La tenda rossa 1

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La conquista del Polo Nord: una marcia iniziata quattro secoli fa
Dagli anni ’60 in poi, a parte i gruppi turistici che vi pervengono normalmente in aereo, sono decine i gruppi che raggiungono il Polo Nord, portando depositi sul pack con l’ae­reo. Solo due di questi (primi i norvegesi Borge Øusland e Erling Kagge, il 4 maggio 1990 da Cape Columbia) e anche un so­litario, lo stesso Øusland dalla Siberia nel 1994, a piedi e senza supporti esterni, facendosi però trasportare in aereo al ritorno.

Fridtjorf Nansen

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Ma, prima di questi exploit moderni, la storia della conquista del polo è ricca di episodi affascinanti e drammatici. Oltre trecento anni separano infatti il primo tentativo di raggiungere il vertice del mondo da quel 12 maggio 1926 in cui il dirigibile Norge comandato da Umberto Nobile sorvola per la prima volta il Polo Nord.

All’inglese Henry Hudson va il merito della prima sfida, nel 1607, a bordo della nave Hopewell. Riesce a raggiungere la Groenlandia e da qui le coste settentrionali dell’arcipelago delle Svalbard. La barriera di ghiaccio impedisce di puntare a nord. Hudson non supera gli 80°23’ di latitudine N. Solo nel 1773 si ritenta, ad opera di Constantin J. Phipps, anch’egli inglese, che con la nave Racehorse supera di poco Hudson, a 80°48’ N, 1205 km dal polo.

Ancora un inglese, William Edward Parry, è protagonista del primo tentativo di marcia con slitte, compiuto nel giugno 1827. Le temperature estive provocano continue e profonde rotture della superficie ghiacciata ai margini della calotta polare. Enormi lastroni di ghiaccio, separati da canali di acqua, si muovono verso sud, in direzione contraria a quella delle slitte. Superarli è molto difficile e anche Parry rinuncia a 82°45’. Nel 1876, Clement Markham batte il primato di Parry e raggiunge, il 12 maggio, 83°20’26” N, portandosi a 740 km dal polo.

La sfida con i ghiacci mette a dura prova e spesso la sconfitta si accompagna alla tragedia. La più grave coinvolge la nave americana Jeannette, comandata da George Washington De Long. Dopo ben 22 mesi di deriva, solo pochi membri dell’equipaggio si salvano dal naufragio. È il 1881. Nessun uomo ha ancora raggiunto la latitudine di 84° N.

Nel 1893 è la volta di Fridtjof Nansen, a bordo di una piccola nave, la Fram, appositamente concepita e realizzata in forma di guscio di noce per poter essere sollevata dai ghiacci anziché stritolata. Nansen programma di sfruttare la deriva dei ghiacci, ormeggiando la nave ad un floe (banco di ghiaccio). Sedici mesi più tardi la deriva verso nord sembra arrestarsi e il 14 marzo Nansen e Frederik Johansen lasciano la nave. Si trovano a 84°N e 90°E. L’8 aprile, giunti a 86°13’6″N, a 420 km dal polo, i due uomini sono arrestati da un agglomerato di ghiacci tal­mente caotico da permettere loro di trovare a malapena lo spazio per piantare la tenda. Tornano quindi indietro e si dirigono, dopo aver mancato l’incontro con la Fram, verso la Terra di Fran­cesco Giuseppe, dove arrivano il 29 agosto dopo essersi nutriti con la carne dei loro cani.

La Fram imprigionata tra i ghiacci

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Nel 1899 Luigi Amedeo duca degli Abruzzi parte dall’Italia con la nave Stella Polare e sverna nell’isola Prin­cipe Rodolfo, a nord dell’arcipelago Francesco Giuseppe. Il 13 marzo 1900, 13 uomini divisi in quattro gruppi lasciano la ba­se. Tre gruppi sono di appoggio, mentre il quarto gruppo di quattro uomini guidato da Umberto Cagni deve spingersi il più possibile a nord. Il 25 aprile 1900 Cagni, dopo aver raggiunto 86°34′ N a 370 km dal polo, è costretto a tornare indietro.

