La montagna non esiste

La montagna non esiste
(piccola antologia letteraria sulle componenti soggettive dell’alpinismo)
di Rinaldo Rinaldi
(pubblicato su Scandere 1993)

Lettura: spessore-weight****, impegno-effort****, disimpegno-entertainment*

Nell’alpinismo classico, che eredita la mentalità scientifico-illuministica dei pionieri settecenteschi, il rapporto con la montagna è ancora squisitamente oggettivo: «L’uomo e le Alpi» (per usare il titolo di una recente mostra di etnografia alpina) sono i poli di una dialettica a parti uguali, in cui il mondo esterno delle rocce e delle nevi ha davvero una sua autonomia geografica, paesaggistica. Regno della verità, del concreto, della dura pratica, la montagna assume sì il profilo di un avversario da battere eroicamente o sportivamente ma non si annulla di fronte all’uomo che la conosce o la conquista. È la definizione di alpinismo che emerge in una limpida pagina di Carlo Emilio Gadda.

L’alpinismo è oggi il libero esercizio, direi il volontariato, d’un insieme di elevate facoltà fisiche e psichiche. Uno spirito di indagine eroica, un desiderio di liberazione dall’opportunità mediocre del giorno, una evasione verso la pura energia: e, insieme, l’insegnamento della realtà, la pratica, la grammatica. L’alpinista, al mattino, parte da una verità scheggiata del monte per arrivare a liberarsi del comfort. Egli cerca, egli inventa i suoi pericolosi itinerari, li ritrova di continuo sulla parete o sul ghiacciaio con laboriosa fiducia, con la paziente e impavida risolutezza dell’anima, con la destrezza dell’erudito polpastrello: avendo sotto di sé in ogni istante la spalancata bocca di un mostro, cioè il campo gravitazionale che vorrebbe inghiottirlo, succhiarlo in profondo. È la chiamata dell’abisso. La sua compattezza fisica, la sua consapevolezza, il discernimento, il chiaro volere, resistono alla vertigine che è il retaggio dei nervosi, dei preoccupati. Le fatiche alpinistiche e le visioni immense delle Alpi si sono oggi «organizzate» in associazioni di uomini, in corporazioni di mestiere: libero e disinteressato, il lento tirocinio si tramuta oggi in un tecnicismo provetto. Un siffatto mestiere ha il suo solo compenso nell’orgoglio, nel superamento dell’ostacolo: e in un grande sogno di paese. L’oscuro mugliare del fiume, nella valle, e, ad alto, le vette già emerse nel sole; il sentiero, itinerante nel monte; la selva, l’affocato ghiaieto, lo strapiombo, il bianco splendore o le lividure azzurre del ghiacciaio. La mutazione repentina di veduta da luce ad ombra, da un versante all’altro. I provetti, i maestri, disdegnano queste romanticherie; come in ogni impegno profondo, il gusto del mestiere, la passione dell’arte, le questioni tecniche, la pratica, vincono il richiamo stesso della finalità. Il fine non è nulla, i mezzi e la disciplina sono tutto. L’importante è aver eseguito la scalata, quello che di lassù ho veduto non conta. Neppure l’ho veduto. De Saussure, Humboldt! Dei romanticoni a passeggio! Ciò non toglie tuttavia che potenti affetti colleghino al monte e al paesaggio l’alpinista, l’alpino [Carlo Emilio Gadda, L’alpinismo, in Aa.Vv., Giucchi e Sports, Torino, ERI, s.d. (ma 1951)]”.

Molto diverse sono le cose nell’alpinismo moderno, che tende ad annullare provocatoriamente e pericolosamente la montagna per lasciare in gioco soltanto l’individualità o la soggettività dell’atleta impegnato nel suo exploit. Non pensiamo solo alle deformazioni divistiche o consumistiche subite dalla pratica sportiva negli ultimi anni, con l’aiuto di un massiccio sfruttamento dei mass media; ma anche al continuo ideologizzare dell’alpinismo sopra se stesso. La variante esasperatamente soggettiva del discorso alpinistico, come quella «classica» esemplificata sopra, non è del resto un’invenzione degli specialisti ma appartiene a un discorso culturale più ampio, squisitamente novecentesco e ben noto al romanzo contemporaneo.

Proprio in nome di questa osmosi fra scritture tecniche e scritture letterarie, presentiamo qui alcune pagine di montagna tratte dalla narrativa europea dell’ultimo secolo. Anche se non sono formate da alpinisti, esse documentano con chiarezza un rapporto esemplare fra l’Io e lo spazio, fra coscienza e paesaggio, fra soggetto e oggetto dell’azione. E ogni volta, poiché la nostra scelta privilegia appunto il filone «moderno» dell’assoluta soggettività, la montagna finisce per scomparire, diventando una semplice proiezione dell’Io che la percorre. Si potrebbe fare una storia di questo motivo in letteratura: la colonizzazione ovvero la liquidazione del selvaggio spazio alpino ad opera di un soggetto umano sempre più invadente e assoluto. Noi, per il momento, ci limitiamo a registrare degli esempi particolarmente significativi, cercando di illustrare in questo modo indiretto un atteggiamento paradigmatico dell’alpinismo di oggi.

L’antenato Daudet
Alle origini di questa svalutazione o meglio rimozione della montagna possiamo mettere il parodico Tartarino di Alphonse Daudet. È lui, infatti, a scoprire che l’alpinismo è una «commedia», con i suoi finti pericoli messi in scena dall’associazione del turismo svizzero. L’inautenticità della montagna, che la riduce a giocattolo o a baraccone da fiera, è ovviamente solo nella testa dell’eroe di Tarascona: egli si illude di non correre rischi, mostrandosi inconsapevolmente coraggioso. Ma tanto basta: Tartarino diventa il modello di un alpinista per il quale la natura fisica della montagna è un puro pretesto.

