La passione

«Dimmi e io dimentico; mostrami e io ricordo; coinvolgimi e io imparo (Benjamin Franklin)».

Gli allievi
di Walter Polidori

In tanti anni di attività come istruttore in una Scuola di Alpinismo del CAI, ne ho viste di tutti i colori. La varietà delle persone che passa nei corsi di alpinismo è impressionante. Il bilancio è sempre positivo, naturalmente, nel senso che vale sempre la pena di spendere del tempo per cercare di trasmettere la passione per la montagna, e allo stesso tempo conoscere nuovi punti di vista, modi di fare, possibili nuovi amici. Io stesso sono stato un allievo, quindi riesco bene a immedesimarmi in una fascia di persone che si iscrive ai corsi di alpinismo. Però ogni anno rimango stupito per le novità cui vado incontro.

Posso dividere in qualche tipologia, in maniera molto approssimativa, le persone che frequentano questi corsi.

Alcuni sono i cosiddetti “corsisti”, quelli che ogni anno fanno almeno un corso. Può essere legato alla montagna, nelle sue diverse sfaccettature (alpinismo, arrampicata libera, scialpinismo, cascate di ghiaccio, ecc.) e fin qui è ben ammissibile, nel senso che se l’alpinismo piace, lo si può praticare in vari modi. Ma tanti altri usano i corsi per impiegare il tempo libero, e non solo per la curiosità e la ricerca della passione della vita. Passano dai corsi per sommelier a quelli di windsurf, per arrivare a quelli di alpinismo e poi continuare con chissà quale altro. Sono persone che non trovano la vera passione, oppure che cercano un modo per essere impegnate nei weekend. Difficilmente faranno alpinismo dopo il corso, si limiteranno a qualche facile gita e poi ripiegheranno, appena possibile, al corso successivo.

Walter Polidori

Altri sono quelli che desiderano passare dall’escursionismo ad un alpinismo facile, diciamo un escursionismo evoluto. Questo è il numero maggiore solitamente. Io mi metto tra questi, nel senso che mi ero iscritto ad un corso di alpinismo solo per conoscere persone con cui fare ferrate o trekking. Poi mi sono innamorato dell’alpinismo, e ho continuato a praticarlo senza mai fermarmi. Quello che affascina queste persone è solitamente l’alta montagna, i ghiacciai, posti dove non è possibile andare come escursionisti, se non si conoscono almeno le tecniche per affrontarli con la dovuta sicurezza, in modo da ridurre il più possibile il rischio. E’ un modo intelligente di approcciarsi all’ambiente. A distanza di anni però, con la mia visione personale dell’alpinismo, soffro un po’ nella mancanza di interesse per un alpinismo più impegnativo, come quello classico su roccia o su misto. Vorrei vedere più persone ravvivare un ambiente che è ormai stantio e privo di giovani talenti.

Poi ci sono i climber, quei ragazzi esuberanti che già sono in grado di arrampicare su livelli abbasta alti, in falesia o palestra, grazie alla predisposizione e soprattutto ad un buon allenamento. Alcuni di loro hanno voglia di andare oltre il loro mondo fatto solo di difficoltà e magnesite, ma tanti altri stanno sulla difensiva, preferendo il boulder a qualsiasi costo. La loro è una sfida, quella delle nuove generazioni verso un mondo che vedono vecchio. Ci sono sempre stati i contestatori, ed è un bene, se il loro modo di fare è costruttivo. Dalla mia ci metto la volontà di appassionarli a qualcosa che è di più di un semplice sport, che però costa sacrificio e minore spirito di aggregazione. Sì, questo è il difetto dell’alpinismo per me. Si fa fatica a fare gruppo nel fare alpinismo serio. Non parlo di vie multipitch ben protette a fix, e neanche di gite su vie normali dove la grande frequentazione crea vere e proprie strade nella neve, ma di vie dove già due cordate sono troppe, se si vuole essere più sicuri. La ricompensa però è data da esperienze selvagge e appaganti. Altre attività sono molto più propedeutiche a costruire gruppi, a fare nuove amicizie. Il boulder, l’arrampicata sportiva, ma anche lo scialpinismo, dove le uscite sono “gite” adatte anche a molte persone, salvo abbinarle ad alpinismo di una certa difficoltà o a discese ripide.

Ci sono anche gli allievi che credono di sapere già fare tutto, o quasi, e millantano esperienze pregresse di vario tipo, ma dimostrano poi che non si sanno muovere in montagna, e devono imparare come gli altri. Alcuni si ridimensionano, sotto l’evidente pressione della realtà delle cose, altri invece continuano a cercare di dimostrare che sono i più bravi, che le cose che fanno sono giuste così, finendo nel ridicolo.

Spesso nei corsi c’è quello che si può definire “caso umano”, cioè un elemento che si contraddistingue per l’instabilità, per l’evidente scarsa predisposizione al gruppo. Si tratta spesso di persone che stanno cercando se stesse ma non si trovano, l’alpinismo non riesce ad aiutarle e a farle uscire dal loro mondo. Purtroppo non c’è molto da fare in questi casi. Alcune volte anzi bisogna fare attenzione a come ci si comporta nei loro confronti. Mi ricordo una volta in un rifugio del lecchese. Eravamo con un corso di alpinismo; avevamo finito di mangiare ed eravamo allegri, un po’ alticci per quanto avevamo bevuto, tanto saremmo stati lì a dormire. Come al solito stavo facendo delle fotografie a istruttori e allievi, per ricordarmi di quei bei momenti senza pensieri. Avevo fatto una foto anche ad un allievo a cui non piaceva essere fotografato, ma non me ne ricordavo, figuriamoci poi in quello stato. Accortosi della foto, aveva preso la prima cosa che gli era capitata tra le mani, una lattina (per fortuna vuota) e me l’aveva tirata con grande rabbia, schivando me e una ragazza seduta vicina. Un comportamento intollerabile, cui avevo risposto con una sfuriata da vene fuori dalle tempie.

