La parete ovest del Cervino – 2

La parete ovest del Cervino – 2
(via diretta sulla parete ovest)
di Renato Daguin
(pubblicato su Rivista Mensile del CAI, gen-feb 1963)

Lettura: spessore-weight(1), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

1° settembre ’61. Tutto è pronto, siamo veramente preparati, sia tecnicamente che fisicamente; il mio amico, la guida Giovanni Ottin, per allenamento si è fatto un paio di volte la Nord del Breithorn con clienti. In programma abbiamo la parete nord del Cervino, come prima ascensione italiana.

Già sono tutto preso dall’ansia di trovarmi in parete. Mancano ormai poche ore alla partenza; ma ahimè, quale doccia gelata mi attende, mentre sto facendo gli ultimi preparativi! Giovanni mi dà la notizia che i nostri amici Jean Bich, Pierino Pession e il bergamasco Piero Nava sono in parete. Confesso che ci rimasi male, e di rabbia partii per un tentativo alla parete est, mentre Giovanni ritornò ai suoi impegni con i clienti.

Il 10 settembre ci ritroviamo, il morale è nuovamente alto e, tra un grappino e l’altro, Giovanni lancia la proposta: «Che ne dici se tentassimo la via diretta alla parete ovest, sempre del Cervino, s’intende?». Accetto la proposta al volo; riprendiamo i preparativi dei materiali, ecc., senonché, all’ultimo momento, impegni di lavoro da parte mia ci costringono a rinviare tutto all’anno seguente.

Giovanni Ottin

L’inverno passa lentamente, ci troviamo sovente e l’argomento è uno solo: la Ovest. Siamo così giunti al 9 agosto; ormai non ce la faccio più con questa snervante attesa; la sera vado a trovare Giovanni per sentire il suo parere. Egli è infatti della mia stessa opinione; partire entro pochi giorni e precisamente il 16 o il 17. Così tranquillizzato, lascio l’amico con l’intenzione di farmi una gita un po’ energica la domenica successiva, in modo da sentirmi in forma; ma ecco che improvvisamente sabato sera me lo vedo arrivare tutto sorridente e con la massima calma mi dice: «Se vuoi, domattina si parte». Affare fatto e non mi faccio pregare; prepariamo in tutta fretta una distinta dei vari materiali e viveri e domenica alle 6 ci troviamo a messa alla parrocchiale di Valtournenche.

Diamo mano agli ultimi preparativi scartando tutte le scorte non strettamente indispensabili; ciò nonostante abbiamo ognuno nello zaino 11 kg di materiale comprendenti: 2 sacchi da bivacco, 1 corda da 40 m da 9 mm, 1 corda da 40 m da 6 mm, 18 chiodi da roccia assortiti, 2 chiodi da ghiaccio, 10 moschettoni, 5 cunei di legno di spessore diverso, 2 staffe, 1 martello da roccia, 1 martello da ghiaccio, 1 piccozza dal manico corto, 2 paia di ramponi, viveri (1 borraccia di vino, 1 borraccia di zabaglione, 1 termos di caffè, 8 banane).

Alle 9 siamo sulla benna che porta al Furggen, dopo aver informato del nostro tentativo l’ufficio guide e alcuni intimi. Dal colle ci avviamo verso l’Hörnli di buon passo e vi arriviamo alle ore 11.30; ci rifocilliamo abbondantemente con spaghetti alla svizzera, dopodiché ci concediamo una breve pausa. Ne approfitto per dare un saluto alla cresta di Furggen e alla parete est, miei precedenti itinerari; un’occhiata alla cresta svizzera, verso la Solvay, mi porta indietro di quattro anni, cioè quando scalai la prima volta il Cervino con un amico, seguendo la cordata di Giovanni, che era stato così gentile da invitarmi. In quel momento pensavo proprio di voler abusare dell’ospitalità del Cervino, poiché mi aveva già dato tante e tante soddisfazioni e io egoista gli ero ancora tra i piedi a stuzzicarlo, non sazio di quel che già m’aveva concesso.

Sono le 12.30; dopo un ennesimo controllo a tutto il materiale partiamo, entrambi di un buon umore indescrivibile. Dietro la cresta calziamo i ramponi e ci avviamo finalmente verso la tanto agognata meta. Dopo un’ora di ghiacciaio ci troviamo sotto lo scivolo alla base della parete nord, dove ci concediamo una pausa per ammirare con giustificata nostalgia il nostro sogno svanito dell’anno scorso e dove, ancor oggi, saremmo tentati di salire (e qui vanno le mie più sincere congratulazioni ai bravi Jean e Pierino).

