La montagna secondo me

La montagna, secondo me
di Gabriele Ferreri (già pubblicato da Duma c’anduma)

La montagna insegna a vivere: questa frase l’ho udita spesso, ma… non è vera. C’è gente che frequenta i monti da una vita e non ha imparato un tubo! La montagna al massimo regala emozioni a chi è sensibile ed educato (Mauro Corona).

Come non essere affascinato dalle imprese alpinistiche di uomini straordinari come il Duca degli Abruzzi, Riccardo Cassin, Emilio Comici o il più noto Walter Bonatti? Come non dar seguito all’irrefrenabile voglia di correre come il giovane campione di skyrunning Kilian Jornet?

Da sempre l’uomo ha dovuto assecondare i propri impulsi e le proprie tensioni interne spingendosi a compiere, nel corso del tempo, imprese a dir poco epiche ma basate su una visione puramente antropocentrica e concentrata sulle difficoltà alpinistiche e sulle cime da raggiungere. Così, nell’essere più che altro follemente affascinati e desiderosi di emulare questi grandi personaggi, ci siamo forse dimenticati la montagna, quella vera. Ci siamo dimenticati che cosa significa essere “uomini di montagna”.

Vista dalla Guglia Rossa. Foto di Attilio Pregnolato (The World’s Paths – www.theworldspaths.com)
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Io l’ho capito leggendo la prefazione del libro Il respiro della montagna di Ugo Scortegagna. Se da un lato dobbiamo recuperare la naturalità della montagna “come elemento di valore primario assoluto”, dall’altro dobbiamo prendere il distacco da quella visione del tutto personale ed egoistica di essa.

Riconoscere la naturalità della montagna come elemento di valore primario assoluto (Ugo Scortegagna).

Riconoscere la naturalità della montagna significa parlare di “montagna vivente” e “delle sue delicate e stupefacenti meraviglie“. Significa conoscere l’ambiente nel quale ci muoviamo e le sue molteplici, spesso minuscole, interazioni. Significa parlare di “interiorizzazione di valori di bellezza e di spiritualità“. Amare la montagna, davvero, significa conoscere e saper riconoscere i “padroni autentici” delle terre alte e non considerarsi il soggetto esclusivo quanto parte, infinitesimale, della montagna vivente. Significa smettere di volerla conquistare per farsi conquistare da essa. Significa non parlare di “mie montagne” ma di “nostre esperienze”.

Non esistono proprie montagne, si sa, esistono però proprie esperienze. Sulle montagne possono salirci molti altri, ma nessuno potrà mai invadere le esperienze che sono e rimangono nostre (Walter Bonatti).

Lungo la Vi Mertchenda da Mezzenile a Ceres
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Poi mi si è rivelato il bosco con i suoi odori e ho scoperto il piacere di non dover per forza andare in alto per raggiungere una cima e di vivere, piuttosto, la bassa montagna. Ora, per tutte le cose che si possono osservare, impiego un tempo smisurato per percorrere anche solo cento metri. Mi meraviglio del verde del muschio e desidero, toccandolo, sentire i polpastrelli delle dita umidi di acqua. Osservo il tappeto di foglie sulle quali cammino e riconosco (non sempre, ahimè) le “colonne del cielo” che abitano il bosco. Chiedo al pastore, piuttosto che guardare la cartina o il più tecnologico GPS. E sentendomi rispondere che lì, sul quel sentiero, le mucche al pascolo hanno pulito la strada e ci si può di nuovo passare, penso che anche gli animali da lavoro e gli animali domestici delle nostre comunità montane sono parte integrante della fauna alpina.

Se impareremo non solo a conoscere ed amare ma prima di tutto a capire, svilupperemo quell’intelligenza naturalistica, a volte innata, che ci consente di entrare in connessione profonda con l’ambiente che ci circonda. E nel contatto profondo con la montagna, non potremmo fare altro che sentirci come viandanti di passaggio, ospiti di questa grande e meravigliosa bellezza.

Le montagne sono sempre generose. Mi regalano albe e tramonti irripetibili; il silenzio è rotto solo dai suoni della natura che lo rendono ancora più vivo (Tiziano Terzani).

Tutto è sacro, perché tutto vive. Ciò che è dotato di vita, fosse anche l’aria che respiriamo o l’acqua che scorre sulla terra, è percepibile come dono divino. È una sensazione che ha accompagnato gli uomini per millenni in passato e a cui non siamo più abituati, ma non è qualcosa di cui non siamo più capaci. Con un approccio più integrato allo spirito della vita, la natura rivela la propria connessione al divino, si dota di una luce più intensa, e consente all’uomo di considerare se stesso, il proprio corpo e ogni sua funzione, come un’espressione diretta dell’onda vitale dell’Essere, il grande mistero della nostra provenienza e del nostro fine ultimo, la sublime incognita dell’esistenza (Anonimo).

