La questione della morte

A distanza di più di un anno dall’uscita dell’articolo di Pietro Crivellaro Brividi al capolinea (20 luglio 2014), lo stesso giornalista ritorna sull’argomento con un nuovo pezzo, Dispute appese al chiodo, pubblicato sul Sole 24 Ore dell’11 ottobre 2015.

Questo ritorno è anche dovuto al nostro articolo del 4 settembre 2014, Un capolinea è una partenza (risposte a Crivellaro), nel quale sostanzialmente contestavamo alcune sue idee:
– il suo esprimere “seri dubbi” sulla liceità di praticare il free solo e soprattutto sulla liceità di filmarlo e venderlo, in quanto il free solo è “una deliberata follia, una danza macabra, un moderno gioco gladiatorio”;
– il giovane Alex Honnold, arrampicatore e alpinista di livello planetario, in quanto campione di free solo è “un vistoso caso clinico e vittima di una dipendenza fenomenale che deve suscitarci più dubbi che ammirazione“.

Alex Honnold in free solo su Separate Reality, Yosemite Valley
QuestioneDellaMorte-b_7209_Alex Honnold


Dispute appese al chiodo
è una precisazione a quanto detto un anno prima, ma siccome si aggancia alle nostre contestazioni non possiamo esimerci dal tornare anche noi sull’argomento. E’ il catenaccio dell’articolo a evidenziare il suddetto aggancio: “Nutrire perplessità sul free solo, l’arrampicata più radicale, per alcuni alpinisti è un attacco alla libertà“. Crivellaro inizia lamentando di essere stato attaccato e che alcuni “insorti” lo abbiano anche invitato a dare le dimissioni dal Club Alpino Accademico Italiano, l’associazione che riunisce i migliori alpinisti italici. Secondo questi pareri infatti, chi critica le imprese estreme di altri è come se rinnegasse le proprie, cioè quelle che gli hanno permesso di essere nominato Accademico. Dunque, l’invito a dimettersi.

Ma non è su queste polemiche che vogliamo rispondere a Crivellaro, essendo maggiormente interessati al nocciolo della questione. Di poco conto è anche la sua precisazione, in questo secondo articolo, che il suo mettere sotto accusa Honnold è subordinato al fatto che sia vero che lo stesso Honnold faccia le sue imprese solo per girare i video: quindi Crivellaro sottintende che, in mancanza di questa “verità”, allora anche Honnold potrebbe essere “riabilitato”. Una sottigliezza. Giustamente Crivellaro passa al nocciolo: la questione della morte.

Qui è più convincente. Anzitutto, nella platea di Trento che applaudì Honnold, coglie la domanda non formulata, la strisciante curiosità non detta: “Alex, come la metti con la morte? Ti rendi conto che è pericoloso, MOLTO pericoloso?”. In un secondo tempo cita lo psicanalista Cesare Musatti, che definì l’alpinismo “un gioco con la morte”. Infine racconta di come l’Accademico Andrea Mellano e il giornalista sportivo Emanuele Cassarà ebbero a metà anni ’80 l’idea di organizzare le prime gare di arrampicata. Crivellaro definisce l’arrampicata sportiva, così originata e benedetta, una “piccola rivoluzione di civiltà”, perché basata filosoficamente su un movimento culturale contro “il gioco con la morte”. Al contrario del free solo, la “forma di arrampicata più estrema partorita dalla nostra società dello spettacolo, anzi del selfie”, che secondo Crivellaro riporta al “fondamentalismo” di Paul Preuss, che morì giovane in una solitaria. Un Preuss che Crivellaro mette a confronto con Tita Piaz, che diceva “meglio un chiodo in più che una vita in meno”.