Ci sono gli allievi che si presentano senza il minimo allenamento. Negli anni siamo stati costretti a inserire una uscita in più nei corsi: quella pratica di selezione fisica, dove si fa una camminata per verificare che le persone iscritte al corso siano almeno un po’ allenate di fiato. E’ capitato di fare una selezione in Grignetta e dover riaccompagnare all’auto una donna dopo soli cento metri di dislivello. Non ce la faceva più… Come sarebbe riuscita a fare una salita in alta montagna?

Per fortuna la maggior parte degli allievi dimostra interesse a quanto cerchiamo di trasmettere come istruttori, altrimenti questo tipo di volontariato non avrebbe senso. Una fetta di essi è quella che preferisco, persone che dimostrano da subito interesse per la montagna, che studiano, leggono, fanno domande per approfondire. Non sono sempre i più bravi, semplicemente hanno qualcosa dentro che li contraddistingue: la fiamma, quella che se la alimenti bene durerà per sempre.

In ogni caso, una grande gratificazione di cui mi nutro è quella di avere la consapevolezza di dare tutto il possibile, e di ricevere in cambio tanti sorrisi, ringraziamenti, amicizia. Non che i ringraziamenti siano dovuti, però fa piacere riceverli, nella misura in cui si capisce che lo sforzo fatto per trasmettere qualcosa è stato compreso. Le uscite del corso diventano spesso degli incontri tra appassionati, e così si crea una forza motrice che va al di là del rapporto tra istruttore e allievo. E’ vero che si toglie qualche giornata alla propria attività, argomento che, confesso, mi condiziona parecchio, però nello stesso tempo si partecipa a delle uscite spensierate, molto diverse da quelle che spesso sono legate a un forte condizionamento psicologico, dettato da obiettivi ambiziosi. Quasi dispiace quando finisce un corso, ci si sente più liberi ma con il pensiero che qualcosa non continuerà. Però tutto ricomincerà, altri allievi arriveranno e l’iniziale stress lascerà ancora una volta spazio alla condivisione. Se solo tenessi un po’ meno ai miei progetti di salita potrei dare di più, soprattutto più tempo, ma per il momento non ce la faccio, sono consapevole che il tempo stringe e voglio continuare a drogarmi di salite. Si tratta di egoismo, lo stesso che porta via tempo alla famiglia, agli affetti. Però si può vedere anche da un’altra angolazione. Di seguito riporto un testo scritto da una ragazza, una delle tante che ama la montagna, con una passione totalizzante. Quando l’ho letto mi è piaciuto davvero tanto e mi ha un poco sgravato da quel senso di colpa che sempre ha accompagnato la mia attività.

Devo dire una cosa importante!
di Valentina Costantini

Avere una passione è un problema, ragazzi.
Avere una passione comporta fare dei sacrifici a suo favore e a inevitabile discapito di altre entità, siano esse materiali o spirituali (le persone rientrano nell’insieme di queste entità, e sono sia materiali che spirituali, sic). Non solo spesso si passa per egoisti, ma più la passione che si ha è profonda, più lo si diventa, egoisti, ma solo perché il vocabolario chiama così la più totale e a volte cieca dedizione a qualcosa che ci fa addirittura mettere da parte gli altri. A volte.

Valentina Costantini

Si viene visti come degli individui ruspanti e selvatici, ma vi svelerò un segreto: se si è in gamba abbastanza da sopportare il fatto di essere interpretati come dei casi umani si riesce comodamente, al bisogno, ad approfittare di questo status.

Gli altri saranno sempre pronti ad evidenziare come di fatto si tratti di un passatempo, un hobby, di una cosa comodamente rimandabile, ripetibile, rifattibile, ri-pronta ogni volta lo si voglia, che in fin dei conti mica c’è da timbrare un cartellino! Si tratta solo di un modo come un altro di occupare il proprio tempo libero, si tratta solo del senso della vita, quisquilie, dai.

E’ trascurabile, il senso della vita, che magari muori tra un’ora ma l’importante è che tu sia stato un bravo lavoratore e abbia rinunciato a ciò che ti piace per la pacca sulla spalla del tuo vicino che la domenica mattina si complimenta con te per come hai tagliato bene l’erba.

A livello proprio.
Tutta uguale.
Come la tua vita.
Avere una passione, ragazzi, significa finire di lavorare alle otto di sera, ogni sabato andare a casa, non fare bisboccia con gli amici perché lavori sei giorni su sette e devi riposare, e alzarsi la domenica all’alba perché se perdi una domenica, visto che poi al lunedì lavori di nuovo, significa che perdi la possibilità di fare ciò che AMI per due settimane. Una domenica a casa per me significa tredici giorni senza fare ciò che dà un senso al mio stare al mondo.

Avere una passione non è come avere un impegno inderogabile. E’ molto, molto molto di più.

Non abbiate mai una passione, vi renderà schiavi.

E tra le passioni, non abbiate quella della montagna, per dio. Quella vi farà passare per stronzi, vi farà smettere di giustificarvi, vi farà litigare con chi amate, vi farà diventare “egoisti”, vi ammazzerà di fatica, a volte, e vi verrà male al ginocchio/alla schiena/al braccio/alle dita, altre volte, vi farà danni alle unghie dei piedi, vi farà puzzare, vi creerà dipendenza e vi farà prendere anche delle zecche.

E più lei vi tormenterà
e più voi l’amerete
e più sarete felici
e meno vi importerà di chi non capisce
perché non capisce. Perciò non importa.

