La trilogia di Bernard Amy – 3

Con il titolo originale La transgression, il racconto completa la trilogia di Bernard Amy: i due precedenti brani sono stati pubblicati in Italia con i titoli Il più grande arrampicatore del mondo, Rivista Mensile CAI n. 12, dicembre 1972 e Alagoune, pietra di nuvola, Rivista della Montagna n. 39, aprile 1980.

La disobbedienza
di Bernard Amy
(
traduzione di Attilio Boccazzi-Varotto)

A forza di dirigerci verso le torri di pietra che, dall’inizio del giorno, erano sorte all’orizzonte, finimmo per perderci. Avevamo da molto lasciato la strada principale, e le piste che seguivamo, tutte polvere e sassi, sulla carta non erano indicate. Avevamo forse passato la frontiera. Nulla poteva indicarlo, se non il paesaggio ch’era tanto mutato da lasciar supporre una deviazione a sud ben più importante di quanto avessimo creduto. Dapprima tipico delle terre apaches, piantato intorno a noi come la scenografia di un film western, il paesaggio si era modificato fino a richiamare le montagne secche e desolate sulle quali vivono le tribù messicane. Le torri soltanto non erano cambiate. Le sagome scure si stagliavano contro il blu più chiaro del cielo, dominate da un enorme blocco arrotondato posto sulla cima della torre più alta, in un equilibrio quasi impossibile. Nel pomeriggio, nel momento in cui cominciammo a disperare di trovare la minima indicazione per avvicinarci al massiccio, scorgemmo una scritta ai bordi della pista: «Siete in territorio indiano. Vogliate scusare le condizioni della strada. La nostra sola ricchezza non è l’asfalto ma la terra sulla quale camminiamo scalzi». Qualche chilometro più in là incontrammo un villaggio.

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Fatto di pietra grigia e polvere era appena visibile. Qualche albero cresceva a stento, al di sopra delle case d’aspetto miserabile. Sui tetti a terrazzo pesava tutto il calore sceso dalle vicine pendici e dalle terre deserte che si stendevano lontano. Apparentemente la pista finiva lì. Arrestammo l’auto e, senza scendere, osservammo il villaggio.

Sembrava abbandonato. La strada principale era vuota. Se qualcuno viveva lì, si era accorto del nostro arrivo? Non sapevamo cosa fare. Attendere oltre non risolveva però il problema. Scendemmo dalla vettura e ci avviammo verso il centro. Il vento ci girava attorno, sollevando sulle casupole un turbine di polvere. Il silenzio e la calma del luogo ci inquietavano. Non pensavamo più alle torri. Non c’era altro che una pista e quel villaggio contro il quale il mondo sembrava finire.

Sopra una porta, un cartello quasi cancellato indicava: «Caffè, bottega artigiana». Risaliva al giorno precedente o era vecchio di secoli? Saliti alcuni scalini, spingemmo una porta ed entrammo in una stanza buia dal pavimento in terra battuta. Qualche oggetto degno delle peggiori immagini di cliché sul popolo indiano stava a indicare che eravamo in un bazar per turisti in fregola di souvenir. Senza rumore un uomo sorse da un recesso oscuro. Venne verso di noi, entrò nella luce cruda che, aprendo la porta, avevamo permesso inondasse l’ambiente.

Era giovane, e i suoi tratti fini, ben marcati, indicavano in lui l’indiano delle alte sierras del sud sebbene fosse vestito con abiti occidentali. Ci squadrò con aria sprezzante. Con tono aggressivo poi chiese semplicemente: «Cosa volete?». Noi bighellonavamo nella bottega come veri turisti, quasi intimiditi di essere là, chiedendoci perché mai fossimo entrati e come riuscire a spiegare a quell’uomo che non eravamo venuti per i suoi miseri oggettini. Egli non si era mosso e continuava a guardarci con occhi cupi. Ripeté: «Cosa volete?». Era un modo per invitarci a uscire. Qualcuno, tra noi, mormorò di voler acquistare un ricordo, io chiesi dove, nel villaggio, fosse possibile trovare alloggio.

«lo vi posso ospitare. Ho due stanze. Lasciate l’auto fuori dal villaggio e girate dietro alla casa». Con movimento impercettibile del capo indicò il retro alle sue spalle. La voce era secca e dura come il suo paese. Diceva di volerci ospitare. Ma ne aveva veramente voglia? Dava l’impressione di essere risentito della nostra presenza. Non capivo se ci rimproverava di averlo scomodato, o perché eravamo uomini bianchi. Pure, egli era la nostra sola possibilità di trovare un riparo per la notte. Risposi che accettavamo la sua offerta.

Parlandogli, realizzai che, sebbene con poca cordialità, la conversazione era avviata. E mi permisi di porre la domanda che, in fondo, più ci stava a cuore, la domanda dello scalatore in viaggio, ossessionato dall’idea di arrampicare e che desidera far sapere di non essere un turista ordinario: «Abbiamo visto le torri al di là del villaggio. Sapete se è possibile scalarle?». L’indiano già si stava ritirando nell’ombra dalla quale era sorto. Si volse verso di noi. Si fermò netto. Sembrava infuriato. «È proibito!» pronunciò con voce tagliente. Non capimmo né la collera né il divieto.

