La Targa Cambi-Cichetti

La Targa Cambi-Cichetti
di Carlo Alberto Pinelli
lettera aperta del 3 giugno 2020

Spett. Ente Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga
e p.c.
Sezioni abruzzesi del CAI, Sezione di Roma del CAI, Associazione Alpinisti del Gran Sasso, Attivisti e consiglieri di Mountain Wilderness Italia.

L’associazione Alpinisti del Gran Sasso, insieme all’azienda Tecnoalp e al comune di Pietracamela, ha annunciato che il giorno 28 giugno 2020 nella val Maone (Parco Nazionale del Gran Sasso-monti della Laga) verranno inaugurati con grande concorso di pubblico, due grandi cartelli in ricordo della tragica vicenda che portò alla morte per assideramento e sfinimento degli alpinisti romani  Mario Cambi e Paolo Emilio Cichetti, nel lontano 1929. Premesso che ben altre e ben più preoccupanti minacce incombono sul significato dei nostri parchi nazionali e più in generale sull’integrità delle montagne italiane, non posso evitare di esprimere le mie perplessità sul valore di questa nuova iniziativa.  Non nutro il minimo dubbio sulla buona fede e sulle nobili motivazioni di chi si è speso per organizzare tale evento commemorativo. Ma sono contrario, sia come alpinista, sia come socio di Mountain Wilderness, sia come uomo che nella parallela valle del Venacquaro raccolse le spoglie di un proprio amatissimo fratello, all’abitudine di sovrapporre sui paesaggi montani i segni ingombranti delle vicende umane (o anche, se per questo, delle credenze religiose care a una parte dei frequentatori).

Il vecchio rifugio Garibaldi al Gran Sasso

La pietas per chi in montagna ha perduto la vita dovrebbe esprimersi in modi diversi, in luoghi appropriati, in forme non esteriori, evitando di trasformare a poco a poco sentieri, pareti e vette in espliciti ricettacoli di memorie. La storia della frequentazione delle montagne e delle tragedie a lei talvolta associate lasciamola nei libri ( che consigliamo di leggere, naturalmente) o sugli ingressi dei rifugi: non imponiamola con azioni invasive in chi si addentra in quegli ambienti straordinari, magari proprio desideroso di lasciarsi alle spalle le cicatrici dello scorrere del tempo umano. Certo, nel caso specifico siamo tutti ben consapevoli che i luoghi dove, uno dopo l’altro, Cambi e Cichetti persero la vita, da un lato solo raramente vengono ormai visitati dagli escursionisti e dall’altro sono stati già gravemente alterati da altri interventi umani. Ma ciò non cambia la sostanza delle cose.

L’incontro autentico con gli spazi della montagna dovrebbe permettere a ciascun frequentatore di intessere, nel silenzio della propria mente, le esperienze che sta vivendo a personali ricordi, emozioni segrete, gioie e dolori. Senza che segnali esteriori ne pilotino dall’esterno la percezione con inopportune spiegazioni di carattere commemorativo, o descrittivo, o didattico.

Vorrei che l’Ente Parco Nazionale Gran Sasso-Monti della Laga prendesse in considerazione le mie riflessioni, prima di concedere i necessari permessi a questa ulteriore, superflua antropizzazione di una valle già pesantemente segnata dalle captazioni idriche.  Forse non sarebbe troppo difficile proporre di collocare i due cartelli previsti all’interno del rifugio Garibaldi, da dove in quel lontano e rigidissimo inverno partirono, in direzione della morte, i due giovani e disperati alpinisti romani. Mi auguro che le sezioni del Club Alpino potenzialmente interessate suggeriscano agli organizzatori questa diversa e più consona soluzione.

Febbraio 1929, il dramma di Cambi e Cichetti
a cura della redazione di neveappennino.it
(pubblicato su neveappennino.it il 3 febbraio 2020)

Nello scorso secolo, un inverno carico di gelo e neve, fu senza dubbio il 1928-29. Dopo un dicembre per lo più piovoso, gennaio e febbraio si manifestarono crudi e gelidi, con tanta neve che seppellì non soltanto le aree montuose del nostro appennino, ma anche a quote costiere con degli accumuli eccezionali. Tanto per fare un esempio, il piccolo borgo di Roccacaramanico a 1050 m. sul versante settentrionale della catena del Morrone e dinanzi alla maestosa mole della Majella, totalizzò un accumulo di ben 10,49 m, grazie anche all’esaltazione dell’effetto stau adriatico.