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La passione ultima modifica: 2019-10-30T05:53:16+01:00 da GognaBlog

42 pensieri su “La passione”

  1. 42

    Sarà che io faccio la guida, ma quando devo fare una via facile o una ferrata con dei bambini, per esempio, sono costretto a mettere da parte la passione ma mi pagano e di quello vivo. Tenere o avere viva la passione significa per me chiamare un amico per andare a fare qualcosa di alpinisticamente appagante se il giorno dopo non lavoro e fa bello. Se non trovo un compagno o fa brutto sarà l’occasione per riposare. Non fa mai male se ti muovi ogni giorno. Io il maltempo lo adoro! E comunque non è il grado di una via a stabilirne l’impegno ma, se fai la guida, lo è chi accompagni. È lui (o lei) che comanda, altro che strapiombi e valanghe. Ma questo può capirlo solo chi vive di guida….
    La passione ci vuole eccome ma si deve arrivare a dominarla stoicamente, per non divenire schiavi del proprio lavoro o…della passione. Meglio se le due cose coincidono il più delle volte
     

  2. 41
    Caio says:

    Concordo pienamente con Cominetti. Abbiamo due testimonianze di persone che non sono serene nel quotidiano; di quelle che basta che a metà settimana le previsioni meteo del we siano brutte su tutte le alpi per farle diventare scontrose. Beato chi riesce a convivere con la propria passione non restandone schiavo. Nell’ambito degli istruttori CAI è anche facile riscontrare quel meccanismo in base al quale alcuni allievi vengono considerati dei “freni” alla passione; mi riferisco a quegli allievi che meno spiccano per attitudine e che cosrtingono il malcapitato istruttore a fare (es.) una via di terzo grado … povero CAI!

  3. 40

    Ma in ogni ambito è così. Mi stupisce Crovella quando descrive situazioni di cannibali e/o falsi allievi in ambito montagna, quando questo accade nella vita di ogni giorno. A scuola, sul lavoro, per strada…
    Finché la montagna rappresenterà il tempio che non è, o  ancor peggio  la patetica “valvola di sfogo”, non saremo mai in equilibrio e quindi qualcosa non andrà bene. Anche la ragazza bruciata di passione dell’articolo non gode di equilibrio. Perché vede nell’andare in montagna il feticcio che appaga i suoi bisogni. Se c’è tutta questa passione bisognerebbe viverla al 100%, ogni giorno! Solo così si raggiungerà l’equilibrio. 

  4. 39
    Mauro Vilfredi says:

    A me sembra proprio che per ogni Valentina esistono 100 di quelli che Crovella chiama falsi allievi; allo stesso tempo per ogni Manera ci sono 100 falsi istruttori.

  5. 38
    Alberto Benassi says:

    sempre per andare in montagna, indipendentemente dal meteo. Ora che ho superato gli 80 è svanita la forza ma non la passione e la voglia di scalare

    Grande Manera, questa è PASSIONE !!

  6. 37
    Ugo Manera says:

    Brava Valentina, quando avevo all’incirca la tua età, un anno, da marzo a ottobre, non ho dormito una sola notte a casa tra il sabato e la domenica, sempre per andare in montagna, indipendentemente dal meteo. Ora che ho superato gli 80 è svanita la forza ma non la passione e la voglia di scalare 

  7. 36
    paolo says:

    Da noi non esistono classifiche significative, tutti vengono premiati, tutti sono esperti e tutti insegnano…. tutti han diritto a tutto.
    Secondo me ci vorrebbero dei distinguo almeno basati sulle capacità, su ciò che una persona è capace di fare o ha fatto, e non patentini o certificati spesso basati sulle chiacchiere.
    Ma il proverbio dice: chi sa fa, chi non sa insegna.
    Purtroppo nella nostra società chi insegna non deve saper fare.

  8. 35
    Caio says:

    che brutta cosa classificare gli allievi… allora cosa vieta di seguire l’esempio di Polidori classifichando anche gli istruttori? nella mia esperienza di istruttore all’interno del CAI posso serenamente affermare che una categoria ben nutrita sarebbe quella a cui appartengono coloro che nell’istruire cercano auto affermazione e conferma del proprio ego … sono coloro che anzichè e-ducere passione assorbono entusiasmo e freschezza dalle giovani leve che muoiono sul nascere a scapito del pavoneggiarsi altrui. L’umiltà – opinione personale – dovrebbe essere un elemento qualificante di un istruttore ben motivante!

  9. 34
    paolo says:

    Io preferisco ascoltare e ragionare su ciò che dice il Crovella, anche se ogni tanto non mi va, che ascoltare ciò che dice il cantante di musica leggera, il Jovannotto, o il boss energetico onnivoro della sinistra ipocrita, il Chicco (ho appena letto l’articolo di oggi).
    Ma oggidì tanti difendono le proprie idee senza quartiere, anziché discutere comunicando e acquisendo informazioni: un vecchio vizio del dogmatismo cristiano ben digerito da sinistra e destra, ora supportato dai media veloci che assopiscono l’intelletto.

  10. 33
    Luigi Brusca says:

    La società di oggi è superficiale e distratta, testi più lunghi di due righe non vengono ben visti. Invece io apprezzo gli argomenti di Crovella perchè sono spunti interessanti

  11. 32
    Simone Di Natale says:

    Indipendentemente dall’ argomento trattato, tutte le volte che leggo un intervento di Crovella, mi immagino il suo dramma nel constatare l’ impossibilitá di racchiudere in un normale biglietto da visita, le sue innumerevoli credenziali. Forse consegnerá ai clienti direttamente dei piccoli depliant.

  12. 31

    Anche il Cai si è adeguato alla richiesta. Infatti pur di non perdere consensi, e quindi soci, è divenuto parrocchia da Club che era.
    E comunque io ci sono, è che faccio pure altro, oltre a leggere gognablog, unico social nella mia vita. Ciao 

  13. 30
    Mauro Vilfredi says:

    Anche io ho notato lo stesso fenomeno di Crovella: molto allievi si iscrivono senza sapere a cosa si iscrivono, oppure per farsi trasportare. Le scuole si sono adeguate, in molti casi sono ormai delle strutture che portano gente in montagna. Anche molti istruttori sono a loro volta trasportati. Non saprebbero scegliere dove andare da soli.

