La montagna di Piero Rosmino

Se la vita è un mistero
di Carlo Crovella

Piero Rosmino: ma chi è costui? Che rapporto ha avuto con la montagna? E, soprattutto, perché mi metto a scrivere proprio su di lui e sulla sua visione delle cose?

Incappai nel personaggio Rosmino leggendo l’intrigante libro Mal di Montagna di Enrico Camanni: si tratta di una serie di ritratti di appassionati di montagna, alcuni famosi, altri meno noti o addirittura sconosciuti, come appunto nel caso di Rosmino.

Mi astengo dall’accennare alla conoscenza fra Camanni e Rosmino, che infatti è  riportata più sotto, sia per non privarvi del piacere di leggere gli scritti di Enrico, la cui abile penna è ormai nota da tempo, sia per completezza di informazioni sull’argomento.

In realtà già in passato mi erano giunte vaghe notizie su questo Piero Rosmino, parente molto alla lontana della famiglia di mia moglie.

Piero Rosmino

Nel lessico famigliare ricorreva ogni tanto il ricordo di questo personaggio dai tratti decisamente particolari. Per vicende specifiche legate al suo stretto nucleo, Piero ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza in un collegio. Introverso e solitario, ma candido come la neve, ai più poteva apparire anche un po’ sempliciotto. Ma in realtà non era così o, forse, proprio nel suo candore si è incardinata quella poesia che gli ha permesso di “vedere oltre”, in montagna come nella vita.

Certo il suo modo di comportarsi è sempre stato particolare. Mia moglie si ricorda che, quando lei era una ragazzina, a volte capitava che, alla domenica, nella loro casa in Monferrato si sentisse bussare al portone. Era ora di pranzo. Mio suocero diceva: “E’ il Piero” e difatti, aperto il portone, appariva il suo viso timido e rubizzo per la biciclettata da Valenza Po (circa 25 km).

Dopo gli anni solitari del collegio, Piero ha trovato un coinvolgimento professionale nel settore dell’oreficeria che a Valenza ha (anzi, aveva…) uno dei suoi presidi storici. Scapolo incallito, più per solitudine caratteriale che per scelta ponderata, Rosmino ha sempre avuto due grandi passioni: la bicicletta e l’andare in montagna.

Me lo immagino, nella saletta da pranzo dei miei suoceri, con i suoi silenzi imbarazzanti così ben descritti da Camanni. Per contrasto, al termine del pasto sapeva intrattenere con maestria i bambini, con i quali evidentemente si sentiva più in sintonia: Piero disegnava a ruota libera, in genere paesaggi di montagna (boschi, baite, creste…), dimostrando un’abilità artistica, certamente congenita, che lo aveva condotto all’impegno professionale con i gioielli.

Gli piaceva molto suonare l’armonica a bocca, che portava sempre con sé.

Esaurito l’intrattenimento con i più piccoli, Rosmino andava a fare una bella dormita su un pagliericcio situato in uno dei locali che, nei decenni precedenti, servivano da fienile. Svegliatosi, prendeva il caffè. Poi infilava un foglio di giornale sotto la maglia per proteggersi durante le discese in bici: “Ciao, neh” e spariva. Ogni volta lo stesso cliché.

Uomo di poche parole, quindi. Ma quelle poche me le immagino pronunciate col tipico accento del Piemonte orientale. Un accento che con le sue vocali larghe (specie le “e”) prelude già ai dialetti lombardi, appena al di là del Ticino.

Alla ricerca di ulteriori informazioni su Rosmino, in particolare sulla sua lunghissima frequentazione della montagna, ho trovato i ricordi a lui dedicati sul blog del CAI Valenza: si possono leggere nell’ultima parte di questo post.

Vorrei soffermarmi invece su un aspetto dello scritto di Camanni, scritto che ho riletto di recente proprio per rinfrescarmi la memoria: mi ha colpito l’accenno all’uso, da parte di Rosmino, del termine “cannibali”. Si tratta quindi di un tema storicamente ricorrente nella tradizione piemontese di un “certo” modo di concepire l’andar in montagna.

Precisa infatti Camanni che, nella visione di Rosmino, il termine cannibale (addirittura “cannibale lanciato”) abbracciava quell’antropologia urbana che aveva profanato i valori della montagna, riducendola a stadio, parco giochi.