Renato Daguin

Riprendiamo il cammino e in 2 ore ci troviamo sulla cresta di Zmutt: finalmente possiamo ammirare dal vero la nostra parete, è lì di fronte a noi, assolata e grigia, né più né meno di come me la immaginavo nelle lunghe serate invernali. Ci guardiamo in silenzio e sorridiamo ottimisti, studiamo la parete in ogni minimo particolare, vi tracciamo con la fantasia una quantità infinita di itinerari che poi uno ad uno scartiamo.

Alle 17 ci rimettiamo in cammino per portarci sul lato sinistro del canalone Penhall che dal punto di osservazione precedente ci era nascosto, e qui ci è possibile osservare molto da vicino tutta la parte bassa della parete che ormai ci siamo bene impressa nella mente. Iniziamo ora lentamente la discesa della cresta verso il sottostante ghiacciaio di Tiefenmatten; qui giunti, in un anfratto, sotto la parte più bassa dello sperone Penhall, ci prepariamo per il bivacco; alle 20 dopo una frugale cena a base di banane e caffè ci infiliamo nei sacchi a piuma. Giovanni si dà un gran da fare a seguire il movimento di una stella che, a dir suo, sta scendendo sempre più in basso e sempre più a destra lungo la parete nord della Dent d’Hérens, finché ad un certo punto mi dice: «Se il movimento della terra avviene in questo modo domattina la parete ovest dovrebbe essere quasi pianeggiante». Io dal mio canto sono tutto preso dalle notizie sportive che mi comunica la gracchiante radiolina, in attesa di sentire il bollettino meteorologico che a sua volta confermerà la stabilità del bel tempo.

Per tutta la notte le scariche di pietre si fanno sentire, verso le tre una, enorme, ci fa sussultare e ci dà modo di riflettere sul da farsi, cioè se attaccare o meno la parete. Alle 4.30 Giovanni dà la sveglia, ci sfiliamo dai sacchi e dopo un sorso di caffè ci prepariamo a partire, legati a corda semplice.

Giovanni attacca la cresta sinistra (salendo) del canalone Penhall e proseguiamo per alcune lunghezze; pur prevedendo di portarci poi a destra del canalone stesso; saliamo appunto a sinistra, evitando così il maggior salto della crepaccia terminale. Superato l’ostacolo, faccio assicurazione, mentre il compagno riparte gradinando in diagonale il canalone ghiacciato, lo raggiungo e subito egli riparte su placche non eccessivamente difficili che ci portano leggermente a destra, verso il centro della parete. Ci troviamo così sotto altre placche molto esposte, con appigli alla rovescia, data la particolare conformazione della roccia a strati sovrapposti. Il primo sale molto cautamente, contando sull’aderenza delle suole, pianta un chiodo e riparte lentamente, ne pianta un altro e prosegue, ora più agevolmente. Lo seguo, recupero il primo e il secondo chiodo, raggiungo il compagno e continuiamo a salire su placche sempre molto levigate. A un tratto sentiamo in alto un rumore non nuovo, infatti dalla cima del canalone Penhall ci è stato inviato il buon giorno da alcune cordate sulla cresta di Zmutt, sotto forma di pietre, ma per fortuna siamo ormai fuori tiro.

Ora il compagno sta nuovamente salendo lungo una fessura diagonale che porta su uno sperone poco invitante; approfitto di un attimo di pausa per dare un’occhiata verso il basso; avremo sinora percorso circa un quarto della parete. La corda scorre nuovamente, vedo ora il compagno in una posizione di equilibrio molto delicata che tenta di piantare un chiodo. Ci riesce finalmente; ripreso fiato, riparte e scompare a destra, io seguo, recupero il chiodo e lo raggiungo.

La parete ovest del Cervino

Iniziamo ora a salire su un’esile cresta di rocce malsicure e scricchiolanti, sempre pronte a trasformarsi in una valanga di macigni e trascinarci giù, ci troviamo sempre in centro alla parete e siamo giunti, sulla sinistra, alla base del famigerato nevaio; con infinite precauzioni riusciamo a evitare lo strato di vetrato che ricopre, in quel punto, le placche, già di per sé molto levigate causa lo scioglimento del nevaio. In questo punto infatti il bravo Luigi Carrel (Carrellino), nel ’47, fu costretto a passare due penosi bivacchi causa le pessime condizioni della parete.