  14. 29
    Fabio Bertoncelli says:

    Insomma, ragazzi miei, dove è sparito ‘sto Cominetti? È forse partito per la parete nord del Cerro Torre? Si è arruolato nella Legione Straniera? Si è dato all’ippica? È diventato frate trappista? 😉😉😉
     
    Adesso c’è questo nuovo cantante, Bingo Star o Ringo Starr. E che sarà mai? Io continuo a preferire Claudio Villa. 😄😄😄
     
    E poi stamattina a provocare si è presentato pure il Prof. Aristogitone.
    Si aspetti una ramanzina. 🤣🤣🤣

  15. 28

    Grazie Sig. Visentini, citando un mio celebre collega, ma alla sua età dice ancora ‘ste cazzate. 

  16. 27
    paolo says:

    Penso che l’importante sia mantenere (o meglio avere) la capacità di distinguere le varie cose e capire come vengano fatte.
    Mi sembra che salire un difficilissimo sasso sia molto diverso dal salire in sei mesi tutti gli ottomila : sono uomini diversi con culture e obiettivi diversi.
    Anche i loro fisici sono diversi e pure la loro capacità di soffrire.
    Forse la capacità di gioire è identica.
    Forse è un peccato che molti facciano benissimo una cosa sola e non si accorgano di essere bravissimi in una cosa sola.

  17. 26
    Giacomo Govi says:

    Ma Crovella che ne pensa del selfie della Valentina in pieno ambiente? Mi pare gravemente Cannibale!

  18. 25
    Ringo Starr says:

    Il Cai? Mmh, ingrossa le gambe, meglio il biliardo.
    Certo che molti di questi interventi non fanno venire voglia di frequentare una scuola del Cai. Sia l’articolo che molti commenti (quasi tutti)sanno di vecchio… E io non sono per niente giovane. E poi quanta retorica che c’è in un certo alpinismo italiano… Sapete che motivazione e comportamento variano a seconda della nazionalità? Da neofiti, tanto vale scegliersi esempi meno tronfi e rigidi di quelli nostri. Io mi scriverei a una scuola del Club Alpino Bariloche. Sapete che divertimento? E che attività!!! Le gite sociali del più basso livello percorrono oltre 2000m di dislivello. Fate un po’  voi. Comunque provate a fare bouldering senza passione (e quindi pratica e allenamento) che vi si spiegheranno le dita dalla parte sbagliata e non vi alzerete da terra. 

  19. 24
    Luca Visentini says:

    In Alto gradimento, una trasmissione radiofonica degli anni ’70, il Professor Aristogitone, interpretato da Mario Marenco, attaccava ogni suo discorso così: “Quarant’anni d’insegnamento! Quarant’anni di duro lavoro in mezzo a queste quattro mura scolastiche!”.

  20. 23
    Enri says:

    Io credo che affibbiare etichette a coloro che vivono la scalata diversamente da noi sia tutt’altro che utile a rendere il dibattito piu’ utile ed interessante. E forse la sensazione di irritazione, che emerge da alcuni messaggi,  nasce quando qualcuno crede di avere la verita’ in tasca piu’ di altri. Non comprendo cosa vuol dire riconoscere i trend a vista: ci siamo mai messi un crashpad e siamo andati nelle foreste di Varazze per capire cosa spinge una generazione a provare un blocco sotto la neve di notte? Oppure bolliamo tutti come consumatori creati dalle aziende di materiali e la cui passione quindi e’ falsa?
    abbiamo mai provato che si prova a fare un trail? O solo perche’ e’ una moda allora sono tutti consumisti, con le salomon di kilian ma senza amore per i monti? 
    Siamo certi di sapere cosa prova un ragazzo che si spezza le dita ed i tendini in una cantina alle 10 di sera, magari dopo aver lavorato 10 ore, e nel we si fa l’ennesimo 8c in falesia ( si perche’ se, non ce ne fossimo accorti, il livello e’ quello) oppure tutto cio’ e’ vietato perche’ veri amanti della montagna non possono fare simili stranezze? 
    Poi magari si legge che qualcuno di questi che “fa solo falesia” (come si suol dire) va sul Bianco e fa salite che la maggior parte degli altri si sogna. Dalle parti di Torino, per esempio, c’e’ una ragazza bionda che ben si accosta ad un simile profilo. Chi la conosce sa certo di chi sto parlando.
    ecco io non faccio analisi di trend, non ho 40 anni di scritti in materia, ho una lunga vita da scalatore che pero’ non mi ha comunque reso capace di scrutare l’animo altrui e definire il perimetro della sua passione, per fortuna. 
    in uno scambio di idee come e’ questo luogo mi aspetterei in po’ piu’ di sguardo a che succede la fuori piuttosto che ai decenni ed alle categorie passate. Se no si rischia di analizzare e parlare di cose di cui non sappiamo nulla. E questo e’ il peggio che possa capitare a chi vuol approfindire.
    Detto questo ognuno e’ libero di irritarsi ( sempre nell’ambito della correttezza ed educazione) cosi come ognuno e’ libero di non condividere tale irritazione.
     

