La rivoluzione totale – 1

Questo scritto, datato settembre 1974, ha avuto un lungo iter di compilazione il cui inizio risale a ben otto anni prima. E’ stato pubblicato poi nel marzo 1975 a chiusura del mio libro Un Alpinismo di Ricerca (prima edizione). Per essere poi escluso dalla seconda edizione.

Si può notare facilmente che a quel tempo non esisteva la netta differenziazione odierna tra libera e artificiale, non si concepiva l’uso del chiodo a pressione (l’odierno spit) come strumento che permettesse l’arrampicata libera, non esistevano le graduazioni in artificiale A0 e A5. Ma soprattutto era dai tempi di Franz Nieberl e Hans Duelfer che non si discuteva più se aprire verso l’alto la scala di difficoltà (come poi è in effetti avvenuto). La prima sede ufficiale in cui se ne parlò fu il meeting di Torino Sesto grado in Assemblea, dell’ottobre 1976.

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La rivoluzione totale – 1
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Premetto alcune definizioni

PROBLEMA
È la presentazione da parte della montagna di una doman­da, alla quale si può rispondere affermativamente o negativa­mente a seconda che, a giudizio dell’alpinista, detta formula­zione sia logica o illogica. È opportuno notare fin d’ora che la logicità o meno del problema dipende dall’uomo. Il proble­ma è una domanda cui si deve rispondere o sì o no. Quando l’uomo risponde sì, figuratamente si può dire che da quel mo­mento vi è una pratica in più da espletare. Se la pratica in seguito è espletata il problema diventa «risolto».

VIA
È l’effetto della risoluzione del problema. È quel percorso alpinistico seguito una o più volte.

IMPRESA
È il processo di risoluzione del problema, nel caso delle pri­me ascensioni. È la ripetizione del processo di risoluzione del problema, nel caso di ripetizioni sulla via già tracciata.
L’impresa oggettiva dev’essere distinta dall’impresa umana. Vedremo in seguito come la prima possa essere valutata e la se­conda no.

IL PROBLEMA
Il problema, che è tale se e solo se è ancora da risolvere, può essere logico o illogico. La storia insegna che generalmente si sono risolti solo i problemi logici in quel dato momento. Argo­mentando sul problema, ecco quali sono state, nella storia, le successive definizioni del problema logico.

1) Salire sulla vetta della montagna per il versante più facile (Cervino).

2) Salire su un versante della montagna per la successione na­turale di punti di minor resistenza (via Comici alla Grande di Lavaredo).

3) Salire un settore del versante per la successione naturale di punti di minor resistenza (via Hasse-Brandler alla Grande di Lavaredo).

4) Salire sul versante per la via più breve (le direttissime).

5) Salire sui settori trascurati (naturalmente per la successione dei punti di minor resistenza), quando la trascuratezza di­penda da un previsto incremento delle difficoltà di risolu­zione.

Quando nei tempi passati si era fermi per esempio al punto 2, i punti 3, 4, 5 erano assolutamente illogici. Oggi fermi al punto 5, consideriamo illogici gli eventuali 6, 7, ecc. Molto spesso anzi non riusciamo neppure a pensarli. In questo è anche la vita dell’alpinismo come manifestazione umana: non si può prevedere oggi ciò che si penserà o si farà domani.

Franz Nieberl
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Valutazione dell’importanza del problema logico
L’alpinismo di punta è sempre stato ed è teso alla risolu­zione del più importante problema logico. Fu ovvio il fraziona­mento in zone. Al tempo del punto 1 la zona era unica (le Alpi) e si tendeva soltanto alla conquista della vetta più alta. Poi si considerarono anche le altre vette e si ebbe la suddivi­sione in zone. Le stesse poi si divisero in gruppi, fino a con­fondersi con le montagne stesse. Al tempo del punto 2 si ebbe la stessa trafila, e così via. La mira di risolvere il problema più importante è innato nell’alpinista. Istintivamente l’uomo ha sem­pre capito quale fosse il problema più importante. Anche se due pareti sono inviolate, si capisce ad occhio quale sia la più bella, la più difficile ed elegante. Ed è raro che ci si sbagli. Le grandi tappe dell’alpinismo di tutti i tempi sono sempre state le risoluzioni di problemi, i più importanti di quel tem­po. E la storia s’incarica con maggiore precisione di valutare e svalutare, alla ricerca continua dell’esatta classificazione delle ri­soluzioni che nel tempo si sono susseguite.
Si badi che ho parlato delle risoluzioni (imprese oggettive) e non delle imprese umane, che dimostrerò non possono essere valutate.

LA VIA
Che cosa considerare per via
Una giustificazione a quest’argomento è necessaria: per evi­tare gli errori che nascono da una valutazione approssimativa o comunque a carattere sportivo, da relazioni errate e a volte mi­stificanti, occorre esprimere all’inizio una definizione.

Sono qui prese in considerazione solo vie «alpinistiche», distinguendole perciò da quelle di «palestra» o «escursionistiche», la confusione con le quali è sempre stata generata dal buon senso e dal personale gusto estetico.

Si può considerare via un percorso che abbia come meta uno dei seguenti elementi topografici: vetta, anticima, colle, spalla, forcella. Eccezionalmente meta di una via può essere un rifugio o un bivacco fisso, specie nelle salite scialpinistiche.