“- D’altronde poi… le disgrazie non sono mai così spaventose… non è vero?… Data una strizzatina d’occhio intelligente alla guida dalla faccia sbalordita, il tarasconese, convinto sempre più che tutto non fosse altro che una montatura per gli ingenui e una farsa per i furbi profittatori della situazione, si distese sul tavolaccio, rinvoltandosi bene nella sua coperta, si calò il passamontagna fin sugli occhi, e profondamente si addormentò malgrado la luce, i rumori, il fumo, il puzzo delle pipe e della zuppa colle cipolle: «Che commedia, che commedia! Anche i ciechi se la passeggiano sui ghiacciai! Che com…m…e…d…i…».

– Signorino! Signorino!

Una delle guide lo scosse, mentre l’altro gli mesceva del caffè dentro una ciotola. Vi furono dei grugniti e delle imprecazioni da parte di quelli che dormivano e che Tartarino spiaccicò mezzi per arrivare dal giaciglio fino alla tavola, e quindi alla porta del rifugio. Si trovò fuori bruscamente, assalito dal freddo, acciecato dal fantastico riverbero della luna su quelle candidissime tovaglie, quelle balze ondulate, su cui l’ombra dei picchi e delle guglie si intagliava di un nero profondo. Non era più il caos sfolgorante del pomeriggio, né il livido ammassarsi delle tinte grigie della sera, ma una sinistra città di vicoli oscuri, di grondaie misteriose, di angoli equivoci, fra monumenti di marmo e logore rovine, una città morta con delle grandi piazze deserte. Le due. Seguitando di buon passo sarebbero arrivati lassù per il mezzogiorno.

– Sotto! – disse il P.C.A. lanciandosi arditamente come all’assalto: ma le guide lo trattennero, era bene legarsi prima per i passaggi pericolosi.

– Ah! Legarsi!… E perché no! Se questo vi fa piacere… leghiamoci pure… costa così poco…

Cristiano Inebnit si pose in testa lasciando tre metri buoni di corda fra sé e Tartarino, che una uguale distanza di corda separava dalla seconda guida carica di provviste e della bandiera.

Il tarasconese era assai meglio in gambe del giorno precedente, la sua convinzione, dopo la faccenda dell’americano cieco, doveva essere ormai granitica per non prendere sul seno le difficoltà della via, se si può chiamar via la terribile cornice di ghiaccio, larga pochi centimetri, sulla quale procedevano con grande precauzione e così sdrucciolevole che la piccozza di Cristiano doveva scavarsi passo per passo dei gradini.

La linea del crinale scintillava fra due profondità di abisso. Ma se voi credete che ciò facesse la più piccola paura a Tartarino vi sbagliate di grosso. Sentiva appena un brividello in pelle in pelle, simile a quello del frammassone novizio che viene sottoposto alle prime prove. Posava esattamente il piede nell’intaglio che la guida di testa aveva praticato, faceva tutto quello che vedeva fare da quella, colla medesima tranquillità di quando si esercitava sull’orlo della vasca nel giardino del baobab, con terrore inenarrabile di Rosalia e dei poveri pesciolini rossi.

Ad un certo punto la costola del crinale divenne così stretta che fu necessario cavalcarla, e mentre così cavalcioni procedevano lentamente aiutandosi colle mani, udirono un boato. – La valanga! – disse Inebnit fermo finché non si spense nell’aria l’eco della detonazione diffusasi gradualmente nel cielo, e terminata in un lungo rombare di tuono che si allontana perdendosi in un confuso brontolio. Quindi il silenzio fu ristabilito coprendo tutto come un lenzuolo funebre.

Superata la cresta, si avviarono per un nevaio di leggera pendenza ma che non finiva mai. Ci si arrampicavano da più di un’ora allorché una strisciolina arancio-rosea incominciò in alto a colorare le vette sulle loro teste. Era l’annunzio dell’aurora, e il buon meridionale, nemico dell’oscurità, intonò il suo canto di gioia: Grande sole di Provenza, del maestrale amico ognor…

Uno strappane della corda, davanti e di dietro, lo interruppe in mezzo al ritornello. – Zitto! Zitto! – diceva Inebnit mostrando colla punta della piccozza la linea minacciosa dei grandi blocchi malfermi e ammassati così disordinatamente che la più piccola scossa poteva provocarne la frana.

Ma il tarasconese ormai la sapeva troppo lunga, non era con lui precisamente che potevano sortire il loro effetto certe fanfaluche, e riprese a voce spiegata: come il vin che giunge al cor!

Le guide, vedendo che non era possibile di spuntarla con quel cantante arrabbiato, presero un’altra strada, più lunga, allontanandosi dal pericolo che offriva l’andar sui blocchi, ma furono fermati quanto prima da un enorme crepaccio che un raggio del sole nascente illuminò rivelandone con un vapore dorato le pareti azzurre profondissime. Lo congiungeva un ponticello di neve così fine e fragile che non appena vi fu posto il piede si disfece precipitando in un vortice di polvere bianca, lasciando la prima guida e Tartarino sospesi alla corda che Rodolfo Kaufmann, puntando con tutta la propria resistenza da montanaro la piccozza nel ghiaccio, dové sostenere da solo. Ma se egli aveva la forza per trattenere quei due uomini sull’orlo dell’abisso, non aveva la possibilità di ritirarli su, e rimase a quel modo accovacciato, puntato, coi pugni chiusi, i denti stretti, i muscoli tesi, troppo lontano dal crepaccio per poter vedere quello che vi accadesse.

