La lezione dei Reti

La lezione dei Reti
(scritto nel 1995)

La complessa distribuzione di etnie che oggi abitano l’antica Re­zia un tempo costituiva una comunità omogenea compresa in un ter­ritorio ben più grande dell’Engadina e della Val Monastero. In effetti ciascuna delle grandi vallate che si originano a raggiera dal cuore delle Alpi Retiche ospita oggi differenti elementi cul­turali ed umani che spesso, anche se adiacenti, sono del tutto diversi. Tali diversità hanno avuto origine solo in epoche recen­ti perché, in periodo preromano e romano, le genti che abitavano queste vallate appartenevano tutte a un unico grande ceppo etni­co che originò una sua vera e propria civiltà, quella dei reti.

Le ultime scoperte archeologiche hanno definitivamente dimostrato che il territorio delle Alpi Centrali era noto, poi frequentato, poi abitato già almeno 8000 anni or sono. Grazie ad un regime climatico molto più favorevole dell’attuale, ebbero modo di ad­dentrarsi e di insediarsi in queste vallate le diverse tribù preistoriche che andavano via via occupando i territori lasciati liberi dal ritirarsi dei ghiacciai. A seguito di grandi migrazio­ni, a quelle si aggiunsero e si mescolarono altre genti che per­misero la formazione di un primo grande gruppo etnico.

Piz Roseg, parete nord, Engadina, Svizzera

Si hanno pochi elementi certi sull’origine della popolazione dei reti, che alcuni vogliono di origine illirica e altri di ceppo ligure. Forse nelle varie epoche, dalla preistoria all’età del bronzo, si succedettero e si sovrapposero gli uni sugli altri il­liri, liguri e pare perfino gli etruschi. Questi forse vi portarono parte della loro grande conoscenza, compresa la scrittura. Poi giunsero i celti.

Alla fine, questo popolo fu in grado di sviluppare una sua vera e propria civiltà che raggiunse un notevole livello già prima dell’avvento dei romani.

La distribuzione delle popolazioni retiche era prettamente triba­le; in genere ogni tribù occupava il territorio corrispondente a una o più valli limitrofe. L’afflusso di popolazioni celtiche non modificò questa organizzazione, basata principalmente sulla co­stituzione dei “castellieri”, punti fortificati dai quali si po­tevano controllare vaste aree di territorio e località strategi­che. Tali fortificazioni, spesso abitate da numerosi individui, erano costruite anche a quote molto elevate (anche oltre i 2000 m) grazie al clima favorevole di quei tempi. Gli spostamenti fra valle e valle erano frequenti e agevoli e questo permetteva di mantenere una continuità di interessi in comune che si interruppe solo dopo molti secoli.

Dopo i celti si ebbe la graduale penetrazione dei romani, in realtà interessati a questi territori solo dal punto di vista strategico. I nuovi padroni, da buoni conquistatori e a fini di propaganda, cercarono sempre di minimizzare il reale grado di e­voluzione di queste genti. Comunque i romani, che pur sottomet­tendoli non interferirono più di tanto con gli usi e i costumi dei locali, lasciarono una consistente impronta. Di origine reto­romana è infatti il romancio, la parlata tipica di queste genti, misto di due idiomi che in Svizzera è considerato una lingua a tutti gli effetti. Alcune delle vie di comunicazione più comode vennero allargate e servirono principalmente come grandi strade militari per collegare Roma alla periferia dell’impero.

La Chamanna da Tschierva e il versante ovest del Piz Bernina. A destra, Piz Scerscen e Piz Roseg.

I rapporti fra le due popolazioni andarono progressivamente mi­gliorando, tanto che nel 46 d.C. l’imperatore Claudio concesse ai reti la cittadinanza romana.

Sebbene abbiano subito notevoli influenze dei celti prima e dei romani poi, i reti rimasero in pratica uniti finché nuovi accadi­menti di storia europea non li associarono a popoli che, anche solo per l’evidente priorità di contatti sviluppati, li caratte­rizzarono con i loro elementi culturali e la loro lingua.

L’inizio della disgregazione avviene con la caduta dell’impero romano e con le prime invasioni barbariche. Giungono dapprima gli ostrogoti, poi i longobardi ai quali succedono infine i franchi che, padroni dell’Engadina e della Val Venosta, si troveranno a fronteggiare i longobardi, signori della Val d’Adige.

