La panca delle menzogne

La panca delle menzogne
(scritto nel 1995)

Quattro ore superlative. Momenti unici assicurati solo dal collegamen­to ferroviario svizzero attraverso le Alpi a cielo aperto. Gole impetuo­se, ponti vertiginosi, sbalorditive gallerie elicoidali, ghiacciai quasi a portata di mano. Dalle sorgenti del Reno alle regioni dei ghiacci eterni lungo l’Engadina, fino a Tirano incontro alla Valtellina e verso palme e oleandri con la loro grazia già tutta mediterranea. Così recita il pieghe­vole che presenta al pubblico di cinque lingue (compreso il giappone­se) il trenino rosso chiamato Bernina Express. Corse plurigiornaliere, soluzioni tecniche e ambienti spettacolari fanno del Bernina Express una meraviglia turistica. La linea sale da Chur per imboccare il più alto dei trafori alpini, il tunnel dell’Àlbula, a 1820 m: scende a St-Moritz per poi risalire al Passo del Bernina 2253 m e poi giù in picchiata fino a Tirano in Valtellina (pendenze fino al 70% senza cremagliera.  Fa parte di un sistema ferroviario ben più sviluppato, quello delle Ferrovie Retiche, forse lo strumento attualmente più valido per scoraggiare il traffico privato? Purtroppo le tariffe sono alte, anche se chi compra il biglietto in Italia può usufruire di un considerevole sconto. Altro vanto del Bernina Express è la pun­tualità, che del resto caratterizza anche i gialli autopostali dalle inconfondibili trombe a tre note. Le partenze e gli arrivi spaccano sem­pre il minuto e se dovete regolare l’orologio potete farlo tranquilla­mente con l’orario ferroviario e con il fischio del treno che parte.

Bernina Express

Provenienti da Chur (Coira), abbiamo interrotto questa escursione ferroviaria a St-Moritz per raggiungere Zuoz con il bus. Quattro passi in questo paesino dell’Engadina, dall’Oberdorf giù a Dumvih, lungo la Via Imperiale, un nome che risale al periodo romano-carolingio. La piazza è il centro di una ragnatela di vie tortuose che conducono ai vari quartieri, Fora da Chagnols, Caunt da Luf, Samvih e Pla­gnoula, avvolti da basse nuvole stagnanti. Ricche decorazioni di facciata danno agli edifici patrizi la nobiltà di veri e propri palazzi, uno stile uniforme sviluppato in senso orizzontale. A volte, un piccolo balcone in ferro ne snellisce la struttura un po’  massiccia. Le forme arrotondate prevalgono su quelle ortogo­nali e le finestre, adorne di finte cornici barocche, non sembra­no seguire una disposizione interna dei vani che risponda a cri­teri simmetrici; altri splendidi graffiti s’inseguono sotto la gronda del tetto.

Zuoz, Engadina

Alla fine della Guerra dei Trent’anni, nella prima metà del XVII secolo, dopo le devastazioni degli spagnoli e degli austriaci e con il definitivo consolidamento delle frontiere, un periodo di tranquillità politica e di ricostruzione economica favorì il sor­gere di ricchi edifici. Da allora l’abitazione, la corte e il fabbricato rurale, che fino a quel momento facevano parte di blocchi vicini ma separati, si svilupparono in un unico corpo. Quasi dappertutto si abbandonò l’alta e caratteristica torre di difesa in legno.

Ora, nell’angolino di una libreria sfoglio una pubblicazione sulle ca­se engadinesi. Accanto è l’autobiografia di un grande alpinista del passato. Entrambe hanno sapore di antico.

Lej da Diavolezza

Christian Klucker, la guida più celebre di queste parti, era cer­tamente un uomo al di fuori della media: un uomo che trovò nelle montagne l’aiuto che i suoi compaesani non potevano o volevano dargli. Iniziò l’attività nel 1874 e fino al 1928, anno della sua morte, ebbe modo di compiere 44 prime ascensioni assolute, molte di valore internazionale e alcune ben lontano dalle montagne di casa sua. Klucker era ciò nonostante un buon maestro di scuola, di carattere socievole come i suoi conterranei: questi non amava­no vivere isolati, bensì in paesi che offrissero protezione. E lo sottolineano gli agglomerati chiusi, compatti, densamente popola­ti. Come tutti, Klucker lavorava per la comunità, da cui voleva ottenere stima e considerazione.