Un continuo rinnovo di nevicate e bufere, causa un anticiclone di blocco russo-scandinavo ben posizionata sull’Europa centro-settentrionale, la quale faceva scorrere sul suo bordo meridionale delle gelide correnti di estrazione russo-siberiana. Spesso quest’ultime, andavano a scontrarsi con quelle più umide provenienti dal nord-Africa (un po’ com’è successo dopo la metà del gennaio scorso 2020 per intenderci), le quali insieme davano luogo a delle nevicate imponenti lungo la dorsale.

Fu in quell’inverno e proprio in quei giorni in cui ci fu l’apice del maltempo (tra il 9 e il 13 febbraio 1929), che due amici romani, forti alpinisti di quel tempo lontano, vollero tentare l’ascesa invernale sul Corno Piccolo sulla via Chiaraviglio–Berthelet. Si chiamavano Mario Cambi e Paolo Emilio Cichetti.

Mappa relativa al 12 febbraio del 1929, in grafica rappresentazione della 500 hpa

Partirono da Roma alla volta di Assergi, dapprima con il treno fino all’Aquila, ed a seguire con i mezzi di allora, ove iniziarono la salita verso il Passo della Portella, sotto un tempo che già non prometteva nulla di buono. Ad Assergi furono molte le persone che li videro salire su quel sentiero dato si che si stavano celebrando i funerali della guida locale, ma molto conosciuta, Giovanni Acitelli. Arrivarono al rifugio Garibaldi 2233 m, semisepolto dalla neve ed in mezzo ad un gelo accentuato.

Manca la pala, cosa grave vista la stagione. Mancano molte stoviglie. Manca l’ascia per spaccare la legna… l’assenza della pala ci impedisce di chiudere la porta costringendoci a dormire quasi all’aperto”. Questo annotarono la sera dell’8 febbraio sul diario del rifugio.

Il giorno dopo si svegliarono tardi, e scrissero, “9 febbraio. Siamo senza orologio. Partiamo a giorno alto diretti al Corno Piccolo”.

Era verso la metà della giornata o poco più quando si avviarono dal rifugio verso la Sella dei due Corni, perdendo tra l’altro uno dei loro sacchi con un paio di guanti.

Attaccarono, o meglio ci provarono, la Chiaraviglio–Berthelet, ma il gelo eccezionale di quell’inverno tirò subito fuori gli artigli… infatti le mani si appiccicavano alla roccia ed alla piccozza; avevano a questo punto un paio di guanti che cercarono di passarsi ogni tanto, ma non ci fu nulla da fare, dovettero arrendersi e fare dietro-front, anche perché oltre il freddo insopportabile, anche le condizioni meteo erano sempre poco rassicuranti.

Arrivarono a notte fonda, al rifugio Garibaldi, ed entrambi ebbero un inizio di congelamento ai piedi. E nel rifugio, dovettero rimanere con la porta semi aperta, causa la neve che appunto non la faceva chiudere. Il peggio però, a livello meteo, doveva ancora arrivare. Un minimo depressionario, che iniziò ad attirare aria gelidissima da nord-est, si scontrò infatti con delle correnti miti ed umide nord-africane dando luogo ad una vera e propria bomba bianca, su molte zone dell’Italia, situazione che è rimasta negli annali della meteo, come il “nevone del 29”.

Infatti, la mattina seguente, i due si svegliarono sotto una fitta tormenta, e quindi rimasero al rifugio per tutto il giorno visto che come annotarono sul diario, cercarono di curare il principio di congelamento ai piedi. Ma la situazione meteo non accennava a cambiare, in quanto nevicò tutto quel giorno e la notte seguente ed ancora tutto il giorno appresso, 11 febbraio.