  21. 22
    Paolo Panzeri says:

    Crovella, dato che tu non sembri essere allineato con la maggioranza attuale, vieni contestato anche con violenza, come accade dappertutto nella nostra società: non ti uniformi ad un gruppo, ti esprimi come un individuo.
    Per me non si sbaglia mai a dire cosa si pensa usando intelligenza e cultura.
    Speranza? Ma ogni tanto cascano le braccia 🙂 

  22. 21
    Carlo Crovella says:

    Ciao, continuo a non comprendere il tono irritato con il quale intervengono alcuni di voi. Come se io li offendessi a titolo personale: in molti casi io non so neppure chi siete, come potrei personalizzare la polemica? Mi limito a esprimere con serenità le mie idee, di cui sono convinto, dopo riflessioni approfondite. Chi mi conosce di persona, sa che esprimo queste tesi da anni. Anche se tali idee fossero completamente sbagliate in termini oggettivi, c’è legittimità di espressione riconosciuta a tutti! Inoltre un dibattito esiste in funzione dell’esistenza di opinioni diverse, se non addirittura contrastanti. Come potrebbe esistere un dibattito se fossimo tutti perfettamente allineati? E allora dovete accettare con serenità le opinioni opposte alle vostre. Esprimetevi liberamente, ma lasciate analogo spazio alle posizioni a voi contrapposte. Se non fate altro che scaricare l’irritazione che vi ispiro (questa è l’impressione leggendo molti commenti), non aggiungete dei veri contributi costruttivi al dibattito. PS: professionalmente mi occupo di macro-economia e non di finanza (intendendo per quest’ultima il comparto delle scelte di investimenti). Sono due mondi diversi e con differenti metodologie di lavoro. È vero che gli stessi mezzi di informazione fanno estrema confusione fra “economia” e “finanza”: il TG1 ECONOMIA del primo pomeriggio si occupa di borse, BTP e cambi, cioè di mercati finanziari, cioè si occupa di finanza e non di economia come dice il suo nome! In più, nell’ambito della macro economia, io mi occupo di analisi socio-economiche di fenomeni di massa. Fornisco questa precisazione ulteriore per completare le mie argomentazioni precedenti (vedi ieri) in cui utilizzavo il termine “consumatori”. Da interventi di oggi la precisazione mi è parsa doverosa. Tornando a bomba sulla montagna, che è il tema cardine di questo blog, ritengo che osservatori come me, con 50 anni di frequentazione sulle spalle e 40 di frequentazione nel mondo delle scuole (anche con ruoli di rilievo) colgono i trend  “a vista”. Peraltro scrivo di montagna da 40 anni spaziando su diversi tipi di articoli (relazioni, monografie, analisi storiche, ecc) e all’interno di tale orizzonte sono ormai 30 anni circa che elaboro anche articoli di analisi dei trend. Da parte mia esprimo idee di cui sono convinto. Ma in ogni caso il diritto di esprimere opinioni non può essere compresso e in un dibattito sereno non è giustificata l’irritazione personalizzata espressa da alcuni interlocutori. Buon ponte a tutti!

  23. 20
    DinoM says:

    Già da molti anni, soprattutto in ambiente economico finanziario, i cosiddetti generalisti sono superati proprio per il modo di trattare gli argomenti che inducono comportamenti che spesso risultano sbagliati o addirittura dannosi. Ogni operatore finanziario, in un  mondo così vario e diversificato,  analizza con attenzione e cura ogni dato disponibile del settore di competenza e ne vive dall’interno le dinamiche prima di assumere e/o consigliare qualsiasi operazione.
    Mi auguro perciò che chi esprime valutazioni e giudizi su una argomento tipo le scuole CAI ( parecchie centinaia, grandi e piccole, in contesti sociali tra i più diversi), sugli Istruttori (alcune migliaia)  e sugli allievi (migliaia ogni anno) abbia studiato ed analizzato tutto e soprattutto operi nelle scuole a livello operativo ed organizzativo; dico ciò poiché il contesto in cui le scuole operavano anni fa è completamente diverso dall’attuale, estremamente diversificato e variabile da anno ad anno.
    Sarebbe interessante e concretamente istruttivo se le informazioni analizzate venissero messe a disposizione per evitare di innescare discussioni basate su sensazioni o propri convincimenti.
    Ma ancorché fosse possibile dimostrare alcunché, sarebbe difficilmente misurabile il contributo che le Scuole ( dico Scuole ma intendo Istruttori) danno nell’educazione all’approccio tecnico e culturale alla montagna. Chi frequenta un corso magari poi non diventerà Guida ma sicuramente saprà che la montagna è un ambiente impegnativo e va frequentata seriamente e che l’ambiente in cui si svolge è delicato e va rispettato. 
    Dino Marini
     

  24. 19
    Riva Guido says:

    I frequentatori della montagna si dividono in due categorie. Quelli che quando ci vanno portano a casa qualcosa. Quel tanto che gli permette di riandarci solo quando si ricreano le condizioni, le pause più o meno lunghe, forzate o volute, non sono un problema perchè prima hanno fatto benzina. E poi gli altri che quando ci vanno tornano a mani vuote perchè non sono riusciti a fare benzina e per questo sentono il bisogno di andarci ogni giorno. Le pause, di ogni genere, sono un vero e proprio ostacolo, vanno in crisi di astinenza. L’appartenenza a una categoria o all’altra dipende dalla capacità di ognuno, perchè ognuno porta a casa solo quello che riesce.

  25. 18
    Daniele Piccini says:

    Scusate il doppio “perchè” ma la passione a volte non si controlla e ne fa le spese la grammatica. 

  26. 17
    Daniele Piccini says:

    Nella mia lunga “carriera” di Accompagnatore di escursionismo A.E. ho partecipato a decine di corsi (base, avanzati e di formazione per nuovi A.E.), ho incontrato tantissime persone e naturalmente ho visto cose che il Replicante di Blade Runner non mi arriva nemmeno al ginocchio, come si dice dalle mie parti, non ho mai pensato di aver speso male il mio tempo anche quando non sono stato apprezzato perchè ho cercato sempre di trasmettere la mia passione sia ai “veri” che ai “falsi” perchè non ho mai creduto di poterli riconoscere.