Considerazioni
La questione della morte è il nodo con il quale qualunque individuo nella sua vita, si spera molto prima dell’inevitabile e concreto incontro finale, DEVE aver a che fare, allo scopo di crescere e di formarsi proprio come individuo. Un definitivo distacco dal cordone ombelicale. Con la morte hanno avuto a che fare sia Crivellaro che Musatti, sia Piaz che Preuss. Si sono trovati di fronte ad essa, l’hanno contemplata una o più volte. Le riflessioni sulla propria morte possono avere diversi esiti: quelli positivi comportano la crescita dell’individuo; quelli negativi possono incrementare l’attrazione inconscia verso la morte. Non è un gioco, è parte della vita di chiunque. E ognuno deve darsi le proprie regole senza seguire quelle di altri.

Dobbiamo dire bravo a Musatti, perché giocando con la follia altrui è riuscito a non farsi contaminare più di tanto e a essere utile al prossimo; dobbiamo dire bravo a Preuss perché ha fatto la sua scelta e ha celebrato un esempio; dobbiamo dire bravo all’irruento e sanguigno Piaz che è riuscito a non morire in montagna. Dobbiamo dire grazie a Crivellaro, che ci pone serenamente questi quesiti dopo una carriera alpinistica lodevole e quindi, per definizione, non scevra da rischi.

Eugen Guido Lammer non era di idee sportive: era un fanatico dell’esperienza intima, romantica, un uomo che non aveva paura della morte e che certamente non si tratteneva dal dirlo. Lammer morì nel suo letto, al contrario di tanti altri che mai hanno fatto free solo ma che purtroppo sono morti in montagna. Gianni Calcagno non ha mai fatto una solitaria in vita sua e rifuggiva dall’idea; Renato Casarotto nelle sue solitarie si auto-assicurava scrupolosamente. Potrei fare decine di esempi che contraddicono la facile contrapposizione Preuss-Piaz.

Sono felice quando in una platea la domanda sulla morte aleggia senza essere espressa. In quel modo c’è più probabilità che ciascuno cerchi dentro di sé e trovi la sua risposta. Non deve essere Honnold a farlo. Non deve essere Crivellaro a pretenderlo, pensando che Honnold sia un sempliciotto sedotto dal mito del selfie.

Quanto all’arrampicata sportiva, santificata da Crivellaro perché “piccola rivoluzione di civiltà”, non mescoliamola, non paragoniamola, non accostiamola all’alpinismo. Se ci piacciono il movimento atletico e l’intelligenza motoria che l’arrampicata sportiva implica, pratichiamola senza contrapporla alla pretesa ideologia di morte insita nell’alpinismo. Gli alpinisti, inguaribili, cercheranno la propria vita finché avranno respiro, anche se questa ricerca li metterà prima o poi a contatto con la morte. La ricerca della vita vale il dialogo con la morte: questa è la vera rivoluzione individuale.

 

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La questione della morte ultima modifica: 2015-11-09T05:50:30+02:00 da GognaBlog

20 pensieri su “La questione della morte”

  1. 20
    Alberto Benassi says:

    ma quale fondamentalismo.. Fondamentalisti sono coloro che non accettano le diversità: culturali, religiose, fisiche.

    Anche in alpinismo ci sono delle diversità. E quando non vanno a limitare quello che fanno gli altri sono un arricchimento.

  2. 19
    emanuele says:

    ma nella critica, pertinente e corretta di Crivellaro, si parla di pratica sistematica del free solo o comunque di una attività estrema che tende a “giocare con la morte”, come “una sorte di attrazione perversa e che l’amore per la montagna sia diventato una forma di ossessione;…sono quasi certo che non vi sia nulla di intrinsecamente nobile nella morte in montagna, che anzi essa sia sempre uno spreco atroce”(R. Macfarlane, “Mountains of the mind”). Nelle parole di Crivellaro non vedo nessun attacco alla libertà di rischiare propri dell’alpinismo, ma piuttosto un invito a riflettere sulle possibili derive dell’alpinismo o sulla evoluzione del Mito dell’Alpinismo stesso; diceva R. Barthes che” il mito abolisce la complessità delle azioni umane, conferisce loro la semplicità delle essenze…stabilisce una benefica chiarezza…”
    Discutiamo di questo, confrontiamoci con Crivellaro o con chi la pensa diversamente, ma asteniamoci dal fondamentalismo.