Saliamo ora lungo il nevaio lasciandolo alla nostra destra; giunti alla sommità, Giovanni attacca il salto verticale di roccia, si innalza con calma su esili appigli per alcuni metri, pianta un chiodo e, richiamando la mia attenzione alla corda, sale con buona tecnica ancora alcuni metri, pianta un altro chiodo, sale un metro, ne pianta un terzo ancora e riesce ad afferrare un appiglio molto in alto; dopo un attimo di esitazione si issa a forza di braccia e procedendo più agevolmente perviene a un terrazzino pensile dal quale mi invita a raggiungerlo. Salgo con cautela, recuperando tutti i chiodi, sino a lui. Riprendiamo ora a salire verso sinistra e dopo un paio di lunghezze, finalmente al riparo, possiamo concederci una sosta, la prima della giornata.

Da questo punto ci è possibile vedere la parte alta della parete; tiriamo le somme e calcoliamo di essere a metà percorso. Sono le ore 9, siamo veramente soddisfatti di quanto abbiamo fatto e per di più il famigerato nevaio e il salto di roccia sono ormai sotto di noi.

Giovanni può finalmente arrotolare la prima tanto desiderata sigaretta, ed io posso dar mano alla borraccia di quel miracoloso zabaglione fatto in casa, ma ecco che un boato ci richiama alla realtà, una vera valanga di pietre sta precipitando sin dalla galleria Carrel e invade per un paio di minuti l’itinerario da noi percorso pochi attimi prima. Ci riteniamo veramente fortunati, e seguendo con lo sguardo la traiettoria dei sassi, ci rendiamo conto di quanto sia ripida la parete.

Riprendiamo a salire. Giovanni riparte molto cauto ancora su placche lisce; tutto procede bene per alcuni metri, ma ecco che un’altra scarica sta precipitando verso di noi; l’amico è completamente allo scoperto, appoggia la punta degli scarponi su esili increspature e si avvinghia con le unghie sulla roccia liscia, appiattito per quanto è possibile; io sono parzialmente protetto da un esile spuntone, ma senza la minima possibilità di fare sicurezza al compagno. Passano così interminabili attimi e quando già m’immagino rotolante con l’amico verso la base, finalmente tutto ritorna silenzio.

Col cuore in gola riprendiamo a salire completamente allo scoperto affidandoci alla buona sorte. Nel centro della parete, sopra di noi, si erge una crestina che continua sin sotto la galleria Carrel; raggiuntala, finalmente al riparo, ci consultiamo indecisi se bivaccare in quel punto, ma alla fine decidiamo di proseguire.

Con lo sguardo sempre fisso verso la cima, pronti a ripararci dietro qualche sporgenza, tutto procede bene sin quando notiamo in alto due cordate, salite dalla Zmutt, che ora stanno attraversando la parete portandosi sulla cresta italiana e che esse pure ci inviano un saluto, sotto forma di pietre. Ormai giunti all’altezza dell’Enjambée, sopra le nostre teste si erge repulsivo il salto finale, ultima difficoltà e incognita, verso la vetta.

Ci consultiamo circa la via da prendere; verso sinistra l’unica possibilità di uscita è di forzare un tetto molto sporgente nel centro, meglio non pensarci; a destra notiamo alcuni tetti in apparenza più facili con qualche possibilità di aggirarli. Decidiamo quindi di tentare a destra, perciò continuiamo a salire ancora alcune lunghezze poi Giovanni si porta a destra, per sette-otto metri lungo una fessura orizzontale sottostante un tetto e prosegue verticalmente su per un diedro di una quindicina di metri, senza ausilio di chiodi; qui giunto mi informa che in quella posizione ci è possibile concederci un po’ di riposo.

Mi avvio lungo il diedro, raggiungo il compagno e, finalmente al riparo, sebbene in posizione tutt’altro che comoda, ci concediamo il secondo riposo della giornata; sono esattamente le ore 11.50. Diamo ancora una volta mano alla borraccia del barbera e Giovanni all’inseparabile borsa del trinciato; l’umore è sempre ottimo e cerchiamo di non pensare alle difficoltà che stiamo per affrontare o meglio alle incognite poiché, se nella parte bassa eravamo ottimisti per il fatto che qualcuno era già passato, questo tratto era terra vergine e non avevamo la minima idea circa le difficoltà che avremmo incontrato.