Per comodità a volte si parla di via composta, ad esem­pio nel caso di traversate, ma la via si considera ugualmente unica.

Un percorso alpinistico per essere via deve avere un minimo di dislivello di 50 metri (cioè più di una lunghezza di corda) e un minimo di difficoltà (in roccia di primo grado inferiore): ciò per non interessare il campo delle vie di palestra o escursio­nistiche.

Le vie escursionistiche, d’inverno, possono diventare alpini­stiche.

Hans Duelfer
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Differenziazione delle vie
La via è uguale solo a se stessa, e non esistono due vie uguali. I fattori di differenziazione di una via si possono ridurre al seguente schema di 6 elementi: A) Difficoltà tecnica, B) Difficoltà umana, C) Dislivello, D) Ambiente, E) Esposizione geografica, F) Latitudine.

S’intende qui trattare la via intesa a sé stante, senza alcun riferimento all’impresa che deriva dal percorrerla.

La cosa è possibile e utile. Si potrebbe obiettare che non è possibile disgiungere, parlando della via, i fattori difficoltà tec­nica e umana dell’uomo vero e proprio. Se è l’uomo che giu­dica, come si può fare a estraniarlo? Ciò è possibile in quanto l’uomo stima più o meno erroneamente una misura che però esiste a sé stante.

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Fattori di differenziazione delle vie
A) Difficoltà tecnica. Convenzionalmente si valutano le diffi­coltà tecniche di una via per mezzo di 6 gradi: F (facile), PD (poco difficile), AD (abbastanza difficile), D (difficile), MD (molto difficile, o TD alla francese), ED (estremamente difficile), suddivisi a loro volta nei limiti superiore ed inferiore. Intervengono quindi in pratica 18 gradi.

B) Difficoltà umana. È data da 6 fattori.
I) Continuità. È l’intensità con la quale i passaggi di una certa difficoltà si susseguono nella via. Si potrebbe mi­surare convenzionalmente in 15 gradi e quindi creare una tabella tipo (vedi tabella ALFA).
II) Sostenutezza. È la maggiore o minore quantità di punti di sosta e maggiore o minore facilità di ritirata dalla via. Si potrebbe convenzionalmente misurare in 15 gradi e quindi creare una tabella tipo (vedi tabella BETA).
III) Accessibilità. È la graduazione delle difficoltà di accesso alla via che comprenda però anche il dislivello, per semplicità. Si potrebbe misurare convenzionalmente in 15 gradi e quindi creare una tabella tipo (vedi ta­bella GAMMA).
IV) Recessibilità. È la graduazione globale delle difficoltà e dislivello che presenta la via comune di discesa. Si potrebbe misurare convenzionalmente in 15 gradi e quindi creare una tabella tipo (vedi tabella DELTA).
V) Pericolosità. È la graduazione in 15 gradi dei pericoli oggettivi che una via presenta (vedi tabella OMEGA).
VI) Artificialità. Graduazione in 5 gradi, AE, A1, A2, A3, A4 dei passaggi che non si possono superare in arrampicata libera.

C) Dislivello. Lo si valuta in metri. Una via non può avere maggiore dislivello di 4500 metri, massima dimensione hi­malayana.

D) Ambiente. L’ambiente è determinato dalla quota sul livello del mare della vetta. Essa si esprime in metri, massimo 8848, arrotondabile a 9000.

E) Esposizione geografica. Indica la maggiore o minore espo­sizione al sole di una parete, a seconda dell’emisfero ter­restre.

F) Latitudine. Indica la maggiore o minore lontananza dall’equa­tore di una vetta.

Possibilità di oggettivare i fattori di differenziazione della via
I suddetti sei fattori, dall’A alla F, sono valutati dall’uo­mo. Ma è possibile oggettivarli, astraendoli dall’errore umano. Per il dislivello e l’ambiente non ci sono problemi degni di nota, essi si misurano con strumenti; altrettanto per l’esposizio­ne geografica e la latitudine.

Per visualizzare il concetto oggettivo di difficoltà tecnica di un passaggio occorre abbandonare il tradizionale inserimento pratico dell’uomo che trova una maggiore o mi­nore facilità nel superamento e poi giudica. Occorre invece pen­sare la difficoltà come quel quanto ben preciso (purtroppo non misurabile con strumenti) che è l’integrazione della disposizione degli appigli e degli appoggi e della loro dimensione superfi­ciale e di attrito secondo il parametro fisso delle massime pos­sibilità bio-meccaniche del corpo umano. Teoricamente questo parametro esiste e non varia, ma non possiamo determinarlo. Senza di esso non si possono integrare le misurazioni (che potrebbero invece essere possibili) della disposizione e della di­mensione (di superficie e di attrito) degli appigli e degli appog­gi. In conclusione la difficoltà di un passaggio esiste come nu­mero che non è valutabile con strumenti. Lo stesso discorso vale per la difficoltà tecnica di un’intera salita, come pure per ognuno dei sei fattori che costituiscono la difficoltà umana.