  27. 16
    Riva Guido says:

    In montagna, in tutte le sue forme, è cosa buona e giusta che ci vadano tutti quelli che lo desiderano perchè intanto che vanno lì non vengono a disturbare me che vado altrove. La gggente non sanno più quello che vogliono perchè l’offerta supera in modo spropositato e deleterio la domanda. Regna la confusione, in cui c’è posto per tutti, e quindi sono sempre meno quelli che scelgono lucidamente.

  28. 15
    Fabio Bertoncelli says:

    Caro Carlo, propongo di aggiungere: «Doccia con fresca acqua di ruscello». 😂😂😂
    P.S. Sto scherzando! In realtà sono d’accordo con te: in montagna dovrebbero andare soltanto i veri appassionati, non i frequentatori del Club Med.

  29. 14
    Carlo Crovella says:

    In un’ottica costruttiva per il dibattito con tutti, rispondo su come io penso si possa “fare selezione” fra gli aspiranti allievi, prima della loro iscrizione ai corsi: far tornare i programmi logistici delle scuole alle prassi di 30 anni fa circa, cioè alla tipologia di uscite, alle condizioni logistiche, all’impegno, ecc., di un modello  organizzativo precedente all’attuale. Ciò escluderebbe in automatico tutti quelli con una mentalità “consumistica”, che non si riconoscerebbero nei programmi esposti e, in automatico, si sposterebbero verso altri tipi di corsi (da quello per sommellier a quelli di cucina). Cito un esempio per farmi capire meglio: in un programma dell’uscita di una scuola, mi è capitato di leggere “andremo in un rifugio con chef stellato e i piumini profumati di lavanda”. Ecco, questo è il programma di un Club Med, non di una scuola di montagna! Invece se le scuole tornassero ad un tipo di montagna più spartana e severa (il che NON significa né più difficile né più rischiosa), io sono convinto che una bella fetta di (potenziali) allievi non si iscriverebbe oppure si dileguerebbe nelle prime uscite.  State tranquilli che, se il programma in questione fosse stato “dormiremo in truna, con cena preparata da ciascuno sul proprio campig gaz e pernottamento in sacco a pelo”… la maggioranza degli allievi non si sarebbe presentata. Basta solo andare in un rifugio non custodito e già solo questo fa “selezione”, al giorno d’oggi. Fra quelli che restano (anche se “falsi”) alcuni magari si “imfiammeranno” cammin facendo, altri no, ma almeno questi ultimi sarebbero di numero molto inferiore a quanti oggi “pesano” sul sistema delle Scuole, ingolfandolo. Guardandomi in giro e facendo un’analisi a naso (soggettiva e spannometrica, ma abbastanza realistica visto che bazzico da 40 anni nel mondo delle scuole) mi viene da dire che, oggi, il 70%-80% degli allievi iscritti ai corsi appartiene a quell’insieme che io definisco, per convenzione, “falsi” allievi. Questi numeri valgono soprattutto per le scuole di scialpinismo e di escursionismo, mentre la situazione è un po’ meno pesante le scuole di alpinismo. Se si potesse ridurre la presenza dei “falsi” allievi dal 70%-80% al 30%-40%, avremmo più spazio a disposizione per altre tipologie di allievi, come  Valentina. Ciao!

  30. 13
    Enri says:

    Premessa: non scrivo per esternare irritazione. Tanto meno per litigare. Per venire al contenuto: mi chiedo come e’ possibile selezionare ex ante i potenziali allievi per verificare se la passione che li spinge e’ autentica e portera’ loro lontano? Non lo credo possibile. Alle prime uscite ho incontrato persone spesso capitate li’ per caso, incuriosite, in cerca della dolce meta’. Ok e dunque? Credo che nella maggior parte delle biografie di famosi alpinisti che ho letto, perlomeno in molte di esse, la “prima volta” in parete e’ capitata per caso, un passaparola, un corso, un amico…. e dunque dovremmo misurare la passione ex ante per poi decidere se ammetterlo o meno? Il punto di disaccordo mio nei confronti di Carlo sta qui. E chiudo. Con tutto il rispetto, del tutto mite,  dovuto per le opinioni altrui. 
    Certo dibattere della passione per la montagna e’ proprio un bel sasso gettato nello stagno…
    un giorno ho letto la definizione di passione di un bravissimo scalatore, profondamente appassionato:
    ” non comprendere il motivo di una passione e’ di per se’ la miglior prova della sua esistenza”

  31. 12
    Walter says:

    Rispondo in merito al mio essere istruttore ed essere stato allievo. Come ho scritto ci sono tante soddisfazioni nel fare l’istruttore, nel vedere crescere alpinisti più o meno bravi o escursionisti più esperti. Come Scuola abbiamo tentato di fare anche delle selezioni, ma spesso in chi non te l’aspetti nasce una passione folgorante. Vale la pena di tentare, anche se nel mucchio qualche allievo non prova niente per quello che fa, ma in realtà la maggior parte di loro ama l’ambiente montano, e per me questo basta. Sta agli istruttori, agli esperti, a chi ha la fiamma dentro di sé, cercare di trasmettere la passione, perché è un bene impagabile. Questo vale naturalmente per tutte le passioni.