  3. 18
    GIANDO says:

    Hai perfettamente ragione Marcello. Aggiungerei che in passato, al tempo delle corde di canapa e del misero materiale con cui si saliva (penso ad un Vinatzer che scalava con 4-5 chiodi e 3-4 moschettoni), in pratica era come se si arrampicasse in free solo.

  4. 17

    Ho un caro amico alpinista e guida argentino che ha fatto molte salite in free solo perché anni fa a casa sua era difficile procurarsi una corda da alpinismo.
    I pochi alpinisti locali se le procuravano dagli occidentali che le vendevano usate e oggi non é molto diverso.
    Quindi la corda la si usava solo quando era indispensabile! Inoltre, unia corda molto usata, come la sua, assorbiva molta acqua sui ghiacciai diventando pesantissima, quindi ci si legava proprio in casi estremi.
    Anche le salite tutt’altro che facili, tra amici ovviamente e non con i clienti, spesso terminavano con la corda rimasta nello zaino per non rovinarla ulteriormente. Tutt’al piú si usava per le calate da una erta torre patagonica ma per la salita si poteva preservarne l’uso facedo del freesoloing per necessità socio-economiche.
    Senza scomodare Freud o gli odierni psicotuttologi del verticale, le motivazioni del free solo come vedete, possono essere tra le più disparate.

  5. 16
    Alberto Benassi says:

    Per Emanuele

    Qui non si tratta ne di ammirazione ne di esemplare.
    Semplicemente si prende atto che Honnold e altri fanno un certo tipo di alpinismo. Non sono certo stati i primi.
    Possono non essere condivisi ma certamente rispettati si!
    Non si può dire che sono pericolosi, che sono un cattivo esempio. I cattivi esempi sono altri!
    Quante cose fa l’uomo che sono irrazionali? E’ razionale lavorare 15 ore al giorno e farsi venire un infarto solo per il gusto di accumulare soldi? Guarda che poi dietro non te li porti mica.
    L’alpinismo è irrazionale . Se lo pratichi lo accetti per quello che è nelle sue varie forme di espressione. Se ti poni problemi di razionalità, è meglio che te ne stai sul divano. Comunque anche sul divano non se è immuni dai misteri che giocano intorno a noi e con noi……
    Quanto all’ accademico per me centra perchè un accademico dovrebbe essere prima di tutto un avventuriero che dovrebbe difendere l’avventura, una montagna non preconfezionata e la libera espressione di chi la frequenta. Se l’accademico ha perso questo spirito di libertà e di avventura, cercando di inquadrare in quello che è giusto o non è giusto allora è bene che chiuda.

  6. 15
    GIANDO says:

