La scoperta dei tesori

La scoperta dei tesori
(scritto nel 1994)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(2)

Il fattore più importante del progresso dell’umanità, in questo lungo cammino nei secoli, è il non adattamento all’ambiente che ci circonda, cioè il desiderio di modificare a nostro piacimento quelle che sono le realtà che ci circondano e che determinano le nostre condizioni di vita. Siamo spinti da un’insaziabile e indo­mita volontà di costruire, di modificare, di asservire e i risul­tati di questa grande spinta interiore si possono vedere ogni giorno con una nuova conqui­sta, con qualche limite superato: sem­bra quasi che tempo e spazio non siano più ferrei come prima e che persino la materia non sia più così scomoda.
Questo movimento collettivo va a ondate ritmiche, con tipico moto di sistole e diastole, un alternarsi di speranza e disillusione, di fede e di scetticismo.

Bacino dell’Argentière. Pareti nord di Les Courtes, Les Droites e Aiguille Verte

L’individuo, situato in mezzo a questi grandi movimenti di cui segue mode e culture, spesso stenta ad adeguarsi, ha bisogno di momenti nei quali la benefica ricarica che gli fornisce la natura lo faccia vivere in pieno accordo con ciò che lo circonda. Per seguire quest’impulso, l’individuo necessita della solitudine e della fantasia. Le creature della fantasia a loro volta fanno na­scere i grandi progetti ed è tra questi che poi hanno origine le grandi scoperte e le nuove invenzioni che ancora a loro volta porteranno avanti il limite di civiltà.

Non tutti gli individui hanno la fortuna di potersi isolare e ri­creare così spontaneamente: tra questi certamente sono gli alpi­nisti e gli amanti della natura in generale, destinati ad esplo­rare le verginità della materia. Sognatori, avventu­rieri, sporti­vi, tutta gente disposta a cercare, cercare i tesori nascosti di una realtà che ci circonda, cioè le ricchezze del futuro.

Il mito del “tesoro nascosto” è alla base di numerose leggende che si tramandavano in passato nelle valli alpine. Le montagne sono il luogo ideale per nascondere antri e caverne in cui qual­cuno in passato ha depositato scrigni pieni di preziosi oppure, più precisamente, quella pietra filosofale che concede la saggez­za a chi la trova.

Leggermente periferico rispetto al cuore del massiccio del Monte Bianco, quello di Argentière è l’ultimo dei grandi bacini glacia­li del versante francese: infatti, la cresta che lo delimita a nord est, culminante con l’Aiguille du Chardonnet e l’Aiguille d’Argentière, determina la linea di confine con la Svizzera. Il grande ghiacciaio è nella sua parte superiore quasi pia­neggiante e sale dolcemente verso sud est fino ai piedi del Mont Dolent che in quella direzione chiude l’anfiteatro di creste che lo circon­dano. Sono tutte vette bellissime e poco note alla grande massa del turismo alpino, ma ciò che è specifico di quest’angolo di Monte Bianco è l’insieme di grandi pareti glaciali che si assie­pano sulla sponda sinistra idrografica del ghiacciaio. Le pareti nord di Aiguille de Triolet, Les Courtes, Les Droites ed Aiguille Verte sono uno dei banchi di prova più impegnativi per gli amanti delle scalate su ghiaccio. Nes­suna può dirsi facile: i loro di­slivelli, le ore di impegno sulle punte dei ramponi e il lungo ritorno le fanno tutte impegnative. Alcune di queste pareti, come quella dell’Aiguille de Triolet o delle Droites sono percorse da vie di estrema difficoltà ed esigono ottime condizioni della mon­tagna per essere affrontate con sicurezza. Oggi la tecnica di piolet traction, perfezionata soltanto nei primi anni ’70, ha sveltito di molto la progressione sul ghiaccio, ma ascensioni co­me la severa Nord delle Droites sono ancora privilegio di pochi.

Destra idrografica del bacino dell’Argentière

In tutti i miei vagabondaggi alpini non ho mai avuto l’opportu­nità di accedere al circo glaciale dell’Argentière. E ho perso anche questa che poteva essere un’ottima occasione per farlo. Così Marco Milani e Paolo Cerruti, in un incerto pomeriggio di luglio, salgono al Refuge d’Argentière, nel cuore di ciò che per me è ancora un tesoro da scoprire.

