La rivoluzione totale – 2

La rivoluzione totale – 2 (2-2)
(finito di scrivere nel 1974)

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L’impresa oggettiva
Condizioni oggettive e soggettive dell’impresa oggettiva
Abbiamo già visto come l’impresa, che è il procedimento risolutivo di un problema alpinistico, debba essere distinta in oggettiva e umana. L’impresa oggettiva è determinata da due tipi di condizioni: le condizioni oggettive e soggettive.
Le condizioni oggettive non sono altro che la via su cui si svolge l’impresa e quindi sono misurabili con il VM della via stessa.
Le condizioni soggettive sono il tipo di applicazione del­l’uomo alla via e riguardano l’investigazione sui mezzi, metodi e principi con cui la via viene affrontata dall’alpinista.

Mezzi, metodi (sistemi) e principi
Sono le condizioni soggettive dell’effettuazione di un’impre­sa alpinistica. Sono gli usi e costumi della tradizione alpini­stica, cui spesso se ne sono aggiunti degli altri, suscitando sempre e inevitabilmente polemiche a non finire. Non tenen­do presente una cosa, di fondamentale importanza. Quando si introducono nuovi usi, cioè si cambiano le regole, è solo per soddisfare un’esigenza fondamentale nell’uomo, quella di cer­care sempre il proprio limite. Ma siccome il limite psicofisico, e questo lo dico contro la Scala di Welzenbach e le teorie di Domenico Rudatis, è stato raggiunto subito, fin dai tempi di Balmat e Paccard, che s’impegnarono allo spasimo fisicamente e psichicamente per raggiungere la vetta del Monte Bianco, l’uni­co limite ancora da raggiungere era ed è quello oggettivo. E in questa ricerca era ovvio che il limite psicofisico dovesse ri­manere intatto, di modo che tutto quello che c’era da cam­biare riguardava unicamente i mezzi. Così la corda, i chiodi, le staffe, le varie manovre. Non si raggiunse prima della guerra questo limite, e nemmeno oggi lo si è raggiunto. In esso era insito un tranello. Se, come ho detto prima, per raggiungere que­sto limite, occorreva ottenere un continuo e progressivo miglioramento e perfezionamento dei mezzi, v’era il pericolo che non più il mezzo s’adeguasse solamente alla salita, ma la sopra­vanzasse, e che diminuisse cioè il limite psicofisico, che invece avrebbe dovuto rimanere integro nel suo estremo. Il chiodo ad espansione fu il prodotto di questa trappola, o per lo meno sembrò. La parete non è superabile con i mezzi odierni? Inven­tiamo allora il chiodo ad espansione e forse passeremo.

L’uomo di fronte al problema se:
1) cercare qualcosa di oggettivamente più difficile (e quin­di affinare la tecnica e quindi cercare nuovi sistemi);
2) oppure limitarsi a un’uguale difficoltà tecnica (e perciò eliminare parte dei mezzi e cercare sempre di avvalersi il più possibile solo delle proprie doti naturali);

ha quasi sempre preferito la prima soluzione, essendo infatti assurdo, per esempio, se prima si arrampicava con le calzatu­re, togliersele per avere più difficoltà. Anche in questo caso pe­rò ci si è orientati: basti citare il caso delle salite solitarie, op­pure alla sempre più frequente schiodatura integrale effettuata dai giovani nelle varie palestre inglesi, francesi o americane, dove all’artificiale si sostituisce dopo molti tentativi la libera, oppure l’assicurazione con i dadini a incastro (nut). Dimi­nuendo i mezzi però non aumenta la difficoltà tecnica in asso­luto (ma soltanto quella relativa alla via); aumentano invece in gran misura le difficoltà umane (diminuzione di artificialità, aumento di continuità). Nella prima soluzione, l’alpinista deve quindi, per mantenere il livello e i valori delle imprese pre­cedenti, affrontare qualcosa di più difficile, affidandosi però nel contempo a più larghi mezzi.

E così l’alpinismo è progredito per molto tempo, fino a che non ci si è accorti che, a furia di allargare i mezzi tecnici (e tra questi comprendo le finezze sempre maggiori dell’arram­picata libera e artificiale, i chiodi ad espansione, e i metodi ancora più moderni del cordino di collegamento con la base, della salita attrezzata e himalayana), si correva il rischio di annullare la difficoltà stessa.

Quindi l’alpinista si è trovato di fronte a un punto morto. Se trovava la difficoltà superiore alla precedente, superabile soltanto con determinati mezzi, poteva anche, per colpa di que­sti, non raggiungere i livelli e i valori delle imprese preceden­ti, ciò che era invece il suo scopo principale.

