La rete ha rubato il mio Pil – 2

La rete ha rubato il mio Pil – 2 (2-2)
di David Pilling

Secondo l’economista di Cambridge Ha‐Joon Chang, la lavatrice è stata un’invenzione molto più rivoluzionaria (e non perché il cestello gira in continuazione) di Internet. Perché? «La lavatrice, le condutture di gas, l’acqua corrente e tutte queste banali tecnologie domestiche hanno permesso alle donne di entrare nel mercato del lavoro, con la conseguenza che hanno cominciato ad avere meno figli, ad averli più in là con gli anni e a investire di più su ciascuno di loro, specialmente sulle bambine. Questo ha cambiato il loro potere contrattuale all’interno della famiglia e della società in generale, consentendo loro di ottenere il diritto di voto e innescando un’infinità di altri cambiamenti. Ha trasformato il nostro modo di vivere». Secondo Gordon, la tecnologia ha avuto un impatto profondo sulla società, ma questo impatto sta diminuendo. La velocità di spostamento è passata dalla carrozza a cavallo all’aeroplano, ma quella degli aerei si è bloccata una cinquantina di anni fa. L’urbanizzazione e la trasformazione della vita delle donne grazie all’invenzione degli elettrodomestici sono eventi unici.

Ha Joon Chang, economista, Cambridge

Una volta che si sono verificati, questi balzi in avanti tecnologici svaniscono rapidamente dalle statistiche. Eppure, non sembra azzardato affermare che la rivoluzione informatica trasformerà le nostre vite in modi che ancora non riusciamo bene a capire. I robot e l’intelligenza artificiale renderanno superflui molti dei lavori che svolgiamo oggi; e una vaga idea di questi cambiamenti possiamo farcela pensando ai servizi di risposta automatica e alle casse automatiche dei supermercati, che sono già diventati parte integrante della nostra quotidianità. Le auto si guideranno da sole, i pacchi arriveranno con i droni e i robot prescriveranno medicine e si prenderanno cura degli anziani. In Giappone, sono molti anni ormai che i robot vengono costruiti da altri robot. Se le condizioni essenziali per avere nuove invenzioni sono lo scambio di informazioni e la capacità di costruire su quello che è stato fatto prima («nani sulle spalle dei giganti»), allora i progressi tecnologici non possono che accelerare man mano che sempre più persone hanno accesso alle informazioni. Anche nei paesi in via di sviluppo è in costante aumento il numero di individui che hanno accesso immediato a quasi tutto lo scibile umano, uno scenario che sarebbe stato inconcepibile anche solo nel 1990. In Ruanda ci sono piani per consentire a dodici milioni di persone di accedere a un’intelligenza artificiale medica, capace di fornire consulenze sulla base dei sintomi descritti per telefono.

Domandarsi se stiamo sottovalutando la crescita tecnologica è al cuore di quello che probabilmente è il più grande enigma che la professione economica si trova davanti. In mezzo a questo proliferare di innovazione e progresso tecnologico, perché la produttività ristagna? La risposta potrebbe essere semplicemente che i miglioramenti non vengono recepiti. Certo, potrebbe anche essere che in qualche modo la tecnologia non stia portando quel salto di produttività che la gente si aspettava, ma sembra meno probabile. Questo enigma gioca un ruolo centrale nella percezione delle persone riguardo alla loro condizione. Molti, in Europa e in America, in particolare all’interno del sempre più esiguo ceto medio, sono turbati dalla stagnazione che percepiscono nel loro tenore di vita. Ma se la crescita viene sottovalutata, potrebbe essere che molti stiano meglio di quanto pensino. Se solo riuscissimo a sfruttare meglio i cambiamenti tecnologici, magari ci renderemmo conto che dopotutto le nostre vite non sono così male. In alternativa, le persone potrebbero essere scontente di altre cose, come la perdita di un lavoro appagante, l’aumento della disuguaglianza e lo sgretolamento dello spirito di comunità. Il punto fondamentale è che, su queste e altre questioni, il concetto di crescita, così come viene misurato attualmente, non migliora la nostra conoscenza.

