La grande distribuzione è in crisi

La grande distribuzione è in crisi
(il sogno si sta trasformando poco a poco in un incubo)
di Fabio Balocco
(pubblicato su ilfattoquotidiano.it il 14 novembre 2019)

Correva l’anno 1998 quando il primo governo Prodi (notoriamente di sinistra) varò la riforma della disciplina relativa al commercio. Fu grazie a questa riforma che alle regioni fu dato il potere di favorire una rete distributiva per l’insediamento di attività commerciali. Notate bene: la legge si fondava solo ed esclusivamente sul principio della libertà di iniziativa economica privata, ai sensi dell’articolo 41 della Costituzione. Dimenticando completamente altri due articoli fondamentali: l’art. 9 sulla tutela del paesaggio e magari anche l’art. 42 relativo alla funzione sociale della proprietà privata. Del resto, il governo Prodi era il trionfo del liberismo. E ad esso seguì un altrettanto liberista governo D’Alema con la privatizzazione dei servizi pubblici, ma questa è un’altra storia.

Torniamo alla Gdo, ossia alla Grande distribuzione organizzata, che ebbe un deciso effetto propulsivo grazie a quel governo sedicente di sinistra e all’applicazione che dettero le regioni alla norma. Fu un proliferare di nuove autorizzazioni. Questo significò tra l’altro l’agonia della piccola distribuzione e la selezione e lo strozzamento dei produttori nei generi alimentari. Ma anche questo meriterebbe un discorso a parte.

Limitiamoci al dilagare della Gdo, perché adesso la Gdo è invece in crisi: eh sì, dopo la grande abbuffata, l’espandersi a macchia d’olio favorito da una legge mirante solo a togliere lacci e lacciuoli al commercio, ecco che il sogno si sta trasformando a poco a poco in incubo. I segnali ci sono da tempo. Per limitarci al Piemonteun’indagine, mai contestata, su scala regionale del 2014 con applicazione di un algoritmo già utilizzato in Francia per verificare la congruità del numero di strutture della Gdo rispetto alle esigenze reali del territorio, restituiva numeri abbastanza impressionanti: “su 106 ipermercati esistenti in Piemonte ce ne sono 43 di troppo. Poco meno della metà, insomma, sarebbero in sovrappiù rispetto alla potenzialità di spesa dei piemontesi.”

Del resto, non ci vuole un genio, ma basta un’intelligenza media per comprendere che non solo non si può andare avanti all’infinito con la Gdo – quando poi tra l’altro la popolazione neppure cresce di numero e in più avanza la povertà – ma che le strutture già esistenti sono del tutto sovrabbondanti rispetto alla richiesta. Eppure ecco che sempre nella mia regione, il Piemonte, aprirà i battenti il Caselle Open Mall: gli open mall, i più devastanti territorialmente perché si estendono in larghezza anziché in altezza, creando la sensazione di piccoli borghi che altro non sono se non enormi non-luoghi.

Caselle non sarà che un’ulteriore metastasi di quel male che ha già prodotto l’outlet di Serravalle Scrivia (che aprì giusto un anno dopo la bersanizzazione del mercato), Mondovicino a Mondovì, gli outlet di Vicolungo e Torino. Quanto dureranno, quanto dureranno i super, gli iper? Chissà. I segnali della crisi sono già palpabili, anche in grande: basti vedere cosa sta accadendo proprio ora con il colosso mondiale Auchan, acquisito da Conad, la quale “razionalizzerà” con la fusione: il che, tradotto, significherà un po’ di gente a casa a infoltire l’esercito dei nuovi poveri, e strutture chiuse.

L’outlet di Serravalle Scrivia

E qui faccio un balzo indietro a quell’art. 9 della Costituzione che il sinistro governo Prodi non si filava nemmeno nelle premesse. Il dilagare di centri commerciali è andato a discapito quasi sempre di terreni agricoli, e quindi di paesaggio naturale. Anche perché la legge non conteneva nessun vincolo per la realizzazione di nuove strutture, del tipo aree industriali dismesse, che pure esistono ormai in abbondanza. Nessuno studio ci dirà mai quanta superficie di suolo è stata cementificata per costruire le strutture della Gdo.

E adesso quante aree industriali verranno abbandonate? Chi lo sa. Io ho pur sempre una magra consolazione. Anni fa scrissi con altri Verde clandestino, sul verde che occupa gli interstizi dei muri, le crepe sui marciapiedi e le fabbriche abbandonate. Dove c’erano gli scaffali, cresceranno i boschi. Lo si chiama “futuro distopico”? Non sono d’accordo.