Nel 1902 l’americano Robert E. Peary perviene il 21 aprile a 84°17’27” senza aver battuto il primato di Cagni. Nel 1906 ritenta in condizioni atmosferiche partico­larmente sfavorevoli e il 21 aprile raggiunge 87°06’N, a soli 320 km dal polo. Peary riparte due anni dopo, nel luglio 1908, portando con sé una cinquantina di esquimesi e 250 cani. Con la nave Roosevelt si ferma allo sbocco dello stretto di Robenson, nel mare Artico. Nell’inverno si caccia e si allestisce un deposito a Cape Columbia, donde dovrà muovere la spedizione fi­nale. La partenza ha luogo da Cape Columbia il 1° marzo. Peary usa una tecnica elaborata: un primo gruppo parte per aprire la via a colpi di piccone; seguono gruppi con slitte cariche di viveri; ultimo è il gruppo di Peary che dovrà raggiungere il polo. Malgrado le incredibili difficoltà (tempeste, impraticabili bar­riere di ghiacci, profonde fenditure, tratti d’acqua) il metodo adottato si dimostra efficace. Alla partenza i gruppi sono 6, con 24 uomini, 15 slitte e 133 cani. Peary continua con 5 slitte e 40 ca­ni e riferisce di aver percorso gli ultimi 250 km ad una velocità di oltre 50 km al giorno, favorito dal bel tempo. Peary dice di aver raggiunto il Polo Nord con R. A. Bartlett il 6 aprile 1909.

Salomon August Andrée

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Questo successo senza precedenti è offuscato da una notizia che sbalordisce il mondo qualche giorno prima che si venisse a conoscere il felice esito dell’impresa di Peary: Frederik Cook annuncia di aver raggiunto il polo con due esquimesi il 21 aprile 1908, vale a dire un anno prima di Peary. Ecco il racconto di Cook: parte il 19 febbraio 1908 da Annoatok (Groenlandia settentrionale) con due esquimesi; vive di caccia durante il viaggio; il 21 aprile raggiunge il polo. La sua intenzione è di tornare ma, trasportato verso ovest dalla deriva dei ghiacci a lui non nota, si trova a Cape Hardy nell’isola Devon; qui è obbli­gato a svernare prima di partire per Annoatok, dove arriva il 18 aprile 1909. Ne segue un’aspra controversia: un comitato danese studia i documenti di Cook e conclude che non sono abbastanza probanti.

Ma in seguito anche l’impresa di Peary è negata: le esperienze degli anni recenti hanno dimostrato che non sarebbe stato possibile percorrere gli ultimi 250 km e tornare in così poco tempo: una straripante ambizione lo costrinse a mentire (come Cook) sui veri risultati di una spedizione che ebbe comunque due grandi meriti: stabilire un nuovo record nella marcia verso il polo e dimostrare che i mezzi allora disponibili per muoversi sui ghiacci rendevano impossibile il successo.

Baia Virgo, 1897: la partenza di Salomon August Andrée sull’Örnen

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Per molti anni abbiamo studiato sui libri di testo che il Polo Nord fu conquistato nel 1909 da Peary: ora però questo dato di cronaca ufficiale è cancellato ovunque.

I tentativi dal cielo
È passato il tempo di Nansen, di Peary, di Scott, di Shackleton; e anche di Stefansson e di Ras­mussen, benché si debba a loro se il mondo polare ha perduto quell’alone di terrore che per tanto tempo aveva paralizzato chi vi si avventurava.

Dopo il 1909 nessuno pensa di tornare al Polo Nord con lo stesso metodo di Peary. Si cercano mezzi più tecnici. A parte il norvegese Roald Amundsen che gode già di fama mondiale per avere raggiunto il Polo Sud il 15 dicembre 1911, gli altri uomini sono nuovi: Byrd, Ellsworth, Wilkins, Nobile. Il progresso tecnico ha perfezionato i motori e i mezzi aerei, incomincia perciò la conquista aerea dell’Artide. Ma la tecnica costruttiva di macchine adatte al volo è agli albori. Così, i tentativi di conquista aerea del Polo Nord si susseguono tra la fine dell’Ottocento e il 1926, anno della spedizione del Norge.