Pur non avendolo conosciuto di persona, mi sono appassionato al personaggio Rosmino. La sua riservatezza solitaria, una certa trasandatezza (forse inconscia, ma sintomatica del suo distacco dalle “cose” reali), il suo candore, il suo modo di concepire e vivere una montagna minore (fatta di boschi e creste erboso-detritiche e non di “grandi” pareti, anche per le vicissitudini che lo hanno coinvolto, descritte in seguito) mi ispirano tenerezza, apprezzamento, condivisione. Mi commuove, il Piero…

Se la vita è un mistero, come allude Camanni, ebbene i semplici, i puri di cuore, i candidi hanno in se stessi la chiave per introdursi in questo mistero: anziché guardare lo spettacolo dalla platea dispongono di un pass per intrufolarsi dietro le quinte e, forse, non se ne rendono neppure ben conto.

I cannibali, invece, non lo vogliono proprio il mistero, lo rifiutano, ne sono spaventati e disgustati. I cannibali esigono una montagna luna park, perché sono rassicurati da un’esistenza che sia esclusivamente un luna park.
Ecco l’abisso insuperabile.

Cheneil, 1969. Piero Rosmino suona l’armonica a bocca dopo un’escursione con Carluccio Meregaglia. Foto: Gastone Michielon.

Scusate il disturbo
di Enrico Camanni
(dal libro Mal di Montagna, I Licheni, CDA & Vivalda editori, Torino, 2005)

Rosmino arrivava nel tardo pomeriggio.
Indossava sempre pantaloni di velluto alla zuava e un paio di scarponi di cuoio nero, ben ingrassati, leggermente consumati.

“Scusate il disturbo” diceva, e si sedeva sul sofà del soggiorno. Vittima e latore di imbarazzo, famoso per i suoi proverbiali silenzi, se ne stava rigido sul cuscino con i piedi sollevati a mezz’aria per non bagnare il pavimento.

Allora qualcuno gli portava uno straccio, sempre il solito straccio, e lui posava finalmente gli scarponi sul parquet, le ginocchia giunte sopra i calzettoni di lana grezza.

Una specie di preghiera. Per il primo minuto era assente, totalmente spaesato, anche se conosceva i presenti da anni.

Poi gli si offriva un bicchierino (sempre la solita cerimonia: “Un goccio, Rosmino? Un porto, un genepì?”, ”Ma sì, perchè no”) e allora finalmente scopriva che il divano aveva anche uno schienale.

Si appoggiava, si rilassava e si trasformava. Accantonando l’impaccio iniziale, recuperava l’uso della parola e cominciava a raccontare. Storie di montagna, poca fantasia e nessuno spettacolo. Di solito iniziava il resoconto con l’escursione del giorno, perchè non c’era giorno che Rosmino non andasse a camminare. Ci andava con il sole e con la neve, per lui non faceva differenza. Se c’era il sole diceva: “Che bel sole”, se nevicava diceva: “Che bella nevicata”. L’importante era andare, un po’ per assecondare la vacanza e un po’ per riempire il vuoto di una vita da scapolo.

Rosmino viveva di poesia (la poesia della natura) ma i suoi racconti erano ingenui, scarni.

“Oggi a Chanlève ho visto le tracce della lepre; forse era un cane.”
“Fino a Cheneil non c’era vento, ho sudato anche un po’, ma sulla cresta del Molar si volava via.”

Al secondo bicchierino si sfilava il maglione e restava in maniche di camicia. “Senti Rosmino, e se domani andassimo a fare il Ventina con le pelli?”.

“Ma sì, di lì scendono in pochi perchè c’è la neve fresca. I cannibali sono tutti dall’altra parte.”
“Cannibali?”.
“Certo non conoscete il cannibale lanciato?” Era la sua definizione preferita, il massimo slancio provocatorio della sua mente gentile. Indicava ogni genere di sciatore che usasse gli impianti di risalita e le piste battute di Cervinia. In senso più lato, abbracciava quell’antropologia urbana che aveva profanato i valori della montagna, riducendola a stadio, parco giochi.

Rosmino non era bigotto né moralista, ma difendeva uno stile di vita consono alla propria semplicità. Soprattutto cercava compagnia, e sapeva adattarsi. Tollerava i miei amici cannibali, e anche le (rare) donne del gruppo, aspettandole, incoraggiandole, rispettandole.

Non gli ho mai sentito pronunciare una parola maschilista, secondo la logica tipica degli uomini soli e di certi ambienti montanari. Era candido anche in questo.

Non so quanti anni avesse Rosmino, perchè era un uomo senza età, ma sono sicuro che la maturità non gli ha mai impedito di sognare le montagne con i miei occhi adolescenti, gli stessi occhi innamorati.