Apparve però chiaro che:
a) nel raggiungimento del limite oggettivo delle difficoltà alpinistiche, il limite psicofisico doveva rimanere immutato al suo più alto livello. Se ciò non si fosse verificato, si sarebbe fatto un passo avanti verso il limite oggettivo, ma non ci si sarebbe messi alla pari di coloro che fecero le grandi imprese, e non sa­rebbe stata quindi soddisfatta l’esigenza fondamentale dell’uomo;
b) occorre dunque, nella ricerca dei nuovi mezzi, limitarne la consistenza esattamente a quel punto al di qua del quale vi è l’impossibilità dell’impresa stessa, e al di là una diminuzione, voluta o non voluta, dell’impegno psicofisico.

Il metodo himalayano sulle Alpi
Obiezione. La sua adozione non costituisce evoluzione al­pinistica e non è aderente allo spirito tradizionale dell’alpinismo, perché:
1) le Alpi non hanno le dimensioni dell’Himalaya;
2) si spezza la salita in più tempi, salendo le varie riprese mediante i tratti precedentemente attrezzati;
3) si riduce o si an­nulla l’autosufficienza della cordata o delle cordate mediante cordino di collegamento con la base, o impianti di corde fisse, o squadre di rifornimento.

Risposte.
1) Ammesso e non concesso che sulle Alpi non vi siano montagne di dimensioni pari alle extraeuropee, è vero che quest’ultime presentano maggiori difficoltà d’accesso e lo­gistiche: le loro dimensioni sono dunque in generale enorme­mente superiori a quelle alpine. Intendendo cioè il sostantivo «dimensione» non soltanto come «misura aritmetica», ma come «misura dell’ambiente in generale». Allora, se si ammet­te che nella dimensione subentrino anche concetti come «diffi­coltà d’accesso, d’ambiente e simili», occorre parimenti ammet­tere che è intrinseca alla dimensione anche la difficoltà ogget­tiva della parete da superare. La difficoltà maggiore si può con­trapporre alla grandezza maggiore. Se la seconda giustifica l’u­so del metodo himalayano, perché non può giustificarlo anche la difficoltà, posto che sia ripetutamente provato essere que­sta superiore a tutte le precedenti fino ad ora affrontate e su­perate?

Con quale diritto si prende in considerazione un solo ele­mento di differenziazione, e si trascura l’altro? Non c’è nessuna giustificazione logica nel trascurare, nel concetto di dimensione, la difficoltà oggettiva.

Il ragionamento è corretto, ma ancora non vuole rispondere all’obiezione n. 1), bensì si limita a giustificare l’uso del me­todo himalayano anche sulle Alpi da un punto di vista logico, senza difenderlo dall’accusa di involuzione.

L’evoluzione invece è assicurata dai seguenti fatti:
a) le salite che si affrontano con questo metodo sono sempre prime ascensioni o prime invernali;
b) i precedenti tentativi falliti provano l’impossibilità di superamento con il metodo alpino;
c) la vocazione dell’uomo di superare l’ancora più difficile con mezzi sempre maggiori e con nuovi sistemi da lui inventati.

In più il metodo himalayano non è stato applicato istan­taneamente, ma a gradi, a cominciare dalle prime guide che la­sciavano attrezzati i vari passaggi difficili per poter poi compie­re l’ascensione con il cliente, a continuare fino a Comici e le sue corde fisse sulla Grande di Lavaredo, al cordino di collega­mento con la base usato da Cassin sulla Ovest di Lavaredo, ai vari tratti lasciati attrezzati e risaliti poi il giorno dopo, vedi Oppio al Croz dell’Altissimo, Bonatti sulla prima invernale del pilastro della Walker, solo per citare alcuni casi, noti e meno noti.

Tutto ciò si ricollega alla tradizione nell’evoluzione della tecnica; l’appiglio, l’appiglio piccolissimo, la ruga impercettibi­le; poi il chiodo, il chiodino, la staffa; lo scarpone a chiodi, la suola elasticamente rigida e ultramoderna; evoluzione nel metallo dei chiodi e moschettoni e nel materiale delle corde, che danno ora la sicurezza matematica di poter volare e quindi arrischiare di più; la tecnica di assicurazione studiata, migliora­ta, scientifica: dopo i mezzi, i metodi, ed eccoci al metodo himalayano. La continuità c’è; e se il progresso porta a una sempre maggiore meccanicizzazione e all’alpinismo scientifico, al cibo in pillole ed alle radio, non deve essere uno scandalo. Da Icaro ai fratelli Wright, alla turboreazione, alle astronavi. Yuri Gagarin è un grande come i fratelli Joseph Michel e Jacques Étienne Montgolfier.