Valutazione pratica della difficoltà tecnica
La più cospicua critica alla scala delle difficoltà si basa sull’osservazione che non si può stabilire l’esatta differenza ad esempio tra un passaggio di IV+ e uno di V-, proprio perché non si può astrarre il concetto di difficoltà dal fattore umano: lo stesso alpinista può giudicare lo stesso passaggio diversa­mente in due giornate diverse.

La qualifica che un passaggio sia di IV+ o di V- è tale per definizione. Cioè si definisce di IV+ o di V- quello che a detta della maggioranza e a parità di condizioni della roccia è più facile di uno di V-, ma più difficile di uno di IV. Il I- è il meno difficile di tutti, cioè al di sotto di esso non vi è più difficoltà alpinistica. Al di sopra del VI+ vi è l’impos­sibile: non solo, ma il VI+ rappresenta l’impossibile, è per defi­nizione l’impossibile che non si raggiungerà mai, il limite al quale il progresso delle difficoltà massime tende sempre più lenta­mente.

La difficoltà tecnica è misurabile con approssimazione e con una definizione di un massimo e di un minimo. Il proble­ma più difficile non è tanto il dimostrare la possibilità di va­lutazione della difficoltà, ma il trovare un sistema di calcolo comodo e soggetto minimamente a errori. Una volta si di­ceva che i gradi li potevano stabilire solo i sestogradisti, i mi­gliori. Ma è successo soprattutto il contrario e in ogni caso non è stato raggiunto un risultato unico, anche perché le varie guide hanno sempre proposto scale non omogenee, con effetto di grande confusione. Nonostante questi difetti la scala ha portato degli indiscutibili vantaggi di chiarezza.

Invariabilità teorica della difficoltà tecnica e sua variabilità in sede pratica
La montagna è variabile, le pareti presentano di giorno in giorno mutamenti a volte anche molto sensibili. E questo è il secondo argomento principale di critica alla scala delle dif­ficoltà. Se le condizioni del terreno mutano, com’è possibile graduare?

Proprio per questo si è voluto introdurre il concetto di dif­ficoltà oggettiva. Su questo piano infatti non sono gli appigli e gli appoggi che cambiano, ma la maniera in cui questi si pre­sentano all’alpinista. Agli effetti della difficoltà oggettiva non importa se oggi un appiglio è asciutto e domani è bagnato: esso contribuirà all’integrazione con gli altri suoi vicini in ma­niera uguale a prima, cioè considerando solo le loro superfici e coefficienti di attrito in condizioni normali. Siamo portati quindi ad accettare la scala di difficoltà anche per il terreno tra­dizionalmente più variabile, neve e misto. È pur vero che l’al­pinista da un anno all’altro potrà impegnarsi di più o di meno sulla stessa salita, ma questo riguarda solo l’uomo e la sua per­formance. Fissate le condizioni normali, la difficoltà oggetti­vata non varia teoricamente.

Solo nel caso che venga alterata la definizione di condizioni normali può variare la difficoltà oggettivata. E solo quindi per un intervento artificioso dell’uomo; l’esempio tipico è la chiodatura di un passaggio. Il chiodo altera le condizioni nor­mali, è aggiunto così un appiglio in più, fisso nel tempo. Varia quindi l’integrazione della disposizione e delle dimensioni e quindi la difficoltà oggettiva decresce.

La scala delle difficoltà oggettive
Occorre distinguere tra passaggio, lunghezza di corda e ascen­sione. Le difficoltà dei vari passaggi concorrono a determinare quelle delle lunghezze di corda. E queste a loro volta determinano la difficoltà della salita. Generalmente si usano i simboli F, PD, AD, D, MD, ED per le ascensioni e i numeri dall’I al VI per le lunghezze e i passaggi.

Assolutamente sconsigliabile graduare le ascensioni espri­mendo un giudizio con altri aggettivi e poi fornire altre indi­cazioni su qualche passaggio eccezionale che mal si amalgama con il resto dell’ascensione. Dire ad esempio che una tale salita è D con 2 passaggi di V rende ancora più difficile la già ap­prossimativa oggettivazione delle difficoltà, favorendo invece la solita interpretazione sportiva o comunque relativa all’alpi­nista. Questo discorso introduce la necessità di trovare un me­todo di giudizio veramente unitario e relativo solamente alla dif­ficoltà oggettiva.

Determinazione della difficoltà oggettiva
Prendiamo ora in considerazione il problema di determinare esattamente il grado di difficoltà oggettiva di un’ascensione. Si deve all’uopo disporre di una classificazione già pronta delle varie lunghezze di corda. Per semplificare si può assumere a diffi­coltà di una singola lunghezza la difficoltà del suo passaggio più duro.