    Caro Emanuele, è giusto e sacrosanto che ciascuno di noi si faccia una propria opinione. Ciò che invece non ritengo corretto è sviluppare un atteggiamento di condanna basato su considerazioni del tutto personali.
    Nessuno di noi può sapere con assoluta certezza cosa passi nella testa di chi fa free solo ed anche se ne venissimo a conoscenza non ne ricaveremmo granché.
    A me, ma penso a tantissimi altri, non importa assolutamente nulla delle motivazioni che spingono Honnold e compagnia a mettere a repentaglio la propria vita. Il fatto che suscitino ammirazione è del tutto secondario perché poi, alla prova dei fatti, mi piacerebbe sapere quale sia l’impatto per quanto concerne lo spirito d’emulazione, il quale, a mio modesto avviso, risulta pressoché nullo per i motivi precedentemente evidenziati. Scalare in free solo non è come assumere una pasticca che ti fa sballare, cosa estremamente semplice da fare, richiede doti lontanissime dalla stragrande maggioranza della popolazione mondiale e, pertanto, costituisce un fenomeno a sè da guardare con ammirazione od occhio critico ma, in ultima analisi, a livello puramente accademico.
    Personalmente ammiro una cosa di queste persone, il fatto che fuoriescano da un sistema di omologazione che si arroga il diritto di decidere sempre più cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, fregandosene completamente delle sensibilità dei singoli. Che una società si regga su tutta una serie di elementi condivisi siamo pienamente d’accordo ma ci devono essere dei limiti, non si può incasellare tutto. Dobbiamo arrivare al punto di considerare Honnold un elemento destabilizzante dei nostri valori, dei nostri principi? Mi pare un po’ troppo.
    Spesso ho invece la sensazione che certe critiche mascherino, sotto sotto, il desiderio represso di potersi esprimere come colui che si sta’ criticando ma non potendolo fare si cerca di tagliarli la testa (in senso figurato) per ridimensionarlo al proprio livello.
    Io ammiro Honnold e sai perché? Non tanto per quanto riesce a fare ma perché se dovesse cadere e lasciarci le penne morirebbe facendo ciò che ama fare mentre invece io, molto probabilmente, morirò in un letto con la flebo in un braccio ed il catetere su per dove sappiamo, forse rammaricandomi per non avere osato di più nella vita.

  7. 14
    emanuele says:

    Quando ho visto il video di Honnold ho riflettuto molto e sono andato a rileggere il bel libro di Saglio e Zola, “In su e in sè”, nel quale viene analizzato ” il meccanismo mentale e psicologico che può portare uomini normalmente portati alle comodità, ad abbandonarle per percorrere rocce e creste, tra rischi e fatiche immense, alla ricerca di un qualcosa che appare spesso veramente irrazionale”, e questo perchè il free solo(e non solo quello) è straordinariamente irrazionale e quindi, come giustamente ha sostenuto Crivellaro, deve suscitarci più dubbi che ammirazione!!
    Esprimere dubbi su ciò che viene mostrato come esemplare(il free solo di Hollond, di John Bachar, di Hauer, ecc.) è più che legittimo e non vedo cosa c’entri con l’essere accademico…
    Però, dai vari commenti che ho letto, penso che sia difficile capirsi.

  8. 13

    Rivedere un MITO è sempre un piacere! E Patrick Edlinger lo è stato per un paio di generazioni di alpinisti ed arrampicatori sportivi… !
    Slegato su pareti ancora oggi impossibili ai più eppure… la sua fine è stata decretata da una rampa di scale…
    Il problema a mio avviso, non il selfie (CHE PAROLACCIA! Ma non bastava il buon vecchio auto-scatto???) o la mediatizzazione della realizzazione, il problema si pone su un piano diverso da quello della semplice visione dei frequentatori appassionati, è un Leit-Motiv che negli ultimi anni sta distruggendo qualunque approccio verso uno stile di vita libero (almeno in parte) e di proprietà quindi dell’individuo… Rispetto della vita e quindi sicurezza ad ogni costo e controllo di ogni attività, che esca dal seminato dei vari branchi da mac donald’s et Similia…
    Finché non si arriverà (ma succederà???) ad un rispetto della persona per sè stessa, per ciò che rappresenta come individuo e si continueranno ad inseguire falsi miti di omologazione, che spianano ogni diversità e ci fanno assomigliare ad un branco di pecore che trovano il loro motivo di svago, nello sfogo adrenalinico della frustrazione controllato dall’alto, le condanne dei benpensanti saranno sempre più pesanti ed opprimenti.
    E’ vero che Honnold e altri prima di lui (Edlinger lo fu a suo tempo), come ci saranno sicuramente altri dopo, sono in parte prodotti del mercato, ma è anche vero che da qualcosa falsamente presentato come positivo (la mediatizzazione dell’avventura) si può prendere spunti per ribellarsi all’omologazione della società e Patrick nel suo piccolo lo fece quando si distaccò volontariamente e coscienziosamente da tutto quello che fino a quel momento lo aveva sfruttato dimostrando come da sfruttato si può diventare sfruttatore… un bel dito medio alzato a chi pensava di averlo fregato!