La passione non ha tempo. Se ci si avventurava per neve con le pelli di foca, lui andava davanti perchè era il più esperto del gruppo: aveva il “previlegio” da battere la pista. Quasi sempre capitava che qualcuno gli salisse sulle code degli sci: il tipico errore dei principianti. Altri si sarebbero seccati (già affondi e ancora ti fanno zoppa l’andatura), mentre lui diceva soltanto: “Attento che ti rovini le pelli”.

Io ero fiero di averlo come compagno, Rosmino, e imbarazzato per via della differenza di età. In montagna gli davo del tu e in paese me la cavavo con dei “Salve Rosmino”, “Come va?”, come fanno i ragazzi timidi per non essere scortesi.

A lui certo non importava. Era diventato suo malgrado famoso per avere assistito alla morte del povero Camillotto Pellissier, il solitario salitore del Kanjut Sar, una delle grandi guide del Cervino. Era successo sul primo tratto della Cresta Albertini, mentre guida e cliente salivano legati al bivacco per fare la Dent d’Heréns l’indomani.

Enrico Camanni mostra il suo libro Mal di Montagna.

Nessuno sa esattamente perchè Camillotto sia precipitato, probabilmente un malore, ma al povero Rosmino, che se ne scese tutto solo a Cervinia in preda al panico per dare l’allarme, vennero attribuite ombre e sospetti più grandi di lui, inadeguati alla persona e alla circostanza.

Pellissier fu sepolto con gli onori che meritava, mentre del cliente, un po’ strano e taciturno, non si parlò mai apertamente, piuttosto si sussurrò, si malignò, si avanzarono congetture come capita spesso nei paesi e nelle valli chiuse.

Fu un modo per uccidere anche lui. Quando lo incontrai quattro o cinque anni dopo l’incidente, Rosmino si portava ancora addosso quelle insinuazioni da cui non sapeva liberarsi.

In due o tre vacanze che passammo insieme non ci parlò mai di Camillotto, della Dent d’Hérens. Penso che l’incidente l’avesse cambiato, aggiungendo uno sfondo malinconico alla sua indole solitaria, una sorta di pathos che lui stesso non riconosceva come proprio e faticava a gestire.

Alla fine, quella brutta storia finì per dividere anche noi. In seguito alla morte di Pellissier, aveva smesso di arrampicare, il che non ci impediva di camminare insieme, ma quando la roccia entrò prepotentemente nei miei pensieri frequentai cime diverse, più difficili, più rinomate.

Lo sapevo sempre fedele al solito meublé sulla strada del Breuil, un posto tranquillo per turisti senza pretese, e talvolta lo spiavo tornare dalle escursioni estive e invernali con il bello e il cattivo tempo, quasi sempre solo o con compagni di fortuna.

Credo che un giorno mi dimenticai di Rosmino, inutile negarlo, finché molti anni più tardi, condividendo una sosta precaria con due ragazzi di Valenza sulla via del Nautilus al Sergent, in valle dell’Orco, buttai lì senza convinzione:
“Non è che per caso conoscete un tizio che si chiama Rosmino?”.

Risero. Tutti a Valenza lo conoscevano, almeno quelli che andavano in montagna.
“Come sta?” cercai di approfondire.
“Rosmino è sempre uguale” mi assicurarono.
“Quanti anni avrà adesso?”
“Mah?, chissà, forse non lo sa nemmeno lui.”
“E cosa fa di bello?”
“Va in bicicletta e va in montagna, come sempre.”

Certo, come sempre.

Mentre li seguivo sull’ultimo tiro del Nautilus mi dissi che era andata bene, ero scampato a un pericolo. Avevo aperto e richiuso il cesto dei ricordi senza troppi danni.

Avrei forse preferito un Rosmino cambiato, sistemato, imborghesito?

No, egoisticamente era giusto così. A distanza di vent’anni il solitario minimalismo montanaro di Rosmino mi sembrava una risposta assai più onesta di tante infedeltà, tradimenti che la vita ci butta addosso provocando la nostra pazienza.

Se la felicità consiste nel restare se stessi, allora Rosmino ci era riuscito.

E se la vita è un mistero, allora lui aveva vissuto.

(Nota: da blog del CAI Valenza risulta che Enrico Camanni e Piero Rosmino, a distanza di anni, si siano incontrati e abbracciati nel marzo 2006 in occasione dell’inaugurazione della nuova sede CAI intitolata a Davide Guerci. NdR).

