La patria di Wilhelm Tell

La patria di Wilhelm Tell

Al principio del Duecento iniziò una lenta disgregazione all’in­terno del Sacro Romano Impero. Attorno al Lago dei Quattro Can­toni (Vierwaldstätter See) qualche monastero, come il Fraumünster di Zurigo, delegava certi compiti amministrativi e giudiziari a signorie laiche, energiche e spesso senza scrupoli. Giudici, go­vernatori, sgherri della giovane ed emergente famiglia degli Ab­sburgo, aristocratici originari dell’Argovia, vicino a Zurigo, tentarono di esautorare le giurisdizioni religiose e di governare il Paese come un loro feudo. Non erano solo le doti guerriere a spiegare l’intraprendenza degli Absburgo. Dopo la costruzione del Ponte del Diavolo, l’importante apertura del Passo del San Got­tardo, avvenuta proprio sulla fine del XII secolo, attrasse l’attenzione di feudatari e signorie, a nord e a sud (i Visconti, per esempio, si sostituirono ai canonici di Sant’Ambrogio di Mi­lano). Ma anche rafforzò nei locali quel senso d’indipendenza e di solidarietà già risvegliato con il grande movimento comunale del Medio Evo e con i privilegia concessi dall’imperatore; la prima alleanza delle vallate tedesche che formeranno la Svizzera fu preceduta da una catena di rivolte comunali che si susseguiro­no tra le montagne del sud, dal 1176, anno del trionfo del comune di Milano sull’imperatore Federico, sino al 1290. Già nel 1182 c’era stato l’episodio del patto di libertà e di alleanza conclu­so a Torre tra i montanari di Blenio e di Leventina.

Il mito di Guglielmo Tell

Gli abitanti di Uri si sbarazzarono degli Absburgo ricorrendo all’imperatore lontano e rimettendosi alla sua diretta dipendenza (1231). Ma, morto Federico II (1250), dopo vent’anni e più d’interregno e di vuoto di potere, insicurezza, soprusi e brigantaggio regnavano sovrani. Nel 1273 la Casa d’Absburgo fu eletta al trono imperiale con Rodolfo I e quindi ritornò nelle vallate del San Gottardo di pieno diritto, con i suoi mandatari, i suoi balivi, i suoi sgher­ri. Rodolfo si affrettò naturalmente a confermare le franchigie imperiali, cioè la diretta dipendenza di quei territori dall’im­peratore. È così che, non appena giunse la notizia della morte di Rodolfo, i montanari dei Paesi forestali (Waldstätten), attor­no al lago che oggi si chiama dei Quattro Cantoni, decisero di stringere un patto per la reciproca assistenza in caso di attac­chi esterni e per garantirsi governatori e giudici indigeni: è il Bundesbrief tra i rappresentanti di Uri, Schwyz e Unterwalden.

Alphonse Daudet

Con i tredici articoli del documento in latino essi non si ribel­lavano all’imperatore, ma non accettavano più magistrati stranie­ri: pur facendo parte dell’Impero, volevano essere autonomi. Ac­canto a queste decisioni, il Patto (giurato ai primi d’agosto 1291) conteneva norme per regolare i conflitti interni e un em­brione di diritto penale. Con tono solenne stabiliva la propria eternità: “ha da durare, se Dio voglia, in perpetuo“. Così, per difendere i vantaggi acquisiti e senza valenze rivoluzionarie, nacque la Svizzera. Ma già nel 1298 il nuovo re di Germania, Al­berto d’Absburgo, si rifiutò di convalidare i privilegia ai tre Cantoni: così i confederati dovettero lottare per cacciare dalle loro valli i balivi asburgici; sono di questo periodo le imprese di libertà, le cospirazioni, le insurrezioni che s’adornarono poi di leggenda: tra esse, le gesta vittoriose del mitico Wilhelm Tell e il giuramento notturno sul prato del Rütli, anch’esso im­mortalato nel dramma di Schiller. Il mito di Tell non tramonterà mai, così frequentemente rappresentato, in Svizzera e fuori, nel dramma di Schiller e nell’opera musicale di Rossini. Perciò Wil­helm Tell è forse l’eroe nazionale più conosciuto. Sull’effettiva esistenza del personaggio si potrebbe discutere all’infinito: è molto probabile che non sia che la traduzione in chiave elvetica di un mito libertario di origine nordica. Nelle Gesta Danorum di Saxo Grammaticus, risalenti al 1200 circa, è riportato un episo­dio che presenta singolari analogie con la storia di Tell. C’è la mela sul capo del figlio e in più si narra anche della seconda freccia tenuta nascosta per colpire il tiranno in caso di falli­mento. Per il dissacratore Alphonse Daudet è solo una leggenda, un’invenzione tra le tante sulle quali si regge il teatrino del folklore e del paesaggio svizzeri: sembra però che a Tartarin la “rivelazione” della verità su Tell dispiaccia molto, non foss’al­tro perché qualcuno in un lontano futuro avrebbe persino potuto dubitare dello stesso Tartarin di Tarascona! Forse l’eroe visse realmente, ma di sicuro agli svizzeri il dilemma poco importa. Tell, infatti, è un nome collettivo, quello di un popolo minac­ciato nella sua identità: rappresenta insomma la coscienza poli­tica e il mito della libertà, sempre attuali.