La fronte del ghiacciaio (uno dei maggiori delle Alpi) giunge a lambire il fondo della Valle dell’Arve, quasi l’abitato di Argen­tière. Ma, al di sopra del fiume di ghiaccio che scende ripido, il bacino di raccolta è caratterizzato da un’imponente massa gla­ciale, piatta e corposa, racchiusa da grandi montagne e so­prat­tutto da enormi pareti. È proprio il contrasto tra l’orizzonta­lità del ghiacciaio e la sovrumanità delle pareti che lo rinser­rano a meridione a fare di questo luogo un evento unico nella geografia alpina: in pochi chilometri sono disposte in fila alcu­ne tra le più colossali pareti di ghiaccio, alte fino a 1000 me­tri. Que­ste si appoggiano sulla tranquilla e lineare autostrada del Glacier d’Argentière.

La prima grande parete che s’incontra sulla destra è il versante nord dell’Ai­guille Verte, solcato in diagonale dall’elegante Cou­loir Couturier; poi è la volta dei Droites, una delle pareti nord più difficili delle Alpi che nel 1955 richiese sei giorni di lot­ta ai primi salitori Cornuau e Davaille; poi ecco i Courtes, il cui pendio ghiacciato, nonostante il nome, ha poco da invidiare ai vicini. A questo punto svettano sulla cresta due aguzze torri di granito, l’Aiguille Ravanel e l’Aiguille Mummery. Queste non incombono con grandi pareti sul circo glaciale ma sono l’elegan­te riprova di quanta grandiosa fantasia sia espressa in questo angolo di mondo. Ancora, segue la parete nord dell’Aiguille de Triolet, un me­raviglioso scivolo verticale di ghiaccio sovrastato da caratteristiche strutture pencolanti. Infine chiude la visione la piramide del Mont Dolent, punto di con­fine tra i tre paesi, Francia, Svizzera e Italia.

La destra idrografica del bacino è ugualmente bella, anche se me­no eccezionalmente unica della sinistra. Divisi da altrettanti ghiacciai tributari, ecco schierate l’Aiguille du Chardonnet e l’Aiguille d’Argentière seguite dal Tour Noir, la montagna che fece la felicità di tanti cercatori di cristalli.

Bacino dell’Argentière. Pareti nord di Les Courtes, Les Droites e Aiguille Verte

È tipica di questi anni la scarsità di precipitazioni nevose; anche la tempera­tura media nell’arco dell’anno si è alzata di qualche punto. A risentirne sono i ghiacciai, che si ritirano in modo misurabile, e le pareti di ghiaccio, che s’impo­veriscono a vista. La mirabile sequenza di pareti ghiacciate del bacino dell’Argentière negli ultimi anni ha registrato una netta fles­sione del manto nevoso: in alcuni punti esse non sono più neppure ghiacciate, le pareti di roccia detritica affiorano dove prima erano coperte da pendii di ghiaccio a sessanta gradi di pendenza. Se si visita il bacino d’Argentière a maggio e giugno tutto ciò non è molto evidente, ma a luglio il poco ghiaccio affiora nera­stro e scariche di sassi a tutte le ore crepitano ai bordi del ghiacciaio. Non sono tempi buoni per i cercatori di tesori, forse oggi occorre cercarli più lontano, non a così poca distanza da Chamonix e non in tempo di ferie. In mezzo alle scariche, sembra che il caldo abbia veramente un effetto distruttivo sulle monta­gne: quanto meglio sarebbe per loro riposare al freddo, sotto un bellissimo manto di neve come una volta… Forse siamo stati noi a spogliarle delle loro bellezze, dei loro segreti, anche della loro eleganza. I tesori li abbiamo trovati e buttati via, senza capire che cosa avevamo in mano.

Nella lontana Asia, al confine tra Nepal e Sikkim, la terza mon­tagna del mondo ha nome Kangchendzonga, cioè “montagna dei cinque tesori nascosti”. Là non ci sono ancora rifugi con il telefono, a non grande distanza da una funivia; non ci sono ancora comitive che partono di notte alla luce delle pile frontali dopo una buona cena e un ottimo pernottamento al rifugio. Là non ci sono distrazioni di comodo. Eppure anche così distante quanti sono coloro che vanno alla ri­cerca della grotta purificatrice, del tesoro in essa celato? Tutti sono alla ricerca della vetta promessa, quella conquista che non può mancare ad una spedizione che parte apposta con gran dispendio di danaro da terre così distanti. Quando si è impegnati nella ricerca del tesoro è confortante sapere che nes­suno ti criti­cherà se non riesci a trovarlo. E se lo trovi vera­mente, raggiunto lo stato di grazia, te ne guardi bene dal dire come si fa, ben sapendo che per ognuno la strada dev’essere di­versa. La conquista delle vette non potrà mai sostituire il ri­trovamento dei tesori, almeno finché ci sarà qualcuno che ti os­serva e ti giu­dica.

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La scoperta dei tesori ultima modifica: 2018-10-24T05:07:41+02:00 da GognaBlog

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