Tra i vari metodi pratici considerati il più esatto è il seguen­te: ci si avvale di un grafico sulle cui ascisse si mettono i numeri di lunghezze di corda della stessa difficoltà e sulle cui ordinate si mettono le difficoltà da 1 a 18. Ad esempio un’a­scensione di 10 lunghezze di corda (2 di III+, 6 di IV, 1 di IV+, 1 di V-) si presenta disposta nel grafico nel modo rappre­sentato alla figura 1). Così disposti i tiri, si procede all’eli­minazione dei tiri non costituenti la base di una piramide. Nel caso della figura 1) si eliminano i due tiri di III+. Se si presen­tasse invece un caso come alla figura 2) non si può eliminare nulla. Nel caso della figura 3), si possono eliminare i tre tiri di IV-. Con queste eliminazioni rimane più evidenziata la caratte­ristica dell’insieme dei tiri di corda. Nel caso della figura 1) però, come anche nella 2) e 3) non è ancora ben delineata. Perciò si può operare una scomposizione di ciascun tiro in due parti. Fatto questo si riduce a grafico come prima e si studia la nuova caratteristica. La scomposizione in due di ciascun tiro si intende nei senso che (ad esempio) la lunghezza di IV+ è divisa nelle due parti principali (non a metà). Cioè se i metri della lunghezza sono 30 e in essa vi sono 1 metro di IV+, 27 di IV e 2 di IV-, il tiro viene diviso nelle due parti seguenti: la prima di IV+ e la seconda di IV. Tutto ciò per rendere più evi­denziata la caratteristica dell’insieme delle porzioni di tiro: è inutile procedere oltre nelle scomposizioni. Questo processo è necessario per la definitiva delineazione: essa si ottiene assu­mendo a difficoltà della salita quel numero delle ordinate al quale corrisponde il segmento che meno si distanzia dagli altri. Il caso più semplice si ha quando vi sono tre segmenti e cioè tre gradi tra cui scegliere.

Esempi: nel caso della figura 3), avendo eliminato i tre tiri di IV-, rimangono due tiri soltanto tra cui scegliere: è ne­cessaria quindi una ulteriore scomposizione per avere almeno tre porzioni tra cui scegliere. Infatti non sarebbe possibile scegliere né il n. 11 (IV) né il n. 12, perché entrambi sono equidistanti. Nel caso invece della figura 4 la difficoltà è data dal numero 11 (IV). Esso infatti dista 3 caselle dal segmento corrispondente al 12 e 1 casella dal segmento corrispondente al 10.

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Valutazione dell’arrampicata artificiale
La graduazione dei passaggi in artificiale, vale a dire il caso di sfruttamento sistematico dei chiodi come mezzo di progres­sione, si avvale di 5 gradi: AE, A1, A2, A3, A4, in ordine cre­scente di difficoltà. Nella scelta del grado da applicare, come dice giustamente Domenico Rudatis, non si può considerare il lavoro di chiodatura come inerente alla difficoltà oggettiva. Come nella valutazione oggettiva degli appigli e degli appoggi (arrampicata libera) non è considerato l’intervento umano, così pure nella valutazione degli appigli artificiali non si deve consi­derare il lavoro di chiodatura, interessando solo la modifica ar­tificiale al primitivo stato del passaggio.

Invece per graduare il passaggio artificiale occorre tenere conto di 4 fattori: lo strapiombo, l’obliquità della disposizio­ne dei chiodi, la sicurezza e la disposizione (più o meno co­moda) di essi. Da un esame di questi fattori, con l’esperienza, si può agevolmente determinare il grado di difficoltà artificiale.

Il chiodo a pressione
I passaggi artificiali che sfruttano un foro praticato con il perforatore si valutano con la graduazione unica AE.

Trattando del problema da risolvere ho detto precedentemente che può essere logico od illogico, attraverso lo sviluppo di 5 punti aperti ad un ulteriore VI o VII punto. Come oggi consi­deriamo illogici questi ultimi e come generalmente siano soltanto i problemi logici ad essere risolti solo dopo essere passati dal piano illogico al piano logico, ho già detto. Mi sembra evi­dente che se si vuol conservare questo meccanismo, occorre conservare una «sfera» d’illogico. Il giorno che essa scom­parirà, morirà pure l’alpinismo di evoluzione tecnica. Nel pas­saggio dal piano illogico al piano logico di un problema una delle cause più determinanti è senza dubbio il passaggio tra impossibile e possibile mediante l’ammissione di nuovi mezzi di progressione. L’ultimo di questi mezzi (attenzione, non si­stemi!) è il chiodo a pressione. Praticato il foro e infissovi a martellate il chiodino incriminato si è vinto un metro altri­menti impossibile. Si varca così una barriera pericolosa: si può salire ovunque, non esiste più qualcosa di illogico. Tutto di­venta logico in ugual misura, livellato come prodotto di con­sumo. Tutto è possibile e, con l’assassinio dell’impossibile, si è consumato pure l’assassinio dell’illogico. Ecco perché il chiodo a pressione non può essere accettato come normale mez­zo. Ormai ci siamo spinti troppo avanti sul piano logico, ab­biamo ridotto l’illogico a un esiguo campo. Il bolt inglese, il gollot francese e il nostro chiodo a pressione sono micidiali raz­ziatori dell’ultima area non alpinistica. Siamo ormai andati troppo oltre nel piano logico lasciandoci attirare, nei successivi passaggi, dai mezzi e dagli strumenti nuovi, trascurando invece altri criteri, l’estetico ad esempio o l’esplorativo. E il prezzo è stato: il trionfo del brutto sul bello, della brutalità che tira diritto sull’intelligenza che sfrutta le debolezze della struttura rocciosa. Anche l’avventura scade a livello atletico: di alpini­smo non resta più niente. Non si può accettare il chiodo a pressione senza accettare la fine dell’illogico e quindi la piani­ficazione del logico. C’è chi ha parlato di alpinismo astratto ri­ferendosi a salite artificiali, quindi di libertà: ma l’astrattismo è un tentativo condizionato di fuga. Non più creazione, ma evasione livellata.

