una volta questo era mosso da mulini ad acqua, oggi si usa l’energia elettrica. Il blocco grezzo era fissato tra il perno rotante arbui e il cantireu, ossia il controtesta del tornio portante anch’esso un piccolo perno felùl, che era inserito in un piccolo foro alla base del masso. L’artista si sedeva su l’ass e avviava il tornio con la verga di ferro o acciaio. Il tornio girava vorticosamente e la verga appoggiata al supporto laterale slisareu appianava le irregolarità della pietra. Si procedeva quindi allo scavo di un solco a un centimetro dai bordi. La punta, guidata a mano e appoggiata sulla zula, penetrava gradualmente provocando una polvere impalpabile da cui ci si difen­deva con una mascherina. Infine, tramite aste d’acciaio dalla punta ricurva, i sedun, innestate su un manico di legno a forma di L, suscepi, s’iniziava lo scavo orizzontale del fondo del blocco, fino a che con un piccolo colpetto i due pezzi si staccavano e nasceva il laveggio, un bellissimo recipiente di serpentino adatto a tutti gli usi di cucina. Con la pietra ollare si confezionano anche oggetti ornamentali.

La Fòrcola d’Argient e il Canalone Folatti

Ma sopra alle cave ci sono le grandi montagne della valle. Compito di chi racconta è di informare: fatti, avvenimenti, sogni ed evoluzione. A volte però il narratore non riesce a distinguere tra ciò che è e ciò che vorrebbe che fosse. Chi racconta non è soltanto dietro, è anche davanti. Così può guardare dietro l’an­golo, prima di arrivarci, quindi indovinando, intuendo, esponen­dosi al rischio di non essere capito. Ogni tanto mi sorprendo a divagare con la fantasia alla ricerca di motivazioni forse più profonde, il senso di un agire verso la conquista delle fòrcole d’argento.

Notte oscura; abbandonata tosto la via solita d’accesso agli i­tinerari normali, dopo lento e tortuoso procedere fra insidiose crepe, giungiamo verso le quattro all’attacco del canalone. Breve sosta. Il silenzio più assoluto regna d’intorno: ammiriamo, in pieno raccoglimento. Una foschia candida sommerge le lontane val­li, e dilaga, lenta, verso di noi. Su quel mare immoto, si deli­nea vagamente la bluastra teoria di vette rincorrentisi verso l’infinito. Grevi nebbie stagnano sulle rocce laterali del cana­lone, flaccide e pigre. Solo il colatoio, solcato dalla brezza, si innalza interamente libero. In alto, quasi a perpendicolo sul­le nostre teste, incombe, lievemente illuminata dalla luna, la gran cornice della fòrcola. Nel breve tratto di cielo aperto che ci sovrasta, appena chiarito dalle prime luci dell’alba, una stella brilla solitaria.” Così è l’inizio dell’avventura per Gino Bombardieri, Cesare Folatti e Peppino Mitta, quel 25 luglio 1933 in cui per la prima volta fu sa­lito l’orrido canalone ghiacciato della Fòrcola d’Argient.

Circa due chilometri di dislivello più in basso e mezzo secolo prima, sulle ripide pendici del Monte Motta nei pressi di Fran­scia, era in piena attività l’estrazione dell’amianto. Se dall’Alpe Uva si guarda verso monte, si nota una regolare disca­rica di pietre alla cui base fu costruito un muraglione protetti­vo per impedire che i detriti invadessero i prati. Nella parte alta della pietraia una traccia si allontana verso destra (scen­dendo) e la traversa. Poi “Man mano che si sale si possono notare grandi opere di scavo: ci si avvicina alla cava del Ross” commenta Giuseppe Miotti. “Ricordo che la prima impressione che ricevetti fu quella di trovarmi di fronte ad un pueblo, quelle città pelle­rossa costruite in enormi cavità della roccia arenaria del deser­to americano“.

Racconta un medico condotto che, solo a Chiesa, dal 1856 al 1860 lavoravano alle cave di ardesia più di 200 persone in ambiente molto carente dal punto di vista igienico. Spesso qualche galle­ria che penetrava nella montagna per parecchie decine di metri crollava seppellendo i poveri operai che vi si trovavano, alcuni dei quali sotto i 14 anni di età. Di ispezioni da parte di esper­ti non se ne parlava. Tutto procedeva “alla buona, mancando vedu­te grandiose e speculative (Bartolomeo Besta, Sulla condotta medica in Val Malenco)”.

