La trilogia di Luchino e Paolino

Tra il 16 e il 17 luglio 2019 Luca Schiera e Paolo Marazzi in 34 ore no stop (compresi i trasferimenti a piedi) hanno salito Elettrochock (Picco Luigi Amedeo), La Spada nella Roccia (Qualido) e Delta Minox alla Cima Scingino, con partenza e arrivo da San Martino. Tre vie importanti, simbolo dell’arrampicata in Val Masino. Tre vie aperte dai ‘mitici’ Tarcisio e Ottavio Fazzini, Sabina Gianola e Norberto Riva, fra il 1988 e 1989. Il tutto per una grandissima visione, interpretazione e avventura. Di sicuro uno dei concatenamenti più importanti degli ultimi anni, nelle Alpi e non solo (redazione di Planetmountain).

La trilogia di Luchino e Paolino
di Luca Schiera

È nato tutto molti anni fa, quando ancora non immaginavo cosa è realizzabile e cosa sarebbe rimasto nei sogni (o incubi). L’idea mi ha attraversato la mente di colpo, sapevo poco di queste vie e non sapevo nulla di arrampicata in velocità, per questo motivo il solo il fatto di averlo pensato mi aveva lasciato stupito.

È il concatenamento delle tre vie moderne simboliche dell’alta val Masino: Elettroshock sul Picco Luigi Amedeo in val Torrone, La Spada nella Roccia sulla parete del Qualido e Delta Minox sul pilastro dello Scingino, giusto dalla parte opposta della valle.

Poi per varie stagioni questa idea è rimasta abbandonata in qualche angolo della mente fino al 2018, quando ho deciso che avrei dovuto provarci veramente. Sapevo che se fosse stato possibile in qualche modo, quello sarebbe stato il momento giusto per farlo.

Mancavano però almeno due pezzi fondamentali: il socio e il passaggio fra una via e l’altra.

La parete del Picco Luigi Amedeo con Elettroshock

Cercavo qualcuno con un’ottima resistenza alla fatica per le lunghe ore di cammino e di scalata, abituato al particolare stile di arrampicata sulle placche della val Masino e soprattutto affidabile per muoversi in modo efficace sulle pareti. Dopo molto ricerche trovo Paolino Marazzi che si offre disponibile a provarci, la soluzione era dietro l’angolo e non me ne ero mai accorto.

Luca Schiera sul primo tiro di Elettroshock

Mancava solo il passaggio fra la seconda e la terza via, qualche idea ce l’avevo già ma sarebbe stata da verificare sul posto.

A giugno iniziamo a studiare il percorso: decidiamo di partire dalla val Torrone e andare verso est, in modo da fare meno corde doppie possibile e seguire una successione logica di percorso.

Paolo Marazzi sulla famosa lama di Elettroshock

Andiamo poi a verificare se esiste il passaggio fra Qualido e Scingino e con qualche tentativo ne troviamo uno, anche se un po’ scomodo: si tratta della via che sale fra le due cime del Cavalcorto, la parete che domina tutta la valle.

Più tardi ripetiamo le tre vie e cerchiamo qualche sistema per essere il più efficienti possibili mantenendo un buon margine di sicurezza, affiniamo la tecnica di arrampicata in conserva e scegliamo i punti in cui è possibile procedere in simultanea e quelli in cui arrampicare in modo tradizionale, poi ci prepariamo per il tentativo.

Luca Schiera in val di Zocca verso la val Qualido

Passano i giorni senza che arrivi l’occasione giusta, abbiamo bisogno di almeno un giorno e mezzo di bel tempo ma agosto si rivela un mese pieno di temporali. Aspettiamo fino a settembre poi arriva il momento giusto, le giornate nel frattempo si sono accorciate molto, quindi decidiamo che ci fermeremo in val Qualido per dormire qualche ora, non avrebbe senso fare metà del giro di notte.