Sul principio, sbalordito dal capitombolo, accecato dalla neve, Tartarino agitò gambe e braccia senza logica, come un burattino cui si sia guastato il sistema dei fili: quindi, raddrizzato dalla corda stessa, ciondolò sull’abisso col naso alla parete di ghiaccio che via via si fondeva davanti al suo alito, nella posizione di un trombaio appeso per raccomandare le condutture di scarico dei tetti. Guardava sopra di sé impallidire il cielo nel quale si disfacevano le ultime stelle, e sotto sempre di più approfondirsi la voragine opaca e tenebrosa dalla quale saliva un soffio gelido. Passato questo primo periodo di smarrimento, egli ritrovò la sua sicurezza e la sua giocondità.

– Ma insomma, caro Kaufmann, ora basta, basta, abbiamo capito, abbiamo visto, bravo, bravo davvero, non vorrete mica lasciarci qui finché non ci abbiamo fatto la muffa, ci sono delle correnti d’aria che vengono di sotto… eppoi questo accidente di corda ci sega i reni che è un vero piacere. Kaufmann non poteva rispondere: aprire la bocca significava diminuire la propria resistenza. Ma Inebnit gridò dal fondo:

– Signore… signore… piccozza! – giacché la sua nella caduta era andata a finire nel fondo dell’abisso, e non appena il grosso arnese, con grandissima difficoltà per la distanza che li separava fu passato dalla mano di Tartarino a quella della guida, questa incominciò a scavare nel ghiaccio un addentellato al

quale poté aggrapparsi colle mani e puntare i piedi diminuendo a questo modo della metà il peso della corda; per modo che Rodolfo Kaufmann, con ben misurati sforzi ed infinite precauzioni, incominciò a tirar su il presidente, il cui berretto tarasconese apparve finalmente all’orlo del crepaccio.

Inebnit a sua volta vi giunse per conto proprio, e i due montanari si ritrovarono con quell’effusione di poche parole suscitata dai grandi pericoli fra gente come quella non facile ad esprimersi coll’eloquio. Erano entrambi molto commossi e tremanti per lo sforzo sostenuto. Tartarino offrì loro la borraccia del cognac per arrestarne il tremito delle gambe. Egli appariva fresco e calmo, e scuotendosi la neve di dosso con molta naturalezza batteva il tempo col piede canterellando sotto il naso delle guide.

– Bravo… bravo… franzose… – disse Kaufmann picchiandogli sopra una spalla: e Tartarino col suo sorrisetto ironico:

– Burlone! Burlone che non siete altro, lo sapevo che non c’era l’ombra di un pericolo. Ah! Ah! Ma debbo confessare che voi rappresentate egregiamente la vostra parte. È incredibile! Perfetti! Perfetti! Ah! Ah!
A memoria di guida non si era visto mai un alpinista di quella tempra. (Alphonse Daudet, Tartarin sur les Alpes, Paris, 1885 (trad. ital. di A. Palazzeschi, Milano, Mondadori, 1931)”.

Walser ovvero la montagna vampirizzata
Il passo successivo è idealmente compiuto dallo scrittore svizzero di lingua tedesca Robert Walser, nella breve descrizione di un passaggio su ghiaccio senza ramponi. Qui il soggetto non è comicamente distaccato dal suo oggetto, fino a rimuovere la realtà, ma vi aderisce a tal punto che ne assume tutte le caratteristiche. L’uomo di Walser si fa montagna e in tal modo la conquista, ma nel processo anche il monte diventa umano, finendo per ridursi alle piccole dimensioni (umili, «garbate») del suo carattere. Fagocitato con leggerezza dallo spirito di «adattamento» del soggetto, anche in questo caso il paesaggio diventa funzione dell’Io. Anzi, Walser ci fa assistere dal vivo al processo, molto simile al gesto di un vampiro.

Ieri mi sono inerpicato sulla montagna: la salita è proceduta bene finché non ho raggiunto uno strato di ghiaccio levigato e non ho trovato più nessun appiglio. Non c’era un arboscello a cui potessi aggrapparmi. Se mantenevo il mio bel portamento non avrei ottenuto più nulla. A questo punto ho avuto un’idea, del resto perfettamente ovvia, mi sono messo prono sostenendomi sulle mani e sono ricorso per un tratto a uno strisciare quanto mai amabile; penso che bisogna sapersi adattare alle situazioni. Nel mio strisciare c’era ostinazione, bisognava pure arrivare in cima. Non mi fossi piegato giù, mi sarei dovuto fermare. Anche il flettersi può contenere orgoglio. A me importava coprire quel percorso: le difficoltà connesse con tale fine mi costringevano a prendere misure di trasformazione non proprio belle da vedere. Non appariva forse come se io rinnegassi la «civiltà», laddove mi preoccupavo invece del suo mantenimento? La levigatezza del suolo esigeva una levigatezza anche da parte mia, che io traevo dal mio carattere. Per orgoglio mi comportavo umilmente, per tenacia mollemente. Di continuo una voce in me gridava: «Sali!». È possibile scalare una montagna di vetro a passo di marcia con il decoro di un «uomo importante»? Importante mi sembrava arrivare in cima. Non a caso le nostre gambe non sono bastoni. Perché non fare uso delle nostre capacità? Con le superfici lisce come uno specchio si procede garbatamente. Dato che non potevo liberarmi con un soffio di quel che era un ostacolo insuperabile, l’ho abbracciato. Non è forse vero che i più cocciuti agiscono di quando in quando con mitezza per imporre la loro volontà? Chi è inginocchiato può rialzarsi, e gli pare poi di stare in piedi con tanto più vigore. Il movimento lo ha rallegrato. Dare la scalata a qualcosa blandendolo, com’è divertente! Per amore della rapidità comportarsi da flemmatico, ebbene, perché no? Cercare di salire è più bello che essere in cima; piacevo di più a me stesso quando guardavo verso l’alto di quando ho gettato orgogliosamente lo sguardo verso il basso. Cercare intorno a sé dov’è una via, un appiglio, non poter fare a meno di essere un po’ paurosi, l’attimo in cui rischi di lasciarci le penne, che cosa interessante! (Robert Walser, Die Rose, Berlin, Rowohlt, 1925 (trad. ital. di A. Bianco, Milano, Adelphi, 1992)”.