2) Domenico Rudatis ha detto: “Se dividiamo la maratona in due tempi, la falsiamo, ne distruggiamo il valore sportivo. In poche parole, non corriamo più la maratona; se in alpini­smo si seziona una salita in più tempi, si viene a distruggere il valore dell’impresa, che anzi non è più tale“.

Il ragionamento sarebbe giusto se alla maggiorazione delle difficoltà oggettive si potesse adeguare perfettamente la capacità psicofisica dell’uomo, alla stessa velocità e fino a tempo inde­terminato. Purtroppo non è così e, oltre un determinato pun­to estremo, raggiunto già da Balmat e Paccard nel 1786, l’uomo non può andare e deve perciò aumentare i mezzi e perfezionare i metodi.

Cioè, finché si continuasse a correre la maratona normal­mente, spezzandola in più riprese, non vi sarebbe più impresa sportiva. Ma quando si deve correre la maratona con uno zai­no di trenta chili sulle spalle (aumento di difficoltà oggettiva), il classico percorso di 42 km e rotti non può più essere umanamente percorso tutto d’un fiato negli stessi tempi. E i casi sono due: o si ri­nuncia alla corsa così modificata, (fine dell’evoluzione al­pinistica e quindi dell’alpinismo), oppure la si spezza in più tempi (metodo himalayano). L’impresa che ne risulta è di tut­t’altro tipo della precedente, ma non meno impegnativa e risolu­tiva di un determinato problema.

3) E passiamo al terzo punto, l’autosufficienza. Si dice: se ci si mette nella condizione di poter tornare quando lo si voglia, è conservata la difficoltà, ma non il rischio dell’isolamento (cioè si rinuncia a una delle componenti prin­cipali dell’alpinismo, facendolo decadere a puro sport).

Invece il rischio c’è sempre, anche se di diversa natura il filo che lega al mondo è sempre molto esile, e si può facil­mente spezzare, e allora è la fine quasi sicura. Ciò che l’alpini­sta prova in quell’ambiente terribile è pari solo a ciò che pro­vava l’alpinista precedente in un ambiente di minor soggezio­ne, senza legami con il basso. Ci si sente piccoli, costretti a usare mezzi eccezionali per difficoltà eccezionali. Non basta più il coraggio neppure del più grande alpinista; l’autosufficienza non è più raggiungibile.

Si è in un ordine superiore di difficoltà oggettiva. Se il con­cetto di mauvais pas era già stato abbondantemente superato, qui si supera anche quello di difficoltà estrema, del «capocor­data», dei «tiri di corda», del «bivacco al punto massimo rag­giunto». Spesso si arriva alla notte in posizioni assurde. Lo stesso bivacco sulle staffe è categoricamente impossibile, per via dei chiodi che si staccano o delle slavine a ripetizione o di altre contingenze. Occorre poter tornare indietro. E questo non una sola volta, ma per tutta la salita, perché su tutto il per­corso o quasi si ripetono le stesse condizioni di impossibilità di bivacco.

Crolla il concetto di «capocordata», perché bastano a volte venti metri al giorno in testa per pregiudicare il suo rendimento il giorno dopo. Non è vero che si possa raggiungere in questo modo il cosiddetto settimo grado, perché per definizione il se­sto superiore è già il massimo; ma un conto è fare un metro di sesto superiore, un conto è viverci sopra per centinaia di me­tri. Ecco le ragioni per cui è impossibile l’autosufficienza inte­grale.

L’aggettivo «integrale» non è messo lì a caso. Il metodo himalayano ha varie forme più o meno spinte. L’adozione di una piuttosto che dell’altra non deve dipendere dai mezzi eco­nomici a disposizione: dipende dalla maggiore o minore com­plessità del problema. Nel metodo himalayano ci può essere il cordino di collegamento con la base e possono mancare le corde fisse; ci può essere il radiotelefono e mancare la squadra di ri­fornimento. Ci possono o no essere i campi intermedi, e così via. Tutto ciò dipende dal problema previsto, e soprattutto dal­la coscienza e maturità alpinistica di chi si prepara ad affron­tarlo. Ciò che era già vero anche prima del metodo himalayano. Un alpinista che non abbia raggiunto il massimo possibile con il metodo alpino, inutilmente si potrà accingere a pensare ai problemi più grossi di lui. Li risolverà già male in teoria, e quindi in pratica o non otterrà niente, o farà del lavoro in mon­tagna.