Le recenti norme UIAA vorrebbero sancire l’esistenza, ol­tre che dell’ormai accettato AE (artificiale espansione), anche la scala A1E, A2E, A3E, A4E, compiendo un grosso errore. Infatti trattandosi di chiodi a pressione vengono a mancare tutti e quattro i fattori di differenziazione dell’arrampicata artificiale. Lo strapiombo, l’obliquità di disposizione e la disposizione non intervengono nel giudizio in quanto in teoria i chiodi a pres­sione possono essere piantati a pochi centimetri uno dall’altro. Anche la sicurezza non interviene perché il chiodo a pressione può servirsi di un foro più lungo e quindi più sicuro nel caso di roccia sfaldata. Fermo restando che non si può considerare il lavoro di chiodatura come inerente alla difficoltà.

Willo Welzenbach
Willo Welzenbach

Determinazione della difficoltà artificiale
È stata proposta, motivata e usata l’equivalenza del pas­saggio di IV, V, VI grado rispettivamente con il passaggio di A1, A2, A3, e addirittura del VI+ con l’A4. Lo si legge perfino su una delle guide-testo, la Vallot del Gruppo del Monte Bianco. Ci vuole poco, con queste premesse errate, a parlare del tanto fa­moso ed esecrato «sesto grado artificiale». Questa espres­sione, che si avvale dell’uguaglianza VI=A3 è un nonsense, un connubio di due definizioni che non possono essere acco­state. Il «sesto» vuol dire «passaggio in libera estremo» e basta, allargarne il significato accostandolo allo sforzo, sia pure grande, che si compie sull’A3 significa scontrarsi contro il prin­cipio di non personalizzazione della difficoltà tecnica: un’in­tegrazione di appigli e appoggi estrema non può essere para­gonata ad un’integrazione di chiodi infissi. Non solo, ma l’er­rore investe pure il piano sportivo, atletico: sfido chiunque a dimostrare che il passare da una staffa all’altra per 40 metri, su difficoltà di A2 possa essere anche lontanamente paragonato all’arrampicata di V grado sulla stessa distanza.

È inutile qui dilungarsi sulla ricerca di un metodo con il quale esprimere la difficoltà di un passaggio artificiale: essa si troverà con l’esperienza, valutando tutti e quattro i fattori di differenziazione dell’arrampicata artificiale prima elencati.

Appartenenza dell’artificialità alla difficoltà umana
Non rientrando l’artificiale nel novero delle difficoltà tec­niche, proprie solamente dell’arrampicata libera, senza cioè l’in­tervento artificioso dell’uomo, essa rientra nella categoria delle difficoltà umane che valuta invece le caratteristiche dell’inse­rimento dell’uomo in una particolare struttura rocciosa.

L’artificialità è l’ultimo fattore di differenziazione della difficoltà umana dei sei precedentemente esposti (continuità, sostenutezza, accessibilità, recessibilità, pericolosità, artificialità).

Il limite massimo delle difficoltà non è raggiungibile
È il massimo grado della difficoltà tecnica. Come tale non è raggiungibile; solo nel corso delle prime ascensioni, cioè nelle imprese oggettive in cui si proceda alla risoluzione del proble­ma, ci si avvicina ad esso.

Un’obiezione appare subito evidente: se ci si avvicinasse al limite massimo delle difficoltà solo nel corso delle prime ascensioni, ciò introdurrebbe nel concetto di difficoltà ogget­tiva l’elemento umano: tutto il discorso sull’integrazione della disposizione degli appigli e degli appoggi e della loro dimensio­ne di superficie e di attrito secondo il parametro fisso delle massime possibilità biomeccaniche del corpo umano, che era pos­sibile solo con l’astensione del giudizio umano e sportivo, crol­lerebbe.

In realtà invece l’elemento umano può ancora essere esclu­so e quindi può essere conservato il principio della difficoltà oggettiva: occorre pensare che esiste una difficoltà di applica­zione sul passaggio estremo del parametro fisso delle massime possibilità biomeccaniche del corpo umano. Sul passaggio estremo l’integrazione della disposizione degli appigli e degli appog­gi e della loro dimensione di superficie e di attrito è scono­sciuta in caso di prima ascensione. A rigore la difficoltà di ap­plicazione è maggiore anche nel caso di difficoltà non estreme, ma in questo caso (ed è il caso dei gradi inferiori al VI) la differenza non è così sensibile e matematicamente importante.

In pratica l’elemento che valorizza a passaggio «quasi al limite» è «difficoltà di conoscenza», cioè pura difficoltà di applicazione del parametro fisso delle possibilità biomeccaniche del corpo umano. Nelle seconde ascensioni, in cui la difficoltà di applicazione non è più sensibile, automaticamente non si conserva più l’incremento e la via è leggermente svalutata.