La parete del Qualido con La Spada nella Roccia

Partiamo in tarda mattinata da San Martino, in due ore raggiungiamo la base del Picco Luigi Amedeo e subito iniziamo la via. Scaliamo i primi quattro tiri in conserva, poi ci diamo il cambio per altri tre tiri e poi di nuovo ci cambiamo fino ad arrivare in cima. Scendiamo in doppia dal versante opposto e raggiungiamo in un paio di ore la val Qualido. È quasi buio, dormiamo alcune ore poi ci svegliamo nella notte e ripartiamo verso la parete. Saliamo velocemente con la luce delle frontali e sbuchiamo in cima all’alba, abbiamo tutta la giornata davanti per raggiungere il Cavalcorto, salirlo e scendere verso la base di Delta Minox nel primo pomeriggio.

Passaggio fra i camini del Cavalcorto, per raggiungere Delta Minox dalla val del Ferro

Arriviamo sotto la terza via secondo i programmi stabiliti, saliamo ancora in conserva i primi quattro tiri ma quando do il cambio a Paolino capisco che qualcosa non funziona, non sembra molto in forma e fatica a fare le manovre: ha le allucinazioni. L’unica cosa sensata è scendere, per quest’anno la stagione è finita. Siamo comunque soddisfatti per lo sforzo fatto, ora sappiamo che tutto il giro è fattibile, abbiamo messo insieme tutti i pezzi mancanti e saremo pronti di nuovo per la prossima stagione.

Paolo Marazzi verso la fine di Delta Minox

Nella primavera successiva iniziamo subito ad allenarci sulla distanza, sappiamo che la chiave sarà arrivare freschi sotto Delta Minox dopo il lungo spostamento a piedi senza sentiero.

Appena ci è possibile facciamo un ripasso sulle ultime due vie e cerchiamo un nuovo passaggio attraverso il Cavalcorto, in modo da ottimizzare un po’ i tempi. A fine giugno siamo di nuovo pronti per il tentativo decisivo, sappiamo bene cosa ci aspetta anche se abbiamo ancora alcune incognite soprattutto riguardo la traccia da seguire e sul fatto di fermarci a riposare o no.

Luca Schiera sull’ultima lunghezza di Delta Minox a Cima Scingino

A metà luglio partiamo, ha appena nevicato a 2000 metri ma il tempo sembra stabile per due giorni pieni. Come l’anno scorso saliamo il Picco velocemente ma gestendo le energie, scendiamo in val Qualido e saliamo più velocemente possibile La Spada per sfruttare al massimo le ultime luci: in poco più di due ore siamo in cima e iniziamo subito la lunga traversata. Scendiamo in val Livincina, poi entriamo in val del Ferro, dove ci fermiamo a riposare nella fredda notte e sotto la luna piena puntiamo alle cenge del Cavalcorto. Siamo fradici, infreddoliti ma almeno con il buio non vediamo il vuoto sotto di noi. Appena inizia a schiarire siamo in val Scione, sopra la cima Scingino. Scendiamo di corsa fino alla base della via e ci fermiamo di nuovo un quarto d’ora per riposare. Ci svegliamo rigenerati e pronti per l’ultimo sforzo, siamo quasi asciutti, ci siamo riscaldati e i piedi non fanno ancora male. Siamo in orario perfetto secondo la nostra tabella di marcia ideale, non abbiamo fretta e decidiamo di arrampicare quasi ogni tiro singolarmente.

La parete della Cima Scingino (Cavalcorto) con Delta Minox

Quando superiamo la prima metà abbiamo la certezza di farcela, proseguiamo sempre più rilassati verso la cima che raggiungiamo a mezzogiorno e finalmente ci fermiamo per goderci il momento per noi storico, fino ad un anno prima non avevamo idea se sarebbe stato fattibile o no. Siamo riusciti a salire tutte e tre le cime entro una giornata ma quello che più ci rende felici è che siamo riusciti a concretizzare la strana idea di molti anni prima.