La montagna come proiezione dell’Io: Ramuz e Hrabal
A questo punto la montagna, per quanto minuziosamente descritta, non può essere altro che una figura del soggetto: una semplice illustrazione degli scatti, delle passioni e delle contraddizioni dell’uomo che la percorre. Alcune pagine dello svizzero di lingua francese Charles-Ferdinand Ramuz forniscono una variante positiva e ottimistica di questa maniera. Il giovane montanaro Farinet, salito in alto, chiede allo splendido scenario alpino una risposta al suo quesito esistenziale: la scelta della libertà e della trasgressione, la sfida alla società costituita che si concluderà romanticamente con la morte. Ma la domanda di Farinet non è veramente tale, poiché ha già una risposta: il cenno finale della montagna, che afferma e accetta, è già tutto implicito nella volontà del protagonista. Proprio in quest’ultima dunque, non nello spazio alpino come autonomo depositario di libertà e autenticità, il testo di Ramuz individua il suo valore; utilizzando il paesaggio come uno sfondo abbastanza prevedibile. Il dialogo decisivo, insomma, Farinet non lo svolge con le montagne ma con se stesso.

Improvvisamente, da ogni lato, gli venivano incontro; vacillava come un uomo che ha ricevuto un pugno. Accecato dalla luce, metteva la mano sugli occhi; poi, alzandola a poco a poco, si metteva a guardare: tutte quelle cose, viste così sovente eppure mai viste, ogni volta rinascenti, risuscitate dalla loro stessa morte, ritte davanti a lui in tutta la loro novità; a tal punto che doveva ogni volta riorientarsi, per i mutamenti del cielo nuvoloso o sereno, per i mutamenti che erano avvenuti anche in lui. Si sedeva sul bordo della cornice, così in avanti che le gambe pendevano nel vuoto.

Là, piegandosi un poco, scopriva fra le sue ginocchia la capanna col tetto coperto di lastre d’ardesia, posata nel verde vicino a uno stagno rotondo che brillava. Lo stagno era grande come un vetro d’orologio; il tetto non più di un libro da messa quando il nero della legatura, col tempo, diventa grigio.

A tratti dai pascoli saliva un richiamo o il rintocco d’una campana: allora egli rideva a vedere le mucche non più grandi di semi di zucca, gli uomini non erano che un punto come semi di ravanello.

Allora, spingendo più lontano lo sguardo, scendeva ancora di livello; veniva giù dritto di millecinquecento metri e più, fino al Rodano che era come una cordicella bianca, in una specie d’acqua insaponata che era l’aria; e di là risaliva, risaliva di fronte a lui i pendii, le gorge e le valli, sulle groppe coperte di boschi verdi, poi neri, poi di prati con villaggi; poi veniva una prima parete di rocce, poi dei pascoli, poi ancora delle rocce, poi… E allora doveva chiudere gli occhi ancora una volta; doveva riabituarli ancora a quella veduta. Nella luce mattutina (come quel giorno) e abbastanza presto, sotto il sole obliquo e tutto intorno, all’orizzonte, erano come i resti di un gran falò sotto la cenere.

Se si alzava abbastanza lo sguardo, se ora lo si volgeva in cerchio, ci si bruciava a quelle braci e a quei tizzoni. Dall’oriente estremo del cantone di Berna o di Uri, fino al punto più occidentale in piena Savoia, o ancora oltre, fino a cento leghe, dominavano ovunque le torri, le punte, i denti, i corni, le cupole, tutte quelle sommità coperte di neve e ghiaccio. Alcune erano aguzze e slanciate, alcune arrotondate, altre quadrate, altre come dei muri: alcune erano inclinate, altre verticali; alcune si elevavano dalle creste, altre sorgevano isolate nella pianura con uno slancio diritto; alcune bianche, altre rosa o argentate. Là il Monte Leone in Italia; e là, all’altro orizzonte, delle punte sperdute nella foschia, di cui non ricordava il nome, da qualche parte in Delfinato: quante ce n’erano? Quante ce n’erano in tutto? Cercava di contare ma si smarriva. Allora cercava di nominarle con ordine. «Questo è il Monte Rosa, questi i Mischabel, e questo è il Lyskamm, no? Poi c’è il Breithorn; poi il Weisshorn, poi il Cervino, quindi la Dent d’Hérens e la Dent Blanche e il Grand Cornier…». Si cambiava tre volte lingua. Si cominciava in italiano, si passava al tedesco, si finiva col francese; «ma voi, cambiate? Tu sei il Collon, ti conosco bene… Ora va meglio perché ci avviciniamo a casa nostra, con la Pigna d’Arolla, la Ruinette, i Combin, il Velan, poi le Jorasses, il Mont Dolent; poi là allora, quel nido, quella geode di cristalli, sono tutte le Aiguilles: la Verte, la Rouge, quella d’Argentière, quella del Dru, quella del Tour; e adesso ho finito perché siamo a casa…». Era proprio di fronte a lui o quasi. «Ah! Vi conosco bene, diceva, ma voi mi riconoscete?… Vi guardo, ma voi mi guardate?…». Le chiamava. «Ah! Eppure sono stato su tutte, e più di una volta». Dritta verso sud si allargava un’ampia vallata, un po’ più a monte divisa in due rami; era solo un ragazzino quando partiva nel cuor della notte con suo padre, che aveva nel sacco una carabina smontata e lui portava un altro sacco con le provviste: «Ah! Eccoti, vi vedo, vi vedo bene; ma voi mi riconoscete?… Su, – diceva -, cercate di riconoscermi. Sì, siamo rimasti gli stessi, vi siamo rimasti fedeli; se voi non siete cambiate, neanche noi siamo cambiati… Voi non badate a ciò che è proibito o permesso, poiché tutto è permesso. Avete i camosci e dite: “Venite a cacciarli, se potete…”. Avete l’oro e dite: “Venite a prenderlo…”». Allora cominciò un discorso e diceva: «Quella è una guerra onesta, almeno con voi si è al di sopra delle leggi e dei regolamenti…».