Già nel 1897 Salomon August Andrée, svedese, con i due compagni Nils Strindberg e Knut Hjalmar Fraenkel, decide di raggiungere il polo con un pallone aerostatico, l’Örnen, di 4800 mc. A finanziare il tentativo contribuiscono fra gli altri anche Alfredo Nobel, l’inventore della dinamite, e lo stesso re di Svezia. La tecnica di volo prevede un sistema di vele per cambiare direzione e tre lunghi cavi moderatori (lunghezza totale 1.000 metri e peso 850 kg) che, strisciando sul suolo, devono frenare e impedire al mezzo di sollevarsi oltre i 200 metri. Con questi accorgimenti Andrée è convinto di poter guidare l’Örnen fino al polo.

L’Örnen è abbandonato dopo l’atterraggio forzato sui ghiacci

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L’11 luglio 1897 l’Örnen parte dalla Baia Virgo, a nord delle Svalbard. Subito dopo la partenza i cavi moderatori si impigliano fra le rocce e una parte di essi si strappa. Il 15 luglio arriva un messag­gio affidato ad un piccione viaggiatore, dal quale risulta che il 13 la posizione era 82° 2′ N. Poi più nulla. Soltanto 30 anni dopo, il 6 agosto 1930, alcuni marinai della nave norvegese Bratvaag, scesi a terra sulla sperduta isola Bianca, a oriente della Terra di Nord-Est delle Svalbard, trovano i resti della sfortunata spedizione: i corpi dei tre audaci, i loro diari, l’equipaggiamento, le fotografie di più di trent’anni prima.

Dopo oltre 10 ore l’aerostato aveva percorso circa 400 km. Fu l’incontro con una perturbazione a provocare, nascondendo il sole e raffreddando l’idrogeno, un forte aumento di peso dell’aerostato, che si abbassò fino a toccare la superficie del pack e proseguì “timbrando” più volte i ghiacci e risollevandosi di pochi metri. Il mattino del 14 luglio i tre esploratori abbandonarono l’Örnen a 82°56’ N. Con tre slitte e scorte di viveri iniziò così la marcia sui ghiacci per ritornare sulla terraferma. Era il 23 luglio 1897. Avevano un equipaggiamento discreto e viveri sufficienti, ma i ghiacci spinti dalla deriva trascinavano gli esploratori a piacimento, si aprivano e si chiudevano: non c’era una dire­zione costante di marcia. Nonostante l’uccisione di qualche orso per maggiori provvi­ste, le prospettive erano pessime. La deriva dei ghiacci li trascinava verso est, poi la marcia fu impossibile. Abbandonati totalmente alla deriva speravano di raggiungere qualche terra a sud. Ma, nei pressi dell’isola Bian­ca, il lastrone di ghiaccio su cui avevano costruito una capanna di neve si spezzò, costringendoli a sbarcare sull‘isoletta deserta. Il 5 ottobre, i tre esploratori si tra­sferirono a terra. A questo punto le annotazioni sui diari ritrovati trent’anni dopo cessano quasi. Avevano ancora viveri e mu­nizioni con cui procurarsi altro cibo: ma non era­no equipaggiati per affrontare il freddo dell’autunno. Prima morì Strindberg; qualche giorno dopo Andrée e Fraenkel, senza costruire il ricovero di cui parlano nelle loro ultime annotazioni.

Roald Amundsen

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Un piccolo aereo Junkers, l’Eis Vogel, nel 1923 supera l’80° parallelo e per la prima volta nella storia della ricerca geografica impiega la fotografia aerea.

