La verticoltura

La verticoltura
di Andrea Gobetti
(pubblicato su Rivista della Montagna n. 112, ottobre 1989)
con due articoli originali di Bernard Gorgeon e Michel Tchouky Fauquet

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort*, disimpegno-entertainment***

Lo stimolo per queste note è stata la lettura delle Vie dei Canti, l’ultimo libro di Bruce Chatwin. In una splendida storia sui miti degli aborigeni australiani, l’autore, che già si sente nelle mani della morte, inserisce due capitoli fatti di piccoli appunti, intuizioni di viaggio, riflessioni perentorie. In una di queste si dice che, se Konrad Lorenz aveva dedicato parte della sua vita alla ricerca del “cosiddetto male”, cioè l’aggressività umana, lui intendeva invece focalizzare il suo interesse sulle ragioni dell’inquietudine umana. Più oltre, Chatwin prosegue sostenendo che la differenza fondamentale tra i nomadi e gli stanziali consiste nel fatto che il nomade si adatta al mondo in cui vive e, in questa capacità di adattamento, mette il suo sforzo e la sua intelligenza, considerando buono il mondo così com’è, mentre lo stanziale sente continuamente la necessità di migliorare il suo posto, e da questo deriva la sua inquietudine.

Questo pensiero ha portato la mia mente a riflettere, in maniera analoga, sul “miglioramento” che taluni apportano alle vie, scalpellandole e adornandole di resine, colla e cemento. La vocazione a “lavorare” la roccia non è in realtà una pratica nuova (il V di Fontainebleau venne superato per la prima volta, nell’immediato anteguerra, dai cristallier, gli intagliatori di appigli). La novità, semmai, consiste nel negare artificialmente degli appigli, riempiendoli di cemento, al fine di consentire a una via di essere più difficile, di corrispondere ai requisiti tecnici per poter essere etichettata, per esempio, con l’8a.

Volendo perderci nel mare delle maldicenze, cominceremo a raccontare di quanti vogliono impedire un passaggio a un altro gesto che non sia il loro. E diremo che hanno costruito una gabbia in parete, e sperano che da questa si possa uscire solo ad un prezzo: che li si imiti spudoratamente.

Rimanendo invece all’indagine antropologica, osserviamo che l’arrampicatore nomade, per vocazione scopritore di vie, si è trasformato in uno stanziale coltivatore di itinerari.

Inoltre, la pratica di alterare una via naturale rivela un non so che di inquietudine cittadina, e provoca inevitabilmente ira, disprezzo e melanconia agli spiriti lungimiranti e liberi dell’arrampicata, che si sentono defraudati del futuro e si domandano: «Ma così non si impedirà un giorno, a qualcuno, di vincere quel passaggio oggi troppo pericoloso?».

Il problema di modificare la parete per renderla arrampicabile si è intrecciato più volte alla recente storia dell’arrampicata. Sono comparsi gli spit, e poi il trapano per poterli piazzare dovunque. Una via dopo l’altra si è creata l’urbanistica. Attorno a due vie si è intrecciata una città verticale.

… Nelle vie del centro le vetrine promettono alle signore gesti firmati. Si proiettano prime salite in assoluta mondiale. La gente che conta abita negli esclusivissimi itinerari residenziali. I luoghi più difficili sono come le colline, le vie di V grado sono fogne a cielo aperto, i bassifondi che amo nelle città moderne.

Così è cambiata la vita degli arrampicatori. Cacciatori di appigli sprovveduti al gioco e bracconieri di vie, che infilzavano al volo una placca con un solo Cassin “extraplat”, una volta entrati in città sono rimasti a bocca aperta. Ma quando sono nate le città verticali?

Foto: Archivio Remy

La prima, credo, fu Yosemite Valley, dove le vie sono lunghe come quelle di Los Angeles. Ma Yosemite era una follia americana o una città vera? Era Disneyland? I campi per coltivare gesti si stendevano a perdita d’occhio e c’erano fessure grandi, concimate a magnesite, l’ideale per crescere portentosi gesti da incastro e da lama.

Noi del vecchio mondo non ne sapevamo granché, spesso non conoscevamo neppure il nome degli urbanisti del granito. La sola voce che circolava era che «a Yosemite è stato scalato un tetto così e cosà…».