Occorre che l’alpinista che s’accinge a usare particolari accorgimenti in una prevista grande impresa si serva sempre e solo dei mezzi strettamente necessari, affinché la tecnica non soffochi la difficoltà, ma la limiti esattamente a quel punto, in cui si potrà parlare di grande impresa, al di qua del quale egli barerebbe, e al di là rischierebbe il suicidio.

Il processo del metodo himalayano sulle Alpi non è irre­versibile e non esclude l’altro metodo. Se viene effettuata una prima invernale con mezzi eccezionali e di sensazione immedia­ta, può darsi che dopo pochi anni si rifaccia la stessa invernale con mezzi meno percettibili a prima vista. Invece che le corde fisse, ci saranno il cibo in pillole, o gli scarponi a prova di congelamento, o le tute termiche. E con tutto questo nuovo equipaggiamento può darsi che si riesca, in pochi giorni e in autosufficienza, là dove pochi anni prima occorrevano altri mezzi. Certo non ci sarà paragone tra le due imprese, come tra tutte le imprese fatte in epoche diverse, ma ambedue sa­ranno delle tappe nella storia dell’alpinismo, e la seconda com­pleterà e arricchirà la prima.

Voglio concludere dicendo degli orizzonti vastissimi che apre questo metodo. L’alpinismo sulle Alpi pareva chiuso: ora in­vece l’ultimo problema è più lontano dalla risoluzione.

Ciò che sconfina nell’illogico è l’uso del sistema himalaya­no sulle ascensioni compiute d’inverno. Perché mettere 250 chiodi su una parete di 800 metri soltanto per toglierne poi 120 nella prima ripetizione? Se si va ad aprire una via d’inver­no, si è costretti a superchiodare e a volte usare anche chiodi a pressione. Ed è proprio questa illogicità che urta con tutta la storia dell’alpinismo. Perché lo si è fatto? È per mostrare che si può fare qualsiasi cosa (assassinio dell’impossibile) o magari per passare molto tempo in parete e attirare di più l’attenzione?

Ci sono alcune vie recenti (prime ascensioni fatte d’inver­no) che sono in accusa: le vie dirette al Pizzo Céngalo e alla Civetta; la via del Fratello al Pizzo Badile; la via delle Guide sulla parete Nord del Petit Dru; la via dei Colibrì alla Nord della Grande di Lavaredo; la via del Linceul alle Grandes Jorasses, la Bonatti alla Nord del Cervino. Tutte queste avreb­bero potuto essere superate più facilmente d’estate. Penso sol­tanto a tre eccezioni per le quali un’ascensione invernale era pro­babilmente più logica: la diretta Harlin sulla Nord dell’Eiger, il canalone dei giapponesi sulle Grandes Jorasses e l’orrido im­buto risalito da Cecchinel e Jager sul Petit Dru. Su queste in­fatti i pericoli di caduta di sassi aumentano considerevolmente d’estate ed era logico quindi il farle per la prima volta d’inverno.

I principi del sostegno e dell’energia
Nella ricerca che investe le condizioni soggettive con cui l’uomo si applica alla via e crea l’impresa oggettiva non si può non accennare a due principi che devono essere sempre sal­vaguardati.

Principio del sostegno: gli strumenti e i modi con i quali gli alpinisti si sollevano e si sostengono sulle pareti non de­vono oltrepassare i chiodi, le mani e i piedi. Altrimenti con un’impalcatura totale sistemata alla base della parete, oppure parziale sistemata su una cengia, si eliminerebbe il problema al­pinistico senza superarlo, né tanto meno creare un’impresa.

Principio dell’energia: questa deve essere solo muscolare. Quando per la progressione si usassero strumenti meccanici, ali­mentati da forze che non siano la muscolare, non si farebbe più alpinismo, ma un’attività ben diversa che si potrebbe chia­mare «motoalpinismo». Si escludono quindi pistole spara­chiodi, perforatori elettrici, lanciafiamme in miniatura per gra­dinare nel ghiaccio e altre vagheggiate soluzioni del genere, tanto futuristiche quanto assurde.

Visualizzazione dell’impresa oggettiva
Visualizzazione del valore matematico

Abbiamo già detto che il VM è il quanto geometrico di una via ed esprime le condizioni oggettive di un’impresa og­gettiva. Esprime le misure ambientali, le dimensioni tecniche e geografiche, la grandiosità di una via, ma non oltre. Quel fa­moso numero 132 che avevamo ricavato per lo spigolo Nord del Pizzo Badile esprime l’operato, il risultato del geometra che ha misurato uno per uno i dati a disposizione.