  9. 12
    Fulvio Turvani says:

    Ma qualcuno si ricorda questo filmato? Io lo vidi una sera in una qualche manifestazione all’aperto di tantissimi anni fa a Pinerolo.
    Credo ci fosse anche Cassarà quella sera.
    Quindi il problema dei selfie sarebbe vecchio di almeno 30 anni 🙂

  10. 11
    Alberto Benassi says:

    Savatore, pur non trovandomi d’accordo con le critiche di Crivellaro, anche io quando guardo Honnold che sale slegato, anche se è un filmato e tutto è andato oramai bene, provo paura per lui.
    Credo che sia normale provare paura nel vedere qualcuno che scala sensa corda. E’ un fatto naturale. Allo stesso tempo penso che stia rischiando allla grande. Ma non tanto perchè è su difficoltà , almeno per me impossibili. ma perchè per farsi male, basta molto meno. E gli incidenti che avvengono ne sono la prova. Nonostante la grande preparazione, l’alto livello di arrampicata, credo esista sempre un fattore non controllabile che fa parte della debolezza umana. Siamo uomini e non macchine.
    Quanti solitari sono partiti per le loro scalate e sono caduti. Quindi di infallibile non c’è nessuno.
    L’alpinismo, la scalata è pericolosa in cordata. Figuriamoci senza la corda.
    Non credo che Honnold o Steck siano convinti che non gli possa accadere nulla. Credo invece che alla base delle loro scelte, ci sia una grande passione per l’avventura e una grande accettazione del rischio. Chiaramente un rischio calcolato . Il più possibile calcolato. Quindi una grande preparazione. Scalate non improvvisate ma ottimamente preparate nei dettagli.
    Lo stesso Ueli Steck ha dichiarato che certe sui prestazioni le fa perchè si prepara in maniera scentifica. Uno scalatore della domenica, anche se bravo, queste cose non le potrebbe fare. Almeno per adesso. In futuro non si sa mai…
    E’ giusto mettere tutto questo su video e farlo vedere a tutto il mondo? Oggi questo è. Un tempo le grandi imprese si leggevano sulle riviste, sui libri, sui giornali. Oggi invece ci sono i video e si vivono quasi in diretta.
    In fondo anche Bonatti con le sue imprese e le sue tragedie era visto come un cattivo esempio. Che doveva fare Bonatti, non scrivere le “Mie Montagne” e non raccontare la tragedia del Pilone Centrale?

  11. 10
    GIANDO says:

    Salvatore, colgo il tuo spunto e rifletto. Non conosco Honnold di persona, come credo la stragrande maggioranza di noi, e, pertanto, non posso esprimere un giudizio inappellabile. Posso invece dire, avendo arrampicato slegato (sebbene su difficoltà di gran lunga inferiori), che questa presunzione d’infallibile superiorità faccio fatica a vederla.
    Prendiamo la salita di Alex Huber alla Cima Grande di Lavaredo. Lo stesso Messner, non particolarmente tenero nei giudizi, ha rimarcato con quanto impegno il tedesco si sia preparato a tale impresa, studiando meticolosamente i passaggi.
    Il free solo è un’arte che non permette improvvisazioni, chi la pratica non gioca a dadi, fermo restando che esiste sempre un’enorme rischio oggettivo potenziale (es., il sasso che ti cade sulla testa). Piuttosto che ad una partita a carte, dove la fortuna comunque conta, preferisco paragonare il free solo ad una partita a scacchi. Partita con la morte? Si, anche, ma se uno è molto preparato il rischio si riduce drasticamente.
    Ci sono tante cose, nella vita di tutti i giorni, che si fanno con minori possibilità di riuscita proprio perchè manca un’adeguata preparazione. Per esempio, mettersi al volante comporta, di fatto, una partita con la morte, solo che non ci pensiamo. Quanti di noi causano incidenti o ne sono vittime perché non sanno guidare? Molto probabilmente se tutti avessero i riflessi e la preparazione dei piloti di rally gli incidenti si ridurrebbero enormemente. Il problema è che guidare, per moltissime persone, costituisce un obbligo e, pertanto, non si pensa a cosa si possa effettivamente andare incontro.
    Secondo me, alla fine della fiera, è una questione puramente psicologica, esiste cioè un’associazione diretta fra l’arrampicata e la morte. Probabilmente è un qualcosa, più che innato, derivante dall’esperienza d’incidenti cui è andato incontro l’uomo fin dalle origini. Non potendo volare ogni caduta risulta per noi mortale o quantomeno estremamente grave. Non esiste una simile associazione, per es., con l’acqua. In mare si può affogare e alla grande ma si vive sempre col pensiero che, sapendo nuotare, in qualche modo ce la si possa cavare.
    Ma associare un rischio ad un evento non significa nulla, non costituisce alcuna garanzia del verificarsi dell’evento stesso. Chi fa free solo è a mio avviso semplicemente consapevole di ciò e, pertanto, percepisce il rischio per quello che è, vale a dire una variabile in gran parte addomesticabile attraverso una preparazione che porti ad una drastica riduzione del rischio soggettivo, derivante cioè da errori tecnici. Rimane il rischio oggettivo col quale tutti noi dobbiamo però quotidianamente confrontarci, paragonabile al vaso di fiori o al coppo che ti cade intesta mentre passeggi per strada.
    Oh ragazzi, quest’analisi da fine psicologo è da incorniciare 😀 (ma dovè finito Giorgio Robino? Mi mancano i suoi commenti..).

  12. 9
    Salvatore Bragantini says:

    Lasciamo stare gli attacchi personali a Crivellaro; quel che conta è la sostanza delle sue argomentazioni. Ebbene, attacchi a parte, concordo con la maggior parte delle considerazioni di chi confuta le tesi di Crivellaro, però…
    Però c’è qualcosa che mi dice che che non è tutto giusto, non saprei dire bene cosa, non riesco a razionalizzare quel che ho in mente: forse nelle prestazioni “sovrumane” di Alex Honnold, che certo come tutti noi tiene alla vita, c’è una “hubris”, una presunzione d’infallibile superiorità che fa paura e che tutti noi speriamo non sia mai smentita. Questo in realtà si potrebbe dire di tante imprese simili, magari non altrettanto pubblicizzate. La sola idea che Auer abbia salito il “Pesce” in Marmolada senza neanche l’imbrago mi fa venire il sudore alle mani!
    Non ho conclusioni da trarre…Bravo Alex, viva la libertà certo, ma se qualcuno invita a considerare quel qualcosa in più, meditiamoci sopra…

  13. 8
    Alberto Benassi says:

    Già non mi ricordavo….Crivellaro visto che scrivi per il SOLE 24 ORE, giornale di Confindustria. Invece di scrivere della morte in alpinismo, perchè non ti preoccupi delle morti che avvengono sul lavoro.

    Forse che la morte sul lavoro è una morte giusta……..?

  14. 7
    GIANDO says:

    Ma poi nell’articolo di Crivellaro leggo “Come nel free solo, la forma di arrampicata più estrema partorita dalla nostra società dello spettacolo, anzi del selfie.”.
    A Crivellà ma che stai a dì? Ma pensi veramente che uno come Honnold faccia free solo esclusivamente per farsi immortalare e, conseguentemente, per guadagnare du soldi? Ma in che mondo vivi? E sei pure alpinista? E scrivi sta’ roba su Il Sole 24 Ore, noto quotidiano specializzato in alpinismo 😀 ? Ma per piacere..

  15. 6
    alberto Benassi says:

    Crivellaro non ti piace l’avventura? mettiti in pantofole sul divano e guarda uno dei tanti programmi di cucina.