Brillavano nel mattino, cambiando colore e luce man mano che il sole saliva. Si vedevano le ombre spostarsi lentamente e una di loro, coricata, si metteva seduta e si alzava stirandosi come un uomo che ha dormito. Se ne vedeva un’altra salire rapidamente un ripido pendio; arrivata in punta, svaniva nell’aria. Una di queste montagne è come una donna che si toglie la sua casacca grigia. Un’altra tiene davanti a sé uno specchio che si sposta fra le sue mani. Alcune sono distese nude, mostrando intero il loro grande corpo o solo il petto, con due macchie rosa. Più Farinet le guardava, più si animavano; adesso alcune si giravano verso di lui, gli facevano segno. Allora ricominciò: «Ecco. Che ne pensate? Cosa devo fare? So bene ciò che devo fare, ma forse siete di un altro parere…». Delle nuvole salivano dietro la catena, verso Aosta e l’Italia. Diceva: «Cosa dovrei fare?». Interrogava così le montagne, rivolto alle grandi cime. Vedeva delle nuvole nere che salivano, come capita spesso d’estate, finché le punte tornavano limpide e pure: le interrogava.

Erano delle persone, che sapevano meglio di lui il da farsi: grandi e potenti, davvero. Poi, piegandosi verso la capanna: «Si vede bene cos’è un uomo vicino a loro, già a questa distanza non si vede, è un puntino, piccolo, prudente, cauto, spaurito…». Ce n’era una più grande delle altre, con una testa e delle spalle, come un busto.

Sopra le passò l’ombra di una nuvola. Poi l’ombra si ritirò improvvisamente. Allora la montagna oscillò avanti e indietro, piegò la testa come per dire di sì (Charles-Ferdinand Ramuz, Farinet ou la fausse monnaie, Paris, Grasset, 1932 (trad. ital. di R. Rinaldi)”.

Analogo ma ben più complesso è il processo di soggettivizzazione della montagna nelle pagine dello scrittore boemo Bohumil Hrabal. Chi sale qui non è un solitario ma una coppia, non più confrontata a una semplice domanda esistenziale («Cosa dovrei fare?») bensì a delicati problemi collettivi: la violenza della storia con gli orrori della seconda guerra mondiale e soprattutto l’impossibilità di formulare un giudizio definitivo sul male (alle atrocità naziste si oppongono quelle dei vendicatori ed è sintomatico che la narratrice sia una tedesca rimasta in Cecoslovacchia dopo il conflitto). Ancora una volta la soggettività si proietta dunque sulla montagna e la trascina con sé, non in forma di certezza ma di aspro e irrisolvibile dubbio. La vertigine prolungata e ossessiva della protagonista, con la quale si identifica l’ascensione e dalla quale tutto il paesaggio viene espressionisticamente deformato (con una funzionale e programmatica assenza di punteggiatura), è infatti molto diversa dalla mitica personificazione di Ramuz. Nient’affatto romantica o eroica ma integralmente negativa, la pagina di Hrabal non cerca neppure di fingere un’oggettività che non esiste: dichiara apertamente che il monte non ha più un’esistenza autonoma di fronte al soggetto che sale, al soggetto che racconta.