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La grande distribuzione è in crisi ultima modifica: 2020-01-26T04:15:00+01:00 da Totem&Tabù

18 pensieri su “La grande distribuzione è in crisi”

  1. 18

    Ho raramente acquistato equipaggiamento da montagna online, non solo perché forse in quanto forse donna amo provare e riprovare ciò che indosserò (soprattutto scarpe e scarponi), ma anche perché amo lo scambio con i proprietari e commessi dei negozi che frequento da decenni, scambi che  riguardano i consigli sugli acquisti e poi racconti  di vita e avventure montane. 
    E raramente entro in un centro commerciale: luci, musica e moltitudini di oggetti inutili non mi fanno resistere più di mezz’ora.
    Anch’io mi sono sempre chiesta come potesse essere sostenuta la loro economia e, anno dopo anno, mi rendo conto che la loro crisi va aumentando. 

  2. 17
    Alberto Benassi says:

    Marcello a me va benissimo che si vadano  pure a rinchiudere invece di giocare a pallone sui prati. Mi dispiace solo per loro.
    Si fa la fila in auto per entrare nel parcheggio, la fila dentro alle casse, di nuovo  la fila in auto per uscire, poi si è anche convinti di acquistare ottimi prodotti.  Poi vuoi mettere la cvomodità di mangiare le ottime pietanze che ti offre il ristorante dentro al centro commerciale. Da Ikea ad esempio al ristorante ci sono gli ottimi prodotti tradizionali nordici.
    Quale era la pubblicità che si vedeva alla televisione di quello che viveva 24 ore su 24 dentro il grande magazzino? Come se fosse un paradiso terrestre di serenità.  Ottimo messaggio.
    Quanto ad Amazon lasciamo perdere.

  3. 16
    Matteo says:

    Io sono d’accordo con l’analisi di Lorenzo e ritengo deleteria la globalizzazione come è intesa finora. Ma ritengo che il sovranismo, cioè la riduzione in piccole patrie che hanno pieno potere, non sia la soluzione; temo anzi che possa essere anche peggiore del male.
    Credo che l’unica possibilità sia una globalizzazione dei diritti, cioè pretendere che quello che vale qui valga anche dove si va a produrre ciò che (in larga parte) qui usiamo. Dall’orario e condizioni di lavoro alle emissioni e discariche. Potrebbe essere il modo migliore per renderci conto che siamo in effetti tutti sulla stessa barca. Che l’acciaio che non si può produrre a Taranto perché costa troppo se non vuoi ammazzare i tarantini, non può essere prodotto ammazzando i negri del Waha Djawiha ‘l Kulijstan e quindi è giusto che costi troppo. Il considerare/pretendere i diritti degli altri equivalenti ai nostri, potrebbe essere che porti come beneficio secondario il ripensamento del livello smodato del nostro consumo, con ottime ricadute sull’ambiente e sulla nostra consapevolezza.
    Amazon è il totale ed esatto contrario di ciò: credere sia un valido contraltare della GDA pare un po’ come ritenere positiva la SARS perché fa diminuire i morti per morbillo!

  4. 15
    lorenzo merlo says:

    Salvatore, dove arrivano gli aiuti, magari in forma di ogm, di farmaci scaduti, di vaccini avariati o da sperimentare arriva la colonizzazione cultural-commerciale.
    Sia delle Del Monte del caso, sia delle Ong emissarie delle multinazionali.
    Il Terzo Mondo non ha nulla di umano, è un mercato.
    Un giretto per certi Paesi fuori dalle principali linee turistiche permette di vedere le reti gettate anche nelle lande più sperdute dove il mezzo di trasporto e di lavoro è il cavallo o il cammello, dove lo sterco è prezioso per scaldare l’inverno e il cibo.
    Povere persone che con poco imparano ad avere i bisogni ai quali mai neppure avevano pensato.
    Naturalmente identificato come benessere, come status irrinunciabile.
    Là, la Tv, il web, il cellulare hanno costi bassissimi. Per bontà o per assuefarli?
     
    I legami sovrananzionali come – pardon – un’internazionale capitalista, alla quale tutti noi siamo esclusi. Una sede dove le scelte, sono destinate a gestire i mercati del mondo, quindi le politiche dei Paesi, perciò la realtà che ci addormenta e migliora il loro controllo.
    Non serve essere complottisti, basta essere umani.
    Non tramiamo anche noi, a qualunque nostro livello per proteggere il nostro interesse, per dirigere chi ci sta per qualche ragione a cuore, per ottenere lo scopo, magari con l’adulazione, falsa radice quadra della bontà?
     