    Pur così facendo , sappi Sig. Crivellaro che prima o poi la morte verrà a strizzarci l’occhiolino…..

    Qual’ è la morte giusta, qual’ è quella sbagliata?

    E’ sbagliato morire facendo quello che fa Honnold? Mentre è una giusta morte in un letto con la badante che ti pulisce il sedere……

  16. 5

    Piaz-Preuss un paragone stupido e senza fondamento!
    Tita diavolo spericolato e popolano che giocava col rischio lanciando corde e destra e a manca, salendo campanili (come quello di Insbruck… ) e godendo del brivido che infondevano le sue prodezze. Divertente, canzonatorio, dissacratore fino al midollo, esteta del gesto con un grande bisogno di esibizione
    Paul, introverso, “nobile” o meglio alto-borghese, serioso e pronto al confronto sul tema eroico dell’alpinismo caro ai suoi contemporanei, intento al trovare la purezza del contatto colla montagna, non schivo ma tuttavia moltissimo riservato nelle sue realizzazioni.
    Due uomini all’opposto, un paragone inesistente!
    Unico punto d’incontro, forse, Honnold, che con le sue performances mediatizzate racchiude in sè i due opposti rappresentati dai due grandi del passato.
    Aver paura di morire è aver paura di vivere, perché le uniche due certezze di questa vita sono che sei nato e che dovrai morire e non c’è spazio in alpinismo per chi non risente del fatalismo, tutto il resto sono polemiche per coprire le proprie ansie e paure, altrimenti l’alpinismo non esiste!
    Honnold è un fuoriclasse e come tale vive la sua vita, intensa e ricca di emozioni. Se non ti piace basta non guardare!

  17. 4
    Alberto Benassi says:

    non è per fare il polemico ma questo Crivellaro non è che per caso appartiene a qualche associazione segreta che vuole imporre a tutti come è la giusta visione della vita, come vada vissuta la vita, la morte giusta, la morte sbagliata….
    Ogni persona, ogni alpinista ha il diritto di vivere la propria vita come meglio crede. PUNTO!!
    Esempio sbagliato?

    Ieri sera ero a mangiare una pizza con amici. Al tavolo accanto c’era un giovane che per tutto il tempo che è stato li non ha mai tolto gli occhi dal suo cellulare. Per tutto il tempo non ha mai! scambiato una parola con gli altri che erano al tavolo con lui. In una mano la forchetta nell’altra il cellulare. Gli altri non erano ragazzi come lui. Erano i suoi genitori e amici dei suoi genitori.
    Oppure la ragazza che uccide la madre perchè per punizione questa gli vieta l’uso del cellure.
    Perchè il Sig. Crivellaro non si preoccupa di questo invece.

  18. 3

    Quando facevo solitarie integrali non era ancora l’epoca dei selfie e Pietro, se non erro, aveva da poco scritto o stava scrivendo il suo famoso articolo “Maledetta Solleder” Io delle mie solitarie non dicevo nè pubblicavo niente, ma tenevo un diario privato. Il giorno che feci il Diedro Calcagno alla Torre Castello slegato, vicino alle poche righe che scrissi nel mio diario, avevo riportato questa frase di Castaneda che mi sembra in tema con l’articolo che ho appena letto su questo blog “La morte è il solo saggio consigliere che abbiamo. Ogni volta che senti, come a te capita sempre, che tutto va male e che stai per essere annientato, voltati verso la tua morte e chiedile se è vero. La tua morte ti dirà che hai torto, che nulla conta veramente al di fuori del suo tocco. La tua morte ti dirà: “Non ti ho ancora toccato!”.
    Ora, viste 30 anni dopo, con gli occhi di chi ha i capelli ormai bianchi ed i figli all’università, potrebbero sembrare nient’altro che deliri di un ragazzino in crisi di identità. Ma la ruota gira, ora noi siam vecchi, ed Honnold è giovane. Noi scrivevamo poche righe sul diario, lui fa i video, perchè il mondo è cambiato. Non ci vedo nulla di male, le motivazioni interiori sono più o meno le stesse