Pettirosso (Erithacus rubecula) al Lago di Braies
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La montagna secondo me ultima modifica: 2015-04-11T07:01:28+02:00 da GognaBlog

9 pensieri su “La montagna secondo me”

  1. 9
    Gianni Sartori says:

    Lo so, qualcuno dirà che il commento è “non pertinente”, ma l’ARARAT è una Montagna, no?
    E poi i Curdi si meritano una mano, anche due…
    ciao
    GS

    GIU’ LE MANI DA ARARAT!
    (Gianni Sartori)

    Minacce di sgombero calano come avvoltoi sul centro ARARAT di Roma.

    Perseguitato in Turchia, il popolo curdo rischia di subire altre angherie anche nella nostra penisola.

    Attualmente, oltre a subire vessazioni e repressione da parte del Governo turco, il popolo Curdo viene aggredito e minacciato dall’ISIS in territorio Siriano. Contro questi fascisti la popolazione si è opposta con coraggio e valore liberando la città di Kobane e salvando dal massacro altre comunità etniche e religiose presenti nella regione.
    Ma ora, si parva licet, anche il nostro paese sembra intenzionato a dare il suo contribuito nel limitare i diritti del popolo curdo, in particolare di quei curdi, scampati ai massacri, che forse pensavano di aver trovato rifugio in Italia.

    Come ricordavano alcuni cittadini. “da molti anni l’associazione ARARAT ONLUS svolge attività culturali e ricreative di grande rilevanza sociale; attività volte alla conoscenza della storia, della cultura e delle arti del territorio della Mesopotamia, zona compresa tra i fiumi Tigri ed Eufrate, culla della civiltà Indoeuropea, ma anche delle radici del popolo Curdo”.
    E la denominazione stessa della Piazza dove risiede l’associazione (Largo Dino Frisullo) ricorda l’impegno di un cittadino romano che spese la sua vita senza risparmiarsi per la difesa dei diritti umani e civili del Popolo Curdo.

    Un pro-memoria: il Centro ‘Ararat’ prende il suo nome dalla nave omonima che approdò sulle coste italiane il 3 gennaio 1998, in Calabria. A bordo circa un migliaio di curdi: famiglie intere,donne, bambini…tutti in fuga per scampare alla repressione turca. Per un certo tempo vissero a Badolato (poi riconosciuto come villaggio curdo) e successivamente sono giunti a Roma.
    “Il centro Ararat -mi spiegano amici curdi – era nato nel maggio 1999 al Campo Boario, in un edificio inserito nel complesso in disuso dell’ex Mattatoio di Testaccio”. Quello che era soltanto uno stabile abbandonato divenne in breve tempo un dignitoso “spazio di accoglienza e di ospitalità, ma anche un luogo dove sperimentare forme di condivisione tra attività artistica e culturale, solidarietà civile e trasformazione del territorio”. L’edificio riportato a nuova vita venne ribattezzato con il nome di Ararat, il monte leggendario su cui si arenò l’Arca di Noè scampata al Diluvio Universale (portando in salvo tutte le specie animali e vegetali del pianeta). Ma Ararat era anche il nome dato alla prima nave carica di profughi curdi giunta in Italia. Da secoli il monte Ararat è un simbolo, una “Montagna sacra” per Curdi e Armeni, due popoli entrambi vittime dello stato turco.
    In molti, nel corso degli anni, avevano contribuito alla realizzazione di questo spazio: in primo luogo i profughi curdi che vi hanno trovato accoglienza, ma anche varie associazioni come: Azad, Villaggio Globale, Senzaconfine, le Donne in nero, gli architetti di Stalker, l’associazione “Un ponte per…” (oltre a un gran numero di artisti e volontari).

    Attualmente il centro è fornito di: sala da tè, cucina, barbiere, la sala di lettura (in cui è possibile leggere pubblicazioni sulla questione kurda e vedere il canale satellitare in lingua kurda Roj TV).

    Tutte le attività (tra cui anche corsi di lingua curda e corsi di ballo curdo) sono autogestite e autofinanziate dagli ospiti del centro con la collaborazione di volontari e volontarie esterni. Parallelamente alla funzione di accoglienza, Ararat “è uno spazio in cui coltivare coraggiosamente la propria cultura e identità (pur mutevole e in continuo divenire), attività che diventa fondamentale per non sentirsi completamente persi dopo aver varcato il confine del proprio paese con la prospettiva di non tornarci mai più, o di non potervi rientrare per un periodo molto lungo”. Infatti la comunicazione delle ragioni dell’esilio alla società ospitante, ma anche delle bellezze e del valore storico della cultura di provenienza possono fornire un significativo percorso di inserimento e legittimazione per delle persone che hanno perso molto, e che molto sono state costrette a lasciare dietro di sé.
    Non scordiamo che la Mesopotamia, culla della civiltà e luogo di scambio e di transito fra l’occidente e l’oriente, ha visto nel corso del suo sviluppo storico un moltiplicarsi di culture. In particolare è stata il luogo d’origine e sviluppo fra gli altri del popolo curdo. Analogamente qui, nel cuore della capitale d’Italia, Ararat rappresenta un ponte fra Oriente e Occidente, non soltanto un punto di riferimento per la diaspora curda nel nostro paese.
    Oggi Ararat rappresenta una parte importante della città di Roma e anche il Comune e le istituzioni cittadine finora sembravano riconoscerne – seppur informalmente – il ruolo di accoglienza.