Salivamo un pendio scintillante che portava alle Cime d’Oro mio marito si fermava guardava il paesaggio attraverso gli abeti pelati dalle intemperie era una bella giornata di sole finalmente avevamo deciso di salire dopo pranzo alla capanna dell’Elba seguivamo lentamente la pista di sci ripida fra gli alberi ci eravamo lasciati alle spalle il folto del bosco ora costeggiavano il sentiero dei tronchi nudi dei bastoncini da sci che spuntavano appena un metro dai mucchi di neve dov’erano piantati Mio marito si è fermato ha indicato col bastone È là che abbiamo trovato una maestra di Hradec morta congelata cinque metri più avanti suo marito congelato ciascuno con un’arancia congelata in mano Nel 1934 quando sono venuto per le vacanze di febbraio una terribile tempesta di neve è durata due giorni quando abbiamo potuto uscire dopo quarantott’ore siamo partiti alla ricerca di quelli che non erano rientrati Laggiù a trenta metri dalla capanna dell’Elba abbiamo trovato due ufficiali in quella tempesta avevano girato attorno alla capanna finendo per crollare… Qui sotto le Cime d’Oro io e gli altri abbiamo trovato la nostra maestra rannicchiata con l’arancia congelata in mano l’abbiamo trasportata da Renner e anche suo marito tutti e due come delle sedie delle poltrone delle statue di Cristo seduto induriti dal gelo perché quando arriva una tempesta di neve i Monti dei Giganti sono peggio dei Tatra I Tatra del resto hanno il vantaggio che decine di turisti cadono nei precipizi si ammazzano si feriscono a morte sulle punte taglienti delle rocce… dicono che se si vuole morire di morte violenta il meglio è ancora affogarsi… Ma non dovevano stupirsi quei tedeschi gozzuti una volta così gentili dopo la guerra dopo aver fatto venti milioni di morti al fronte dopo aver martirizzato venti milioni di esseri umani nei campi di concentramento non dovevano stupirsi dopo aver perduto la guerra se per un dente gli staccano tutta la mascella Se dovunque hanno preso quelli che comandavano i comuni, li hanno fatti scavare una fossa e li hanno fucilati Non dovevano stupirsi se li hanno messi nei campi se li hanno espulsi in massa mandati là dove avevano voluto andare non dovevano stupirsi se dopo la fine della guerra li hanno ammazzati a centinaia di migliaia lo facevo molta fatica ad ammazzare dei gattini ciechi ma a casa era necessario ammazzavo dei conigli perché dovevamo con molta fatica potrei forse ammazzare un uomo se fosse necessario Ma non mi sono mai stupito di vedere quelli a cui i tedeschi hanno ammazzato gli esseri più cari li hanno martirizzati nei campi nelle prigioni non mi sono stupito quando quei disgraziati si sono vendicati prendendo per un dente tutta la mascella Mi hanno raccontato che da qualche parte nei Monti Metallici alla fine della guerra hanno messo due SS su un carro hanno obbligato questi tedeschi a tagliarsi le membra l’un l’altro ad accecarsi a tagliare una mano poi una gamba poi l’altra quando tutto è stato consumato su quel carro tirato da un trattore attraverso il villaggio non restavano che due tronchi e una mano una sola mano perché l’altro non aveva più mani per mutilare il suo compagno… ma i due avevano ancora una bocca prima che li gettassero nella fossa hanno gridato tutti e due Heil Hitler… Mio marito era senza fiato non a causa di questa storia ma perché avevamo già oltrepassato gli alberi salivamo quel pendio scintillante credevo di svenire non a causa del racconto di mio marito era peggio qualcosa che non avevo mai provato ero presa dalla vertigine a vedere la valle profonda quando guardavo in basso tanto che gli occhi avevano trovato appoggio sui tronchi d’albero sui rami dei pini a quell’altezza avevo il sostegno delle piante ma ora che salivo che gli alberi e i cespugli erano lontani sotto di me non avevo l’impressione ma la certezza che la terra girasse con me che vedevo le Cime d’Oro e il Catino girare cadere nell’abisso come se la terra girasse sopra un’elica gigante o una ruota di mulino gigante mentre questa rivoluzione faceva rifluire verso di me tutte le baite tutti i pini e abeti che prima erano sotto di me ora montavano lentamente li vedevo camminare sulle cime passavano di nuovo davanti a me attaccati a un immenso invisibile compasso questa visione questa grande angoscia mi hanno gettata per terra in ginocchio restavo aggrappata con le unghie affondate nella neve ma ora giravo anch’io ho gridato perché avevo l’impressione precisa e reale che i miei capelli scarabocchiassero l’aria che il mio cappello fosse volato via perché anch’io ero in movimento la testa in aria ho gridato ancora perché avevo le vertigini stavo per sprofondare in caduta libera da qualche parte nella valle scivolare ai piedi di quella montagna scintillante di neve e sole mio marito a meno di tre metri davanti a me tendeva la mano ho strisciato verso di lui carponi lentamente come se lottassi contro un uragano una tempesta di neve avevo paura di alzare le braccia per afferrare la mano che mi tendeva mio marito lui che aveva cominciato a ridere di me chiamandomi come si chiama un cavallo ombroso ma vedendomi strisciare a quattro zampe sentendomi urlare che ci vedevamo per l’ultima volta si è messo in ginocchio mi ha presa fra le braccia mi stringevo contro di lui gli occhi stravolti di paura ho chiuso gli occhi con il cuore in gola mio marito mi ha rimesso in piedi ma sono ricaduta nella neve mi lamentavo gemevo mio marito ha dovuto camminare davanti a me vicinissimo riportarmi indietro farmi scendere il pendio quando ho riaperto gli occhi la terra girava ancora versando tutto ciò che portava su di sé ancora sentivo il mio corpo e quello che lo circondava legati sulla ruota di un mulino enorme e invisibile… Solo toccando il primo bastoncino poi il primo tronco lacerato solo stringendo un altro abete ancora ho aperto gli occhi sul sentiero in ripido pendio delle Cime d’Oro l’erto sentiero lungo il quale salivano sciatori multicolori mentre il tetto e il camino fumante della capanna Jilemnicky emergevano laggiù dall’oscura foresta non direi che questa vista mi abbia calmata ma ha fermato quella grande rotazione a testa in giù sull’elica invisibile che un minuto prima era stata così reale Mi sono sciolta in lacrime singhiozzavo l’emozione mi gonfiava la gola e la tiroide mio marito era serio mi faceva scendere dolcemente mi teneva per mano e alla vita mentre i nostri bastoncini da sci restavano abbandonati là in alto sul sentiero dove non crescevano più pini e abeti saliva questo sentiero brillava finiva per confondersi col blu del cielo fissavo lo sguardo sulla linea sottile che separava la neve delle Cime d’Oro dall’azzurro allora la sensazione è tornata dovevo di nuovo aggrapparmi allo spettacolo della valle di nuovo sono caduta mi sono inchiodata a terra con le dita perché ricominciava a girare le Cime d’Oro sono scomparse nel senso della rotazione il moto circolare faceva risalire tutte le cose le auto gli autobus in sosta tutti gli sciatori cadevano a testa in giù poi facevano delle capriole le auto dietro a loro come in un banchetto di nozze quando la tavola si piega e tutto scivola a terra nel senso dell’inclinazione vedevo crollare persino mio marito le sue gambe cadere come su del ghiaccio una forza me lo strappava avevo l’impressione di trovarmi in un edificio le cui fondamenta stessero per esplodere le cui travi portanti sarebbero precipitate nella cantina all’ultimo istante in una scivolata il mio sguardo si è staccato dalla linea di confine fra terra e cielo mi sono di nuovo aggrappata agli occhi di mio marito occhi negli occhi sono scesa con lui passo a passo come se fossi terribilmente ubriaca fino al momento in cui mi sono ritrovata intorno gli abeti familiari davanti e dietro a noi in ogni direzione non c’era più che un sentiero innevato ornato di tracce di sci e scarponi… (Bohumil Hrabal, Les noces dans la maison. Une trilogie autobiographique, première édition, traduit du tchéque par Claudia Ancelot, Paris, Laffont, 1990 (trad. ital. di R. Rinaldi)”.