«Perché proibire delle rocce?».
«Decisione della tribù!». Il tono non ammetteva repliche. E come per sbarazzarsi di noi, l’indiano ci seguì fino alla porta. Eravamo delusi. Nel momento in cui le torri sembravano infine accessibili, una legge che non ci aspettavamo e che non riuscivamo a comprendere, ce le toglieva. Mentre gli altri, muti, affrettavano il passo verso l’auto, io mi fermai sulla soglia e, con gli occhi ancora abbacinati dalla gran luce del deserto, feci correre lo sguardo lungo la strada: le torri che prima s’innalzavano lontane nell’aria tremula delle colline incolte, sembravano ora stranamente vicine e immobili, come se, con lenta deriva, il villaggio fosse slittato verso di loro durante la nostra visita alla bottega. A ovest, sopra i terrazzi delle case, si scorgeva tutto il paese che avevamo traversato. Il vento sollevava alte colonne di polvere e, a filo d’orizzonte, esse si confondevano con grandi nuvole temporalesche. Nubi e sabbia ci venivano incontro, riempiendo tutto lo spazio, facendo turbinare la luce gialla del tardo pomeriggio, spingendo l’aria rovente che per tutto il giorno aveva pesato su di noi. Verso est la notte saliva dietro le torri che il sole illuminava ancora e staccava nitide contro l’ombra della sera.

Avevo lasciato un deserto, un villaggio, una strada reali per entrare nell’anticamera tenebrosa d’un universo estraneo, e mi ritrovavo in un mondo irreale nel quale tutto, all’improvviso, si era trasformato davanti a me. Tutto o quasi. Guardai di nuovo le torri: illuminate come uno smisurato palcoscenico esse resistevano alle grandi correnti che salivano dalla pianura, e parevano più reali che mai. Quasi sentivo sulle mani quella pietra lontana, la sua rugosità, la struttura delle forme che costruivano la torre centrale e le forze che, nel punto più alto, mantenevano in equilibrio il blocco sommitale. Io sentivo tutto ciò, e nello stesso tempo sapevo che, a dispetto della nostra ostinazione (uscendo, uno di noi aveva mormorato: proveremo lo stesso ad andare) avevamo poche speranze di raggiungere presto la base di quelle rocce. L’indiano aspettava a fianco della porta che tratteneva con la mano.

Disegno di Guido Giordano
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Esitava a chiudere. Sentivo i suoi occhi su di me, e tutta l’impazienza del gesto interrotto. Mi disse che avrebbe finito con lo scacciarmi. Ma volevo prolungare ancora un poco quell’istante e ritrovare l’illusione che tutto era forse ancora possibile.

«Sono cosi belle» dissi a bassa voce senza guardare l’indiano. Poi, girandomi verso di lui «comunque non potete impedirmi di ammirarle». Parve sorpreso. Il suo sguardo si addolcì. «No, non ve lo proibisco. Ma guardatele da qui».
«Non avete mai avuto voglia di scalarle?».
«Voi venite senza conoscere niente di noi. Perché siete qui?».

Io gli mostrai la pianura e le colline, e le torri ritte al di sopra del suo villaggio: «Per camminare su queste terre, per toccare quelle pietre». Come se non avesse udito la mia risposta egli continuò: «Voi non sapete nulla di noi. Né quello che siamo, né quello che siamo stati. Un uomo della mia razza, che viveva molto a nord, disse ai bianchi che le terre sulle quali noi viviamo sono terre sacre. Egli aggiunse: “noi siamo uccelli con un’ala ferita”. Così siamo noi. Non molto tempo fa arrampicavamo ancora sulle nostre montagne. Da generazioni c’è presso il mio popolo la tradizione di scalare. Ora la storia per noi è cambiata, è la vostra storia a vivere qui».

Che importa la storia? La gente del luogo aveva arrampicato. Perché avevano smesso? Insistetti: «Una volta che si è gustata la scalata perché rinunciarvi? Essa dà un piacere che, per voi, dev’essere evidente…».
«Lo so, lo so» disse interrompendomi «e pure il mio popolo lo sa. Dopo la disobbedienza…».

Smise di parlare come se già avesse detto troppo. Seppi che stava per chiudere la porta. Ma esitò ancora: «Gli uomini bianchi che vivono sulle nostre terre potrebbero capire perché abbiamo proibito la scalata, ma non vogliono. Voi sembrate venire da un altro paese, da un’altra storia. Voi non potete capire. A meno che… Venite da me stasera. Forse potrò aiutarvi a comprendere. Ora andate!».

La sua voce era tornata dura, scostante. Era irritato con me, senza dubbio, per averlo attirato in una discussione che l’aveva costretto ad addolcirsi per un istante. Mi spinse fuori e sbatté la porta.