Uno Shinkansen in stazione

Se non siete mai saliti su uno Shinkansen, un treno giapponese ad alta velocità, è difficile immaginare quanto sia spettacolare questa esperienza. Gli eleganti treni bianchi con i loro nasi comicamente allungati scivolano nella stazione con una precisione tale che i passeggeri in attesa nei punti designati della banchina, si ritrovano esattamente davanti alla porta della loro carrozza. Nel giro di pochi secondi, il convoglio riprende la corsa, sfrecciando attraverso la campagna a una velocità vicina a quella di un aereo, e ti ritrovi a guardare a bocca aperta il paesaggio che ti sfreccia davanti o ad acquistare qualche leccornia appena sfornata dalle donne che spingono silenziosamente i loro carrelli di cibi e bevande da una carrozza all’altra. Sulla tratta Tokyo‐Osaka ci sono circa 300 treni al giorno, che effettuano il tragitto di 552 chilometri in due ore e mezza, con un ritardo medio misurato in qualche frazione di secondo. È difficile dare un prezzo alla qualità. Un economista direbbe che il prezzo è qualsiasi cosa il cliente sia disposto a pagare, dal momento che il mercato trova un naturale equilibrio fra domanda e offerta. All’interno di un singolo paese, la cosa potrebbe anche funzionare, ma quando si tratta di mettere a confronto paesi diversi, in particolare in un contesto di servizi non scambiabili come un treno fra Tokyo e Osaka, il cosiddetto price test (che serve a definire il prezzo ottimale di prodotti e servizi) viene meno.

Nel Regno Unito, la prospettiva di lunghi ritardi, treni fatiscenti e panini al bacon mollicci sulla tratta Londra‐Sunderland mi atterrisce, ma non ho la possibilità di pagare di più per prendere uno Shinkansen lungo la stessa tratta. Lo stesso vale per gli Amtrak, i treni americani che si trascinano a velocità che appartengono a un altro secolo e ogni tanto sono funestati da incidenti mortali. (Neanche una persona è rimasta uccisa in un incidente su un treno ad alta velocità da quando, nel 1964, il Giappone ha lanciato il servizio). Immaginate la mia sorpresa quando mi sono imbattuto in un rapporto dei consulenti della McKinsey che denunciava l’inefficienza del settore dei servizi giapponese, treni inclusi. Perfino le migliori aziende giapponesi, diceva, raggiungevano appena l’85 per cento di efficienza del sistema americano. Era economichese puro. Per chiunque abbia preso un treno in entrambi i paesi, dire che i treni americani o britannici sono più efficienti di quelli giapponesi è un’assurdità.

Gli economisti hanno ben poco da dirci quando si parla di qualità. Le critiche sull’inefficienza giapponese erano dovute al fatto che gli economisti non stavano comparando elementi omogenei, dal momento che pochissimi paesi possono eguagliare – e nessuno riprodurre esattamente – il servizio disponibile in Giappone. Kyoji Fukao, professore dell’Istituto di ricerca economica dell’Università di Hitotsubashi, ha contribuito a fornire gran parte dei dati sul Giappone confluiti nei raffronti internazionali usati dalla McKinsey e da altri. Concorda sul fatto che i consueti parametri per misurare l’efficienza del settore dei servizi – valore aggiunto per ora/uomo e produttività totale dei fattori, che include i fattori capitale e lavoro – sono grossolani e difficili da applicare nei raffronti transnazionali. Fukao cita come esempio il settore della vendita al dettaglio giapponese, criticato per la sua inefficienza nel rapporto della McKinsey. Il parametro di base per misurare la produttività di questo settore è la quantità di prodotto che un dipendente riesce a vendere in un’ora. Secondo questo parametro, la performance della Germania è positiva: la ragione è che gli orari di apertura sono limitati e questo obbliga i clienti a fare grandi acquisti in maniera concentrata. Quella del Giappone è negativa: la ragione, in parte, è che ci sono molti piccoli negozi a ogni angolo della strada, che vendono un’incredibile varietà di prodotti. Molti sono aperti ventiquattr’ore al giorno; sono economici, ma la qualità è eccellente e sono incredibilmente convenienti, eppure in termini puramente statistici vengono considerati meno efficienti dei cavernosi ipermercati americani nei sobborghi delle grandi città. Sono esperienze non paragonabili. Fra l’altro, non è stato minimamente tenuto in considerazione il fatto che i negozi giapponesi di solito sono raggiungibili a piedi, o al massimo in bicicletta. I dati non riescono a cogliere la scomodità di dover guidare fuori città, o le «esternalità» – gli effetti collaterali non quantificati – associate a lunghe spedizioni per lo shopping: incidenti stradali, inquinamento, manutenzione delle strade, stress e perdita di tempo.