Camillotto Pellissier

Ritratto di Piero Rosmino
di Giorgio Manfredi
(da Valenza e la Montagna, parte seconda, tratto dal Blog del CAI Valenza)

Voglio ora parlare di Piero Rosmino (nato nel 1935), socio CAI dal 1976, una persona curiosa e disponibile per tutti: sempre pronto a consumare scarponi su per sentieri e biciclette sue giù per le nostre colline ed oltre, ma anche a partecipare a serate gastronomiche con gli amici alpini.

I fine settimana, che il tempo sia bello o brutto, per lui è tempo di gita: nessuno lo può fermare.

Piero è medico di se stesso e non ci si ricorda di averlo visto con il raffreddore, la tosse o altro malanno. Bravo disegnatore e orafo non disdegna mai frasi poetiche semplici e cariche di ironia.

Racconta Gastone Michielon:
“Molti anni fa, agli inizi degli anni ‘60, durante una traversata di più giorni in Valpelline con Carlo Meregaglia, Mario Ivaldi, Carla Gallini e me, dopo molte ore di cammino ci trovammo sotto il Colle de Valcournera, tra la valle di Saint- Barthélemy e la Valpelline sopra Prarayer.
L’obiettivo era di scendere al lago di Place Moulin, ma era già molto tardi (eravamo circa a 3000 m) e decidemmo di bivaccare in una baita semi-diroccata che ripulimmo.
La notte era fonda, il paese più vicino a non meno di 8/10 ore di cammino, il silenzio assoluto…
Sentimmo un rumore in lontananza, sicuramente un aereo.
Piero, rannicchiato nel pagliericcio di fortuna, disse: ‘Toh… ’na moto!…’.
Scoppiammo a ridere: una moto a 3000 m, in una valle sperduta!”.

Iniziai a frequentarlo già da ragazzino quando i miei genitori mi mandarono al campeggio “Don Pietro” nel periodo estivo.

Rosmino mi insegnò a camminare in montagna. L’osservavo accarezzare i sentieri, leggero e sicuro, io sempre dietro. Facevamo tutti a gara per camminargli alle spalle.

1955: da sinistra, Don Luigi Frascarolo, Giorgio Manfredi, Sandro Picchiotti, Giorgio
Re e Gian Piero Marchese verso la punta Dufour del Monte Rosa.

Insegnò a molti di noi a riconoscere le montagne che ci circondavano, a ognuna il suo nome: Roisette, Becca D’Aran, Sigari di Bobba, Gran Tournalin, Gran Sometta, Grandes Murailles, Jumeaux, Dent D’Hérens. Ripeteva di continuo il nome delle cime che in parte aveva salito.

Imparammo da lui a trovare sorgenti di acqua scavando nel terreno e a contenere la sete succhiando un sasso del torrente, ad attraversare i ruscelli riconoscendo i sassi stabili e non scivolosi ed anche ad intuire le variazioni del tempo.

Al campeggio in pochi volevano dormire nella sua stanza: si addormentava presto e si svegliava all’alba. I giovanissimi avevano altri ritmi! Col tempo però anche altri amici appassionati di escursioni in montagna si adattarono a riposare con lui nella camera a 4 posti.

Era effettivamente insofferente e quando si rientrava tardi sbottava sempre: “Uà che adma matin-na l’è düra!”.

Piero Rosmino era stato svezzato in un collegio dove restò sino alla chiamata alle armi. Entrò negli alpini e dopo alcuni anni fu congedato con il grado di sergente. Si trasferì a Valenza per fare l’orafo.

La montagna fu per lui un vero amore. Ha ragione lo scrittore alpinista Enrico Camanni che nel suo libro Mal di montagna gli dedica un bel profilo.

La montagna è anche stata crudele con lui. Quando decise di fare la Cresta Albertini alla Dent d‘Hérens con la guida più forte dell’epoca, Camillotto Pellissier, nulla lasciava presagire il dramma. Durante la scalata Camillotto cadde e morì: lui scese da solo giù dalla parete dopo aver depositato il corpo su una cengia. Non parlò mai a nessuno di quella esperienza, salvo minimi particolari. Spesso durante le innumerevoli gite lo si vedeva irrigidirsi quando sentiva cadere dei sassi o quando sentiva sferragliare i ramponi sulle rocce. Si turbava tantissimo, poi si calmava e ritornava il Rosmino di sempre.

Continua Gastone Michielon, che gli fu molto vicino nei giorni della tragedia:
“Su questo argomento, anche in tempi recenti, ho avuto discussioni con alcune guide del Cervino che, ancora oggi, sollevano qualche ombra sull’accaduto. Ho spiegato loro come si sono svolti i fatti. Era la mattina del 6 agosto 1966 ed era l’ultimo giorno di campeggio, poi c’era il cambio del turno.