La sera, prendendo a pretesto il bisogno di solitudine, lasciai i mei compagni di viaggio e tornai sulla strada principale. Era sempre deserta. Ma chi abitava quel villaggio? Dal nostro arrivo, eccetto l’incontro con il mercante di souvenirs, non avevamo scorto anima viva. Occorreva forse pensare a qualche migrazione stagionale che aveva vuotato quelle case dai loro abitanti per un periodo sconosciuto.

L’indiano mi attendeva davanti alla sua bottega. Mi fece semplicemente cenno di seguirlo, poi s’incamminò lungo la via. Quando mi passò davanti, lo fermai: «Come vi chiamate?». Il silenzio della notte era così teso che avevo involontariamente parlato a voce bassa. Con aria stupita egli si volse e rispose con tono normale: «Il mio nome appartiene solo ai miei… Chiamatemi Kowapi. È il nome del più celebre dei miei antenati. Ma non c’è bisogno di parlare, venite!». Uscimmo dal villaggio e prendemmo la direzione delle torri. La notte era immensa e trasparente. Nella luce lattea della luna alta le terre indiane si stendevano all’infinito. Camminavamo in silenzio. Ascoltavo il rumore dei nostri passi sul sentiero: era il rumore del passo dell’uomo che marcia sul mondo e va verso cose mai immaginate.

Disegno di Guido Giordano
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Raggiungemmo un alto pianoro dal quale la vista si apriva su una moltitudine di mesas illuminate dalla luna e divise da un dedalo di canyon oscuri. Le torri erano dietro di noi, ora. Dopo aver traversato il pianoro scendemmo in una profonda gola. Il sentiero serpeggiava sul fianco del dirupo, curva dopo curva. Scendemmo sempre più senza toccare il fondo, Kowapi si diresse poi verso un alto sperone dove la faglia immensa sembrava restringersi fino a sparire. Si inoltrò sopra una stretta cengia che doveva essere sospesa sul vuoto come il filo di un funambolo. Lontano, sopra di noi, le due pareti si congiungevano fin quasi a nascondere la fetta di cielo che ci aveva illuminato fiocamente.

Persi di vista Kowapi. Mi arrestai per ascoltare. Non udivo più i suoi passi. Doveva avermi distanziato. Una mano contro la parete, trattenendomi dal tendere l’altra in avanti come un cieco, continuai lentamente e con tutta la cautela possibile. Kowapi non m’aveva detto niente, né m’aveva aspettato per darmi un solo consiglio. Non lo credevo capace d’avermi attirato in una trappola. Camminavo sul vuoto, ma, non sapevo perché, ero sicuro ch’egli aveva seguito lo stesso cammino e mi stava aspettando in qualche posto.

D’un tratto, la mano che appoggiavo contro la roccia avvertì una variazione d’orientamento della parete. Nello stesso tempo ebbi l’impressione che l’intera massa della montagna si chiudesse su di me. Con le spalle sfioravo la pietra. Alzai gli occhi: il cielo era scomparso. Non c’era altro che oscurità sopra di me. Ebbi un’esitazione. Non ero più sicuro di essere sulla cengia, ed era possibile che avessi mancato un canalino adiacente. Però continuai. Sarei tornato indietro solo se non fossi riuscito a proseguire.

La faglia divenne ancora più stretta. Dovetti mettermi di profilo. Avanzavo a tentoni, preoccupato di scoprire a tempo il vuoto improvviso sotto i miei piedi o una strettoia invalicabile dove avrei rischiato di trovarmi in una posizione difficile. Perché Kowapi non m’aveva aspettato? Tutto sarebbe stato più facile se l’avessi sentito davanti a me, ad aprirmi la strada nell’oscurità.

Ma avanzavo sempre. Indovinai una svolta a destra, poi un’altra a sinistra. Bruscamente, senza che nulla lo facesse presagire, la frattura si allargò e sbucai in un immenso anfiteatro illuminato dal chiarore della luna. Dalla piattaforma sulla quale mi trovai, abbracciavo con uno sguardo tutta l’ampiezza del canyon. Nella prospettiva delle placche, sempre molto ravvicinate, le torri si innalzavano, portando alto nel cielo il loro blocco sommitale sfavillante di luce bianca. Più vicino a me, una delle pareti, lavorata dalle acque, usurata, formava un gigantesco strapiombo dalla superficie liscia e compatta. E là, sospesa nel vuoto, c’era una massa inimmaginabile di roccia color ocra bloccata nella sua caduta: si stentava a credere che essa non avrebbe bruscamente ripreso a precipitare fino a riempire di pietra l’intero vuoto della gola.

Cliff Palace, Mesa Verde National Park, ColoradoMesa Verde National Park

 

Più in basso rispetto alla piattaforma, l’antro ospitava un villaggio steso su larghi terrazzi e fatto con le stesse rocce che si innalzavano tutto intorno. I suoi confini svanivano nelle tenebre dell’enorme anfratto. All’ingresso del villaggio, su una spianata, un fuoco bruciava: alto braciere di fiamme, bragia e faville che salivano fino ai tetti in pietra. Attorno si scorgeva un cerchio di persone immobili, dalle quali saliva un potente mormorio, una lenta litania amplificata dallo strapiombo e che riempiva tutto l’anfiteatro.

