La storia del Cervino – parte 1

La storia del Cervino – parte 1 (1-6)

Il primo studio estetico, architettonico e geologico del Cervino fu di John Ruskin che lo definì, in maniera assai lapidaria, «the most noble cliff of Europe». La struttura geologica di questa montagna così varia, così incredibilmente composta di ma­teriali sfasciati tenuti insieme da vene di quarzo durissimo, suggerisce l’idea di perfezione, e quindi di nobiltà. Architettura ed estetica si fondono ed hanno nel Cervino il più fulgido esempio di monte isolato e predominante. Ruskin a­veva ragione, e così hanno ragione tutti gli appassionati che vogliono scalare questa montagna per la quale Edmondo De Amicis scrisse che, parlando del tempo al Breuil, non si diceva «c’è sole o non c’è sole» ma «il Cervino è scoperto o coperto». Il Cervino (Cervin in francese, Matterhorn in tedesco) è alto 4478 m ed è un’enorme piramide a quattro facce, al sommo dei ghiacciai del Furggen, del Matterhorn e del Tiefen. La cresta nord-est o dell’Hörnli, la nord-ovest o di Zmutt, la sud-ovest o del Leone, la sud-est o del Furggen delimitano quattro pareti altissi­me. A trecento metri dalla vetta una cengia circolare, che s’interrompe solo sul versante nord, delimita la cosiddetta «Testa». Spalle del Cervino sono il Pic Tyndall 4241 m sul­la cresta del Leone e la Spalla di Furggen 4200 m. Le pareti est, ovest e nord sono assai regolari, mentre la parete sud è solcata da tre crestoni che da ovest a est sono: la cresta De Amicis (termina sul Pic Tyndall), il crestone Deffeyes (termina suIl’Enjambée, l’intaglio tra Tyndall e «Testa»), e il crestone del Picco Muzio 4191 m, vetta staccata e collegata alla Spalla di Furggen da un’esile cresta non difficile. Infine notevole l’anomalia della parete nord-nord-ovest, incuneata tra lo zoccolo della cresta di Zmutt e la parete nord.

John Ruskin
Cervino1-John_Ruskin_1850s_2

Mentre Valtournenche deve il suo nome all’originaria Vallis Tornina o Vallis Torniaca (da un toponimo preromano tor), il nome Cervino nasce da un errore ortografico del grande Horace-Bénédicte de Saussure che visitò la Valtournenche nelle estati del 1789 e del 1792. Il puntiglio e il rigore con i quali De Saussure effettuò i suoi rilievi scientifici al Colle del Teòdulo, durante i tre giorni in cui raccolse campioni di rocce e di fiori, si scontra con la lieve disattenzione dello studioso stesso nel momento in cui, descrivendo la valle nel suo Voyage dans les Alpes, ricorda «la grande e superba cima Mont Cervin che si leva ad altezza enorme ad altezza di obelisco triangolare di roccia viva, che pare lavorato a scalpello». L’immagine è pittorica e aderente alla realtà, ma i pendii boscosi che salivano verso il Colle del Teòdulo si chiamavano in loco Mont Servin e De Saussure trascrisse questo nome con Cervin. La grande diffusione che l’opera monumentale di De Saussure ebbe fece dimenticare il nome originale. Cervin rimase e in seguito, per gli italiani, diventò Cervino. Un’altra curiosità: De Saussure pernottò in una baita ai piedi della grande montagna, nella verde conca del Breil. «Breuil è un casale estivo o un complesso di malghe che dipendono dal villaggio di Valtournenche, sito due leghe più in basso, nella valle dello stesso nome». L’originario Breil, termine celtico per indicare territorio acquitrinoso, era diventato Breuil! E il responsabile era sempre De Saussure. Come se non fosse bastato, nel 1936 Mussolini, nella solita foga di eliminare qualunque riferimento a lingue non italiane, fece diventare Cervinia ciò che da Breil si era tramutato in Breuil.