    E la risposta a tutto ciò, non è se siamo tutti cos’ allora cosa vuoi farci?
    La risposta è fare presente il dietro le quinte, assumere la responsabilità di tutto, avviare un’evoluzione personale destinata all’emancipazione dalle logiche egoiche.
    A loro volta da riconoscere in noi.

  5. 14
    Salvatore Bragantini says:

    Viva Amazon, Paolo? Un possibile futuro Leviatano, che ha stravolto e ancor più stravolgerà le vite nostre, ma soprattutto dei nostri figli e nipoti. Che finanzia con i profitti del suo Cloud (Amazon Web Services) le attività di distribuzione che per ora perdono. Quando avrà fatto terra bruciata potrà alzare i prezzi anche a noi che saremo nudi e alla loro mercé. In tema, consiglio la visione del film Sorry, we missed you, di Ken Loach; disperante.
    Lorenzo critica i legami sovranazionali, non capisco perché. Puoi avercela con la globalizzazione (salvo capire che, se crea danni da noi, tira fuori dalla miseria centinaia di milioni di persone in quello che fu il Terzo Mondo), ma perché con i legami sovranazionali, che sono uno dei presupposti di conoscenza e frequentazione fra comunità diverse?

  6. 13

    Benassi commento 6: meno male che quelli lì vanno al centro commerciale nelle giornate di sole. Preferiresti trovarteli sparpagliati per le Apuane? E se li becca Crovella li incenerisce col Panzerfaust.
    D’accordo sul fatto che di grandi magazzini ce ne sia il 40% di troppo ma per il resto penso che ognuno debba poter scegliere se fare acquisti tanto nel negozietto sotto casa quanto nel supermercato della GDO.

  7. 12
    paolo says:

    Il contratto dei centri commerciali è incentrato sugli straordinari (viva Coop?).
    E i sindacati e le forze politiche e “le brave persone” dove sono ?
    Solo Esselunga ha un contratto di 40 ore.
    Altri tedeschi vogliono “entrare” con la strategia di uno store (più o meno grande) ogni 30.000 abitanti e i francesi se ne vanno.
    E i “nostri” discutono su Conad e Auchan per qualche centinaio di persone ?!?!?
    Viva Amazon che distrugge tutti quelli che hanno vissuto sugli allori ricaricando come matti: un disastro economico!
    Però qualcuno sta imparando, rimboccandosi le maniche e lavorando molto bene.

  8. 11
    Alberto Benassi says:

    infatti hanno creato dei luoghi orrendi, distruggendo ambienti naturali.
    Luoghi con centinaia di metri quadri di asfalto,  con pavimentazioni in cemento precompresso che  sono lasciate andare alla malora, strutture in cemento armato prefabbricate dei cubi tutti uguali,  una più brutta dell’altra, dove tutti vanno di corsa e manco ci si guarda in faccia.
    Nelle aiuole dei parcheggi vengono impiantate delle misere pianticelle che presto se ne vanno al creatore.

  9. 10
    Matteo says:

    Io non ne farei tanto una questione di piccolo è bello vs grande è cattivo, quanto di puro e semplice consumo di suolo e risorse sprecate.
    Qualcuno ha detto che ha visto posti orribili nobilitati da un ipermercato.
    Io no.
    Se è vero quello che dice l’articolo (che il 40% dei centri commerciali non può sostenersi), non riesco a pensare a nulla di peggio: sono metri cubi di cemento, soprattutto destinati al niente, che hanno fatto sparire campi, zone umide o “inutili” brughiere.
    Che mi hanno rubato campi, zone umide o “inutili” brughiere, nella solita, imbecille illusione della crescita infinita del capitalismo

  10. 9
    lorenzo merlo says:

    Capitalismo in quanto strategia di accumulo di ricchezza, di controllo sociale, di politica foraggiata, di separazione dalla comunità, di legami sovrannazionali.
    Per arrivare alla creazione di un’idea alternativa è necessario avere coscienza, riconoscere e circoscrivere ciò che già esiste.