    La funzione sociale svolta, ormai da anni, dall’associazione Ararat si concretizza nel costituire un punto di riferimento essenziale per i cittadini Curdi che in Italia vogliono chiedere asilo politico: a loro Ararat onlus fornisce servizi di orientamento e informazione per l’accesso all’audizione presso la Commissione Territoriale (Commissione che, per la Convenzione di Ginevra, riconosce la protezione internazionale per i rifugiati politici e di guerra). Tale attività è di aiuto e di supporto agli organismi istituzionali ed attua le linee di intervento per i rifugiati e richiedenti asilo, previste dalle direttive europee, senza oneri per lo Stato e per gli enti delegati e preposti all’accoglienza dei richiedenti asilo, quali i Comuni e Roma Capitale.

    Gianni Sartori

  2. 8
    Gianni Sartori says:

    http://csaarcadia.org/blog/2016/approfondimenti/lautonomia-democratica-e-diventata-la-pratica-quotidiana-di-milioni-di-donne-e-di-uomini/

    altra segnalazione sui Curdi
    (v. l’ultima domanda-risposta sul rapporto Curdi-Montagne)
    GS

  3. 7
  4. 6
    Gianni Sartori says:

    http://www.rivistaetnie.com/sartori-i-curdi/

    una segnalazione
    su un popolo che veramente, fuor di retorica “ha per amici solo i monti”
    (e non certo per il “tempo libero”)

  5. 5

    Quando parli di “farsi notare” mi viene in mente anche il semplice escursionista e a quanto scrivevo oggi:

    Inizia un altro lunedì fatto di foto dei posti in cui siamo stati nel weekend, dei km percorsi, del dislivello affrontato e del tempo impiegato. Mi chiedo solo se ci rendiamo conto che, in questo modo, stiamo trasformando quella che dovrebbe essere un’esperienza di vita in una semplice esperienza sportiva. Perché non iniziamo a raccontare le emozioni che proviamo e limitiamo, a livello personale, le performance sportive?

    Comunque per la foto sono io che devo ringraziare 😉

  6. 4
    worldspaths says:

    Non potevi esprimere meglio i nostri pensieri. Amanti della montagna al suo stato più naturale, l’idea di montagne distrutte dall’alpinismo (Everest per primo, ma molte altre cime a seguire), è davvero un dispiacere.
    Il problema non credo sia nell’alpinismo in sé: considero il vero alpinista quello che sì, sfida la montagna, ma per mettersi alla prova e non per conquistarla. Lo vedo come un modo per entrare in contatto con essa. Ma, soprattutto, il vero alpinista non distrugge la montagna, anzi, la rispetta e la venera.
    Al solito, è l’aspetto materialistico della nostra società, l’apparire il migliore ed il più forte, il voler farsi notare che impone al non-alpinista di scalare montagne anche distruggendole, pur di arrivare e dire di aver conquistato la cima. Quando in verità, è il tragitto che conta, il percorso fatto per arrivare fin lassù che parte da ben prima di fare il primo passo sul sentiero che porta alla vetta, parte dalla conoscenza, dal rispetto e dalla voglia di tornare alle origini.

    E grazie per la foto…è davvero bello vederci, e vedermi, su questa pagina! 😉
    Amber – World’s Paths

  7. 3

    si certo, Garbriele,
    l’errore è dell’uomo.
    l’alpinismo è dell’uomo.

  8. 2

    Caro Giorgio, io non penso che l’alpinismo sia andato in errore dal momento che, esso, appartiene alla dimensione umana e non a quella (strettamente) della montagna. Se qualcosa o qualcuno è andato in errore, forse, dobbiamo rivolgere lo sguardo proprio verso l’uomo.
    L’alpinismo è un istinto arcaico, umano, ed in quanto tale non va assolutamente condannato.

    Forse basterebbe iniziare a pensare che quando parliamo di alpinismo, parliamo più di uomo che non di montagna!?

  9. 1

    Sono d’accordo Gabriele e mi piacciono tutte le citazioni.

    “Da sempre l’uomo ha dovuto assecondare i propri impulsi e le proprie tensioni interne spingendosi a compiere, nel corso del tempo, imprese a dir poco epiche ma basate su una visione puramente antropocentrica e concentrata sulle difficoltà alpinistiche e sulle cime da raggiungere.”

    L’alpinismo (odierno) è (andato) in errore.
    Anzi, forse è sempre stato un “errore”.
    E non riesco più a capacitarmi di come si possa tornare “indietro”.

    Any idea ?

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