  32. 11
    Carlo Crovella says:

    Non comprendo il tono irritato che emerge dagli interventi di Enri (così come da interventi di altri commentatori del recente passato). Io non ho intenzione di litigare a livello personale con nessuno, ma mi piace esprimere le mie idee e mi piace farlo nel modo che giudico più consono. Ognuno conduce le riflessioni come meglio crede. Io espongo con serenità le mie idee: perché devono generare irritazione? La sua (di Enri) esposizione è legittima, ma è altrettanto legittima l’esposizione delle mie idee. Può darsi che io subisca la deformazione professionale del mio settore, specie dopo 35 anni di lavoro. Io quotidianamente, nel mio lavoro , ragiono per categorie, intese come “insiemi” di soggetti con un denominatore comune. Per esempio da economista parlo di “consumatori”. Non sto poi a fare le pulci sui singoli individui che compongono l’insieme dei consumatori. Se scrivo “i consumatori hanno aumentato gli acquisti di generi alimentari”, poi non sto a sottilizzare “guardate che pero’ Topolino ha mangiato più carne, mentre Paperino ha mangiato più pesce e addirittura Paperoga ha ridotto il cibo perché si è messo a dieta”. Parlo dell’insieme dei consumatori. Altrettanto parlo di categorie statistiche come gli alpinisti o gli istruttori o gli allievi. Personalmente non vedo alternative tecniche al procedere in questo modo. In ogni caso, le metodologie di lavoro e di analisi dono fatte così: non comprendo perché debba essere considerato sbagliato e soprattutto perché generi irritazione. Ognuno esprime le proprie idee e segue le metodologie di ragionamento in cui si riconosce. Nel merito del discorso, preciso che io ho pensato per decenni come ha scritto qui sotto Alberto Benassi. Forse lo penserei ancora adesso, ma il problema è che, da 15 anni circa, quelli che si iscrivono ai corsi per “riempirsi” i weekend (i “corsisti” nella definizione di Polidori) sono diventati numericamente ingovernabili. In particolare nelle scuole di scialpinismo ed escursionismo (nelle scuole di alpinismo un po’ meno). Cmq, allo stato attuale, io consideto preferibile perdere la possibile redenzione di un falso allievo, ma vedere il mondo delle scuole decisamente alleggerito da che io chiamo i “falsi” allievi. Il tutto a vantaggio dei “veri” allievi, come la Valentina che ci ha raccontato le sue esperienze. Concludo ricordando che, poiché il mondo delle scuole oggi la pensa nel modo opposto al mio, per coerenza me ne sono discostano dopo 40 anni di coinvolgimento in ruoli diversi e anche in scuole diverse (scialpinismo, alpinismo e anche canyoning). Ciò non toglie che considero legittimo poter  continuare a esprimere le mie opinioni. Sempre con serenità. Ciao!

  33. 10
    Enri says:

    Ps
    lo scrive il sottoscritto che a 16 anni era istruttore della scuola di alpinismo Figari di Genova e a 18 se ne e’ andato spiegando che era solo una perdita di tempo. Fortunatamente gli anni passano e si diventa piu’ acuti e meno arriganti, almeno un poco.

  34. 9
    Enri says:

    Fare selezione all’origine e’ un processo alle intenzioni. Siamo sempre fermi li’. E certamente non e’ perche’bisogna scrivere sinteticamente che si deve fare di tutta un’erba un fascio. Io ho espresso il mio pensiero in poche parole. Nel contenuto, trovo che ragionare e vivere per categorie professionali non abbia altro effetto che chiuderci a cio’ che e’ diverso da noi e relegare chi e’ diverso da noi in scomparti da cui tenersi ben lontani. Per poi magari scoprire, dopo molto tempo, che cannibali, falsi allievi, consumatori di prese sintetiche ecc. ecc. hanno combinato cose migliori delle nostre e vissuto reali passioni. Comunque, se si preferisce analizzare i fenomeni antropoalpinistici come se fossero schieramenti politici, si faccia pure. Temo non ci servira’ a nulla.

  35. 8
    Alberto Benassi says:

    sono d’accordo che molte persone che si iscrivono al corso, lo fanno per  poter fare un programma organizzato e una volta finito il corso magari si iscriveranno ad un corso di cucina (ora va di moda) oppure a quallo di taglio e cucito, con tutto il rispetto. Insomma lo fanno più per passatenpo che per una effettiva passione.
    Ma non credo sia giusti fare una selezione iniziale. Anche perchè una  possibilità si da a tutti. Poi chi lo dice che coluni che si iscrive al corso per puro passatempo poi magari scopra invece una cosa che lo appassiona, una attività che non avrebbe mai pensato tanto interessante?
    Le scuole non devono correre dietro a tutti, la scuola non è un’agenzia di tempo libero o di gite fuori porta.  Questo è sicuro!
    Ma la selezione avverrà dopo. Chi veramente ha o scoprirà di avere una passione nascosta,  andrà avanti e magari entrerà anche a far parte della scuola dove ha fatto il corso.
    Gli altri andranno a giocare a bocce.
    Tagliare le ali  in partenza non è ne giusto ne intelligente.
     

  36. 7
    Matteo says:

    Per  quel che vale dò ragione a Crovella.
     
    E Valentina mi ha commosso

  37. 6
    Carlo Crovella says:

    “Falsi” allievi nel senso che si iscrivono ai corsi non perché spinti da genuina voglia di imparare a fare (in futuro) gite in autonomia, ma invece perché cercano una struttura che garantisca loro il programma preorgsnizzato per il weekend. Lo descrive anche Polidiri del testo di oggi.
    La tendenza a ragionare per categorie ha sicuramente il risvolto negativo che si fa “di tutt’un’erba un fascio”. Mi e chiarissimo, è un concetto con il quale convivo tutti i giorni nella mus attività professionale. Ma le esigenze di sintesi di interventi stringati come un articolo o, peggio ancora, un semplice commento, impongono di ragionare cosi. Guardate gli articoli dei quotidiani sui temi più disparati dell’attualità. Quando si scrive “gli elettori dei 5 Stelle (o del PD o della Lega…) si compie analoga semplificazione. Dentro la categoria “elettori di…” vengono in realtà coinvolti soggetti fra loro diversissimi, ma non si può fare altrimenti. Questo vale anche con riferimento alla montogna: ci sono infinite sfaccettature e anzi nessun alpinista è uguale ad un altro. Ma non possiamo mica scrivere nome e cognome di ciascuno! Si ragiona per macrogruppi, avendo chiaro che è una semplificazione. Con riferimento al caso di specie, io sono persuaso che le Scuole, anziché correre dietro a chi cerca il programma organizzato e basta, dovrebbero fare selezione all’origine, privilegiando esclusivamente chi è genuinamente interessato a imparare davvero ad andare in montagna. Facendo tale selezione, le Scuole potrebbero dedicarsi in ezclusiva a chi, come Valentina, ha in sé una genuina passione. Gli allievi come Valentina sono i “veri” allievi.