Statua dei Tell padre e figlio ad Altdorf

È del 1804 la “prima” dell’ultima grande fatica teatrale di Johann Friedrich Schiller, il Wilhelm Tell, mirabile canto di libertà e, insieme, sorprendente intuizione della bellezza del paesaggio elvetico, che il poeta non aveva veduto, né mai vide con i propri occhi. La riservata saggezza del cacciatore eroe, l’attaccamento alla famiglia e alla sua terra, il suo rifiuto di ossequiare il cap­pello del tiranno Gessler esposto sulla piazza di Altdorf, l’ef­feratezza del balivo nel costringere Tell a mirare con un colpo di balestra la mela posta sul capo del figlioletto; e poi ancora la fuga dalla barca che lo conduceva attraverso il lago in tempe­sta alla prigionia perpetua e l’esecuzione finale del tiranno at­teso al varco sul sentiero Höhle Gasse sono le grandi scene dell’opera più compiuta del drammaturgo svevo, momenti poetici che hanno fatto il giro del mondo: di fronte ad essi impallidi­scono i tentativi di un ricordo più concreto, come il monumento sulla piazza di Altdorf o il museo di Bürglen che raccoglie cime­li e documenti rari, tra cui i manoscritti originali degli stessi Schiller e Rossini. Il musicista Gianandrea Gavazzeni raccontava come il magico senso dell’infinito e la grande misura umana del Guglielmo Tell di Gioacchino Rossini gli si rivelassero appieno “soltanto all’aperto, tra lo spazio libero delle sere veronesi, perché in tal modo meglio potevasi avvertire quel significato u­niversale che trascendeva una sia pure altissima verità melodram­matica. Sotto il cielo aperto, l’opera sembrava non scaturita da un solo musicista, non scritta e definita in note musicali, ma nata invece, traverso una lenta improvvisazione, dalle montagne e dai fiumi, da quei greti e quelle valli, che la scena tentava de­scrivere con le sue finzioni. Così, tutto lo spettacolo lo si scorgeva sotto tale gioco di riflessi, e le voci ed i suoni stes­si agivano in una infinita libertà, quasi divenuti elementi mede­simi della natura“. Una natura che gioca da coprimaria nell’infi­nito di questa Storia. A dispetto di Benedetto Croce, che defini­sce l’atmosfera del Tell schilleriano un “presepe svizzero”, c’è una bandiera che sventola, tra ghiacciai, torrenti alpini e verdi pascoli: quella della libertà. Libertà dell’individuo e di un po­polo nella natura della loro terra. Solo su questo piano e nella vastità di questo spazio supremo della mente potevano incontrarsi due geni così diversi, il filosofo e romantico Schiller con il sereno e giocoso Rossini: il campo di una libertà sempre più ne­cessaria.

Il corno delle Alpi
I mercenari svizzeri lo usavano in battaglia per la trasmissione di ordi­ni, i pastori lo suonavano per richiamare le mandrie e per comunicare da una valle all’altra: con una portata sonora di 8 km, il monumentale corno delle Alpi (Alphorn) sostituiva il telefono con un suono distensi­vo che rilassava gli animali e incantava gli spiriti malvagi. Vecchio di almeno duemila anni, ha allietato per secoli le feste popolari svizzere assieme ai canti vocalizzati yodel. Con la balestra di TelI era la ban­diera dei patrioti che combattevano per l’unità del Paese. Poi fu espressione dell’anima popolare, del ritorno alla semplice vita del pastore. Piacque a Mark Twain e ad altri viaggiatori. La sua sonorità è nel Guglielmo Tell di Gioacchino Rossini, echeggia nel Tristano e Isot­ta di Richard Wagner, nelle opere di Franz Liszt e di Felix Mendels­sohn-Bartholdy. La più celebre aria per Alphorn si trova nella Sinfonia n. 1 in do minore di Johannes Brahms. Oggi gli appassionati dai volu­minosi polmoni si ritrovano due volte l’anno, a Mürren e a Beaten­berg. Centinaia di corni dai 2 ai 4 metri suonano all’unisono e una dolce onda dilaga come un poderoso flauto magico ingigantito dall’e­co. L’Alphorn è ricavato con laboriosa costruzione dal legno di abete rosso, ed è la dimensione del tubo a determinarne l’altezza del tono. I pochi artigiani rimasti dicono che il modello più richiesto è quello in fa diesis/sol bemolle, di quasi tre metri e mezzo, tre milioni di lire.

Altdorf
  

 

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La patria di Wilhelm Tell ultima modifica: 2017-06-26T05:30:22+02:00 da GognaBlog

1 commento su “La patria di Wilhelm Tell”

  1. 1
    alberto paleari says:

    Bravo Gogna. Bellissimo!

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