Il valore estetico
Ma senza la presenza dell’uomo tutto ciò non è nient’altro che pietra e ghiaccio misurati. L’uomo si accosta, affronta, su­pera, vince o è vinto, a volte soccombe. Vi si accosta con scel­te effettuate a tavolino, programmando mezzi e sistemi, e cioè le condizioni soggettive dell’impresa oggettiva.

Come si fa a valutare se mezzi e sistemi usati sono superiori al giusto? E soprattutto come si può valutarne il «giusto» uso?

In pratica ci si è sempre serviti di cinque procedimenti:
a) il primo giudizio lo devono dare gli interessati;
b) s’indaga sulle idee e sull’esperienza degli interessati;
c) si valutano i precedenti tentativi di effettuare la stessa im­presa (questo procedimento è valido nella misura in cui il tentativo si è avvicinato alla conclusione vittoriosa);
d) si valutano le eventuali imprese seguenti sulla stessa via (questo procedimento è valido nella misura in cui i mezzi e i sistemi siano mutati dalla prima alla seconda volta);
e) si confronta il VM della via in questione con i VM di al­tre vie.

Un giudizio esatto sull’impresa oggettiva in questione evi­dentemente non si può stabilire, ma se si ritiene che i mezzi e i metodi siano stati usati con un giusto equilibrio (e un giudizio definitivo lo può dare solo la storia) il VM può traslare il suo significato a VE (valore estetico).

Visualizzazione del valore estetico
Nel concetto di VE (che esprime l’impresa oggettiva) rien­trano, dal connubio dei mezzi e sistemi con la via, il quanto artistico e, dal connubio uomo-via, il quanto sportivo.

L’impresa umana
Il quanto sportivo relativo al VE (impresa oggettiva) si è sempre prestato al grosso equivoco dell’alpinismo sportivo. Ci si è sempre serviti del quanto sportivo per le misurazioni spor­tive delle imprese, con ciò trascurando il quanto artistico e cioè l’alpinismo ideale.

Il quanto sportivo è la performance di Rudatis, al quale si rimanda per un’approfondita trattazione dell’argomento.

Il quanto artistico è l’idea da cui nasce l’impresa.

Vorrei quindi indicare quali sono le conseguenze dell’inter­pretazione sportiva (e quindi unilaterale) dell’impresa ogget­tiva, sia nella pratica normale che in quelle depravate.

L’alpinismo sportivo asseconda la morale del successo e valorizza l’idea del singolo in rivolta a una società: perciò l’af­fermazione personale è sempre nei limiti di movimento che il sistema concede, e non è sfruttata la scintilla rivoluzionaria che l’alpinismo può racchiudere.

Nella pratica depravata l’alpinismo sportivo ha creato le salite solitarie, un rifiuto totale ma momentaneo della socie­tà: e questo a prezzo di un incremento del quanto sportivo con conseguente pretesa di gloria. Il rifiuto dell’assicurazione della cordata non aggiunge nulla al VM, variano solo le con­dizioni soggettive dell’impresa oggettiva e finalmente il quanto artistico non muta, perché non varia con la diminuzione dei mezzi di assicurazione. E ancora nella pratica depravata l’al­pinismo sportivo ha favorito l’accredito dei tempi orari di ascensione e in ultima analisi la competizione: e questo a prezzo di un preteso incremento del quanto sportivo con con­seguente pretesa di gloria. La velocità della cordata non ag­giunge nulla al VM e non variano neppure le condizioni sogget­tive dell’impresa oggettiva e finalmente il quanto artistico non varia.

L’alpinismo sportivo è perciò asservito al sistema capitalisti­co come tutti gli altri sport.

Se si riesce a considerare l’impresa oggettiva escludendo, o meglio trasformando il quanto sportivo, si ha l’impresa umana, espressa dal quanto artistico. Il VE può allargarsi a VI (valore ideale) con ciò considerando l’alpinismo nelle sue variazioni e progressi ideali, senza misurazioni ma solo confronti.

L’impresa ideale
Quasi due secoli di alpinismo ci hanno dimostrato che l’uo­mo è sempre più bravo a salire le montagne, ma hanno eluso il problema del suo vero miglioramento, anzi hanno giocato sul­l’equivoco sportivo precisandone gli sviluppi, le battute d’arre­sto, gl’incontestabili progressi. In questi due secoli è stato fatto poco o nulla per capire (e le condizioni storico-politiche non lo hanno mai permesso) che l’alpinismo doveva essere so­ciale. Si è sempre cercato di spiegarlo e giustificarlo soltanto in merito alle bellezze della montagna, all’esaltazione del corag­gio, al culto dell’espressione atletica, e finalmente alla subli­mazione del successo, sia a livello personale che nazionale.