Questo limite massimo delle difficoltà, a rigore, non è rag­giungibile. Altrimenti non sarebbe un limite. Ci si avvicinerà sempre di più senza mai raggiungerlo. Welzenbach commise un grave errore teorico stabilendo il grado massimo della sua scala e di seguito associandolo alla via Solleder del Civetta.

Oggi si è nella situazione che le difficoltà di arrampicata li­bera, non solo della Solleder ma pure di altre vie estreme, sono state superate. Qualcuno ha proposto un settimo grado. Più normalmente si è proceduto alla retrocessione al quinto grado di alcune vie estreme e non soltanto per questioni di chiodatura. Tutto sarebbe stato più semplice se non vi fosse stato l’errore teorico di Welzenbach: non attribuendo la qualifica di limite a una salita, si sarebbe lasciato spazio ad altre più difficili. Oggi quindi si è costretti, se si vuole salvare il salva­bile della Scala Welzenbach e quindi lasciare inalterato il li­mite a VI+, a correggere l’errore, specificando che il VI+ non lo si raggiungerà mai, ma si tenderà ad esso.

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Inutilità ed erroneità di un settimo grado
Nella valutazione della difficoltà tecnica oggettiva abbiamo sempre trasceso il giudizio umano, pretendendo un’esistenza teorica di una misurazione indipendente dall’uomo. Anzi, ave­vamo premesso l’invariabilità del parametro delle massime pos­sibilità biomeccaniche del corpo umano. A questo punto occor­re introdurre la funzione dei mezzi. Dagli scarponi alle scarpette a suola ultraderente, dal pane e formaggio alle pillole ci si è sempre serviti di mezzi, sempre migliori. Il limite psicofisico non è mai progredito, solo i mezzi. Questi hanno reso possi­bile il superamento dei gradi massimi, ma da quando si rag­giunse ciò che fu definito VI superiore si è verificata la tenden­za inversa: ogni grado inferiore assorbiva, a ogni nuova tappa, la sua particella di nuovo incremento e il fenomeno continua ancora oggi irreversibilmente. E i progressi sono così minimi da rendere inutile l’introduzione di un VII inferiore.

La situazione è la seguente: se si perfezionano i mezzi, si ha un lieve incremento di difficoltà oggettiva, ma a tal punto minimo da essere assorbito nel VI con l’effetto di accrescere la porzione di valore di ciascuno dei gradi intermedi. Se invece si diminuiscono i mezzi, la difficoltà oggettiva non ha nessun incremento in assoluto (bensì solo relativo alla via in questione) e ciò che aumenta è la difficoltà umana (diminuzione di arti­ficialità) e questo non riguarda la determinazione della difficoltà oggettiva.

Occorre riconoscere che l’introduzione di un VII grado è una tentazione assai forte, ma erronea. Perché: a) I progressi tecnici sono minimi e possono essere assorbiti dagli altri gra­di intermedi. Anche Rudatis afferma che «il limite del possi­bile non è dato dalla cessazione del progresso, ma dalla impos­sibilità di poterlo riconoscere»; b) Si cadrebbe nell’errore di con­cedere alla sportività, cioè al gusto del record, il potere di spo­stare la difficoltà oggettiva dal puro insieme di appigli e ap­poggi al piano umano. E ciò che riguarda il progresso umano lo vedremo in seguito.

Giova ricordare che, se si è assunto a limite delle possibili­tà umane il VI+, ciò è stato per una semplice questione di de­finizione. Si poteva anche assumere VII, VIII o V o addirittura l’in­finito. Non assumendo a limite l’infinito, e quindi introducen­do il settimo grado e poi l’ottavo eccetera, chi garantirebbe sulla necessaria equidistanza tra i vari gradi? Chi potrebbe as­sicurare che la differenza tra un VI+ e un VII- sarebbe uguale alla differenza tra un IV e un IV+? Assumendo a limite invece il VI+, mai raggiungibile, si può comprimere quanto si vuole la scala dei sei gradi. Ogni grado intermedio assorbirebbe una sua (equamente divisa) porzione di nuova difficoltà. Ciò però comporta un continuo aggiornamento dei gradi da 1 a 5. Gli americani hanno adottato una scala che va da 1 a 6. Ma arrivati al 5, contano 5,8 e poi 5,9 poi… 5,10… fino attual­mente al 5,14. Con ciò lasciando aperta la strada al limite.

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DETERMINAZIONE DEL VALORE DI UNA VIA
Premesse all’estrazione del valore matematico

Sei sono i fattori che differenziano una via.
A) La difficoltà tecnica si misura in sei gradi, con i rispettivi inferiore e superiore. Quindi i gradi effettivi sono 18.

B) La difficoltà umana ha sei elementi:
I) Continuità, in 15 gradi
II) Sostenutezza, in 15 gradi
III) Accessibilità, in 15 gradi
IV) Recessibilità, in 15 gradi
V) Pericolosità, in 15 gradi
VI) Artificialità, in 15 gradi (stabilendo per comodità AE =1…3, A1= 4…6, A2= 7…9, A3= 10…12, A4 = 13…15).

C) Il dislivello si misura in metri con massimo di 4500.

D) L’ambiente si misura in metri, con massimo di 9000 appros­simato.