La montagna inutile di Morselli
Ancora più gelida è la diagnosi dell’italiano Guido Morselli, che presentiamo in chiusura. Egli rende esplicito questo annullamento dello spazio alpino, questa sottrazione di valore che lo precipita nella «indifferenza» e nella superfluità. L’improvvisato alpinista di Morselli, rimasto unico uomo sulla terra dopo una misteriosa apocalisse, decide di salire sul monte «per un esperimento», per ritrovare la «natura vasta e incontaminata». Ma va incontro a un’amara delusione. Questa volta i pensieri di morte del protagonista che ascende, intrecciati al resoconto dell’ascensione come in Hrabal, non si proiettano sul paesaggio montano. Ciò non significa però che la montagna esprima una salvezza o una purezza originaria, come spera il narratore. Morselli ci dice invece, senza mezzi termini, che lo spazio alpino esiste solo nella soggettività dell’alpinista e (semmai) nel rapporto più o meno conflittuale di quest’ultima con gli altri soggetti sociali. Lasciata a se stessa la montagna diventa neutra ovvero «inutile», non possiede più alcun senso: svuotata come un fantasma, senza l’uomo essa non ritorna alle origini ma addirittura scompare.

Questa mulattiera che sale i primi pendii del Mountàsc è comoda, larga, la compongono lastroni di pietra a gradinata, regolarmente squadrati. È degna del nome che porta, o portava di «Via Romana». Una montana Via Appia in ascesa fra sobri larici, più asciutti ancora dei cipressi mediterranei. Di là dalla valle, a non più di trecento metri in linea d’aria, vedo l’imbocco della grotta del Sifone. E dell’inutile invito. Penso al testamento che ho scoperto nella mansarda, il messaggio dove si mescolavano retorica ingenua e genuina disperazione, «gli uomini ubbidiscono alla chiamata della Morte», lo, per esempio, non ho ubbidito. Ero refrattario alle «chiamate», evidentemente: virtù o viltà, sopravvivo. Forse né virtù né viltà. Mediocrità catafratta, che come tale ha trovato grazia. L’individuo insignificante è stato eletto a incarnare la continuità, il che è misterioso ma può essere sapiente. La mulattiera s’interrompe proprio nel punto in cui finiscono i larici, e la prosegue un sentiero dove ci cammina a stento una persona: come facevano i Ross a portarci le loro vacche enormi, bianche pezzate in giallo? D’altronde, nel suo congedo il malinconico cuoco del Mayr non sbagliava, a parte l’ipostasi romantica della Morte. Se è difficile credere che la morte abbia voce di sirena per sedurre gli uomini, certo è che gli uomini, lo sapessero o non lo sapessero, volevano morire. Da anni, da decenni. Inquinamenti: agli inquinatori piaceva d’inquinare in primo luogo se stessi; «lo abito nel recinto della mia fabbrica, eppure ho una palazzina in città», risponde un industriale. Violenza: in primo luogo era violenza contro se stessi. A un giovane imputato di rapina si chiede: c’era bisogno di far fuoco sul cassiere? Risposta: «Non so perché ho sparato al cassiere, volevo sparare a me».

Nella loro parlante consapevolezza, il cuoco malinconico, il rapinatore, l’industriale kamikaze, non erano casi tipici; la corsa alla morte, come fatto collettivo, si consumava in silenzio, nasceva da un bisogno imperioso e ignaro. E questo suo carattere, come anche l’assenza di facili componenti culturali o economiche, persuadeva la nostra povera, povera sociologia a non occuparsene, ma c’era chi teneva gli occhi aperti sui fatti. Il capo dipartimento del traffico nello Stato del New Jersey, un modesto funzionario, dichiarava ai giornalisti: Voi dite «imprudenza» quando scrivete delle stragi domenicali sulle strade, ma l’imprudenza non è una causa, è un mezzo. Il guidatore sceglie l’imprudenza perché ha scelto la morte. Perché non vuole tornare a casa. Se gli levate l’automobile si getterà dalla finestra.