Per i montanari della metà del secolo XIX il Cervino non offriva né pascoli, né messi, né cristalli ma solo valan­ghe, sassi e morte. Anche il camoscio se n’era andato dalle sue rupi, come la marmotta. Occorreva essere dei perditempo e ricchi fannulloni per voler andare in cima. I forestieri, les anglais, a volte, passando dal Breuil per salire al Passo del Teòdulo, chiedevano alle guide Pession, Hérin, Meynet che li accompagnavano se mai nessuno avesse provato a salire lassù, la più bella montagna delle Alpi. C’era chi, come il canonico Georges Carrel, uomo di cultura e molto ascoltato dai montanari, li spingeva a trovare una strada per salire il Cervino: questo avrebbe portato guadagno a tutti; l’esempio di Chamonix con il Monte Bianco doveva fa­re testo. I più non erano convinti da queste «chiacchiere». Solo i Carrel, Jean-Jacques e Jean-Antoine, bravissimi caccia­tori, contrabbandieri, camminatori instancabili, non disprezzavano quelle idee. L’idea piacque anche al seminarista Amé Gorret, più per l’anticonformismo che ispirava che non per pura scelta alpinistica. Così un mattino dell’estate 1857 i tre si trovarono in vetta alla Testa del Leone. Non proseguirono. Il tentativo, se vogliamo, ebbe assai modesti risultati. Fu un «divertimento». Se l’alpinismo va avanti non solo con vittorie e sconfitte, ma grazie all’evoluzione delle idee e del co­raggio (non ancora dei mezzi), quel tentativo del 1857 fu di incalcolabile importanza. Scrive Gorret: «Da allora l’ascensione del Cervino divenne per noi un’idea fissa… Carrel aveva il Monte Cervino in capo; io ci pensavo di gior­no, me lo sognavo di notte. Per me era diventato un incubo». Questo è alpinismo puro, cioè bramosia di vincere, di supera­re le barriere: la rivalutazione di questi pionieri, Amé Gorret e Jean-Jacques e Jean-Antoine Carrel che per primi «vollero» scalare la montagna.

Il Cervino con la cresta dell’Hoernli, tra la parete est (a sinistra) e la parete nord
Il Cervino all'alba da Zermatt

A questo tentativo ne seguirono molti altri un lento assedio di 9 anni. Tanto occorse perché l’evoluzione di un’idea si concludesse con una vittoria: che toccò all’uomo che più l’aveva voluta, Edward Whymper. I fratelli di Liverpool Charles, Alfred e Samuel Parker nel 1860 furono i primi alpinisti senza guide a ten­tare la scalata (per la cresta dell’Hörnli). John Tyndall, nel­l’agosto 1860 e poi nel luglio 1862 tenta il Cervino e raggiun­ge la vetta del Pic Tyndall, l’anticima Sud-ovest, con i compagni F. Vaugham Hawkins e la guida Johann-Joseph Bennen. Thomas Stuart Kennedy nel gennaio del 1862 compì una teme­raria prova sul Cervino. Ma le personalità più rilevanti furono Whymper e Jean-Antoine Carrel. Tanto fu detto e scritto attor­no a questa rivalità-cooperazione. Quali motivi psicologici spinsero quei due grandi alpi­nisti a creare per primi una rivalità (non ancora competi­zione) su una grande montagna? Resta assodato che la vittoria arrise al più preparato, al più evoluto Whymper, ma fu un caso. Pochi giorni dopo infatti il gruppo italiano di Carrel arrivava in vetta per la cresta sud-ovest.