Kyoji Fukao, professore dell’Istituto di ricerca economica dell’Università di Hitotsubashi

I servizi sono per loro natura soggettivi. Se a un ingegnere viene chiesto come rendere più piacevole il servizio sull’Eurostar Londra‐Parigi, lui consiglierà di spendere sei miliardi di sterline per un nuovo binario che abbrevi di quaranta minuti il tragitto di tre ore e mezza. Se a un dirigente pubblicitario viene fatta la stessa domanda, proporrà una soluzione diversa, consigliando di assumere modelli e modelle e farli camminare su e giù per i corridoi dispensando gratuitamente bicchieri di Château Pétrus durante il viaggio: la compagnia ferroviaria risparmierà i miliardi di sterline che dovrebbe spendere per un nuovo binario e i passeggeri invocheranno un tragitto più lento. Anche senza tirare in ballo le complicazioni dei raffronti transnazionali, definire cos’è la produzione nel caso dei servizi è molto più complicato che per i prodotti manifatturieri. Come si fa a confrontare tra loro cose semplici come un taglio di capelli? C’è il taglio alla marine, corto dietro e ai lati e fatto con il rasoio elettrico, o c’è la sessione di tre ore dal parrucchiere di lusso, in cui ogni ciocca di capelli è amorevolmente scolpita e l’esperienza viene coronata da un delizioso massaggio alla testa. Ma che dire dell’arredamento del salone e dell’abilità del parrucchiere non solo a tagliare i capelli, ma anche a conversare? E non basta dire che il prezzo del taglio di capelli ti dice tutto ciò che devi sapere sulla qualità, perché il prezzo varia di anno in anno. Come fa un povero statistico a tener conto delle variazioni di prezzo da un anno all’altro – elemento imprescindibile se vogliamo che la contabilità nazionale abbia senso – se il servizio in questione è difficile da quantificare e in costante evoluzione?

E se pensate che un taglio di capelli sia difficile da valutare, provate con i servizi forniti da giardinieri paesaggisti o ingegneri informatici, ciascuno personalizzato in base alle esigenze del cliente e di fatto impossibili da confrontare. Gli istituti nazionali di statistica sono quotidianamente alle prese con questi rompicapi. Gli Stati Uniti, per esempio, per classificare i beni lavorati, che rappresentano meno di un quinto dell’economia, hanno 350 categorie, più di tutte quelle usate per classificare il settore dei servizi, che pesa qualcosa come l’80 per cento dell’attività economica. Il nostro modo di misurare la produzione è nato negli anni trenta, ma da allora la natura di ciò che produciamo è cambiata oltre ogni aspettativa. I nostri strumenti abituali per misurare l’economia non ci dicono molto sull’enorme quantità di cose che effettivamente consumiamo. Ed è un difetto non da poco, che suggerisce che dovremmo prendere le statistiche della crescita meno sul serio di quanto facciamo. Nell’agosto 2016 la Commissione europea ha pronunciato la più grande sentenza della sua storia in materia fiscale, ordinando all’Irlanda di riscuotere 14,5 miliardi di dollari di tasse arretrate dalla Apple (più gli interessi). Secondo la Commissione, la Apple aveva adottato una discutibile ripartizione degli utili che le consentiva di spostarne la maggior parte in una «sede centrale» situata nella periferia di Cork, la contea più meridionale d’Irlanda. Di fatto, sosteneva la Commissione, la Apple non era fiscalmente residente in nessun paese d’Europa, e questo le permetteva di ridurre la propria aliquota di imposizione fiscale nel vecchio continente ben al di sotto dell’1 per cento. Per la cronaca, il direttore finanziario della Apple ha definito il verdetto della Commissione europea «chiacchiericcio legale insensato», dicendo che per calcolare le imposte dovute dall’azienda di Cupertino Bruxelles aveva usato il «denominatore sbagliato e il numeratore sbagliato»; a parte questo, però, tutto il resto presumibilmente era vero.