Canalone Folatti

A proposito dell’ardesia, Giancarlo Corbellini racconta: “Diffi­cile è parlare con un cavatore al lavoro. Un po’  per la naturale ritrosia, un po’  perché al più piccolo errore la pietra si spez­zerebbe senza rimedio. Il punto di partenza è il lot, la pietra grezza che giunge al piazzale sul carrello direttamente dalla galleria di estrazione. Si tratta ora di ridurla a lastre sempre più sottili (piode) al di sotto dei 4/5 mm, sfruttando la pro­prietà della roccia di spaccarsi secondo piani paralleli di sci­stosità naturale. L’individuazione della seda, la sede ottimale di taglio, rappresenta l’operazione più delicata e il suo buon esito è affidato esclusivamente al sesto senso del giuelé. Con precisi colpi di martello su cunei piatti e sottili (gugeti), la pietra si spacca in lastre successivamente rifinite con una sorta di spatola di ferro (fulcet)”.

Ieri arrampicare e salire erano per me una specie di idealismo. Qualcosa alla Fitzcarraldo (il film di Werner Herzog, se l’avete visto). Ero convinto che attraverso la mia esperienza la razza umana diventasse più nobile. Oggi ritengo che tutto ciò sia ne­cessario, ma lo è altrettanto sbarazzarsene al momento giusto. Raramente, anche in montagna, abbiamo la forza di porci delle ve­re domande. Di solito ci si vuole solo divertire, ma ciò non è possibile a lungo se non si fa qualche investimento. Il costo del divertirsi è l’esperienza degli errori.

Folatti è all’opera: calmo e misurato, con poderosi colpi incide nello strapiombo di ghiaccio un caminetto perpendicolare; vi si introduce con le spalle rivolte alla parete ed a forza, aiutato e poscia sorretto dal sottostante compagno, raggiunge il limite su­periore, guadagnando così un paio di metri in altezza. Egli cerca di uscire da quell’aerea nicchia nella quale si trova incastrato con la fronte rivolta a valle, scalzando all’uopo, con delicata manovra di piccozza, il ghiaccio dietro di sé, che, ancor troppo sporgente, ostacola ogni movimento“.

Cosa cercava Cesare Folatti, figlio della sua valle e dei suoi cavatori? Un’opera d’arte, una risonanza di cuori che battono all’unisono, lungo brividi prolungati che scuotono dai precordi? Le emozioni dell’avventura alpinismo hanno lo spessore di altre vicende uma­ne, però spesso sono sopraffatte e, già al momento dell’azione stessa, non possono essere riconosciute. In buona fede, non si va oltre le vaghe sensazioni. Si è accennato a visioni, intuizioni, attimi fuggevoli. Situazioni al limite della vita racchiudono esperienze fondamentali e incomunicabili e si è cercato di tra­durle con balbettii sterilmente razionalizzanti e con pretese scientifiche. Non si matura con le esperienze altrui. Periodicamente è necessario fare un balzo in avanti e trasgredire le rego­le, anche quelle non scritte dell’alpinismo: è la via diretta all’opera d’arte.

Salendo il Canalone Folatti

Con la soluzione di quest’ultimo problema, il ciclo delle grandi vie nel gruppo del Bernina, iniziato dagli stranieri ai primi al­bori dell’alpinismo, e proseguito in nobile emulazione con valo­rosa gente nostra, volge ormai al suo termine per merito di ita­liani“. Era questo che cercava l’uomo colto Bombardieri? Egli sapeva bene come vivevano i valligiani. Giusto era che si levassero da una condizione supina, che da un’attività senza storia e nel generale impoverimento dei filoni ritrovassero una dignità e un orgoglio tramite azioni che tutti i connazionali potessero defi­nire di valore.

Teatro dei sentimenti e delle grande imprese, la montagna è sem­pre stata a guardare la lenta evoluzione degli uomini che la tri­vellano e la scalano. Di tanto in tanto qualcuno muore per ricor­darci che non c’è molto tempo a nostra disposizione e che l’espe­rienza è un viaggio nel regno dei morti, come quello di Dante o di Goethe. Un’esperienza che è la vita stessa del cavatore. Per lo scalatore che sale è invece una discesa verso il basso. La trappola dell’eroismo si maschera dell’amore per la montagna: è una scusa, una menzogna figlia naturale di un lavoro pericoloso e bestiale nei cunicoli e nelle gallerie. E questo ben vedono i semplici quando domandano “ma quali tesori andate cercando lassù, sulle vostre fòrcole d’argento?”.

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La Fòrcola d’Argient ultima modifica: 2019-12-07T05:40:03+01:00 da GognaBlog

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