Kowapi non era sulla piattaforma. Pensai che m’avesse atteso tra la sua gente, in basso presso il villaggio. Seguii una lunga scalinata intagliata nella roccia poi, per uno stretto sentiero di pietra, raggiunsi la spianata.

Il falò era enorme. Le fiamme proiettavano sulle pareti del soffitto un lucore mobile cosi ben accordato al colore della roccia, che roccia e fuoco parevano confondersi. Le stelle e il cielo nero della mesas erano scomparsi, sostituiti da un cielo color ocra, caldo e tremolante. Sopra di me c’era quel grande ventre di pietra, sotto i miei piedi e tutt’attorno ancora pietra, ovunque pietra, avvolgente, calda come il fuoco, colorata come il fuoco e, dopo il lungo cammino nelle tenebre, ancora più rassicurante della fiamma.

Il cerchio era composto di uomini seduti a terra, immobili nell’attesa di chissà quale evento. Il loro canto non era cessato ma, appena modulato, era così regolare che già mi sorprendevo a non prestarvi attenzione. Tra gli officianti di quella cerimonia riconobbi Kowapi. Al suo fianco c’era uno spazio libero, il posto esatto per una persona che volesse sedersi, a busto eretto e con le gambe incrociate. Andai e mi sedetti. Il canto salì bruscamente. Ero senza dubbio al centro di un’immensa risonanza. Riecheggiata dal soffitto, amplificata e nutrita dal mormorio di ciascun partecipante, la litania era ora un canto pieno, le onde del quale m’entravano nel corpo, si accordavano ai suoi ritmi e svuotavano il mio spirito da tutto ciò che lo rendeva estraneo a quel luogo.

Allora un uomo si alzò e, percorrendo il cerchio, distribuì qualcosa che estraeva da una sacca e che ognuno portava alla bocca. Quando arrivò vicino a me, Kowapi mi disse a bassa voce: «Mangia!». L’uomo tese quello che mi parve un fungo. Esitai. Con tono pressante Kowapi ripeté: «Mangia!». Accettai il fungo, lo portai alla bocca e mi misi a masticare. L’uomo proseguì la sua distribuzione. Man mano ch’egli avanzava, il canto subiva una trasformazione. Era ora una sola lunga e lenta parola cantata con voce piena, della quale io non capivo il significato ma che conservava tutta la sua potenza e il suo fascino.

Quando l’uomo fu nuovamente al suo posto, tutti erano entrati in quella grande, alta preghiera. Subito una sorta di incanto s’impadronì di loro e sembrò trasportarli in una comunione di spiriti antica quanto lo stesso popolo indiano. Ma io ero escluso, non capivo la loro preghiera e non provavo altro che calma e lucidità. Ero straniero, incapace forse di fondermi all’esaltazione che legava tutta quella gente. E presto mi chiesi che cosa stavo facendo in quel luogo.

Non era meglio alzarmi e andarmene? Mi volli muovere, ma non ne ebbi la forza. O piuttosto, la forza che era in me non bastava a consentirmi di muovermi. Il mio corpo aveva il peso della pietra, la pietra era in me, e io ero là, prigioniero di me stesso, pesante quanto un macigno che sa che mai potrà smuoversi con le proprie sole energie.

Il panico si fece strada nel mio spirito. La bella sicurezza che mi aveva condotto fin là era svanita. Ero pietra poggiata sulla pietra, e nello stesso tempo, mi sembrava di non avere punti fermi ai quali ancorarmi. Ero immobile, eppure cadevo. Un’onda tentò di strapparmi, di sollevarmi mentre andavo alla deriva. Dalle viscere salì una lenta nausea. Anch’essa tentò di sollevarmi, di portarmi via. Il mio corpo gonfiò. Stava per scoppiare, per svuotarsi. Mi guardai attorno. Tutti quelli che mi stavano vicini viaggiavano calmi nel loro canto. Ebbi paura che, davanti a loro, sotto i loro occhi, la nausea mi vincesse. Ma nello stesso tempo m’aggrappai ad essa. Sarebbe stato il flutto che m’avrebbe svuotato, avrebbe cacciato da me la sostanza il cui peso mi faceva sprofondare sempre più lontano, sempre più giù.

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Una mano afferrò il mio braccio. Mi volsi verso Kowapi. Pur continuando a cantare mi teneva con tanta fermezza, mi osservava con tale intensità che credetti sapesse quanto mi stava succedendo. Con un cenno del capo indicò il fuoco. Davanti a noi, al centro dello spiazzo, le forme mobili delle fiamme disegnavano una danza trasparente che era nel frattempo cresciuta fino a occupare l’intero spazio limitato dall’alta volta di pietra. Tutta la roccia era in movimento. Affascinato, sollevai gli occhi. Il soffitto brulicava di forme sconosciute che si formavano per scomparire subito, incollate contro la pietra dal calore montante del falò, e del quale sentivo il formicolio contro la capriata d’ossa del cranio. Forme della paura, pensieri che prendevano forma, ingrandivano fino a invadermi la testa. La nausea mi colse di nuovo, con la vertigine della caduta e un bruciore recente in fondo agli occhi. Kowapi non m’aveva lasciato. Si sporse verso di me, mormorò: «Guarda da dove viene la voglia di svuotarti».