Da noi, molti, ritrovandosi tra le mani una roccia casalinga di aspetto più o meno fertile, cercarono di trasformarla in un paesetto d’arrampicata (si fa quel che si può), coltivando il territorio che sta fra la base della parete e l’altopiano. Di vette si cominciò invece a parlare con imbarazzo: la vetta, si sa, presuppone l’idea di un viaggio e di una meta, e i contadini volanti non viaggiano, coltivano.

Qualcuno di quei borghi ebbe fortuna, altri scomparirono quando si vide che, al mercato, i gesti coltivati non suscitavano interesse da parte di nessuno e, anzi, marcivano nelle ceste. Talvolta, su vecchie topoguide, si trovano falesie fantasma: visitandole con i bambini, ogni tanto, capita ancora di scorgere qualche chiodo arrugginito che ricorda il passato splendore.

Foto: Archivio Remy

Tra tutti gli agglomerati urbani verticali, comunque, crebbe, e s’impose come capitale del vecchio mondo, la città del Verdon. Se a Yosemite c’erano campi verticali di granito a perdita d’occhio, nel Verdon si scoprì una nuova direzione di viaggio: la difficoltà. Alcuni viaggiatori inglesi (sempre loro!) avevano portato nella falaise dell’Escalès una tecnica geniale, la verticoltura. In breve essi riuscirono a convincere i più abili coltivatori locali che il nuovo mondo, da allora, sarebbe stato al di qua della Manica, e non più al di là dell’Atlantico. Forse non era la prima volta che i britannici cercavano di trapiantare gli splendidi gesti, nati fra le loro minuscole falaises, in un terrario più ampio. Ma in quella zona i loro sforzi ebbero finalmente esito positivo.

Così, in Verdon e negli altri centri del Midi della Francia, nacque una nuova mentalità, quella del contadino volante. Con l’introduzione della verticoltura, guadagni e perdite non furono più considerati legati alle incerte sorti della fortuna, ma strettamente dipendenti dalla produzione di olio di gomito. Taluni dovevano spaccarsi la schiena per un magro salario, ma altri compresero che ormai era finito il tempo dell’ignorante servo della gleba, e che coltivare la roccia non significa solo sapere che essa è alta. Questi ultimi impararono allora a conservare semi di gesti che provenivano dalle più disparate falaises del mondo, fecero incroci genetici, selezionarono le qualità più richieste di fiori e ortaggi: anche quelle utilizzate da pochi, ma che in realtà sono il fiore all’occhiello, la finezza della fattoria. Le braccia, rese sterili dalla tendinite, fecero scoprire ai più astuti la rotazione delle colture.

Gli affari andavano benissimo, i gesti coltivati in Verdon primeggiarono in tutte le fiere campionarie del mondo e misero addirittura in crisi la “Banca del gesto” di California.

Di quegli anni ci parlano oggi due dei pionieri che scoprirono il Verdon e fermarono là il loro carro. Si tratta di Michel Fauquet, per la leggenda Tchouky, e Bernard Gorgeon, entrambi inventori e tracciatori di vie che, nella bella stagione, fioriscono anche più di dieci volte al giorno nei gesti dei contadini volanti e dei nomadi di passaggio.

Seguono due articoli assai interessanti:
Elogio della goccia d’acqua, di Bernard Gorgeon
e
Il Verdon secondo Tchouky, di Michel Tchouky Fauquet

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La verticoltura ultima modifica: 2018-03-04T05:48:58+02:00 da GognaBlog

1 commento su “La verticoltura”

  1. 1
    Marco Boldrini says:

    Sul processo evolutivo, ad un grado inferiore a quello di Gobetti, sia tecnico che letterario, vedi (risale a una ventina di anni fa, con nota recente  sul nordic walking)

    Il fattore “M” – Una bomba ecologica! –

    Mutazioni genetiche irreversibili in alcune specie alpine.