  19. 2
    GIANDO says:

    Come ho cercato di spiegare recentemente, peraltro con notevole difficoltà e generando anche una sfilza di incomprensioni (peraltro a mio avviso più apparenti che sostanziali), ci sono vari modi d’intendere ed interpretare l’alpinismo. Forse bisognerebbe cominciare a porsi delle domande sull’attuale significato di tale termine, coniato in un periodo storico molto diverso da quello che stiamo vivendo, ma per il momento soprassederei riguardo a tale ultima riflessione.
    Ciò su cui invece vorrei porre l’attenzione è il fenomeno del free solo, del quale Honnold non è sicuramente il primo né l’ultimo esponente.
    Credo che molti di noi, anche coloro i quali battono il chiodo sulla sicurezza si siano lasciati prendere dal fascino di salire slegati. Chiaramente ciascuno l’ha fatto in base alle proprie capacità. Un ferratista che salga una scala di 40 metri senza moschettonare il cavo non si comporta in maniera poi molta diversa da Honnold (o Alex Huber, Bachar, Gullich, ecc.) perché se cade muore o, nella migliore delle ipotesi, si fa male (che se poi rimane paralizzato dal collo in giù è pure peggio).
    Honnold suscita scalpore per le difficoltà affrontate ma se le affronta è perché ne ha le capacità fisiche e psichiche. E’ un gioco con la morte, quindi? Saran problemi suoi ed eventualmente dei suoi familiari, non può diventare un problema collettivo a meno che non si voglia sostenere che l’americano sia un cattivo maestro.
    Su quest’ultimo punto però ci starei molto fermo in quanto di coglioni che possano pensare di emulare chi fa free solo ce ne possono pure essere ma.. in teoria, perché voglio poi vederli alla resa dei conti e cioè quando si trovano a salire per pochi metri con le gambe tremolanti. Cioè, parliamone, non è che salire slegati sia come andare ad alta velocità in macchina o in moto, c’è una leggera ma importante differenza. Quando si arrampica le cose non si svolgono in frazioni di secondo, si ha tutto il tempo di riflettere su cosa si stia facendo ed uno non si trova nel bel mezzo di una via di 7a-7b slegato senza sapere che cavolo fare, perché lo comprende fin da subito se ciò che fa è alla sua portata o meno. Insomma, non ci si può improvvisare free solisti, ci si può eventualmente arrivare dopo un percorso di un certo tipo.
    Certamente si può disquisire sui riconoscimenti che certi personaggi ottengono in ambiente alpinistico però il tutto va affrontato cum granu salis. Anche in questo caso bisogna saper distinguere e collocare le cose nel loro giusto ambito. Chi fa free solo potrebbe costituire un cattivo esempio per i giovani? Se così fosse, ma non è detto, perché non cercare di trovare il lato positivo della questione, dato, per es. (ma non solo), dall’enorme capacità di concentrazione dei protagonisti.
    Invece che perderci in finissime indagini psicologiche, sicuramente utili ma quasi esclusivamente per gli addetti ai lavori, non sarebbe meglio prendere spunto dalle cosiddette imprese di pochi eletti per puntare al raggiungimento dei nostri limiti, peraltro estremamente variabili, vivendo così pienamente la nostra vita? Personalmente è quello che ho sempre cercato di fare e posso dire non solo di essere contento ma anche di trovare continuamente nuovi stimoli per progredire, e ciò a discapito dell’età.

  20. 1
    MountCity says:

    Emanuele Cassarà, maestro di giornalismo e inventore nonché fautore delle gare di arrampicata, spiegò che “l’alpinismo si differenzia dallo sport quando il terreno ti richiede risorse, forza morale, virtù superiori”. Ma c’entra qualcosa l’alpinismo con le esibizioni adrenaliniche di Honnold?

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