Un particolare importante: quando Whymper e compagni, il 14 lu­glio 1865, raggiunsero la vetta videro chiaramente le guide ita­liane sul Pic Tyndall e le chiamarono. Così queste ultime deci­sero di tornare indietro. Solo qualche giorno più tardi tornaro­no all’attacco per rivendicare la possibilità di salita anche dal loro versante. Ciò dimostra che Carrel e compagni erano all’altezza della situazione e la lotta psicolo­gica contro la montagna era da loro già stata vinta. A proposito di questo episodio, già allora Felice Giordano rile­vò che sarebbe stato molto nobile il proseguire ugualmente fi­no alla vetta, giungendovi magari poche ore dopo. Ma solo chi si è trovato in così grandi avventure, tra le trepidanze del dubbio, dinanzi all’ignoto, sa come in tali circostanze il sopravvenire di una scossa morale valga a paralizzare in un attimo tutte le energie accumulate per anni.

Edward Whymper
Edward Whymper

La storia della conquista del Cervino è in questo un po’ diffe­rente dalle altre; sulla maggioranza delle montagne e più spe­cialmente sulle pareti, si avvicendarono cordate che prepara­vano la strada a quella più forte (e comunque più facilitata dall’esperienza altrui). Sul Cervino invece l’esperienza era pari a entrambe le personalità Whymper e Carrel. E sul Cervino vi furono veramente giochi tattici, strategie, alleanze. Carrel fece il furbo e giocò Whymper con un’astuta menzogna: gli disse infatti che attendeva una «famiglia distintissima» da portare in giro per la Val d’Aosta e quindi doveva declinare la proposta dell’inglese. Invece la «famiglia distintissima» era composta dall’alpinista Felice Giordano e dalle sue guide: una squadra agguerrita e ben decisa a spuntarla. Appena infor­mato della tentata beffa, dopo l’ovvio e momentaneo smarrimen­to, Whymper ragionò che l’italiano non avrebbe potuto sapere della sua eventuale partenza, si precipitò a Zermatt e da lì partì e vinse in lotta ed inseguimento.

La tragedia che occorse alla cordata di Whymper durante la discesa fu argomento di polemiche e di inchieste che forse ancora oggi non sono definitivamente concluse. L’eco di una tale vittoria non poteva che acquistare ancora maggior forza da una disgrazia i cui meccanismi, per forza di cose, non poterono mai essere chiariti.

Jean-Antoine Carrel
Jean-Antoine Carrel, detto il Bersagliere (1828-1890), è stato il degno antagonista di Edward Whymper nella lunga vicenda dei tentativi e della conquista del Cervino. Si aggiudicò, in cordata interamente italiana con Jean-Baptiste Bich, la seconda s

A questo si aggiunga la quasi contemporaneità della salita italiana di Carrel, che originò un’altra serie di accanite discussioni su a chi avrebbe dovuto andare il vero merito della conquista: al forte valligiano che riportò a valle la sua comitiva indenne o al folle alpinista cittadino che, per troppa fretta di vincere, fu accusato di superficialità nella scelta dei compagni e di aver quindi tralasciato le più elementari norme di prudenza?

Felice Giordano
Cervino1-giordano_240

 

Oggi, a distanza di 150 anni, possiamo capire che in realtà il più meritevole di vittoria fu senza dubbio Whymper, che fino all’ultimo fu più «sportivo» di Carrel. Ma ricordiamoci che le differenti condizioni sociali dei due ebbero sicuramente la loro importanza; per Carrel non esisteva la nozione di sport e non c’era solo il Cervino: la famiglia da mantenere, l’esigenza pratica (e non spirituale) di farsi un nome che, con una vittoria divisa con Whymper, non avrebbe mai visto la luce.

Secondo la normale tradizione alpinistica, una vittoria è sem­pre importante e un tentativo si dimentica sempre, tranne in caso di competizione, quando possa servire ad esaltare maggior­mente il vincitore. Questo asseconda solo la morale corrente del «successo» ma non sfiora neppure la vera storia dell’alpinismo e cioè quella delle idee e dell’azione intesa come svi­luppo, non come atto che si può riassumere con una vittoria. Per questa ragione la mia breve storia del Cervino comprende­rà non solo le vittorie, ma anche i più significativi ardimenti.