Scendiamo prima in doppia e poi a piedi, nel pomeriggio siamo di nuovo a casa.

Immaginavo che sarebbe stato il massimo da chiedere al nostro fisico invece una volta arrivato scopro che c’è ancora un buon margine di riserva… e la ricerca continua.

8
La trilogia di Luchino e Paolino ultima modifica: 2019-12-04T05:30:09+01:00 da GognaBlog

14 pensieri su “La trilogia di Luchino e Paolino”

  1. 14
    Alberto Benassi says:

    Però è bello il racconto dell’immaginare l’avventura, prepararsi, sperimentare, fallire, riprovarci… In fondo credo che conti questo. Che dite?

    un pò alla Gervasutti.

  2. 13
    Paolo Panzeri says:

    Il Fazzini allora era uno proprio più più più.
    Lo si cita troppo poco.

  3. 12
    Paolo Panzeri says:

    Grazie Motta, avevo letto qualcosa, non ricordo, ma non mi sembra che i camuni le abbiano salite prima come hanno fatto i due ragni, taluna più volte e in più una quasi tutta d’inverno.
    Ripeto che per me sono tutti bravi, hanno mentalità e stili diversi e questo è interessante oggidì (giorni commentati da Pasini).
    Poi, se vogliamo la ciliegina, c’è di mezzo anche il professionismo e il dilettantismo. 🙂 

  4. 11
    Roberto Pasini says:

    Come in altre attività umane il piacere sta sia nel processo, compresa la preparazione, sia nel risultato, ma anche nel farlo sapere. E’ molto raro che uno faccia cose eccezionali e non ne parli. Noi siamo animali sociali, anche in mezzo alle montagne, e sentiamo il bisogno di parlarne, a parte qualche soggetto, a volte anche un po’ patologico, che si tiene tutto per sè. Tuttavia, appena ne parli, ma è sempre stato così anche prima di internet, ti esponi ed entrano in gioco altri fattori come il giudizio sociale, le graduatorie, le valutazioni, i confronti con tutto quello che si portano dietro nel bene e nel male. Bisognerebbe dunque tacere e “vivere nascostamente”? Non penso. E’ positivo che chi fa cose importanti, come i protagonisti dell’articolo, le racconti e trasmetta agli altri le sue emozioni. E’ un modo sano e socialmente utile di gestire il desiderio di affermazione personale e di ammirazione sociale che c’è in ogni uomo, anche nei riservati e austeri camuni (PS: senza offesa, io sono di origini bresciane). Se poi tutto passa attraverso l’industria del settore, come accade per alcuni personaggi alla moda, allora è chiaro che al buon cibo di base, innegabile, vengono aggiunti un bel pò di additivi per renderlo ancora più attraente e stimolante. Ma sta a noi  consumatori riconoscere la panna montata dalla sostanza, anche se poi la mangiamo per golosità  o per noia, come quando leggiamo certi libri di montagna levigati dagli editor, che sono chiaramente più strumenti di marketing personale che condivisioni sincere di esperienze.

  5. 10
    Paolo Gallese says:

    Però è bello il racconto dell’immaginare l’avventura, prepararsi, sperimentare, fallire, riprovarci… In fondo credo che conti questo. Che dite?

  6. 9
    Alberto Benassi says:

    ma sicuramente con più telecamere.

    è quello che non mi piace in queste grandi prestazioni.

  7. 8
    Sebastiano Motta says:

    Panzeri, uno dei camuni ha scritto che anche loro hanno fatto una perlustrazione su tutte e tre le vie, quindi non è esatto dire che le hanno salite “senza conoscerle”.