E) L’esposizione geografica è data dai punti cardinali.

F) La latitudine è data dai gradi dell’angolo con l’equatore.

Un metodo empirico tra i vari considerati potrebbe essere il seguente. Prendiamo in considerazione i massimi per i punti A), B), C), D). Si ha rispettivamente 18, 90 (15 X 6), 4500, 9.000. Procediamo ora all’unificazione delle unità di misura. Cercando un numero che sia multiplo o sottomultiplo dei pre­senti. Il numero 90 è multiplo di 18 e sottomultiplo di 4500 e 9.000.

Dal mio diario: esempio di calcolo del Valore Matematico di una via
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Applicazione pratica di estrazione del valore matematico
Consideriamo una via qualsiasi, ad esempio lo spigolo nord del Pizzo Badile, nelle Alpi Centrali.

A) Difficoltà tecnica = D inf = 10 (nella scala da 1 a 18). Poiché 18, per essere uguagliato al termine di misura 90, deve essere moltiplicato per 5, così anche 10 deve essere moltiplicato per 5. Quindi 10 x 5 = 50. 50 è perciò la difficoltà tecnica della via in questione

B) Difficoltà umana. La continuità (da tabella ALFA) è 8; la sostenutezza (da tabella BETA) è 8; l’accessibilità (da tabella GAMMA) è 3; la recessibilità (da tabella DELTA) è 7; la pericolosità (da tabella OMEGA) è 1; l’artificialità è 0 (nessun passaggio in artificiale). Il totale è 27, che non deve essere moltiplicato, perché i massimi dei fattori (espressi in 15) assommati danno già 90. Pertanto 27 è la difficoltà umana della via in questione.

C) Dislivello = metri 900. Perché 4500 sia uguagliato a 90 occorre dividere per 100 e moltiplicare per 2. Perciò 900:100 = 9; 9 x 2=18. Pertanto 18 è il dislivello del­la via in questione.

D) Ambiente = metri 3308 (vetta del Pizzo Badile). Per­ché 9000 sia uguagliato a 90, occorre dividere per 100; 3308:100 = 33. Pertanto 33 è l’ambiente della via in que­stione.

Sommando 50 + 27 + 18 + 33 si ha 128. Questo valore può essere chiamato valore matematico approssimativo. Esso ri­sulta dalla somma di 4 dei 6 fattori che differenziano una via, unificati in un’unica unità di misura.

È evidente che, se si prende in considerazione un’altra via che abbia valore matematico approssimato 128, ma che sia esposta a Sud, invece che a Nord, il suo VM (valore matematico) deve essere inferiore a 128. Ma di quanto? In termini empirici si può ragionevolmente osservare che:

a) per vie che hanno il punto d’arrivo inferiore ai 2000 metri sul mare non servono queste distinzioni se non nella stagione invernale;

b) per vie che hanno il punto d’arrivo tra i 2000 e i 3500 metri:
– una via a N supera di 4 unità di VM una via a S;
– una via a NW o NE supera di 3 unità di VM una via a S;
– una via a W o E supera di 2 unità di VM una via a S;
– una via a SW o SE supera di 1 unità di VM una via a S;

c) per vie che hanno il punto d’arrivo tra i 3500 e i 4800 metri, tutti gli additivi del punto b) vengono raddoppiati.

d) esulando dal campo alpino, si richiederebbe uno studio più approfondito per via della differenza di emisferi e altre com­ponenti climatiche.

e) anche per la stagione invernale vi sono degli ulteriori additivi che qui non è il caso di precisare.

Per ciò che riguarda la latitudine si devono aggiungere ulte­riori additivi più ci si avvicina ai poli Nord e Sud, ma anche su queste questioni non è il caso di soffermarsi.

Occorre anche fare attenzione alla possibilità di alcuni erro­ri. Ad esempio nel caso di traversata in cresta orizzontale il di­slivello è zero e occorre quindi una correzione; oppure nel caso di uno spigolo a SE o SO la regola di cui al punto b) vorrebbe un additivo di 1. Però è evidente che uno spigolo a SE o SO non presenta alcuna differenza climatica nei confronti della parete S; anche nel caso delle vie composte non è tutto facile da calcolare; non si può certo fare la semplice somma dei VM delle due vie componenti.

Per concludere l’esempio del Pizzo Badile, lo spigolo nord ha un valore matematico approssimativo di 128. A questo si ag­giunga l’additivo 4 (vedi punto b): si ha il VM definitivo che è 132.

Incompatibilità del VM con i punti
Appare chiaro che il VM, quantità geometrica di una via, non ha nulla a che fare con il numero dei punti che uno scalatore potrebbe totalizzare percorrendola. Infatti i VM delle vie non possono essere sommati (mentre il punteggio deve assolvere pro­prio quello scopo).

Variabilità del VM
Giova ripetere ancora una volta che abbiamo finora conside­rato la via come a se stante e astratta nelle sue migliori condizioni, indipendentemente quindi da quanto impegnativa secon­do le condizioni in cui possa trovarla una cordata. Ma anche la via ha una vita propria: appigli che si sfaldano, chiodi presenti in più o in meno, ecc. Generalmente capita che nella storia di ogni via le difficoltà tecniche e umane diminuiscano per la presenza di un numero maggiore di chiodi. Anche il VM ha quindi una sua sto­ria: dal VM originario gradatamente si passa al VM attuale, generalmente inferiore.