  11. 8
    Alberto Benassi says:

    non difendo il piccolo negozio sempre e comunque. L’evasione fiscale è senza dubbio vera. Ma anche la multinazionale evade, magari con sistemi ben più sofisticati e magari ha anche un bell’apparato di fiscalisti per difendersi alla grande, magari prende la sede all’estero.  Il piccolo negozio non credo. Non se li può permettere.
    Io difendo l’UMANITA’ del piccolo negozio, certamente ha anche i suoi difetti.
    Poco tempo fa sono stato in un grosso centro vendita di una famosa multinazionale a Pisa. C’ero stato un paio di anni fa e,  se non ricordo male alle casse c’era il personale che ti faceva il conto. Adesso invece no,  fai tutto da te. Ci sono solo un paio di persone a controllare. 
    Dove è andato a finire questo personale?
     
    Le sardine certamente fanno parte di un sistema di potere (che non vuole apparire) che certamente non va a protestare per togliere certi privilegi.

  12. 7
    Giandomenico Foresti says:

    Anche il piccolo commerciante è espressione del capitalismo sebbene su scala minore.
    Grazie all’evasione fiscale c’erano dei piccoli che negli anni sessanta-settanta compravano una casa all’anno e quindi diventavano pure dei possidenti.
    L’equazione “piccolo = uno che si accontenta svolgendo una funzione sociale” non esiste. Forse questa equazione può funzionare per uno che produce ma non per uno che rivende beni prodotti da altri.
    E comunque, visto che in questo blog ci si riempie spesso e volentieri la bocca con la parola “capitalismo”, sarei curioso di sapere quali sarebbero le alternative a questo sistema visto che il marxismo, da cui hanno avuto origine socialismo prima e comunismo poi, hanno fallito miseramente.
    Comunque su una cosa assolutamente d’accordo, la “soporiferizzazione”. Infatti, si scende in piazza a favore dell’antifascismo (sardine), nessuno che scenda in piazza chiedendo a gran voce stipendi più bassi per i top manager.
    Quest’ultima sì che sarebbe una battaglia di civiltà e invece nulla, silenzio totale.

  13. 6
    Alberto Benassi says:

    ieri ,  di ritorno da scalare, piuttosto presto, passiamo in zona Cascina dove ci sono diversi centri commerciali. Come sempre c’è bella la fila di macchine in uscita dalla FI.PI.LI.  per entrare a questi centri commerciali.
    sabato era brutto e pioveva, ieri invece bella giornata di sole. Ora mi domando: ma che gusto ci trova la gente con una bella giornata, invece di starsene all’aperto, ad andarsi a rinchiudere in un centro commerciale? A vedere cosa, sempre le stesse cose?
    E qualcuno ci mangia anche…!
     

  14. 5
    lorenzo merlo says:

    La grande distribuzione è un espressione del capitalismo.
    Il suo valore negativo è sostanziale nella depredazione del mercato.
    Il suo valore lodato nella maggior soddisfazione del consumatore è apparente in quanto celetratore una volta ancora dell’abbondanza come fatto del presunto benessere.
    Non solo, insieme alle induzione della comunicazione, offrendoci vantaggi economici e di scelta, esso segna un altro punto in merito alla soporiferizzazione, quindi al controllo di tutti noi.
     

  15. 4
    Giandomenico Foresti says:

    Diciamo che ci vorrebbe la via di mezzo e comunque molto dipende anche dal contesto in cui uno è vissuto e vive. Nelle città e nei comuni adiacenti, in poche parole nei grossi agglomerati urbani, i rapporti umani sono sempre stati diversi che nei paesi. Anche a me piace il negozietto del paesucolo abbarbicato in cima al colle ma in città lo stesso negozio può mettere una gran tristezza, il titolare se anziano mette depressione e se è giovane sai che chiuderà a breve.
    In ogni caso, chi ci sa fare teme poco la concorrenza della grande distribuzione. Quest’ultima ha fatto terra bruciata soprattutto di chi si è improvvisato commerciante senza averne la stoffa. Sarebbe stata ugualmente un’agonia che in questo modo è stata accelerata.

  16. 3
    Alberto Benassi says:

    io invece preferisco andare a comprare in un piccolo negozio e in più dico che mi piacciono i vecchi negozi del: macellaio, l’alimentari, il pescivendolo, il salumiere, ect.
    Insomma i centri commerciali li trovo deprimenti, saranno anche moderni, ci sarà tutto a tutte le ore, ma per me sono senza anima. E anche questi, come i piccoli non regalano nulla.
    Le amministrazioni locali che permettono alla grossa distribuzione di prendere possesso del territorio alla faccia dei piccoli , in cambio di fasulli interventi migliorativi e di assunzioni che poi non so quanto durano perchè magari si basano su contratti precari,  per me toglie anima e svende il proprio territorio.
    Quanto al terreno agricolo , si è vero non è naturale, ma io la mia giovinezza lo passata in una campagna coltivata, con bellissimi frutteti di tutti i tipi e tanti pioppi.
    Adesso ci sono capannoni, rotonde e centri commerciali.
    Bella roba.