Il panico rifluì. Ero di nuovo completamente lucido. Da dove veniva la nausea? Dal centro di me stesso. Dall’interno. Avevo voluto fluire all’esterno. La strada portava invece dentro. Compresi che anche le pietre sanno fuggire, ma all’interno di se stesse. Richiusi gli occhi.

Emersi in un grande spazio calmo e piacevole sul quale cadevano silenziose luci calde come quelle che animarono un fuoco antico le cui fiamme avevano tentato di distruggermi. Le luci erano là, e così i colori, non più semplici variazioni di ocra e rossi sminuzzati nel crogiolo di braci, ma innumerevoli, vividi, e sparivano, riapparivano, colori puri senza disegno, mai visti prima, mai immaginati, sfumature senza nome create dalle più belle illuminazioni di sogni dimenticati. La caduta s’era mollemente trasformata in una lenta discesa in un mare di cangianze indicibili in seno al quale mi lasciavo colare. Discesa, ascensione o deriva? Non sapevo verso cosa stavo andando. Nulla mi guidava. Stavo forse per perdermi. Dovevo tornare in superficie, uscire dalle luci silenziose, ritrovare la pietra e il fuoco. Ma in quale direzione andare? Dirigermi verso la pietra. Cosa fa la pietra quando vuole smettere di fuggire? Si volge verso le altre pietre per costruire una pietra più grande che entri in ciascuna di esse e diventi l’intero mondo della pietra. Lasciare entrare il mondo. Aprirmi al mondo. Apersi gli occhi.

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Ero seduto sullo spiazzo. C’erano gli strapiombi, le fiamme, le braci rosseggianti, il cerchio degli indiani ubriacati dal fungo. Kowapi ancora mi teneva il braccio (stava terminando il gesto cominciato prima, oppure aveva trattenuto la mano su di me per il tempo del mio tutto interiore?) ed ora c’era anche un canto nato dal canto che avevo lasciato chiudendo gli occhi. Era uniforme, sicuro, impossibile a rompersi, più potente, e sembrava venire da tempi e regioni più remote della storia di quegli uomini e di quelle terre.

Il fuoco fu ancora alimentato. Sentivo la sua vampa sulle mani e sul viso. Nello stesso tempo avevo coscienza, mi pesava sulle spalle, del gelo di notti lontane. Ebbi un brivido e ricordai le luci calde nelle quali m’ero immerso. Richiusi gli occhi. Freddo e bruciore svanirono. Ero contornato da un guscio che mi proteggeva dalle sensazioni esterne, così ben riparato da non restarmi altra scelta che inoltrarmi verso il centro dello spazio nel quale esso tentava di includermi. Sempre immobile, appoggiato contro l’interno della corazza fino a sentirne la rugosità sulla pelle, attesi. Il canto era là, entrato anch’esso nella conchiglia, e dilagava dolcemente in direzione del centro. Lo seguii. Ritrovai subito luci e colori, ricchi di rossi e ocra, ancora più vividi della prima volta che li avevo visti, brucianti come soli, accecanti. Mi immobilizzai di nuovo, attesi che la vampa del fuoco s’attenuasse.

Calma e lucidità tornarono. Ebbi l’impressione di uscire da un sogno vago del quale già dubitavo l’esistenza. Soltanto il canto sempre possente ricordava lo spazio interiore nel quale avevo viaggiato. Tutti gli uomini si alzarono, pur continuando a cantare. M’accorsi che anch’io ero in piedi.

Un uomo si staccò dai compagni, venne verso Kowapi e me. Fermo davanti a noi, chiamò: «Kowapi! Kowapi!». Tacque, poi tornò a chiamare: «Kowapi! Kowapi!». Mi volsi. Kowapi non era più al mio fianco. Un’onda di panico tornò a invadermi. «Apri gli occhi», ordinò l’uomo. Nel momento nel quale obbedivo, ebbi coscienza che aveva parlato nella sua lingua e che l’avevo capito.

L’ambiente ormai familiare mi circondava. Ero nuovamente seduto e Kowapi era al mio fianco. Mi guardava con aria tranquilla, come per dirmi che occorreva seguire i segni e permettere al viaggio di venire a me. Ero sulla spianata, davanti al fuoco, sotto il grande tetto di roccia, ma ancora udivo il richiamo: «Kowapi! Kowapi!». Nel momento nel quale stavo per chiedere da dove giungeva quella voce, egli mi fece cenno di tacere e disse: «Rispondi». Tutti gli uomini ora mi guardavano. Vedevo, girati verso di me, tutta una folla di visi emaciati, dalla pelle tesa, le gote arrossate, con sguardi brillanti nelle grandi orbite scure. Non sapevo più se tutte quelle bocche aperte ancora cantavano oppure se esse mimavano le smorfie di un morto che, a mia insaputa, s’era impossessato di quegli esseri immobili. Tornò la voglia di fuggire e riempirmi per intero e richiusi gli occhi.