    Si discute animatamente ad ogni livello del c.d. “buco nell’ozono” e dei rischi che il suo accrescersi determina  per l’ambiente in generale, per le condizioni di vita animale e vegetale e per l’Uomo in particolare. Il bombardamento di particelle cosmiche, ma in particolare di raggi UV non filtrati dalla fascia di ozono pare possa causare un aumento di rischi tumorali.
    Potenzialmente l’incremento dell’irraggiamento potrebbe indurre mutazioni genetiche,  quantomeno a livello delle forme di vita più semplici.
    La comunità scientifica è ancora discorde sulla questione ma  comunque allertata, le associazioni ambientaliste sono  in agitazione, l’opinione pubblica ormai è a conoscenza della situazione.
    Desta quindi meraviglia come siano passati sotto silenzio gli  effetti pur evidenti, ed ormai irreversibili, di un altro fenomeno che ha inciso in profondità sull’ambiente alpino determinando la modifica dell’habitat e, conseguentemente, di  areali di tradizionale insediamento di specie autoctone, con  la sostituzione progressiva di queste con altre di  provenienza esterna, in alcuni casi del tutto nuove, frutto di un processo di selezione naturale, di progressivi adattamenti evolutivi o addirittura di mutazioni  dalle conseguenze imprevedibili per il futuro dell’ambiente montano.
    Per la disamina del fenomeno può essere utile una  ricostruzione storico-naturalistica di quanto avvenuto ed  ancora sta avvenendo. Limiteremo lo studio all’ambiente  montano ed alle modificazioni di alcuni areali tipici delle specie interessate da tali mutamenti, con particolare riguardo e attenzione a quelle ormai destinate  alla estinzione.
    Fino a quindici-venti anni fa la montagna era meno affollata e  frequentata. Escludendo gli stanziali, per quanto qui ne occupa si può affermare che l’ambiente montano era popolato  soprattutto da una specie di bipedi, irriducibili  appassionati, che si aggiravano per monti e valli  nell’indifferenza dell’Uomo Comune (Homo sapiens) di cui  costituivano una diramazione evolutiva secondaria parallela.
    Per natura migratori, vivevano in piccoli gruppi, riunendosi  alle grandi mandrie delle pianure dopo una sorta di periodica  transumanza comunemente definita “vacanza”.
    La convivenza con i grossi branchi di migratori costieri, che determinavano  enormi flussi di migrazione stagionale  verso spiagge e  località balneari (allora erano ancora allo stato embrionale  le specializzazioni in migrazioni aeree e transoceaniche) era da questi appena tollerata. Al di fuori della ristretta  cerchia di convinti montagnardi, e di caritatevoli  associazioni venivano visti con una certa compassionevole condiscendenza.
    Sotto l’aspetto della comunicazione e della relazione di  gruppo, nei soliti conciliaboli al ritorno dalle vacanze,  timidamente cercavano di inserirsi tra il racconto delle  follie riminesi ed il resoconto del viaggio nell’est, ma difficilmente i racconti delle loro fatiche trovavano  interesse, salvo se, talvolta, condite da episodi di “vera avventura”, come l’incontro con le due ragazze francesi, o quella tedeschina…
    Così coltivavano la loro tantalica passione, incomprensibile  ai più, salendo pendii, scendendo chine, girovagando per sentieri, con i loro pantaloni alla zuava, adattamento di un  paio di pantaloni di velluto smessi, zaini a pera, spesso  residuati militari, scarponi o pedule rigorosamente in pelle, giacche a vento tuttofare e berretti di lana.
    Con abnegazione sputavano sudore su crode e ghiacciai.
    L’attività era poco specializzata e le sottospecie si suddividevano in alpinisti ed escursionisti, che occupavano i  due areali tipici rispettivamente dell’alpinismo e dell’escursionismo. Areali collocabili in ambiente montano ma che  si distinguevano tra loro soprattutto per la quota e/o  asprezza dell’ambiente.  L’arrampicatore puro era una figura  rara, e qualche esemplare si osservava su crode anche di media quota.  Ma frequentemente si trattava di alpinisti in allenamento, tant’è che l’areale “arrampicata” non era facilmente distinguibile dall’alpinismo, e conseguentemente l’arrampicatore non lo era dall’alpinista.