Non molti si avventuravano sul Munt Pers. Il giovane e solitario Klucker, lasciata l’Alp Bernina, saliva sempre più in alto, là dove perfino il cardo spinoso, il veratro, l’aconito, il romice e la genziana gialla scomparivano, e arrivava ad un cordone di de­triti rossastri. Tra questo e la scura parete di rocce, lambito da un nevaio e carezzato dagli ultimi profumi sottili dell’erba secca, c’era un buio laghetto con un nome che riempiva di brivi­di: Diavolezza. Non era mai prudente passare di là, specie dopo il tramonto. Colui che non si deve nominare saltellava intorno: qualcuno gli aveva visto le corna prima che si nascondesse dietro ai massi o prima che spaventasse i viandanti con qualche scherzo maligno. Ma un giorno non lo si vide più, aveva lasciato là le sue corna, pietrificate: i Cornetti della Diavolezza.

Chamanna da Diavolezza

Oggi un immane e ordinato posteggio gratuito accoglie l’automobi­lista all’Alp Bernina. Una funivia gigantesca porta in un sol balzo a quasi tremila metri, di fronte alla parete nord dei Pizzi Palù, in cima alla piatta e candida conca del Vadret Pers. Ma, poco prima di giungere alla grande costruzione dell’arrivo, la cabina sorvola un laghetto scuro, lambito da residui di nevaio. Meglio tenersi a distanza dalla Diavolezza e dal suo profondo blu, meglio dimenticarsene entrando nel cemento armato di una diabolica costruzione a grandi vetrate che del rifugio ha più so­lo il nome, Chamanna da Diavolezza. L’ospitalità è quella di un self service autostradale, il via vai lo stesso. Meglio prendere il sole fuori e studiare i riflessi dei geometrici speroni dei Pizzi Palù sulla facciata ricurva. D’inverno e in primavera il movimento è ancor maggiore: il più degli sciatori scende sulle piste del Diavolezza ghiacciato, qualcuno si avventura con la guida per il Labirynth, fino a Morteratsch.

Ma torniamo a Zuoz e ai suoi bei palazzi. La geografia di una ca­sa rispondeva a esigenze ben precise e lo spazio era sempre divi­so a seconda delle funzioni: al piano inferiore c’era la court (corte) e a quello rialzato il sulèr (vestibolo). Da qui si acce­deva da un lato al fienile, dall’altro alla casa vera e propria, con la stuva (sala) rivestita in legno, il chadafo (cucina) con il soffitto a volta e l’ampia chamineda (dispensa). Nelle case più ricche, un’altra stuva più elegante era riservata agli ospi­ti. Le camere da letto e il fienile in legno erano dislocati al piano superiore e godevano della circolazione dell’aria calda proveniente dalle stufe e dal forno della cucina. La casa era e­dificata in mattoni, solo all’interno si utilizzava il legno per ricoprire pareti e soffitti della sala e delle camere da letto.

Bernina e Morteratsch dalla Chamanna da Diavolezza

Le più belle case hanno due portoni. I carri trainati dai muli hanno ceduto il passo a splendide automobili rosse, ma ancora og­gi, tra i due portoni, c’è quasi sempre un lungo sedile in legno, la “panca delle menzogne”, dove all’imbrunire e nei giorni di fe­sta gli abitanti del paese si scambiavano le loro confidenze. Fu su una di quelle panche che fiorì il breve amore di Teresa ed E­ratsch.

C’era una volta un pascolo felice, dove i pastori erano soliti fare delle feste. Fu ad uno di questi spensierati raduni che Te­resa, la “rosa della montagna”, conobbe il giovane Eratsch. Una sera, su una “panca delle menzogne”, sbocciò un amore, contrasta­to in seguito dai parenti. Eratsch partì per la guerra. Teresa rimase sola e a poco a poco morì di dolore. Quando Eratsch tornò e vide di essere solo, si avviò disperato sui ghiacciai più alti fino a cadere negli orridi burroni di ghiaccio del Labirynth. Da quel giorno i pascoli avvizzirono, il ghiaccio avanzò e ricoprì tutto. Rimase solo un nudo roccione piatto, a metà dei ghiac­ciai, una gobba dimenticata in un mare perduto: l’Isla Persa. Nelle notti di bufera si può vedere l’agitato spettro della “rosa della montagna” vagare sull’Isla Persa alla ricerca di Eratsch. È da allora che il fiume di ghiaccio si chiama Morteratsch.

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La panca delle menzogne ultima modifica: 2020-01-06T05:36:12+01:00 da GognaBlog

1 commento su “La panca delle menzogne”

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    Roberto Pasini says:

    Il trenino rosso, la Rega, gli autobus gialli, le vie plaisir, i rifugi a 90 franchi mezza pensione, la Rivella…mi commuovo sempre. Freud diceva che gli Stati Uniti sono un paese interessante perché sono un misto di barbarie e di puritanesimo. Più modestamente io dico che la Confederazione è interessante perché è un misto di efficienza/sicurezza e avidità/grettezza. Malgrado questo non mi dispiacerebbe avere in tasca il passaporto rosso con la croce bianca, se non ci volessero un po’ di milioni di euro per averlo rapidamente e un bel po’ di franchi per la spesa alla COOP.

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