Alba al Mesa Arch
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Il capo è là, e ancora mi chiama: «Kowapi! Kowapi! È ora di andare». Il canto sale, più forte, quasi doloroso. La voce del capo lo sovrasta: «Tu sei tra Coloro Che Arrampicano e oggi tocca a te. Ricordati del tuo popolo. Tu sei il tuo popolo, e il tuo popolo ha bisogno di te. Sali Kowapi! E porta la Pianta dell’Unione!».

Alzo il viso. Davanti a me le torri e il blocco sommitale non esistono più. Si innalza soltanto una roccia gigantesca, una cupola, un monolite perfetto di roccia compatta, aureolato di luce, circondato di spazio e tanto alto da nascondere il cielo.

Non mi stupisco di conoscerne il nome: «La Montagna della Giusta Visione». Il canto degli uomini del mio popolo mi spinge nella sua direzione. Lo sguardo fisso sulla cima, cammino come allucinato. La sfera incandescente del sole è posata sull’apice del monolite. Essa m’abbaglia, m’acceca. Ora sto camminando nell’ombra. Ho lasciato il cerchio degli uomini, ho traversato le praterie che circondano la montagna, ho scalato le grandi placche concave che, al di sopra di me, si drizzano e scattano con impeto verso il cielo.

Il canto mi accompagna, sale con me, lassù il sole incendia la roccia, la parete m’attende, pilastro indistruttibile del cielo trasparente che ha sostituito lo strapiombo opaco e caldo costruito dalla pietra all’interno della mesa.

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Poi il mio cammino di placche diviene il muro sul quale tracciare la via. Tocco la roccia: è scabra, quasi fredda, immensa e solida come la pietra d’un unico blocco. La sento grinzosa, priva della dolcezza del gesso che le mie dita avevano scoperto sulle pareti del canyon. È roccia recente, eppure così abituale che mi fa ricordare giorni antichi.

Rivedo tutti gli anni trascorsi e, più addietro, il tempo dell’infanzia. Seguivo, affascinato, i viaggi rituali della mia tribù verso il nord, fino alla prateria delle Cupole, al di là delle terre dei popoli delle Montagne della Neve. Uomini sacri salivano su picchi immensi e conducevano la festa. Essi erano gli Eletti, mi dissero, quelli che hanno il dovere di perpetuare ciò che fa del nostro popolo il Popolo delle Rocce: la conoscenza dei movimenti da compiere sulla pietra per andare a cercare la Pianta. Poi ritrovo, intatta, la gioia immensa del giorno che, giovane uomo, fui scelto per essere tra quelli che avrebbero ricevuto l’iniziazione. Rivedo le stagioni dell’apprendimento, le giornate di scalate durante le quali la tecnica entrava in me, e le sere nelle quali i prescelti sapevano di essere divenuti Eletti. E ricordo infine quella notte di fronte al fuoco, sotto il soffitto di pietra arancione, quando il mio popolo mi designò tra Coloro Che Arrampicano. Il capo si è alzato, si è rivolto verso il villaggio e le alte sagome delle torri ritte nella sera, e a tutti ha detto che io sarei stato uno di quelli che portano la Pianta dell’Unione.

«Non dimenticare mai quelli che, dal basso, ti aspettano» mi ha urlato «né perché ti aspettano. Non dimenticare mai che la tua abilità sulle rocce ti fa Cercatore della Pianta». Poso le mani sulla pietra. Laggiù il canto ancora riempie la distesa delle praterie. Ma ora non sono più sotto la pietra, avviluppato in essa. Ne sono al di sopra e i gesti sono in me, escono da me, s’impadroniscono del mio corpo, lo fanno innalzare leggero. Arrampico, arrampico finalmente, arrampico di nuovo, agile, elegante, portato per la scalata; avevo dimenticato tutto ciò finché questo momento l’ha fatto rivivere in me, oppure quello che l’ha suscitato: il fungo immesso nel mio corpo, il canto che ha saputo condurmi qui, e tutti quelli che, in basso, hanno voluto che io scalassi la roccia. Mi fermo. La voce forte del capo mi torna alla memoria: «Solo la Pianta è importante! La Pianta e l’Unione!». Ed egli parla della difficoltà della ricerca, del richiamo della pietra, dell’oblio che è come l’ubriachezza, del piacere che attanaglia il corpo. «La pietra non è che un mezzo. Essa è la via che porta verso la Pianta, verso l’Unione, verso il tuo popolo. Quelli che lo dimenticano, cadono».