La controversia nasce da un’accusa di evasione fiscale, ma le argomentazioni si applicano al modo in cui misuriamo l’economia, soprattutto in un’epoca in cui le multinazionali sono sempre più tentacolari e le merci che vendono sempre più intangibili. Nel caso della Apple, gran parte della questione ruota intorno alla proprietà intellettuale. Sulla carta, la filiale irlandese della Apple – un paese che rappresenta soltanto una piccola percentuale delle sue vendite – è incredibilmente redditizia perché è lì che si trovano i diritti di proprietà intellettuale del colosso informatico. Nell’era digitale, il valore di un prodotto non risiede principalmente in un bene fisico, ma piuttosto nel marchio o nel contenuto intellettuale o artistico. Anche per qualcosa di apparentemente tangibile come un motore a reazione, i clienti pagano non solo il dispositivo ma anche sofisticati contratti di servizi in cui il fornitore controlla il motore in tempo reale e ne assicura il corretto funzionamento finché non viene rottamato. Molte multinazionali sono in grado di trasferire la fonte di valore dei loro prodotti, che si tratti di proprietà intellettuale, contratti di servizio o servizi legali, in giro per le loro reti internazionali, in modo quasi naturale. Magari comprate il vostro motore a Seattle, ma le persone che provvedono a farlo funzionare per vent’anni stanno a Mumbai. Attraverso una pratica nota come transfer pricing o determinazione dei prezzi di trasferimento, una sussidiaria addebita a un’altra l’utilizzo di questi servizi immateriali e il profitto viene registrato in un unico luogo, quasi certamente quello con l’aliquota fiscale più bassa. Nel 2014 Facebook suscitò grande sdegno in Gran Bretagna quando si scoprì che pagava appena 4327 sterline di tasse, una notizia che contribuì a provocare una rivolta fiscale in una cittadina gallese dove le piccole imprese pagavano una cifra ben maggiore.

Il Pil è stato concepito nell’ottica dello Stato‐nazione, ma le imprese operano sempre di più a livello transnazionale. Il prodotto nazionale lordo, com’era chiamato originariamente, misurava ogni cosa prodotta dai cittadini di un paese, ovunque si trovassero a lavorare. Sotto l’amministrazione di George H.W. Bush diventò il più familiare Pil, che misura ogni cosa prodotta all’interno dei confini di una nazione, anche da chi non è cittadino. Il motivo di questo cambiamento risiede probabilmente nel fatto che Bush padre aveva bisogno di rafforzare le sue credenziali economiche. Passare dal Pnl al Pil fece aumentare il tasso di crescita percepito, perché includeva la produzione di società giapponesi che avevano investito massicciamente nell’industria automobilistica ed elettronica americana. In quest’era di multinazionali, quando molte società occidentali traslocano in Cina, Messico o Vietnam, avrebbe più senso usare il prodotto nazionale lordo. Fra l’altro, farebbe apparire più floride le economie occidentali e meno floride quelle dei paesi dove avviene la produzione, rispetto al nostro attuale metodo di calcolo dell’economia.

Il concetto di produzione nazionale, comunque sia configurato, diventa quasi privo di significato quando un’azienda viene registrata in un primo paese, fabbrica prodotti in un secondo, li vende in un terzo e paga le tasse (se proprio, ma proprio deve) in un quarto. Il contenzioso fiscale della Apple con l’Unione Europea è un ottimo esempio. Ma lo è anche la produzione degli iPhone della stessa Apple, che in gran parte vengono assemblati nella città di Shenzhen, nella Cina meridionale, in fabbriche di proprietà, detto per inciso, della Hon Hai, una società dell’isola ribelle di Taiwan. Il fatto che la Apple e molte altre aziende americane abbiano scelto la Cina come base di produzione è la ragione per cui gli Stati Uniti hanno un deficit commerciale così grande con quel paese. Tuttavia, la dimensione apparente del deficit commerciale – pur essendo politicamente esplosiva – non ha una grande importanza. Questo perché la maggior parte dei componenti assemblati in Cina è realizzata altrove: i microchip in Corea del Sud, i condensatori in Giappone e i processori negli Stati Uniti stessi. Non avete nemmeno bisogno di aprire un iPhone per capire cosa sta succedendo. Basta capovolgerlo e leggerete: «Progettato dalla Apple in California. Assemblato in Cina».

Un salone di bellezza

Un rapporto ha scoperto che solo il 2 per cento del costo di un iPhone va alla manodopera cinese, con il 30 per cento che finisce nelle tasche degli azionisti della Apple sotto forma di profitti. Anche qualcosa di apparentemente semplice come un opale è difficile da inquadrare con precisione. Un libro sulle Chungking Mansions, un complesso di edifici a Hong Kong pieno di pensioni da quattro soldi e negozi dove si commercia di tutto e dove converge gente da tutto il mondo per mercanteggiare, racconta uno sbalorditivo esempio di globalizzazione di fascia bassa. Tramite le Chungking Mansions opali australiani vengono spediti nel Sud della Cina, dove vengono lucidati, rimandati in Australia e venduti come souvenir ai turisti cinesi in visita in Australia (che presumibilmente li riportano in Cina). In un mondo del genere il concetto di produzione interna – la nostra definizione stessa di economia – diventa quasi privo di significato.

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La rete ha rubato il mio Pil – 2 ultima modifica: 2019-08-23T04:39:35+02:00 da Totem&Tabù

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