Mario Cambi

La mattina del 12, si accorsero che il rifugio era completamente sepolto dalla neve, che cadeva sempre copiosamente. A quel punto, annotarono sul diario che era meglio andarsene in fretta, poiché se non provavano ad uscire allora, difficilmente lo avrebbero fatto poi, a tempesta conclusa, senza sapere quando, poteva effettivamente concludersi.

Tornare verso Assergi, non era facile. Campo Pericoli e soprattutto il Passo della Portella sono tremendi con i venti da grecale. Allora, come scrisse Cichetti sul diario, cercarono di scendere verso la Val Maone per raggiungere Pietracamela. Ma in tutti i casi, avanzarono molto piano, non solo per la tormenta, ma anche per la neve che era caduta in maniera mai vista. Infatti la discesa, non fu affatto uno scherzo, che li vide scendere molto piano, facendo un solco nella neve altissima.

Mentre proseguirono, sembrerebbe che furono colpiti anche da una slavina, cosa che riuscirono a capire i soccorritori nei giorni seguenti dopo la tormenta. Certamente come andarono le cose, mai nessuno l’ha saputo con esattezza e mai si saprà, ma il primo a cedere fu Mario Cambi, che a quanto pare era legato in vita a Paolo, che sembra era stato l’apripista. Probabilmente non morì dinanzi all’amico, che da ricostruzioni fatte all’epoca, pare che gli mise un suo maglione sotto la testa e forse cercò di raggiungere il piccolo borgo di Pietracamela per chiedere soccorsi.

Ma purtroppo il destino fu crudele anche per lui… a circa 3 km dal paese morì.

Paolo, fu trovato qualche giorno dopo dai soccorritori che furono allarmati da due amiche loro di Teramo, cui dovevano raggiungere, e di conseguenza dai genitori. Certo, erano altri tempi lontanissimi in cui le notizie da Teramo a Roma ci mettevano giorni, con il maltempo poi, la situazione diventava ancora più drammatica.

Aveva poca neve sul suo corpo senza vita, e fu portato a valle ove vennero anche i familiari per la restituzione della salma.

Per Mario non fu così. Il perdurare del maltempo, anche se più a carattere sparso, rallentò le ricerche più in quota, nel cuore del massiccio del Gran Sasso. I soccorritori, in quelle poche giornate di sole o comunque migliori, salirono fino al rifugio Garibaldi, ma di Cambi, neanche traccia. Furono fatte anche delle analisi a dir poco fantastiche, da parte dei quotidiani dell’epoca, che dissero che probabilmente vagava per le solitudini del Gran Sasso…

Ma il verdetto definitivo, arrivò il 25 aprile, ove in mezzo a molta neve ancora presente nella Valle del Rio Arno, fu trovato il suo corpo. Fu sistemato in una cassa di legno e portato giù in paese, con la presenza dei suoi familiari, gente altolocata Romana.

Nell’estate successiva, precisamente il 4 agosto, in una splendida manifestazione, ove parteciparono delle squadre del CAI L’Aquila e Teramo, furono dedicate due cime a Mario e Paolo, che molti di noi appassionati di montagna conosciamo, il Torrione Cambi sul Corno Grande e la Punta Cichetti, sul Corno Piccolo, appunto quella che volevano raggiungere in quel gelido pomeriggio di febbraio.

Sul sentiero invece che da Pietracamela sale nella valle del Rio Arno, sono presenti due monumenti dedicati a Paolo e Mario, dove furono ritrovati i loro corpi.

Infine, prima di concludere, una piccola riflessione, a riguardo di questa triste e lontana storia, in un tempo in cui non c’erano previsioni meteo televisive, applicazioni sui cellulari o altro, ma in qualche caso, in città si trovava qualche radio che ogni chissà quanto aggiornava il bollettino meteo.

Pertanto casi come questi potevano purtroppo succedere, ma oggi, a mio avviso è praticamente vietato che uno debba farsi male o peggio morire in montagna, appunto per tutto ciò che la tecnica ha sviluppato in tutti questi anni.