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Non devo pensare più alla pietra, alla sua freschezza sotto le mie dita. Devo scacciare l’ebbrezza dell’arrampicata. Il mio pensiero dev’essere teso alla Ricerca, non salire in me, dentro di me, ma sulla montagna, verso il luogo alto dove troverò il fungo che porterò alla mia gente. Di nuovo alzo gli occhi. Il sole è sempre un fuoco posato sul filo della cresta, così bianco, così abbagliante che istintivamente porto lo sguardo verso l’ombra dolce della parete. E la scalata torna in me, leggera, esaltante, mio malgrado, malgrado la voce del capo, malgrado le voci che mi risuonano in testa recitando suoni di sempre, fatti e parole di sempre prese dal Grande Testo che è sempre esistito.

Mentre arrampico risento quelle voci. Per la prima volta dopo molto tempo ascolto quello che mi dicono. E, per la prima volta, comprendo quello che mi dettano. Sebbene siano dei viventi a cantarle, esse sono fatte di suoni vuoti, opachi e morti come crisalidi polverose. Quelle parole dovrebbero narrare le grandi cerimonie ai piedi delle montagne, le feste di conciliazione di un popolo con la pietra, e di giorni che verranno sempre nuovi, sempre inattesi. Ma esse non descrivono che costumi vuoti e morti. Ed io mi vedo arrampicare, afferrare gli appigli, elevarmi sopra il mondo per perpetuare i riti e le credenze di una vita, se non esausta, rinsecchita, usata, fatta di giorni attesi, genitrice di vicende già note. Una vita nella quale sarà per sempre Colui Che Arrampica perché Pianta e Unione hanno bisogno di Coloro Che Arrampicano per mantenere la vita nella strettoia che, da sempre, ci soffoca.

La scalata continua a innalzarmi. Parole e canto sono ancora in me. Ma la distanza li allontana. E quando, d’improvviso, la parete cessa di premere contro le mie mani, il mondo inferiore e tutti i suoi segni morti cessano di premere in me. Il cielo si apre completamente, s’abbassa fino a lambire tutti gli orizzonti. In piedi sulla pietra della vetta non ho più vergogna di guardare la pietra. Come se un’antica amicizia ci legasse, la vedo nuova e bella, fatta di grani perfetti e linee ideali. E intuisco che, ai piedi di quella stessa pietra, il popolo mi attende, sicuro del mio ritorno e, pur senza saperlo, pronto ad accogliere una proposta di vita diversa. Perché ho dimenticato di raccogliere il fungo, perché ho fatto in modo che i movimenti della scalata non avessero altra utilità che soddisfare se stessi, ed essi mi hanno condotto verso una nuova unione. Oggi non raccoglierò la Pianta, e a quelli che mi attendono racconterò la vita nuova dietro i gesti della vita morta, parlerò delle regole da inventare sul momento per sopraffare le regole logore dell’antica obbedienza.

Il sole s’è abbassato, un largo disco rosso che trema nell’aria calda delle pianure lontane. Lo guardo. Non mi acceca più. Grandi flussi di toni caldi mi colano intorno, ad essi si aggiungono tutti i colori del mondo. Lasciare entrare ancora in me quell’istante puro. Vedere, vedere sempre più. Spalancai gli occhi: il fuoco mi fronteggia, va rosseggiante e vivo nelle sue braci soltanto, contornato d’aria tremante come l’atmosfera di un paese piano. In piedi, immobile, indovinai intorno a me il cerchio degli uomini rannicchiati, l’alto soffitto della mesa, la spianata, il villaggio, tutto apparentemente immutato e tuttavia, come il fuoco, svuotato d’un sogno dove tutto era possibile, immagine ora nota d’una scena vissuta dapprima senza sapere ciò che sarebbe avvenuto.

Stornai lo sguardo dal fuoco. Kowapi era là, seduto tra i suoi, sorrise e fece segno di raggiungerlo.

Lasciammo la spianata, risalimmo la scala. Gli uomini non si mossero, non fecero il minimo movimento verso di noi. Fuori la notte era fredda, immensa, colma della luce della luna alta. La città di pietra e la caverna non erano mai esistite. Camminammo in silenzio fino al villaggio di Kowapi. Quando fummo davanti alla sua casa, la mia guida disse semplicemente: «Vi lascio. Spero che abbiate capito». Avevo freddo, e d’improvviso ebbi voglia di raggiungere i miei compagni, di infilarmi nel sacco e farne un guscio per difendermi dal gelo, conservare il calore all’interno del corpo. Ma occorreva saperne di più.

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«Non so se ho capito ciò che volete che io capisca. M’avete parlato di disobbedienza. Volete certamente parlare di quella di Kowapi in cima alla montagna». «Se voi ricordate quel momento» disse Kowapi «state forse per comprendere. Quella è la risposta ai vostri problemi».
«L’avete ammesso anche voi, non appartengo al vostro popolo, lo non posso essere sicuro di aver visto le cose come l’avreste viste voi».
«Sì, è vero, siete straniero. Ma il fungo vi ha fatto uscire da voi stesso. Il canto vi ha guidato verso la memoria del mio popolo, e le gestualità della scalata vi hanno aiutato a rivivere la storia di Kowapi, il mio antenato. Io non vi ho seguito nel viaggio. Ma so che quel genere di esperienze penetra abbastanza profondamente nell’intimo perché si possano capire bene le cose».
«La storia del vostro antenato non mi spiega la ragione per la quale il vostro popolo ha cessato di salire sulle torri e le ha proibite».