    La specie, nelle sue due diramazioni principali, appunto alpinisti ed escursionisti, sopravviveva a sé stessa nelle riserve dolomitiche, soprattutto, e sui grandi massicci occidentali.  Era questione di tempo, ma l’estinzione era certa. Si poteva forse fare ancora qualcosa se non fossero intervenuti fattori nuovi improvvisi e… mutageni.
    Tutto ad un tratto la montagna grigia, faticosa, dura scuola di vita, ecc. ecc. si colorò.  I nostri alpinisti ed escursionisti, così legati all’ambiente ed ai loro areali di riferimento, persero improvvisamente la loro protezione mimetica.  Apparvero improvvisamente evidenti, brutti, grigi, anacronistici, facili prede esposte agli antagonisti. In breve si innescò un fenomeno simile a quello che nell’ottocento vide la scomparsa delle farfalle bianche, e l’affermarsi di quelle nere, prima mai viste, nelle aree carbonifere delle isole Britanniche.
    Cosa era accaduto?
    La montagna si era popolata di una moltitudine di esseri colorati, vocianti e agitati.  Maglioni sgargianti in fibre tosate a greggi sintetiche, zaini variopinti dalle forme anatomiche, ergonomiche, atomiche.  Scarponi, scarponcelli, pedule traspiranti, assorbenti, deodoranti, semoventi.
    Bandane piratesche, fasce cefaleiche, berretti sepolcrali.
    Le due sottospecie primordiali, l’alpinista e l’escursionista vennero pian piano allontanate e soppiantate dalle nuove.
    L’alpinista, specie più ipsofila, sopravvisse un po’ più a lungo, vivendo a quote più elevate in ambienti più selvaggi e meno accessibili.  Spinto dalla pressione di branchi provenienti dal fondovalle e dalle pianure dove un virus aveva colpito larghi strati delle mandrie delle grandi pianure. Sì, perché di un virus si trattava, un virus mutageno che nelle due sottospecie consentì la sopravvivenza dei soli mutanti, determinando la progressiva scomparsa degli archetipi rimasti.  Anche se per ragioni diverse dall’interesse alla conservazione delle due  sottospecie, vennero comunque effettuati studi approfonditi ad ogni livello, finché fu isolato il fattore mutageno. Un fattore che agendo sull’habitat tipico delle due sottospecie determinò, oltre al mutamento di questo, la mutazione genetica di alcuni individui.
    La selezione naturale ha poi fatto il resto dato che gli archetipi si riproducevano con minor facilità dei mutanti.
    L’ambiente scientifico una volta identificato il virus come elemento  mutageno, individuandone anche gli effetti congiunti e sinergici sull’ambiente e sugli individui, lo definì “fattore M”.*
    Le mutazioni più evidenti sull’ambiente si ebbero con la scomparsa immediata dell’escursionismo, tradizionale definizione del tipico areale dell’escursionista, sostituito dal trekking, che definisce un areale apparentemente simile, ma le cui caratteristiche intrinseche, non rilevabili se non dagli strumenti, sono letali per l’escursionista.
    A questo sconvolgimento ambientale seguì per successive mutazioni, il crearsi di areali sempre più ristretti e specialistici quali l’hiking o, addirittura, lo zompering.
    Dall’alpinismo, per varie mutazioni, ebbero origine il climbing, più o meno free, il bouldering e così via.
    Caratteristiche delle sottospecie mutanti distribuite nei suddetti areali sono in parte comuni le une alle altre, in parte specifiche per l’adattamento alla specifica area di distribuzione.  Possiamo a questo punto affrontare un’analisi comparata tra una sottospecie primordiale e la sua più diretta mutazione.  Ad esempio possiamo esaminare il tipo endemico dell’areale escursionismo, l’escursionista, del quale possiamo trovare traccia in buoni e documentati musei, e la sua mutazione, il trekker, tipico del trekking.
    Orbene all’esame visivo le differenze sono evidenti. Milioni di anni sembrano correre tra l’aspetto dell’escursionista, così arcaico, ed il look del trekker, così trendy.
    In primo luogo il colore. Come abbiamo avuto modo di dire, l’escursionista ha caratteristiche mimetiche del camaleonte, assume il colore dell’ambiente in cui si muove.  Quindi le tinte  variano dal grigio al verde, al marrone, con qualche concessione al rosso.