21 febbraio 1929: Edoardo Amaldi (dietro, con gli sci), Giovanni Enriques
e la signorina De Angelis, appena giunti al rifugio Garibaldi al Gran Sasso
alla ricerca dei due alpinisti dispersi Cambi e Cichetti

L’ultima ascensione di Mario Cambi e Paolo Emilio Cichetti, un libro di Pasquale Iannetti
di Stefano Ardito
(pubblicato su montagna.tv il 19 maggio 2018)

Una delle tragedie più famose della storia dell’alpinismo sul Gran Sasso si compie nel febbraio del 1929, ottantanove anni fa. Due tra i migliori alpinisti abruzzesi del momento, Mario Cambi e Paolo Emilio Cichetti, partono da Assergi verso le alte quote del Gran Sasso. Le famiglie e gli amici sanno che vogliono salire d’inverno la cresta Sud del Corno Piccolo, una delle vie di arrampicata più eleganti del massiccio.

In quegli anni le radio e i cellulari non ci sono, e i rifugi non hanno certo il telefono. In alta montagna, d’inverno, le assenze di più giorni sono normali. Ma bastano pochi giorni per capire che qualcosa di grave è successo. L’Italia è investita da una bufera artica che fa gelare i canali di Venezia e accumula metri di neve in montagna. E Mario e Paolo Emilio non tornano. 

L’allarme viene dato il 16 febbraio, otto giorni dopo la partenza dei due, da Ernesto Sivitilli, il fondatore degli Aquilotti di Pietracamela. Le squadre di soccorso si mettono in moto l’indomani. 

Diario di Cambi e Cichetti ritrovato al rifugio Garibaldi

Alle ricerche, oltra a Forestali e Alpini, partecipano volontari e amici abruzzesi e romani. Tra i primi ad arrivare al rifugio Garibaldi, e a ritrovare il loro diario, sono due giovani che avranno un ruolo importante nella cultura italiana, il fisico Edoardo Amaldi e Giovanni Enriques, futuro fondatore della casa editrice Zanichelli. 

Il corpo di Paolo Emilio Cichetti, che si è spento a un’ora di marcia dalla salvezza, viene ritrovato il 18 febbraio tra i boschi della valle del Rio Arno, a tre chilometri da Pietracamela. Quello di Mario Cambi, nonostante le ricerche a tappeto, riemerge dalla neve solo il 25 aprile. 

Pasquale Iannetti, guida alpina di Teramo, è un personaggio ben noto a chi frequenta le montagne d’Abruzzo. Ha gestito a lungo il rifugio Franchetti, tra il Corno Piccolo e il Corno Grande del Gran Sasso. Ha condotto (e conduce ancora) i suoi clienti su vette e pareti in ogni momento dell’anno. 

Vent’anni fa, come membro della Commissione Valanghe comunale, ha avvisato l’amministrazione di Farindola che costruire l’Hotel Rigopiano in quel punto sarebbe stato un azzardo. Sappiamo tutti, purtroppo, com’è andata a finire. 

Ora, ne L’ultima ascensione (Artemia Nova Editrice, 176 pagine, 28 euro), che è il suo primo libro,Iannetti racconta cos’è accaduto a Cambi e Cichetti nel 1929. Grazie a brandelli di diario, e agli indizi trovati dai soccorritori, tornano alla vita il tentativo di salita al Corno Piccolo in una giornata glaciale, i due giorni di attesa di un miglioramento del tempo nel minuscolo rifugio Garibaldi. 

Poi la fuga disperata, senza sci, tra metri e metri di neve lungo la Val Maone e la lontana Pietracamela. E la morte per assideramento prima di Mario Cambi e poi di Paolo Emilio Cichetti, che ha ceduto e si è accasciato sulla neve quando il paese e la vita erano ormai a pochi passi.     

Completano il libro i capitoli dedicati alle altre ascensioni di Cambi e Cichetti sul Gran Sasso, alla loro vita lontano dalla montagna (Mario Cambi avrebbe avuto un futuro come pittore), alle loro famiglie tra L’Aquila, Teramo e Roma. 

Dei capitoli di grande interesse sono dedicati alla storia dell’alpinismo sul Gran Sasso, e ai materiali tecnici, dalle corde di canapa ai ramponi d’acciaio, di cui Mario Cambi e Paolo Emilio Cichetti disponevano. Interessanti anche gli interventi di Vincenzo Cerulli Irelli, Thomas Di Fiore e di Gianni Battimelli. Molte e belle le immagini, frutto di una ricerca durata anni.    