Ora è il momento di fondere, di creare ciò che ci serve veramente: senza evitare un recupero della valutazione sportiva integrandola cioè in un più complesso fabbisogno di benessere spirituale, in una creazione che nobiliti e che attui le vere po­tenziali capacità dell’uomo sociale. Vorrei qui indagare sulle benefiche conseguenze di un prospettato alpinismo ideale sulla società del futuro e sulla umanizzazione dell’individuo, tramite la valorizzazione (dovuta a un alpinismo coscientemente idea­le) del Sapere, della Terra, del Lavoro, del Denaro.

Sapere (e Arte) sono ora asserviti al sistema tramite l’educa­zione, la pubblicità, la falsa informatica, le scienze «umane» coltivate per meglio livellare e creare più consumi, le comuni­cazioni, l’inoculazione fino a livello istintivo di certi bisogni materiali. Con la scoperta di nuovi valori umani (ammirazione e storica valutazione di personaggi ed epoche alpinistiche, amicizia, avventura, scelta, soprattutto scelta, che in tutti gli altri campi e attività è determinata solo dalla concorrenza e dagli altri falsi valori che l’alpinismo ideale può indicare e con­dannare) si può dare un definitivo colpo all’avvertita assenza di fini perseguibili, una fine alla nostra sostanziale mercificazione. Ciò può rendere possibile una successiva e cosciente apertura a interessi culturali più vasti, a una personalizzazione delle espe­rienze artistiche o culturali della ragione non più asservibili e non più accettabili come merci e beni di consumo, a una assimilazione più coerente con lo spirito umano di tutto ciò che è «sensibile», sfuggendo all’eccesso del «sensitivo».

L’abbondanza contemporanea di manifestazioni «sensiti­ve» è dovuta all’assenza di fini validi. Ci stiamo dibattendo nella ricerca dentro un sistema ormai decrepito di un fine qual­siasi e l’unica soluzione all’interno di questo sistema è l’eva­sione dei sensi. L’uso degli allucinogeni di gran parte della gio­ventù è un tentativo di rifiuto: ma proprio perché esso è in­dividuale, è permesso dal sistema nella misura in cui è tanto incosciente quanto asociale e non rivoluzionario.

Alla base dell’alpinismo ideale vi può essere almeno la co­scienza che un fine ideale è stato ritrovato e che la creazione di un benessere spirituale nell’ambito sociale è stata iniziata.

Terra. Diretta conseguenza della preponderanza dell’Idea sa­rebbe la cosciente salvaguardia ecologica delle nostre montagne e più in generale della terra: il rifiuto del possedimento della terra come valore economico e materiale. L’esperienza ideale e i viaggi in paesi lontani darebbero un contributo alla conoscenza dei veri problemi del pianeta Terra.

Lavoro. Non vi sarebbe più «fuga» dal lavoro alienante, ma (come da più parti è stato indicato, ad esempio negli scritti di Franco Brevini, Claudio Cima, Dave Cook e altri) cosciente ricerca di un fine della vita e della società tramite l’azione e l’Idea comune, non più contraddizioni passive al lavoro alie­nante, ma contraddizioni attive e rivoluzionarie. Ma forse la fa­tica, rivalutata così da hobby a lavoro rivoluzionario, è un aiuto solo parziale alla risoluzione del problema del lavoro.

Denaro. Il rifiuto di esso come «merce» (con la possibilità di essere moltiplicato senza lavoro, con accumulo di capitale) e quindi della sua conseguente concentrazione nelle mani di pochi, della corsa sfrenata del profitto per il profitto, potrebbe devalorizzare il predominio del denaro su tutte le attività e su tutti i valori umani odierni (trasformati in valori economi­ci e borsistici). Quest’ultima conseguenza può essere com­battuta dall’alpinismo ideale con un’azione educativa e forma­tiva su di un sempre più vasto strato di persone per l’afferma­zione rivoluzionaria di principi ideali e sociali diversi dall’eco­nomico e dal consumistico. L’alpinismo ideale infatti non è soggetto al denaro, è solo fatica e sforzo di creazione.

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L’alpinismo ideale può essere quindi un aiuto, un punto di partenza. Ma perché proprio questo e non altre discipline?