  17. 2
    Giandomenico Foresti says:

    La questione è complessa e né un articoletto di poche righe né qualche commento è in grado di sviscerarla appieno.
    Quando andavo a scuola, molto tempo prima del 1998, studiavo sui libri di testo dell’epoca che uno dei problemi economici italiani risiedeva nella cosiddetta polverizzazione, cioè nell’eccessiva frammentazione delle attività economiche (leggasi troppe piccole imprese).
    Attenzione, perchè parlare di piccole imprese relativamente alla miriade di negozi esistenti all’epoca (anni settanta/ottanta) significava parlare a sproposito in quanto le suddette piccole imprese erano semplicemente delle famiglie alle quali la qualifica di imprenditore stava veramente molto larga.
    I problemi derivanti da tale situazione: prezzi alti, scarsissima competitività, professionalità talvolta discutibile, elevata evasione fiscale, ecc. ecc..
    Ci vollero ancora degli anni prima che in Italia cominciassero a sorgere gli ipermercati in maniera seriale ma i problemi già esistevano perchè in molte attività non c’era il ricambio generazionale e quindi sarebbero morte ugualmente.
    Purtroppo ci sono delle leggi naturali, il grosso mangia il piccolo. In natura si crea un equilibrio perchè il grosso figlia poco mentre il piccolo prolifica alla grande. Da un punto di vista commerciale le cose vanno un po’ diversamente perchè il grosso mangia il piccolo, punto!
    Devo dire, per esperienza diretta ed indiretta, che i piccoli in gamba hanno retto il colpo e c’è chi addirittura ha visto i propri affari lievitare. Ricordo un dettagliante molto preoccupato quando gli aprirono un Conad a poca distanza e un Iper non molto più in là. Beh, il nostro dettagliante è rimasto aperto per altri venti-venticinque anni continuando a guadagnare. Semplicemente ci sapeva fare e vendeva prodotti di qualità.
    Oggi gli iper, e più in generale la grande distribuzione, sono troppi. Spesso mi sono chiesto come facciano a guadagnare e credo che a volte si passino il cerino l’un l’altro. Come in tutte le cose qualcuno ci avrà speculato, dando a questo verbo il significato negativo che quasi sempre gli si vuol dare.
    Al tempo stesso non facciamoci ingannare dal “piccolo è bello”, il “piccolo svolge una funzione sociale” e tante altre belle cose perchè in primo luogo nessuno regala nulla (i pianti dei tanti piccoli artigiani e commercianti che per una vita hanno evaso tutto quello che si poteva evadere sono lacrime di coccodrillo), in secondo luogo perchè indietro non si torna. Io stesso, che non sono certo di primo pelo, preferisco andare a comprare in un super/iper/outlet piuttosto che in un negozio tradizionale. Il motivo? Scelgo quello che mi pare senza il titolare o il commesso che mi stressa. E questo a prescindere dal prezzo (che comunque ha la sua importanza perchè con la crisi pressochè costante c’è gente che deve accontentarsi dei discount).
    Per quanto concerne la cementificazione bisognerebbe, anche in questo caso, scavare un po’ più in profondità. Sicuramente sono state fatte delle porcate ma ho anche visto cementificare delle aree non solo improduttive ma completamente prive di vegetazione le quali, dopo la cementificazione, si sono ritrovate con molti ma molti più alberi rispetto a prima. Terreni che nessuno avrebbe utilizzato né a scopo agricolo né tantomeno a scopo residenziale si sono trasformati in qualcosa di decente (anche perchè parliamo di contesti cittadini non certo di wilderness).
    Che poi il terreno agricolo possa essere considerato un paesaggio naturale.. Mah, avrei qualche dubbio. Diciamo che non rientra fra i paesaggi cementificati ma mi fermerei qui.

  18. 1
    Alberto Benassi says:

    . E ad esso seguì un altrettanto liberista governo D’Alema con la privatizzazione dei servizi pubblici, ma questa è un’altra storia.

    del resto il COMUNISTA D’Alema viaggia in barca a vela.

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