Il primo grande smembramento delle popolazioni retiche si verifi­ca poco dopo questi eventi, attorno all’anno 1000, allorché dal nord scesero i baiuvari che occuparono il Sudtirolo arrivando fin quasi a Trento ed entrando nella Val Venosta. Gli invasori ini­ziarono una progressiva germanizzazione delle genti locali, ope­razione che non si poteva dire ancora conclusa nel 1700. A quell’epoca infatti erano ancora numerosi i nuclei di ladini, cioè le popolazioni retoromane che parlavano l’idioma romancio. Tuttavia, pare che tale processo sia avvenuto senza una reale im­posizione da parte dei conquistatori ma solo con un lento e con­tinuo rapporto di coesistenza. Solo dopo la feroce guerra con gli engadinesi, culminata con la sconfitta dei tirolesi a Calva in Val Monastero nel 1499, vi fu una maggiore azione, anche coerci­tiva, volta alla germanizzazione delle popolazioni sudtirolesi e ad ottenere un loro progressivo isolamento dall’Engadina.

Un altro grave colpo alla già precaria unità etnica e linguistica dei retoromani venne dalla progressiva influenza italiana su que­sti territori, influenza che è diventata ancor più forte dopo che i territori dell’Alto Adige sono stati annessi all’Italia do­po la Grande Guerra.

La storia dei reti ci ricorda che è sempre stato nella loro tra­dizione aprire le porte allo straniero e l’attuale sviluppo turi­stico di questa regione continua ad evolversi da posizioni cultu­rali già molto avanzate.

In Val Monastero, ancor più visibilmente che in Engadina, è so­pravvissuto il patrimonio retoromancio abbastanza intatto in tut­te le sue espressioni, dalla lingua alle tradizioni storiche e culturali. Questa valle, abbastanza isolata dal resto della con­federazione elvetica, grazie alle illuminate leggi svizzere in materia di conservazione del patrimonio storico e culturale delle varie etnie, ha mantenuto una splendida espressione globale in un territorio intatto.

La lunga parte bassa della Val Roseg è percorsa da una stradina sterrata che sale dolcemente fino all’Hotel Roseg, dove la visua­le si apre ampia sui ghiacciai e sulla corona di cime innevate della valle. Come tantissime altre strade non è percorribile dai mezzi privati e i turisti, d’estate e d’inverno, si servono di carrozze trainate da cavalli. Nessuno rompe la quiete di questi luoghi assai affollati. Ciclisti, pedoni con carrozzine portabam­bini, fondisti, corridori, coppie anziane si susseguono al ritmo degli allegri e discreti scampanii delle carrozze a cavalli.

Chi percorre questi luoghi ha un senso soffuso di pace e sere­nità. Ad un occhio cosmopolita la gente sembra mite e gentile, quasi parte di un mondo fiabesco e futuro dove finalmente si riu­scirà a far convivere armoniosamente uomo e natura. Questa è la lezione dei reti, che continua poche centinaia di metri più in là, nel silenzio e nella solitudine dei boschi.

Difficilmente si trova un territorio così ricco di storia e di vestigia, con un paesaggio così vario, dall’accoglienza turistica così evoluta come l’insieme di Engadina e Val Monastero. Qui il turismo del XX secolo ha trasformato solo relativamente paesaggio, modi di vita e attività lavorative. L’inizio dell’interesse per questi luoghi si può datare al 1535, quando il famoso medico Paracelso riferì delle acque di San Murézzan (St Moritz):«Seppi di una fonte che esiste in Europa in San Maurizio in Engadina. È una sorgente che in agosto è più carbonica che mai. Chi si disseta ad essa, beve medicina ed acquista salute per­fetta». Soltanto nella seconda metà del XVIII secolo furono costruiti i primi bagni termali attorno all’ormai ben nota e apprezzata sorgente di acqua ferruginosa. È interessante notare che i primi ospiti in cura erano nobili italiani mentre la clientela di lingua tedesca cominciò ad affluire all’inizio del XIX secolo. Il turismo in grande stile ebbe inizio con la prima ristrutturazione dei bagni e con l’apertura delle strade dello ]ulierpass e del Maloja. Nel 1864 il padrone dell’ Hotel Kulm di St-Moritz convinse un gruppo di inglesi a passare un periodo di vacanza invernale in Engadina: arrivò perfino a promettere completo rimborso in caso di scontento. Vent’anni dopo fu aperta la prima pista di sci, la Cresta Run, e nel 1935 fu costruita la prima seggiovia del Suvretta.

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La lezione dei Reti ultima modifica: 2019-10-26T05:17:06+02:00 da GognaBlog

1 commento su “La lezione dei Reti”

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    Paolo Gallese says:

    Articolo molto bello e interessante. Ma in che senso si può parlare di unica etnia retica in età preromana?

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