Prima di tutto una disciplina non esclude le altre, ma poi perché l’alpinismo ideale è fusione unica di azione e pensiero, ambedue indispensabili all’uomo e alla sua creatività.

Altre attività, sport agonistici, hobbies casalinghi sono più facilmente asservibili ed asserviti a una società consumistica, dove la gara è spettacolo in cui i giocatori creano imprese sportive scientificamente esatte e inquadrate nel sistema che sfrutta loro e gli spettatori per un’unica approfondita manovra diversiva, dove gli hobbies agonistici oltre che a distogliere dai veri problemi sociali si prestano smaccatamente a grandiose spe­culazioni di pochi.

Altro discorso è per le arti varie e per gli interessi culturali, scientifici o religiosi: da una parte è facile che possano tendere a un successo materiale (e quindi integrarsi perfettamente nel sistema); da un’altra possono rimanere innocui hobbies (ma non troppo, nel senso sopraddetto); da un’altra parte an­cora possono portare a eccessi contrari a una vita creativa, se non hanno almeno un punto di partenza ideale, un esempio, una storia, un modello valido di creazione. Infatti, a meno che uno non sia già fuori dal sistema, non sia più integrato per qualche verso, è difficile che un’attività culturale o artisti­ca o religiosa o, peggio, un’aderenza a idee precostituite (par­titi, filosofie, ricette magiche in genere) riesca a elaborare un nuovo modello di civiltà creativa a livello personale o di grup­po sociale. E lo dimostra la constatazione che oggi ingen­ti risorse intellettuali, prime fra tutte quelle sociologiche, sono impegnate non solo a far funzionare meglio il sistema, che deve procedere anche se non sa dove, ma a dimostrare che è giusto che sia così.

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Una partecipazione diretta dell’uomo alla propria vera au­togestione si può avere solo se non si dovrà più scegliere tra programmi prefabbricati (tra cui anche l’alpinismo sportivo=tradizionale), ma veramente se si potrà individuare almeno una prima nostra creazione. E dev’essere una scelta dapprima ra­zionale (idea) o istintiva, poi attuabile in pratica. Qualsiasi sia­no gli oggetti della prima scelta, sui quali poi l’uomo stesso eserciterà la sua azione costruttrice, essi non devono essere in competizione tra loro o comunque contrapposti, ma devono ave­re un’organicità naturale che anche se non propria della loro struttura si possa almeno dire che in quest’ultima trovino una unanime espressione.

L’architettura montana, terreno dell’alpinismo ideale, non è costituita da elementi tra loro in contrasto: solo l’alpinismo sportivo può integrarla come oggetto nell’ambito della nostra Terra mercificata.

A questo punto è evidente che occorre eliminare ogni for­ma di competizione sfruttabile dal sistema, allo scopo di dar luogo a forme di azione e intelletto interagenti e di creare un alpinismo e quindi un esempio nuovo. Certo la società non ha bisogno che gli uomini diventino tutti alpinisti: l’alpini­smo ideale dev’essere solo un punto di partenza e perciò oltre che impossibile è anche inutile un’eccessiva partecipazione di massa. Sarebbe già un buon risultato la presa di coscienza ver­so un alpinismo ideale da parte di alcuni dei 120.000 soci del CAI e di alcuni dei simpatizzanti. Ripeto, dev’essere un pun­to di partenza, un seme. Tutte le rivoluzioni all’inizio erano nel­le idee di pochi. In conclusione si può dire che la società, pur senza prendere parte attiva all’alpinismo ideale può avere una coscienza come esempio e si può così facilmente dedicare all’indagine su altri fini più evoluti. Questo è possibile solo con l’abbandono da parte di tutti gli incompetenti e dell’uomo del­la strada del giudizio negativo sull’alpinismo: l’alpinismo spor­tivo, proprio a causa degli stessi alpinisti più forti e dei teorici del coraggio, è sempre stato considerato dall’uomo della strada come una pazzia elitaria ed eccezionale con cui non bisognava mai avere nulla da spartire. La colpa di tutto ciò è degli alpi­nisti che asocialmente non hanno mai cercato un incontro (Lam­mer insegna!) e del sistema che ha sempre favorito, a scopo di­versivo, il dualismo massa-élite.


Le prospettive dell’alpinismo ideale

Cosa si può creare? Per rinnovare la cultura e per introdurre la necessaria rivoluzione si dovrà passare attraverso tre momenti:

Informatica (valore matematico), Estetica (valore estetico), Prospettiva (valore ideale, cioè il marxistico «utopia+ve­rifica»).