Da sempre, con qualche rara eccezione, il grande pubblico s’interessa all’alpinismo nei momenti delle peggiori tragedie, più che in quelli delle vittorie. E’ accaduto per la catastrofe del Cervino del 1865, per le vittime della parete Nord dell’Eiger negli anni Trenta, per Walter Bonatti e compagni nel 1961, per la tragedia del 1996 sull’Everest raccontata da Aria sottile di Jon Krakauer. E’ accaduto di nuovo, qualche settimana fa, con il dramma sulla Haute Route scialpinistica da Chamonix a Zermatt. 

Ottantanove anni fa, tra Roma e l’Abruzzo, l’avventura e la fine di Mario Cambi e Paolo Emilio Cichetti hanno emozionato i frequentatori del Gran Sasso e il grande pubblico. Pasquale Iannetti ci consente di riviverle. L’ultima ascensione è un libro che merita di essere letto. Anche da parte di chi vive, cammina e arrampica lontano dal Gran Sasso e dalle sue splendide torri di pietra. 

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La Targa Cambi-Cichetti ultima modifica: 2020-06-06T05:35:00+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “La Targa Cambi-Cichetti”

  1. 3
    Giuseppe Penotti says:

    Sono sempre stato contrario a simboli, prevalentemente religiosi, presenti sulle montagne e mi sono sempre opposto alla nuova sistemazione di questi simboli, consapevole che per quel che riguarda quelli passati, la simbologia religiosa è sempre stata presente nei frequentatori delle terre alte e proporne un totale smantellamento è utopico e forse anche anti storico.
    Ma nel caso specifico quella di Pinelli mi pare veramente una “pisciata fuori dal vaso”.  Esprimere perplessità per due targhe commemorative, assolutamente laiche, nel contesto in cui è stato pensato mi pare veramente assurdo. Ho espresso più volte le mie perplessità rispetto al corso che ha preso MW con la presidenza di Pinelli e questa vicenda non fa che avvalorare le mie opinioni.
    Per il Gran Sasso ci sono bel altre battaglie da fare.
    Senza considerare che presidente del AAGS fu Roberto Iannilli la cui scomparsa, per il sentimento di amicizia che mi legava a lui, è ancora una ferita aperta, conoscendo bene le sue idee, le sue convinzioni politiche, umane e sociali, la sua forte passione per il GS non avrebbe di certo avuto nulla da obiettare.
    Ergo, fra Pinelli  e gli alpinisti del GS unitamente al ricordo di Roberto, sto assolutamente con quest’ultimi.

  2. 2
    Roberto Colacchia, Segretario AaGS (Alpinisti Amici del Gran Sassi) says:

    A: Carlo Alberto Pinelli e, per conoscenza:Ente Parco Nazionale Gran Sasso e Monti della Laga 
    Sezioni abruzzesi CAISezione CAI RomaMountain Wilderness ItaliaGogna BlogSoci della AaGS 
     
