La paura d’essere rapito

La paura d’essere rapito
di Davide Scaricabarozzi
dal suo profilo facebook, 13 maggio 2020

Quando ero un bambino la cosa che mi faceva più terrore di ogni altra era quella di poter essere rapito e portato chissà dove, chissà da chi e chissà perché.
A Quarto Oggiaro (quartiere popolare di Milano, NdR) c’erano gli zingari, un’umanità assolutamente ben identificata ma non ancora distinguibile nelle varie etnie tipo i Sinti o i Rom, erano solo e semplicemente “gli zingari”.
All’epoca il quartiere era costellato di ampi campi incolti, pieni di sterpaglia e rovi, con certe erbacce spesse che mi parevano quasi carnivore.
In questi spazi sgangherati si accampavano con le loro roulotte eterogenee e con le loro Mercedes che avevano targhe che non conoscevo.
Gli uomini avevano una panza significativa, portavano giacche padellate sopra camicie che avevano perso (o guadagnato) il proprio colore, luride, quasi marce.
Avevano un’infinità di bambini, alcuni sembravano piccoli messicani, scuri di pelle e di occhi, per lo più vestiti di stracci, con le scarpe fruste e accomunati da uno sguardo scaltro, risoluto, quasi pericoloso.
Li temevo.

Proprio dietro il negozio dei miei c’era uno di questi campi che a inizio estate ospitava una sottospecie di luna park col calcinculo e gli autoscontri, senza giostre con cavallucci e macchinine.
C’erano anche la pera per tirare i pugni e le corna del toro da stringere, attorno a questi “parametri” di forza popolare si raccoglievano in buon numero ragazzotti poco rassicuranti.
Solo divertimenti da periferia per ragazzi di periferia.

Quando le giostre toglievano le tende arrivavano gli zingari.
Ero diventato amico dei ragazzini dall’aspetto messicano e non vedevo più nessuna pericolosità nel loro sguardo, erano come me, solo puzzavano un po’ di più, ma mi piacevano.
I miei non erano d’accordo, gli zingari rapiscono i bambini e poi li vendono, mi dicevano.
Sono le zingare che li prendono e li nascondono sotto le lunghe gonne fiorate.
Era un’affermazione che mi preoccupava molto, non tanto per il rapimento quanto per l’idea di finire sotto quella campana di stoffa lercia e maleodorante con il relativo contorno….

La vera paura dei rapimenti mi è venuta quando al telegiornale parlavano di Milena Sutter, ritrovata morta una quindicina di giorni dopo la sua scomparsa, nel mare di Genova.
Morta ammazzata da Bozano che per lungo tempo ho chiamato Bolzano, così come chiamavo maldidenti i malviventi.
Poi avevano rapito Mirko Panattoni che poteva avere la mia età.
Pensavo spesso a lui e mi chiedevo dove fosse e se avesse paura, ma soprattutto mi domandavo come avrebbe fatto per tornare a casa.
I miei mi spiegarono quindi il significato della parola riscatto, avevo così arricchito il mio personalissimo vocabolario.
Ci ho pensato ben bene e poi ho chiesto a mio papà se fosse stato disposto a pagare un riscatto nel caso mi avessero rapito.
Io e la mamma faremmo qualsiasi cosa per portarti a casa, Davide, venderemmo la casa e chiederemmo i soldi a chi ce li potrebbe dare, sei nostro figlio.
Poche parole e concetti chiari, non mi serviva altro.

Quando nostra figlia si è ammalata e sembrava che dovesse essere rapita senza possibilità di ritorno avremmo voluto poter pagare un riscatto.
Però in quel caso non c’era moneta corrente sufficiente e necessaria.
C’era solo l’amore di due genitori che non potevano far altro che amare nella speranza che le carte cambiassero di segno.

Per l’ennesima volta mi metto la divisa del pessimo capitan ovvio, perché l’ovvietà resta sfortunatamente l’unico becero modo per riuscire a farmi comprendere degli altrettanto pessimi forcaioli che mai cessano di imperversare grufolando nel trogolo della merda in cui dimorano.
Molti di loro sono genitori.
Un genitore vuole accanto a sé i suoi figli rapiti, non importa quale riscatto ci sia da pagare, né chi lo paga, non importa come tornano a casa vestiti, non importa se hanno cambiato religione o se sono stati costretti a cambiarla perché era importante cambiarla, non importa se sono tornati a casa atei… però sono tornati a casa.
Bisognerebbe indossare gli occhiali di qualcun altro per vedere che non si vede un cazzo… al meglio malissimo.
Che una simile cosa non capiti ai forcaioli perché sarebbero costretti a provare l’umiliazione dell’amore che avrei io per i loro figli rapiti e tornati diversi… forse diversi.

Scusate ma con ‘sta pioggia oggi non sono andato su nessuna montagna.

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La paura d’essere rapito ultima modifica: 2020-05-17T04:53:00+02:00 da Totem&Tabù

4 pensieri su “La paura d’essere rapito”

  1. 4
    Andrea Parmeggiani says:

    Chiunque abbia figli credo possa condividere questi pensieri…
    Spesso mi auguro, quando sento discorsi beceri, che chi li fa possa provare sulla propria pelle un determinato problema per capire cosa significa… Io ho la presunzione di capirlo, pur senza averlo vissuto sulla mia pelle. E mi riferisco tanto a quello che è successo in questi giorni per Silvia Romano, quanto alle discussioni sulla necessità di liberalizzare la legittima difesa su chi subisce aggressioni in casa propria da malviventi. 
     

  2. 3
    grazia says:

    Io non mi sento di fare commento alcuno per tante ragioni:
    – non conosco chi è stato rapito e le motivazioni che l’hanno spinto ad andare in quel dato luogo;
    – non conosco la sua famiglia e il suo back-ground;
    – non so perché qualcuno abbia deciso di intervenire per la liberazione in un dato momento piuttosto che in un altro, per qualcuno sì mentre per qualcun altro no;
    – non so se sia davvero servito denaro e a chi sia realmente andato.
    Tutto ciò che passa in televisione e tra i giornali va verificato prima di essere preso per oro colato e prima di poter fare qualunque commento. 
     
    Di sicuro mi è parso strano l’intervento dello Stato in questo momento e oltremodo elevato l’importo del presunto riscatto, ma non mi spingo a fare commenti perché dovrei conoscere fatti e persone e non mi è dato verificare.

  3. 2
    Simone Di Natale says:

    Forse può aiutare qualcuno a riflettere…

  4. 1
    Leonardo Castagnoli says:

    Che dire, condivisione totale, una parola in più sarebbe di troppo. Grazie Davide

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