Terminando di salire, il sentiero si allarga, o meglio si perde, nel piano, la vasta conca dei Ross, di eriche, di ginepri, di ruscelli chiari, fra i massi coperti di licheni, e qualcuno di questi macigni è già esso una piccola perfetta montagna. Si aprono a ventaglio i ghiacciai del Mountàsc, e io ricordo di averli visti infiammarsi all’alba, sui nevai bassi che trattenevano il colore della notte. Alla vetta della sua evoluzione trionfale, l’io esplorava le vie più dirette verso il non-io, non la lenta discesa nell’entropia, ma l’autodistruzione rapida e totale, e non occorreva che fosse indolore. Il cupio dissolvi. Freud lo sbattezzò in «istinto di morte», ma universalizzandolo, assegnandolo a ogni singolo uomo. A quei tempi, ai suoi occhi stessi, una gratuita astrazione. Un innocuo filosofema, poco originale fra l’altro, da contrapporre per simmetria al dogma dell’Eros onnipresente. Freud era un borghese pacifico; che costernazione, se avesse mai previsto che la realtà lo avrebbe inverato, sorpassato persino.

I ghiacciai del Mountàsc si stanno scoprendo, ma oggi è facile confonderli col cielo basso e uniformemente bianco: e siccome dal lato opposto sono scoperti i ghiacciai del Karessa, anche loro simili e confusi alle nuvole, ho l’impressione che formino una sola massa, incurvata a volta; non c’è cielo, io sono al centro di un’immensa caverna gelida. La sostengono le pareti dei due massicci; per ora. Di qui a un momento potrebbe rompersi e crollare; o calare adagio su questi sassi, su di me. Da notarsi: gli uomini non cercavano l’ecatombe generale, di cui avevano dato un primo, modico saggio a Hiroshima, e che era nei loro mezzi. Si perseguiva la morte isolata. In questo, vicini alla tradizione del suicidio convenzionale. Nell’automobile di famiglia, con moglie e figli, o in banca al cospetto degli impiegati e di pochi clienti, nell’aereo dirottato, con appena 70 o 80 compagni di viaggio. Troppo spettacoloso, o troppo «sociale», l’olocausto atomico nello stile dell’antica escatologia. («Escatologia»: e chi conosceva questa astrusità arcaica, nel mondo dei computer e dei supersonici?). No, se anche il cupio dissolvi era necessità collettiva, la dissoluzione doveva avvenire nell’ambito o nei pressi della privacy, altare dell’individualismo. Ciascuno per suo conto, dove e come i casi suoi o i suoi usi e interessi portavano. Alla stessa meta ma non in folla. Il dio collettivizzante, il sociologismo, doveva in extremis riconciliarsi col suo contrario. La vacca e la capra, avrebbe detto Giovanni.

E così è stato, sono stati accontentati.

Questa, dunque, è la famosa Malga dei Ross. I Ross, da cui aveva preso il nome, erano parenti alla lontana della mia famiglia, venivo quassù che ero ancora un bambino. Ci torno per un esperimento, in cerca del metus silvanus, dell’antico, favoloso pavor montium. Non è accademia. La perdita del timore reverenziale che la natura vasta e incontaminata usava ispirare all’uomo, è una delle menomazioni vitali di cui soffriva la nostra epoca. Ora non c’è più nessuno fra me e la natura, le rupi e i ghiacci sono solitudine, grandezza, allo stato puro, devo ricuperare, riassaporare. I Ross tenevano in questo alpeggio per gran parte dell’estate la loro mandria: io bambino ci arrivavo, impiastricciato dai mirtilli che avevo colto lungo il sentiero, e mi davo da fare con le bestie, tentavo di mungerle, di cavalcarle, o mi bastava rincorrerle con un bastone, per spaventarle e farmene spaventare. Il recinto e le vacche non ci sono più, la malga oggi è soltanto ginepri e eriche in fiore, non visitate dalle api selvatiche. Non ci sono erbe, pascolo, che verdeggino fra la neve a chiazze.

Il luogo ha guadagnato in asprezza, è intatto, come alle origini. La sua bellezza oggettiva è in netto incremento. Invece, mi accorgo, io sono inerte. Impartecipe. Registro, senza emozioni. Mi prende il sospetto di una inutilità. (A che scopo due ore di marcia, per vedere, udire, e non sentire). La minaccia di quel cielo così vicino e pesante, è reale. Quando scende, a tratti, il vento, porta realmente l’odore del ghiacciaio (quell’odore vitreo, di grotta e d’abisso), e, negli intervalli, il silenzio è davvero primordiale; la parete che piomba a cento passi da me, è desolata e inesorabile, chiude il mondo. Eppure il pavor montium mi si riduce alla sensazione del freddo, freddo fisico. Desiderio di un caffè bollente e del maglione di lana. Per vivere poeticamente la natura, mi occorreva qualcuno a cui contenderla, qualcuno da tenere lontano?

Sconfortante: la natura era bella e tremenda, ma in funzione a-sociale. Supponeva, negativamente, l’uomo. lo la volevo inviolata, però violabile.

Mi sto domandando: per goderla c’era bisogno dei cartelli: «Vietato l’ingresso»? (Guido Morselli, Dissipatio H. G., Milano, Adelphi, 1977)”. 

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La montagna non esiste ultima modifica: 2017-11-25T05:03:42+02:00 da GognaBlog

1 commento su “La montagna non esiste”

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    Marco Lanzavecchia says:

    Un po’ di buona letteratura. Merce rara.

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