Kowapi, che stava per rientrare, si girò nuovamente: «Quello che ora sapete» disse spazientito «e quello che senza dubbio conoscete della storia d’oggi del popolo indiano, dovrebbero bastarvi. Ascoltate attentamente: importante, per Kowapi, non fu la scalata e la scoperta di ciò che essa sublima dentro di noi, ma la disubbidienza. La scalata non ha valore se non è disubbidienza dei gesti, così come l’autentica poesia è disubbidienza della lingua. In cima alla sua montagna, Kowapi capì che stava per fare qualcosa di non usuale, usando la sua capacità tecnica per uno scopo che usuale non era. Essa era sempre servita per ricercare il fungo sacro. Egli la rese fine a se stessa, e vide il mondo, e il suo popolo in particolare, come non li aveva visti mai attraverso i rigidi costumi nei quali era stato educato. E andò a dirlo agli altri. Scese senza il fungo. La sua gente giudicò che avesse commesso uno dei massimi sacrilegi: fu accusato di aver mangiato il fungo da solo. La legge prescriveva ch’egli fosse bandito, cosa che per un uomo della mia tribù è sorte peggiore della morte. Ma la stessa legge imponeva che, fino al ritorno dal suo viaggio inferiore, egli fosse trattato come un uomo posseduto da colui che è chiamato Watan Tanka, il Grande Spirito, l’essenza di tutte le cose».

«Kowapi profittò del tempo concessogli per parlare, per raccontare ciò che egli aveva capito, per supplicare che gli credessero e rinnovassero i vecchi costumi. Egli seppe spiegare tanto e così bene che qualcuno intese la ragione e lo sostenne. Egli divenne il più celebre di Coloro Che Arrampicano, e riuscì a trasformare le consuetudini. Disse che il fungo sarebbe rimasto il mezzo per unire ciascuno di noi agli altri, e che la scalata, che è il mezzo per ascoltare la voce della terra, sarebbe stata anche il mezzo di unirci al mondo con la mediazione di Coloro Che Arrampicano uniti a quelli che rimangono in basso».

«Molto tempo dopo, vennero gli uomini bianchi e cominciarono a scacciarci dal nostro paese. Noi tutti tentammo di spiegare quello che rappresentano per noi la terra, l’erba, gli alberi, le pietre: oggetti sacri che ci legano al mondo. Ma gli uomini bianchi non vollero capire. Essi continuarono a farci guerra, a scacciarci. Quelli della mia tribù che poterono rimanere qui non hanno mai dimenticato Kowapi, e hanno sempre arrampicato secondo i suoi precetti». «Poi, un giorno, alcuni uomini bianchi delle grandi città del nord vennero a scalare le nostre torri. Essi avevano degli attrezzi straordinari, e i giovani della tribù si misero ad arrampicare come loro, lo stesso fui mandato nelle città ed arrampicai con i bianchi. Quando tornai qui, compresi che lo spirito di Kowapi stava per lasciare la tribù. La scalata era diventata il segno della nostra sottomissione all’uomo bianco, arrampicare era una nuova obbedienza. Uno dei modi per far disobbedire le parole è tacere. Uno dei modi per ottenere che la scalata non sia più una sudditanza è proibirla. Chiesi a qualche bravo scalatore che avevo conosciuto di venire sulle nostre torri, di spezzare i ferri che vi erano stati conficcati, di cancellare ogni traccia di passaggio. Poi le abbiamo vietate. E non poterle salire è, ai vostri occhi, la nostra nuova disubbidienza».

«Un giorno forse verrà un giovane uomo che urterà contro una troppo lunga osservanza delle regole, che le trasgredirà e scalerà le torri per dimostrare qualche cosa di nuovo. Ma – e Kowapi mi guardò con sfida – non sarà della vostra razza. Ora andate. Ho già detto abbastanza. Possa la vostra gente capire, un giorno!».

Mi lasciò d’improvviso, lasciandomi là, solo nella notte. Ora sapevo che era meglio rinunciare a salire le torri. L’indomani saremmo partiti, e senza dubbio non avrei rivisto Kowapi.

Pure, avevo ancora voglia di parlare della scalata con lui. Nel momento nel quale smetteva di parlare, i suoi occhi s’erano rivolti alle sagome nere delle torri e in quello sguardo fuggevole avevo avuto il tempo di scorgere un immenso rimpianto, tutta la tristezza di chi, privato della sua montagna, conserva in sé la nostalgia dei gesti dell’arrampicata.

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La trilogia di Bernard Amy – 3 ultima modifica: 2015-11-07T06:00:16+02:00 da GognaBlog

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