(continua)

Il Cervino da sud. A sinistra è la cresta del Leone (Testa del Leone, Colle del Leone, Pic Tyndall, vetta). Foto: Mario Piacenza
Cervino, dal Lago Goillet

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La storia del Cervino – parte 1 ultima modifica: 2015-07-02T07:00:25+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “La storia del Cervino – parte 1”

  1. 3
    Giorgio V. Dal Piaz says:

    Il testo da me inviato conteneva anche la frase su Rankin (erronea)  e le descrizioni geologiche di De Saussure e Giordano di cui rimangono solo le caporalate che le delimitavano, mentre le virgolettate sono rimaste.

  2. 2
    Giorgio V. Dal Piaz says:

    Complimenti per l’articolo, ma l’affermazione <> non è corretta: Ruskin non ha nulla a che vedere con la geologia del Cervino, la cui prima descrizione si deve a De Saussure.
    Nel 1779 de Saussure aveva effettuato il periplo del massiccio del Monte Rosa e la traversata dal Breuil a Zermatt per il colle del Mont-Cervin (Teodulo, Theodule). Nel 1792 salì nuovamente al Teodulo per eseguire la prima misurazione trigonometrica dell’altezza del Cervino (4522 m). Ne osservò a lungo anche la struttura e così la descrisse : <> (H.B. de Saussure, 1796: Voyages dans les Alpes. vol. 4, septième voyage, 1792. Capitolo IV: De Chatillon au Col du Mont-Cervin, pp. 406-410).
    Dopo aver perso la battaglia per la conquista del Cervino (1865), Felice Giordano iniziò nel 1866 la battaglia personale con la Gran Becca, trascorrendo in parete un’epica settimana e bivaccando per cinque notti alla Cravate, ma a duecento metri dalla vetta venne respinto dal forte innevamento. Vi tornò due anni dopo e, dopo un’accurata esplorazione geologica attorno alla piramide, effettuò la traversata del Cervino con le guide J.A. Carrel e J.J. Maquignaz, salendo per la via del Leone e scendendo lungo la cresta svizzera dell’Hörnli (3-5 settembre 1868). Le difficoltà alpinistiche non gli impedirono di studiare le rocce <>, dal Breuil alla vetta, e di eseguire alcune misure altimetriche con un ingombrante barometro a mercurio. Queste parole, tratte dal resoconto della salita (Bollettino del C.A.I., 1868), indicano chiaramente quale fosse l’obiettivo principale di Giordano: <> . Le accurate osservazioni geologiche effettuate da Giordano furono esposte ed illustrate in una monografia dal titolo “Sulla orografia e sulla geologica costituzione del Gran Cervino”, presentata da Quintino Sella e pubblicata negli Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino (vol. 4, pp. 304-321, 1869) e in forma più breve negli Archives des Sciences phys. nat. de Genève (vol. 34, pp. 255-267, 1869) dal titolo “Notice sur la constitution géologique du Mont Cervin”.
    La descrizione litologica fu integrata da due sezioni geologiche di notevole precisione.
    Per eventuali ulteriori dettagli:
    Dal Piaz G.V., 1996. Felice Giordano and the geology of the Matterhorn. Atti Acc. Sci. Torino, 130, pp. 163-179.
    Dal Piaz G.V., 1996. La montagna misteriosa. Il Cervino dei geologi. Alp, n. 137, settembre 1996, pp. 80-87.
    Dal Piaz G.V., 2012. Felice Giordano e la Geologia del Monte Cervino. Atti Sessione F4, Geoitalia 2011: “Uomini e Ragioni: i 150 anni della Geologia Unitaria” (a cura di M. D’Andrea), Atti ISPRA 2012, pp.
    57-65.
    Dal Piaz G.V., Bistacchi A., Gianotti F., Monopoli B., Passeri L. et alii, 2015. Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50.000: foglio 070 Monte Cervino e Note illustrative. APAT, Regione Autonoma Valle d’Aosta, 431 pp.