D’inverno il VM aumenta, a causa dell’aumento delle diffi­coltà tecniche e umane e del mutato ruolo dell’esposizione geo­grafica.

Tabelle proposte
ALFA
1 Pelmo via normale – Ciarforon, via normale.
2 Grande di Lavaredo, via normale – M. Bianco, via del Col du Midi.
3 Aig. Noire, via normale – Grivola, cresta nord.
4 Piccola di Lavaredo, via normale – M. Bianco, Sperone della Brenva.
5 Grandes Jorasses, via normale – Gran Paradiso, parete nord­-ovest.
6 Tofana di Roces, via Dimai – Monviso, canalone nord.
7 Crozzon di Brenta, spigolo Nord – M. Blanc du Tacul, canalone Ravelli.
8 Pizzo Badile, spigolo nord – Tour Ronde, parete nord.
9 Sass Pordoi, via Fedele – Aig. Verte, couloir Couturier.
10 M. Agner, via Jori – Dent d’Hérens, parete nord.
11 Aig. Noire, cresta sud – Les Courtes, parete nord.
12 Pizzo Badile, via Cassin – Cervino, parete nord.
13 Pic Gugliermina, via Gervasutti – Les Droites, parete nord.
14 Roda di Vael, via Eisenstecken – Pilier d’Angle, via Nominé.
15 Aig. du Fou, via Harlin – Petit Dru, canale nord, via Cecchinel-Jager.

BETA
1 Pelmo, via normale.
2 Cima Grande di Lavaredo, via normale.
3 Sasso Lungo, via normale.
4 Tofana di Roces, via Dimai.
5 Aiguille Noire, via normale.
6 Breithorn, Kleine Triftjgrat.
7 Sass Pordoi, via Fedele.
8 Pizzo Badile, spigolo nord.
9 Aiguille Noire, cresta sud.
10 Pizzo Badile, via Cassin.
11 Grivola, parete nord-est.
12 Monte Bianco, via della Poire.
13 Mont Blanc de Cheilon, parete nord, via Steinauer.
14 Petit Dru, canale nord, via Cecchinel-Jager.
15 Pilier d’Angle, parete Nord, via Nominé-Cecchinel.

GAMMA
1 Cime di Lavaredo, pareti nord.
2 Torri del Vajolet.
3 Pizzo Badile, spigolo nord.
4 Grandes Jorasses, via normale.
5 Aiguille Blanche, parete nord.
6 Grandes Jorasses, parete sud.
7 Pilier d’Angle, parete nord.
8 Attacco himalayano o extra-europeo.



15 Attacco himalayano o extra-europeo.

DELTA
1 Marmolada.
2 Torri del Vajolet.
3 Campanile Basso.
4 Sassolungo.
5 Pizzo Bernina.
6 Pizzo Roseg.
7 Pizzo Badile.
8 Grandes Jorasses – Cervino.
9 Terza Pala di San Lucano.
10 Pilier d’Angle.
11 Discesa himalayana o extra-europea.



15 Discesa himalayana o extra-europea.

OMEGA
1 Tour Ronde, parete nord – Pizzo Badile, spigolo nord.
2 Monviso, canale nord.
3 Cima Grande di Lavaredo, via Dibona.
4 Pizzo Badile, via Cassin.
5 Stevia, via Vinatzer.
6 Sasso Cavallo, via Gabriel-Livanos.
7 Cervino, parete nord.
8 Pilier d’Angle, parete nord.
9 Eiger, parete nord.
10 M. Bianco, vie Major e Poire – Scarason, parete nord-est.
11 Pericolosità oggettiva himalayana o extra-europea.



15 Pericolosità oggettiva himalayana o extra-europea.

(continua, vedi https://www.gognablog.com/la-rivoluzione-totale-2/)

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La rivoluzione totale – 1 ultima modifica: 2017-02-09T05:50:49+01:00 da GognaBlog

2 pensieri su “La rivoluzione totale – 1”

  1. 2
    Alessandro Gogna says:

    Hai ragione, Marcello, a chiederti perché nella seconda edizione questo “trattatello” è stato tolto (a favore di altri scritti biografici aggiunti all’inizio del libro). A distanza di tanto tempo ricordo come una specie di pudore, un ritirarmi provvisoriamente dalla nuova idea dilagante, appunto quella del settimo grado. Mi sembrava inopportuno (forse importuno) insistere. E proprio a distanza di tanto tempo mi sento ora così “sollevato” da riproporre una pietanza fredda e immangiata, forse immangiabile. Un cold case, insomma, del cuor mio. So bene che non avevo torto, alla fine. Ma occorre leggere molto bene la seconda parte.

  2. 1

    L’avevo letto a suo tempo (nella prima edizione, che ho ancora) e mi aveva fatto venire mal di testa. Rileggendolo ora, a distanza di piú di 40 anni, mi ha fatto lo stesso effetto.
    La seconda edizione ne è stata privata perché nel frattempo era uscito Settimo grado di Messner (1982?) o per quale altro motivo?
    Ciao.

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