  8. 7
    paolo panzeri says:

    Faccio sempre confronti perchè voglio capire come sono le persone e cosa sono capaci di fare.
    Per me siamo tutti diversi.
    So che hanno salito le stesse vie, conosco i “Camuni” e mi piacerebbe sapere come sono andati agli attacchi e come sono scesi, per conoscerli meglio, ma sembra che dovrò chiedere a loro quando li incontrerò, adesso forse sono ancora in Yosemite.

  9. 6
    Roberto Pasini says:

    La nuova frontiera dell’arrampicata in montagna (diventata oggi un’area dell’arrampicata in generale)  unisce le quattro componenti: rischio, difficoltà, velocità, resistenza. Queste due imprese ne sono un esempio. I film visti nella serata Reel  Rock presentano invece imprese che accoppiano meno componenti insieme. Qui tuttavia siamo nella tradizione camuna. Persegui l’eccellenza per te e lascia che le tue azioni  parlino da sole. In ogni caso, se fossimo nella Yosemity qualcuno cercherebbe di fare lo stesso itinerario in free solo e in tempi ancora più veloci, ma sicuramente con più telecamere.

  10. 5
    Alberto Benassi says:

    perchè fare dei confronti !?
    Potrebbe sembrare una gara. Invece ognuno di loro ha vissuto la propria esperenza e sensazioni.

  11. 4
    Paolo Gallese says:

    I due Camuni hanno fatto lo stesso itinerario, Paolo? Cavolo…

  12. 3
    Paolo Panzeri says:

    Qualche giorno dopo due “Camuni” hanno salito quelle tre vie, senza conoscerle e facendo avvicinamenti molto differenti, in poco meno di 24 ore (usando le frontali).
    Tutti e quattro proprio bravi !
    Mi piacerebbe conoscere le logistiche e confrontarle.

  13. 2
    lorenzo merlo says:

    Dedicato agli uomini che parlano di utopia pensando esista l’impossibile.
    A chi riduce l’uomo a un destino già noto.
    A chi ha paura di perdere.
    A chi vuole vincere facile.
    A chi pensa che le visioni siano il prodotto di ciarlatani e squilibrati.

  14. 1
    Paolo Gallese says:

    L’immaginazione.
    Pensare un’avventura, costruirla nella mente, con le mappe, con le immagini, con i racconti letti e ascoltati. Osservare da lontano. I luoghi, il clima, le tipicità e l’andamento del meteo, morfologia, geologia. E poi ancora, vie, passaggi, traversate, linee logiche e meno logiche.
    L’avventura diventa un pensiero fisso, la mente corre dal viaggio alla meta in mille particolari. L’avventura diventa anticipazione, vie brevi, vie di fuga, imprevisti noti, imponderabile dietro l’angolo. Diventa preparazione.
    Ci sono momenti in cui si trasforma in zone grigie, dove non puoi sapere, dove sai che scoprirai quello che supponiamo solo sul posto.
    Poi, finalmente, vai.
    È una strana sensazione quella che ti attraversa quando vai. È come scivolare, dove non puoi fermarti. Ti ritrovi sul posto come trascinato dalla stessa determinazione dei tuoi sogni.
    Il freddo, la durezza della roccia, il rumore ovattato dell’erba, lo strano profumo, il silenzio rombante delle pareti. Accidenti sei lì.
    Ci sei arrivato. E il tempo terrà?
    Ma scopri che ci sono altre vie per la meta, o che una sola è quella. Ma non va bene, non hai pensato o fatto abbastanza. Non conviene proseguire. Un pensiero che cresce mentre assapori l’incontro della tua immaginazione con la realtà della montagna su cui sali.
    Non ti senti sconfitto. Sai che stai continuando a capire, a scoprire. E la tua immaginazione corre nuovi rivoli, ora che sai, mentre ti ritiri.
    Ma è un ritirarsi lieve. Perché ora hai visto. E sai che tornerai.
    Pazienti. Assapori. 
    Immagini di nuovo, pronto al nuovo tempo giusto. Per la montagna.
    Per te.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.