Eravamo tutti sul piazzale di Perrerès quando è arrivato il Maggiolino verde di Camillotto. Piero Rosmino era già pronto, andò incontro alla guida alpina. Alcuni di noi sapevano dei programmi alpinistici di Piero, anche io che dormivo nella sua stanza.

Un giorno prima, Mariolino Vaccario e Francesco Bajardi, i vecchi del campeggio, avevano allestito una catasta di legna sul “Pietrone” che avrebbe dovuto essere acceso per segnalare che tutto andava bene e così dovevano fare Camillotto e Rosmino arrivati al bivacco Albertini per dormire.

Dopo i soliti convenevoli Piero caricò la sua attrezzatura sulla macchina della guida e mi chiese di accompagnarli sino a Cervinia. Accettai, avevo alcune ore a disposizione prima della partenza del pullman. Arrivammo a Cervinia, parcheggiarono l’auto e, scaricati gli zaini, si incamminarono verso l’attacco.

Li accompagnai per un breve tratto fino alla palestra delle guide, salutai e ritornai indietro.

In pullman arrivai nel tardo pomeriggio a Valenza; mi venne incontro mio padre e mi disse che era successa una disgrazia: Piero era morto in un incidente in montagna.

Lo tranquillizzai dicendo che non era possibile, ero stato con lui e la guida sino a poche ore prima. Arrivò poi la notizia che era morta la guida, ma Piero era vivo. Purtroppo, appena dopo, fu confermato: la guida Camillotto Pellissier era precipitata morendo ma Piero Rosmino era vivo.

Passarono anni prima che qualcosa trapelasse da Piero, mai nessuno di noi si azzardò a chiedergli notizie. A volte qualcosa raccontava e come un mosaico ricostruimmo il fatto. Piero raccontò che quel mattino arrivarono all’attacco della via e Camillotto, davanti, salì in arrampicata sulla parete, quindi i due procedettero in sintonia per un po’.

Arrivarono a un punto di sosta, Camillotto salì per una mezza lunghezza di corda, Piero operò una sicurezza passando la corda a cavallo di uno spuntone sopra di lui. Quasi subito sentì uno sferragliare come dei ramponi che grattano la roccia, alzò lo sguardo e vide la guida con il viso verso il vuoto! Un attimo e precipitò sulle rocce sottostanti passando a fianco di Piero.

La sicurezza trattenne il corpo che penzolò nel vuoto per un tempo imprecisato. Chiamò la guida in continuazione. Le mani facevano male, il pericolo che anche lui seguisse la sorte di Camillotto era evidente.

Sotto di loro, c’era una cengia-terrazzino a un paio di metri. Diventava buio, la guida non rispondeva e nessuno nelle vicinanze: le sue grida venivano vanificate. A quel punto provvide ad adagiare sulla larga cengia il corpo della guida che non dava nessun segno di vita.

Da quel momento Piero non ricorda più nulla. Sapremo poi che alcune guide avevano intuito l’accaduto ed erano corse verso l’attacco della via, incontrando Rosmino che, sceso da solo su difficoltà non indifferenti, corse verso di loro completamente impazzito”.

Questo è il racconto di una persona che è stata molto vicino a Rosmino in quei giorni e che ha vissuto la tragica vicenda.

34
La montagna di Piero Rosmino ultima modifica: 2020-05-03T05:02:32+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “La montagna di Piero Rosmino”

  1. 3
    Paolo Gallese says:

    Mi impressiona sempre leggere questi articoli, dedicati a personaggi d’altri tempi. È come far apparire d’un tratto anime che paiono evanescenti, come il fume di una candela. Che svanisce verso l’alto nel momento in cui l’articolo termina. E di queste anime la sensazione che spesso rimane è quella di una interiorità sfiorata. Ma che resta fuori portata come una via impossibile.
    La vedi, credi di coglierla, intuisci la linea logica, gli appigli. Ma resterà misteriosa perché sai che non potrai andare oltre l’esteriore che ti concede la roccia che hai di fronte.
    A volte sorrido pensando chissà cosa scriveranno di Gogna, fra molti, moltissimi anni. 

  2. 2
    Umberto Vilfredo says:

    Due articoli belli di seguito, ieri e oggi,   grazie. Non conosco questo personaggio ma ho frequentato anche quella valle. Ricordo l’atmosfera e le montagne, tutto ricostruito negli scritti, molto belli.

  3. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    Caro Carlo, temo che, riaccennando ai famigerati “cannibali”, tu ti sia guadagnato, qui nel GognaBlog, altre venti nerbate nella schiena. Per il momento solo figurate.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.