    Il Trekker è variopinto e sgargiante, coerentemente con l’areale suo proprio.
    L’escursionista è bruciato dal sole, riconoscibile per le macchie bianche di crema sul naso e gli zigomi ed il colorito disomogeneo nelle varie zone del volto.  Il trekker è solitamente uniformemente abbronzato, dotato com’è di filtri solari di varia gradazione.  L’escursionista è coperto con pantaloni alla zuava in velluto o lana, calzettoni colorati, camicia di cotone, maglione di lana. Il  trekker indossa pile in fleece, underware in transipertex, pantaloni stretch, tessuti ultraresistenti, traspiranti, idrorepellenti. L’escursionista invece è repellente per il  trekker. Questa la differenza più rimarchevole e l’elemento determinante la scomparsa dell’escursionista e il parallelo successo evolutivo del trekker, in quanto influisce direttamente sulla riproduzione. Infatti, come noto,  l’escursionista suda, e puzza, il  trekker  traspira.
    Nessuna femmina, salvo qualche sieropositiva al test della PPM (passione per la montagna), avrebbe mai accolto l’invito a partecipare ad un’escursione di più giorni con pernottamenti in tenda o all’aperto con un escursionista.
    Come, dormire all’addiaccio!? Follia!
    Vuoi mettere la proposta di trekking del  trekker: che affascinante esperienza out-door! (n.1)
    Analoghe osservazioni possono farsi per gli altri areali e per le specie ad essi legate.  L’arrampicata ha subito mutazioni progressive assumendo le caratteristiche ormai note del free-climbing.
    L’etologia ci insegna che l’arrampicatore è essere solitario, schivo, concentrato sui propri obiettivi, poco socievole.
    Qualora socializzi assume un immediata connotazione negativa (arrampicatore sociale) che non si riscontra nel climber (climber  sociale!?), il quale si è insediato nei pascoli migliori, di più facile e comodo accesso  (pareti di fondovalle, falesie marine, muri artificiali) che attirano molto di più rappresentanti dell’altro sesso. Ciò facilita quindi, come nel caso del trekker, l’accoppiamento e la riproduzione, a scapito dell’arrampicatore classico, confinato su pareti che richiedono lunghi avvicinamenti e abbondanti sudorazioni, in zone dove pascolano poche femmine rispetto alle mandrie che si osservano nell’areale climbing.
    Destinato alla totale estinzione è poi, come dicevamo, l’alpinista, specie ipsofila per eccellenza. Se ne possono osservare ormai rari esemplari in remote regioni alpine ed extraalpine, comunque sempre lontane e distanti dalle zone di maggior richiamo turistico.  Una richiesta di aiuto ad associazioni ambientaliste internazionali sembrava aver sortito un qualche esito.  In effetti una grande organizzazione mondiale per l’ambiente (WWF), ha adottato come proprio “logo”, abbinandolo al modello di una nota casa automobilistica (Fiat Panda) che ha sponsorizzato l’operazione, l’immagine dell’alpinista classico, in abbigliamento pesante, ghette, guanti e passamontagna bianchi. Ma gli sviluppi non lasciano ben sperare: l’opinione pubblica lo ha confuso con il più noto Ailuropoda melanoleuca cinese!
     
    Note:
    n.1 : c’è chi teorizza l’esistenza di un nesso tra il termine anglosassone ed il suo richiamo letterale alla gitarella fuori porta, più nota come “camporella”, come ulteriore contributo alla spiegazione del successo riproduttivo delle neospecie in esame.

    * PS: il fattore M in ulteriori studi è stato meglio  descritto e quindi definito: Marketing. I suoi effetti si  notano in numerosi altri settori e ambienti. Il contagio è dato da sovraesposizione a MM (mass media). E’ altresì  accertato che ormai è pressoché impossibile rimanerne immuni. Non è stato ancora individuato alcun vaccino.

    Nelle pianure ed i fondo valle il fattore M ha imperversato  sviluppando in tempi più recenti il nordic walking, anomalia evolutiva che implica il trascinamento di prolunghe degli arti inferiori, che  forse ha impedito il ritorno alla classica deambulazione dei primati con appoggio delle nocche della mano.
    Marco Boldrini

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