La parete ovest del Cervino

Sono le ore 12.15; il compagno si lega il cordino alla cintola, dà una controllata a chiodi e moschettoni e parte su per una fessura molto dura, quasi verticale, della lunghezza di una decina di metri; a metà pianta un chiodo, prosegue sin sotto il tetto, ne pianta un altro e mentre si riposa un attimo ci consultiamo; lo consiglio di tentare un’uscita a destra. Egli inizia una delicata traversata a destra esclusivamente con le mani avvinghiate a una fessura sottostante il tetto, si trova ora sopra di me a una quindicina di metri e vedo di lui solo un paio di suole numero quarantaquattro. Temo da un attimo all’altro di vederlo volare, ed ecco che finalmente scompare e già penso che tutto sia sistemato, ma passano parecchi minuti, non sento piantare chiodi e la corda non si muove di un palmo; intuisco facilmente la ragione della pausa, e ben presto lo sento imprecare contro la corda che non scorre. Mi chiede quanti metri ve ne siano ancora; lo informo che ve n’è ancora una dozzina. A giudicare dal lento scorrere della corda, riparte lentamente, nel frattempo udiamo, sulla cresta italiana, una cordata di alpinisti che dice ad alta voce: «Le pauvre ne doit pas réster trop bien la-haut…» e, dopo una pausa, «Il est même reussi à en sortir» e riprende la discesa senza permetterci la soddisfazione di una degna risposta da parte di Giovanni, che in quel momento stava affrontando in libera una placca verticale di una lunghezza di sette o otto metri, senza la minima possibilità di assicurazione. Finalmente lo sento sbuffare soddisfatto e, dopo avergli mandato su il suo zaino con il cordino, inizio a salire lungo la fessura verticale; recupero il primo chiodo, proseguo sin sotto il tetto, sfilo il moschettone dal secondo chiodo, che lascio, e penzoloni, con le mani nella fessura, inizio la traversata, salgo un paio di metri e finalmente vedo il compagno che con un sorriso malizioso mi dice: «Cosa te ne pare?».

A me nel frattempo mi si è accapponata la pelle; non riesco proprio a capire come abbia fatto a salire in libera un affare del genere; inizio con la massima calma e finalmente lo raggiungo mentre mi accorgo che sono tutto sudato.

Sopra, la parete non si presenta gran che migliore; Giovanni riparte subito a sinistra lungo una placca molto meno impegnativa della precedente e scompare verso il centro della parete, sempre dopo avergli inviato il sacco mi avvio lasciando un altro chiodo in omaggio alla placca sottostante e raggiungo il compagno su una cengia. Sopra di noi si presenta ora uno sfasciume di rocce quasi verticali, riusciamo a piantare un buon chiodo e Giovanni, salendo sulle mie spalle, cerca inutilmente un buon appiglio. Finalmente sale diritto per alcuni metri con grande cautela e può poi proseguire più speditamente per tutta la lunghezza della corda, cosa questa che non si verificava da molte ore, gli mando nuovamente il sacco e lo raggiungo, lasciando ancora un chiodo in parete.

Due lunghezze tutte d’un fiato e siamo in vetta: la parete ovest è vinta e con essa è risolto l’ultimo problema attuale del Cervino. Sono le ore 14.30 del 13 agosto.

Ci abbracciamo commossi, siamo veramente felici di aver dato alla nostra valle e, se mi è permesso dirlo, all’alpinismo italiano, la soluzione dell’ultimo problema del Cervino a quasi cent’anni dalla prima ascensione dal versante italiano di Jean-Antoine Carrel.

8
La parete ovest del Cervino – 2 ultima modifica: 2018-09-15T05:44:16+00:00 da GognaBlog

2 pensieri su “La parete ovest del Cervino – 2”

  1. 2
    Fabio Bertoncelli says:

    In quanto a interessanti ricordi di alpinismo, anche Luciano Ratto non scherza!

    Complimenti ad Alessandro Gogna. Due ore fa mi è stato consegnato un tuo “libretto”: «Guide e clienti. Stessa cordata, stessa passione». Ho finito adesso di lustrarmi gli occhi. Stasera darò inizio ufficialmente alla lettura.