Dopo i tentativi falliti nel 1918 e nel 1920 con la nave Maud, Amundsen si convince che le possibilità di raggiungere il polo con navi e slitte sono davvero minime: la via aerea più di ogni altra consente il successo. Grazie all’intervento finanziario dell’americano Lincoln Ellsworth, acquista in Italia due idrovolanti Dornier Wal. Il volo ha inizio il 21 maggio 1925 dalle Svalbard. Per ore il Dornier Wal di Amundsen, pilotato da Riiser-Lar­sen, e quello di Ellsworth, pilotato da Dietrichson, volano su una zona inesplorata, diretti al Polo Nord. Ma alle ore 1,15 del 22 maggio, metà della benzina è consumata e sono costretti ad ammarare in un canale tra i ghiacci. La loro posizione è 87°43’ N e 10°30’ W. Fin qui tutto bene, anche se il polo dista circa 250 km. Si tratta ora di riuscire a riprendere il volo e ritornare alla base. E l’impresa non è facile: lo stagno d’acqua libera è ricoperto da uno strato di ghiaccio, che impedisce all’idrovolante di muo­versi, ma non è così solido da sostenerlo. Occorre un lavoro estenuante, con mezzi di fortuna, per preparare, su un campo di ghiaccio abbastanza resistente e ampio, una pista di partenza.

Si decide allora di riprendere il volo con un apparecchio solo. Parecchi tentativi fal­liscono. Il 15 giugno è il giorno decisivo; se anche questa volta si fallisce, abbandoneranno gli apparecchi e cercheranno di rag­giungere a piedi la Groenlandia. «Perché abbandonare un buon apparec­chio intatto – pensa Amundsen – ben rifornito di benzina, per andarsene a peregrinare tra i ghiacci, con la sicurezza di perire miseramente? Forse domani potrebbe aprirsi una strada, e allora per ritornare basterebbero otto ore di volo».

Roald Amundsen alla partenza del volo polare con il Dornier Wal dalla Baia del Re (1925)

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Si scarica quello che non è assolutamente necessario. E gli uomini dei due equipaggi prendono posto su un idrovolante. «Alle 10,30 Riiser-Larsen si mette ai comandi: un momento d’ansia terribile. Pare che l’apparec­chio si renda conto della situazione; raccoglie le sue forze per spiccare il volo: ronza, trema, si scuote, si piega. Poi, a un tratto, non si ode più lo stridere dell’idrovolante sul ghiaccio: c’è solo il rombo del motore. Siamo in aria! Incominciamo così quel volo che sarà ricordato in tutti i tempi tra i più meravigliosi nella storia dell’aviazione: 850 km di volo, con la morte sempre vicina. Bisogna ricordare che avevamo gettato via quasi tutto; anche se per miracolo avessimo potuto salvare la vita in un atterraggio forzato, i nostri giorni sarebbero stati ugualmente contati

Quando l’immensa di­stesa di nebbia si squarcia appare la cima lucente d’una mon­tagna: sono le Svalbard. Alle sette di sera si compie un amma­raggio forzato, a causa d’un guasto ai timoni di direzione, presso la costa della Terra di Nord-Est. Poco dopo passa una baleniera e la spedizione è salva.

9 maggio 1926: non è passato neppure un anno dal tentativo di Amundsen e di Ellsworth che gli stessi, assieme a Nobile, tornano con una grande spedizione internazionale. Questa situazione stimola il giovane americano Richard E. Byrd, che ha già una certa esperienza di volo artico, ad affrettare i suoi preparativi. All’alba del 9 maggio, un grosso trimotore Fokker, con il car­rello munito di pattini, lascia la pista di ghiaccio della Baia del Re portando Byrd e il suo pilota Floyd Bennett. Un volo di poco più di 15 ore, troppo poche per percorrere una distanza complessiva di 2400 km. Un giornalista presente alla Baia del Re scriverà: “Byrd sorvolò la baia dopo 15 ore e mezzo di volo. Dieci minuti dopo i due coraggiosi aviatori atterrarono in buone condizioni. Essi affermano di aver raggiunto il polo, ma in base alla durata del volo non possono essere andati oltre la latitudine già raggiunta da Amundsen”. Due giorni dopo, l’11 maggio 1926, il Norge si leverà in volo per la leggendaria trasvolata polare.

Come Walter Molino vide l’impatto dell’Italia sulla banchisa, 25 maggio 1928, ore 10.33, 80° N

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continua domani 24 giugno 2014

postato il 23 giugno 2014

 

 

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La tenda rossa 1 ultima modifica: 2014-06-22T21:07:49+02:00 da GognaBlog

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