    Gentile Presidente, le perplessità da Lei espresse circa l’iniziativa dell’AaGS di collocare due pannelli illustrativi in Val Maone, presso gli storici monumenti eretti quasi cento anni fa nei luoghi di ritrovamento dei corpi degli sfortunati alpinisti Mario Cambi e P.E. Cichetti, sono legittime e comprensibili, anche se non le ritengo condividibili; quello che invece è dispiaciuto, a me personalmente e ai membri dell’associazione che rappresento, è il modo e i tempi con cui tali perplessità sono state espresse e rese pubbliche.  
    L’iniziativa infatti non ha nulla a che vedere con discutibilissime opere di cementificazione, creazione di bidonvie o discariche di rifiuti e neppure di impianti fissi, usualmente accettati in montagna, come rifugi, sentieri, chiodature e ferrate. Si tratta soltanto della posa di due pannelli di modeste dimensioni rimovibili senza difficoltà da collocare presso due cippi già in loco da decenni per renderne comprensibile la presenza e il senso. 
    Scopo primario dell’Associazione alpinisti del Gran Sasso, che è tra i promotori dell’iniziativa e che in questa sede rappresento come Segretarioè quello di conservare la memoria degli alpinisti che hanno scelto il gruppo del Gran Sasso come loro terreno di azione e che possono costituire un punto di riferimento per le nuove generazioni che frequentano oggi quelle stesse montagne.   Poter trasmettere i valori dell’alpinismo tradizionale alle nuove generazioni di alpinisti è una, se non la principale ragione, che ha portato anni fa Roberto Iannilli a diventare presidente dell’AaGS, potendo così fissare indirizzi e obiettivi che guardavano lontano, focalizzati più sull’uomo in quanto alpinista con i relativi valori che sulla montagna in quanto “contenitore” delle sue imprese. In questa dimensione rientra appieno ricordare come sopra il dramma, altamente significativo per diversi aspetti, di Mario Cambi e Paolo Emilio Cichetti, così come vi rientrerebbe o vi rientra la promozione d’un libro che ha obiettivamente la stessa intenzione.  
    L’Associazione dunque s’è mossa nel caso in totale consonanza col suo scopo statutario.  
    Lo scopo precipuo di Mountain Wilderness è invece più dalla parte della montagna che dell’uomo, dove ciò che conta è proteggere la natura alpina dalle contaminazioni di qualsiasi genere. Anche questo è un obiettivo che la mia Associazione sente fortemente il dovere di perseguire e sul cui senso generale ovviamente concorda, nel caso è stato però perseguito in evidente ritardo rispetto alle comunicazioni che sull’iniziativa la stessa Associazione già anni fa ha diffuso a un vasto indirizzario comprendente lo stesso Presidente di Mountain Wilderness, senza mai registrare prese di posizione contrastanti sino a quella appena ricevuta. Rincresce constatare che questa presa di posizione è stata diffusa senza alcun precedente contatto con questa Associazione, che si è così venuta a trovare in obiettivo stato d’accusa di fronte alle Sezioni abruzzesi del CAI e non solo, quando i cartelli faticosamente preparati, pagati e muniti di tutte le necessarie autorizzazioni, sono ormai in procinto d’essere inaugurati. Ribadisco che scrivere all’Ente Parco Nazionale del Gran Sasso, alle Sezioni CAI d’Abruzzo e non solo è un comportamento più che legittimo che, se attuato per tempo, avrebbe consentito di discutere l’iniziativa. Fatto ora, dopo che  il CAI Abruzzo e l’Ente  hanno già espresso il loro consenso o il loro patrocinio, si  pone invece in improvviso quanto spiacevole contrasto con l’impegno dei suoi promotori.Occorre anche ricordare che l’8 settembre 2018, prendendo spunto dalla celebrazione del centenario della prima salita della via Chiaraviglio-Berthelet, fu organizzata una visita presso i monumenti dedicati a Cambi e Cichetti per ricordare lo sfortunato tentativo dei due giovani alpinisti, entrambi appartenenti alla SUCAI Roma, di effettuare la prima salita invernale di quella stessa via. In quella occasione Gianni Battimelli, presenti numerosi giovani, tenne un discorso degno di essere  ricordato.  Di quella manifestazione e del relativo resoconto fu data tempestiva comunicazione a tutto l’indirizzario telematico.Nel rispetto dei permessi accordati e degli impegni presi, questa Associazione conferma pertanto l’appuntamento del 28 giugno che rappresenta per i soci dell’AaGS e per chi ha fatto parte della SUCAI una occasione di ritrovarsi insieme e ricordare quel periodo storico che fu d’insegnamento a molti di noi per la pratica dell’alpinismo grazie alla Scuola e ai suoi istruttori.

  3. 1
    Luca Mozzati says:

    Concordo con Pinelli circa l’inopportunità di cartelli, croci, targhe e monumenti in ambiente naturale (anche se spesso quando li trovo li leggo avidamente e con piacere), per i motivi che molto correttamente espone e con la giusta sottolineatura della pietas
    L’ambiente, in particolare quello ancora relativamente selvaggio, non deve trasformarsi in esibizione delle memorie (per giunta arbitrariamente selezionate) dell’azione o dei desideri dell’uomo.

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