    Complimenti a Luciano Ratto. Non conosco tuoi libri (mi permetti di darti del tu?): ne esistono? Se la risposta è no, è ora di incominciare a scriverne uno! Possiedo il magnifico «Tutti i 4000. L’aria sottile dell’alta quota» e pure un memorabile numero della rivista ALP di decenni fa in cui sono trattati tutti i Quattromila delle Alpi; lí c’è il tuo zampino di classe.

    Un saluto a entrambi.

  2. 1
    Luciano Ratto says:

     
    Complimenti, caro Alessandro, per queste interessanti rievocazioni di grandi imprese e forti alpinisti del passato.
     
    Belli i due scritti sulla ovest del Cervino; conoscevo quello di Chabod ma non quello di Daguin che ha riportato la mia memori ad un episodio personale di 54 anni addietro.
     
    Ho molto apprezzato il ricordo che ha fatto Renato Daguin della sua prima salita, con Jean Ottin, della Ovest del Cervino.  Daguin, con il suo scritto completo, meticoloso, puntuale su quella salita ha mostrato di saper maneggiare magistralmente la penna come la piccozza: salita impegnativa, delicata,   complessa, con difficoltà continue. Per non parlare poi del rusco del trasferimento, con sacchi pesanti sulla schiena, dal Breuil alla base.
     
    Ho avuto il piacere di conoscere Ottin, uomo, semplice e modesto, e grandissima guida: con lui ho salito in prima invernale la De Amici il 9 febbaio 1964, come ricorderò più sotto. Invece non ho mai incontrato Renato Daguin, pur frequentando entrambi l’ambiente del Cervino.
     
    Ho ammirato e fotografato la ovest, sia arrampicando di fianco, sulla Zmutt, sia di fronte percorrendo la est della Dent d’Hérens: parete impressionante che poco ha da invidiare alla nord che tutti i grandi alpinisti (te compreso) hanno salito o ambiscono a salire, mentre la ovest non so quante cordate l’abbiano fatta dopo Ottin e Daguin.
     
    Ottin ambiva molto a fare la prima salita italiana della nord, ma, per diversi motivi, non riusciva a realizzare questo sogno perché non trovava  compagni disponibili; nel 1961 la propose anche a me, ma io, dilettante alpinista con molto entusiasmo ma poca esperienza, ne fui lusingato ma  non me la sentii di affrontare un’impresa del genere ( e non mi sono mai pentito di questa rinuncia!). Fu così che il 13 agosto 1962, un altro dilettante (poi diventato accademico) Piero Nava,  con  le forti guide Jean Bich e Pierino Pessio, finalmente, ha realizzato questo sogno.
     
    Continuai a tenere i rapporti con Ottin : nell’invero 1962, gli proposi di salire la cresta De Amici in prima invernale, che ritenevo alla mia portata; aderì immediatamente e ci preparammo. Sabato, 1 febbraio 1964, salii a Valtournanche ma il tempo si era guastato e perciò rinunciammo e, per consolarci, ci recammo ad Aosta per vedere la Fiera di Sant’Orso che né lui né io avevamo mai visto; la giornata finì in gloria con una gran bevuta di grolle in Piazza Chanoux, in compagnia di altri alpinisti
     
     Il sabato successivo, 8 febbraio, tornai a prender Jean, salimmo all’Oriondé ed il giorno dopo, domenica 9 febbraio, portammo felicemente a compimento il nostro progetto, con un cielo terso ed un freddo intenso che gelò perfino l contenuto delle borracce.
     
    Pochi giorni dopo, il 6 marzo 1964, Renato Daguin, sempre molto attivo in salite di polso, lasciò la vita con altri due validi alpinisti, Guido Bosco e Romano Merendi, sulla terribile nord della Dent d’Hérens, ed i loro corpi non sono mai stati trovati.
     
    Negli anni successivi, mi dedicai ad altri progetti alpinistici, ed al completamento della mia collezione delle cinque creste della Gran Becca che, fin da bambino, ammiravo dai pressi del mio paese natale.
     
     Incontrai ancora Jean e ci tenemmo in contatto epistolare per molti anni, ma non riuscimmo più ad arrampicare insieme.   Mi spiacque molto, ma ho di lui un indimenticabile ricordo, rinnovato da una sua foto che gli feci sul passaggio chiave della De Amicis.
     
     
     

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.