Il momento in cui si ha l’iniziazione, attraverso le opere d’ar­te, a ciò che è «sensibile» e che ora è perduto nel sistema, è il momento dell’estetica. Iniziazione e fervore di immaginazione ci aiutano a intravvedere quali sono i nostri fini prima che le dissertazioni sui mezzi, e ci anticipano il cambiamento dal vec­chio al nuovo. Non evasione quindi, ma rivoluzione.

Cosa si può creare? È la dura domanda cui deve rispon­dere una nuova prospettiva. Lo studio del futuro, non più con dati tecnici (futurologici) che escludano l’intervento sto­rico dell’uomo, deve indicare, dopo la presa di coscienza, il di­retto agire dell’uomo per dare definitiva creazione a ciò che si è immaginato, secondo alcune idee metodologicamente storiche.

***

Nell’alpinismo ideale le direzioni possono essere molte. Un alpinismo sociale in cui le differenze di valore sportivo vengano abolite può essere ottenuto:
a) con la pratica di alpinismi nuovi e vecchi, ma ugualmen­te tesi a uno scopo ideale: alpinismo esplorativo, scientifi­co, estremo, corale;
b) con la costituzione di consigli alpinistici sempre più a largo raggio, fino a diventare internazionali, in cui si prenda co­scienza del problema e si discuta sui fini sociali che un alpi­nismo ideale può arrivare a trovare, tramite la pronta presa e l’attrazione che esso ha sui giovani con la vita all’aria aperta e con gli altri stimoli naturali dell’avventura;
c) con la diffusione in ogni maniera possibile dei progressi ottenuti (notizie sui consigli, relazioni, nuove idee, iniziative, progetti avverati). Soprattutto per ciò che riguarda le nuove idee si deve dare la possibilità (tramite il ritegno morale e gli aiu­ti economici) all’individuo di realizzarle, senza la spinta sportiva e agonistica, ma solo per puro desiderio sociale di avventure e di creazione;
d) facendo nascere una vera critica alpinistica in base agli intenti ideali. Senza misurare le imprese, ma solo valutando ar­tisticamente e idealmente due opere se ne potrà creare una ter­za ancora più bella e più nuova alla ricerca del «sensibile» perduto.

L’indagine dapprima sulla via, poi sull’impresa oggettiva e finalmente sull’impresa umana, l’introduzione quindi e la spie­gazione dell’alpinismo ideale, espresso dal VI, ci ha fornito un mezzo per un vero studio della storia ideale dell’alpinismo. Il VI si permette di fare confronti con i VI originari e delle epo­che storiche passate. I valori ideali consentono la rivalutazione dei tentativi e delle idee primigenie nei confronti delle vittorie, favorendo un recupero dell’idea sulla morale vigente del suc­cesso. E anche se, in base ai VI, la storia dell’alpinismo è tut­ta da rifare, questo sforzo, che dovrà essere collettivo, varrà la pena di essere compiuto coscientemente.

Solo così si abituerà lo spirito di alcune persone (almeno gli appassionati di montagna) a pensare in termini estetici e fi­nalistici e non più sportivi. E sarà una goccia nel grande mare del rinnovamento generale della cultura e della società. Non si tratta di formare un ghetto di intellettuali, ma di creare dal nulla o quasi un gruppo di persone di ogni classe sociale, de­stinato ad aumentare, che la pensino in un determinato modo e tra le quali non vigano le leggi della paura, della lotta e del consumo. Persone che non antepongano il dispiacere di un urto alla carrozzeria della propria automobile nei confronti della convivenza sociale, che non intravvedano nel profitto l’unico scopo della propria vita e che non siano catturate dai miraggi consumistici come mitici beni di un capitalistico benessere.

Se questi gruppi si allargheranno, tramite la diffusione del­la presa di coscienza che i nostri fini dobbiamo trovarli noi tut­ti insieme collaborando, sarà raggiunto almeno un primo scopo, quello di vivere quotidianamente diverse lotte creative.

Nullificare l’alpinismo sportivo è togliere la competizione dalla nostra attività preferita. Collaborando per un alpinismo senza competizione, si po­trà imparare a vivere socialmente, senza alienazione del proprio lavoro e senza frustrazione delle nostre aspirazioni.

Sarà un piccolo passo nel lungo cammino della presa di co­scienza totale e quindi verso la necessaria RIVOLUZIONE TOTALE.

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La rivoluzione totale – 2 ultima modifica: 2017-03-06T05:03:49+01:00 da GognaBlog

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