  3. 1
    Angelo Recalcati says:

    E’ vero che la storiografia specie quella alpina continua nel considerare solo i vincitori e non anche chi a loro ha aperto le strade. Un esempio di trascuratezza nell’indagine storica lo si può riscontrare nella vulgata acquisita della conquista del Cervino. Infatti ciò che si sa e si riporta è solo la testimonianza di Whymper, l’indiscusso personaggio principe di questa epica vittoria che nei prossimi giorni sarà al vertice della considerazione. Eppure qualcosa non torna se si va a seguire lo svolgersi dei fatti nei pochi giorni precedenti. Non dico niente di nuovo, è già scritto in libri e riviste del tutto accessibili, ma che per pigrizia nessuno va a consultare. Esattamente un mese prima del vittorioso 14 luglio Whymper, Croz e Almer passavano sotto la Est per finalmente tentare qualcosa di diverso della cresta del Leone, l’unica via fino a quel momento considerata da Carrel, Whymper e altri. Cercano una nuova via di salita vicino alla cresta Furggen. Investiti da una scarica di sassi in un pauroso canalino scappano via e Almer giura di non mettere più piede sul Cervino. E’ mai possibile che passando lì sotto la Est, che si offre completamente alla vista, non si siano chiesti se non valesse la pena attaccare vicino alla cresta dell’Hörnli che da lì non offriva visibilmente alcuna difficoltà?
    Tutti e tre vanno quindi al Monte Bianco e conquistano importanti vittorie. Whymper vuole poi tornare al Cervino: Almer si rifiuta, Croz ha impegni con altri e così Whymper torna solo al Breuil dove scopre che Carrel non è più disponibile. Quindi Whymper, si ritrova solo, senza guide e senza un progetto. Ma qui inizia l’incredibile rapida concatenazione di fatti che come in una tragedia greca conduce inesorabilmente alle estreme conseguenze. L’incontro con Lord Douglas è decisivo perché questi gli comunica che intende salire il Cervino per la cresta dell’Hörnli che Taugwalder, sua guida pochi giorni prima all’Obergabelhorn e che era ancora al suo servizio, gli ha assicurato essere fattibile. Che cosa ci sia andato a fare Douglas al Breuil non è chiaro, forse a ingaggiare anche Carrel, cosa del tutto impraticabile, infatti col figlio di Taugwalder come portatore tornò subito a Zermatt con Whymper che si accodò al progetto di Lord Douglas e non come la racconta negli Scrambles! A Zermatt trovarono Hudson, Hadow e Croz (che il primo aveva potuto ingaggiare perché il precedente cliente di Croz si era ammalato), con la più determinata intenzione di tentare la via che aveva studiato e per la quale si era preparato. Hudson era in quel periodo tra i migliori alpinisti britannici, basta ricordare il suo libro Where there is a will there is a way con la prima ascensione senza guide al Bianco per una via nuova. Aveva con sé anche una lunga corda che poi non fu portata perché si ritennero sufficienti quelle di Whymper. E’ quindi Whymper che fu accettato nel progetto di altri e con un colpo di fortuna trovò guide, compagni e obiettivo! Whymper negli Scrambles di Hudson parla il meno possibile. E’ ben noto l’episodio descritto nel libro della corsa finale a raggiungere la vetta tra Croz e Whymper. A parte il fatto che è improbabile che una guida lasci solo il cliente slegandosi per fare la corsa con un altro, ma c’è la testimonianza che la corsa finale l’avevano fatta in tre, con anche Hudson. Coolidge, che per altro aveva il dente avvelenato con Whymper, ha affermato che se tutti i compagni di Whymper non fossero morti il merito della prima ascensione del Cervino sarebbe spettato in primo luogo a Hudson, e guardando alla concatenazione dei fatti non aveva tutti i torti. Ma la storia l’ha scritta il sopravvissuto ed è questa che si continua a divulgare. Comunque non è mai tardi per fare un po’ di giustizia a chi lo merita.
    Fonti: Alpine Journal 1950, 1957, Arnold Lunn: Matterhorn Centenary London 1965

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