  38. 5
    Enri says:

    Carlo,
    perdonami, mi rivolgo a te in modo diretto, perchè ogni volta devi sempre categorizzare tutto, te lo dico e chiedo con tranquillità. Perchè gli altri, la maggior parte degli altri a tuo avviso, deve sempre essere o i “falsi allievi”, oppure i “cannibali” e via discorrendo?
    Io trovo davvero curioso che si possa esprimere una valutazione cosi assertiva di cosa hanno in animo gli altri. Certo se vedo uno che cammina su un sentiero con la radio alta e butta una cartaccia, ho la prova evidente che della montagna non gli importa nulla, ma per molti altri casi è davvero difficile se non impossible valutare la dimensione ed il valore dell’esperienza che fa un essere umano in montagna. Anche io nella mia esperienza ho fatto l’istruttore ma davvero non potrei categorizzare gli allievi. Penso anzi che anche al più “falso” degli allievi, come tu lo definisci, alla fine della giornata sarà rimasta dentro, magari, forse, non è detto, qualcosa di buona che magari germoglierà più in la’. Chi può saperlo!
    Dico questo perchè leggere l’evoluzione dell’alpinismo (come di tuto il resto) secondo categorie preconcette, a mio modesto avviso, ci fa perdere la realtà dei fatti, senza cogliere davvero quello che succede. In giro vedo appassionati boulderisti, climber, alpinisti, sciaalpinisti, gente che è realmente appassionata e la cui passione non posso valutare nè codificare. Anzi, se tale passione o se tale modo di esprimere la propria passione è diverso dal mio, a maggior ragione lo devo guardare con spirito di confronto e di appendimento. Se no si rimane fermi, nel fisico e, peggio, nella mente e, come ben si capisce, rimanere fermi è il peggio che si possa fare per appassionati di montagna.

  39. 4
    Paolo Panzeri says:

    Beati i giovani che credono nelle passioni, nell’amore, nelle cotte improvvise.
    Penso che l’alpinismo nasca come una passione improvvisa, poi maturando diventi una disciplina.

  40. 3
    Carlo Crovella says:

    La “fiamma” (la “passione”), che ben descrive Polidori, è quello che contraddistingue il giusto rapporto fra istruttore e allievo: condividere una bruciante passione per la montagna, in tutti i risvolti (studiare, informarsi, leggere…ed anche realizzare sul terreno). A ben vedere è quella “cosa” che dovrebbe caratterizzare i “veri” appassionati di montagna, tutti. Nel rapporto istruttore-allievo il fulcro non è tanto la fiamma in sé, quanto il “passaggio” delle fiamma: l’istruttore-fratello maggiore introduce al magico mondo della montagna  l’allievo-fratello minore (che prospetticamente diventerà il fratello maggiore di nuovi allievi). Questo modello ha resistito per decine di anni. Io personalmente ne sento la mancanza, nell’attuale frangente storico. Mi guardo in giro e vedo che la stragrande maggioranza di allievi sono dei “falsi” allievi, cioè (come ben racconta Polidori) si iscrivono ai corsi per “riempirsi” i weekend e stare in compagnia. Nessuna ricerca della fiamma, anzi se ne guardano bene. Perché la fiamma, la passione bruciante, è una cosa bellissima, ma  molto impegnativa, sul piano esistenziale, come descrive appropriatamente Valentina Costantini nel secondo testo. Il guaio di avere così tanti allievi, che in realtà sono dei “falsi” allievi, è che hanno spinto il mondo delle Scuole verso un modello che io chiamo Club Med, cioè di strutture di intrattenimento, come i villaggi vacanza. Infatti se così tanti “clienti”, cioè i falsi allievi, esigono un certo servizio (intrattenimento), il mondo delle Scuole vira a fornire quel servizio (dare compagnia nei week end con il pretesto dell’uscita in montagna), anziché impegnarsi nel passaggio della passione. Sono sempre più rari gli allievi che cercano la passione, come invece dichiara Valentina. Ciò nonostante il mondo delle Scuole dovrebbe fare selezione e rivolgersi esclusivamente ad allievi come lei, lasciando perdere i “falsi” allievi fin da subito.

  41. 2
    Emanuele says:

    “Gli altri saranno sempre pronti ad evidenziare come di fatto si tratti di un passatempo, un hobby, di una cosa comodamente rimandabile, ripetibile, rifattibile, ri-pronta ogni volta lo si voglia, che in fin dei conti mica c’è da timbrare un cartellino! Si tratta solo di un modo come un altro di occupare il proprio tempo libero, si tratta solo del senso della vita, quisquilie, dai.”
    E’ semplicemente così.. chi ne trae beneficio sei tu, potrai trovare persone incuriosite, ma le emozioni sono le tue. Chi ti ama apprezzerà la tua felicità piuttosto che l’apatia di una vita non vissuta, ma tant’è. Ma se un appassionato di scacchi ti raccontasse l’emozione della sua partita, che cosa penseresti? o quelli che ti parlano di calcio? non è passione anche quella?
    siamo egoisti, questo è il punto, poi un equilibrio secondo me lo si trova, siamo tutti uguali, tutti diversi.

  42. 1
    Carlo R. says:

    Amen! 

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