La via della Doppia P…

La Via della Doppia P…
(storie semiserie del Caporal)
di Ugo Manera

Una componente non trascurabile della mia lunga “vita” alpinistica è sempre stata quella del divertimento e dell’allegria; non sono mancati attimi dai toni drammatici, ma quegli altri momenti sono una costante nell’alpinismo delle grandi difficoltà e spesso contribuiscono ad arricchire il piatto dei ricordi, come il formaggio grana sulla pasta asciutta.

Sarà forse stata incoscienza creata ad arte, ma quasi sempre la scalata era accompagnata dallo scherzo, dallo sfottò, dalla presa in giro di presenti ed assenti e da canzoni massacrate in modo abominevole. Dal periodo delle allegre salite con Carlo Carena detto il Carlaccio, bersaglio non indifeso delle nostre battute, alle tante scalate con Gian Piero Motti ove cercare l’occasione per la risata era quasi d’obbligo.

Franco Ribetti al CaporalViaDoppiaP-Franco Ribetti al Caporal

Un luogo ove, nel corso dell’aperture di tante nuove vie, non sono mancate situazioni ridicole, fino a sfiorare il paradosso, è il Caporal. Quel formidabile complesso roccioso della valle dell’Orco, che, prima della nostra scoperta, già possedeva uno sconosciuto nome locale: Dirupi di Balma Fiorant.

Acquistò grande notorietà a partire dal 1972 quando divenne la nostra “piccola California”; successivamente passò in secondo piano con l’avvento dell’arrampicata sportiva e degli itinerari attrezzati a spit e fix salvo poi ritornare alla grande in data recente, con i meeting di arrampicata Trad organizzati dall’Accademico. Ora è conosciuto universalmente ed è facile trovarvi più scalatori stranieri che italiani.

Un giovane Franco Ribetti
ViaDoppiaP-Il giovane Franco Ribetti

Condite con un po’ di nostalgia mi è venuto voglia di raccontare qualcuna di quelle storie semiserie cominciando dall’ultima: la “Via della Doppia P…” alla Parete delle Aquile, del novembre 1982. Ero in compagnia di Franco Ribetti ritornato alla grande alle scalate; eravamo allora ambedue scafati ultra quarantenni ma la nostra fu un’impresa esemplare da incoscienti pivelli.

Giuseppe Dionisi
ViaDoppiaP-Giuseppe Dionisi fondatore della scuola Gervasutti

Franco negli anni ’50 era “l’enfant prodige” dell’alpinismo torinese; nipote di Giuseppe Dionisi, fondatore della scuola di alpinismo Giusto Gervasutti, venne guidato dallo zio alla scuola: a 13 anni era già allievo e a 16 anni istruttore; la paura era per Franco quasi sconosciuta ed alcuni passaggi da lui superati per primo sui massi delle Courbassere, preludio torinese al moderno Boulder, rasentavano la temerarietà. Legato da grande amicizia con Guido Rossa, di qualche anno più vecchio, oltre alle scalate, insieme ne combinarono di tutti colori guidati da spirito dissacrante e scherzoso.

Nel 1960, all’attacco di una via sulla parete nord dell’Uia di Mondrone, nel corso di un’uscita della scuola di alpinismo, Franco scivolò sulla roccia resa umida da recente pioggia e si fece 40 metri di caduta rotolando sulle balze e finendo su una lingua di neve che, probabilmente, gli salvò la vita. Ne uscì con fratture multiple e lesioni interne. Non era ancora l’epoca dei soccorsi con elicottero e venne trasportato a valle adagiato su un scala a pioli a mo’ di barella, reperita in una grangia.

Guido Rossa
viadoppiap-guido-rossa

Impiegò due anni a guarire, provò a riprendere l’arrampicata ma poi decise di smettere con l’alpinismo continuando però con lo scialpinismo, la bicicletta, la corsa a piedi. A metà circa degli anni ’70 suo zio Dionisi, sempre impegnato a organizzare spedizioni nelle Ande Peruviane, lo convinse a partecipare a una spedizione; l’evento risvegliò la sua passione alpinistica e riprese a scalare.

Allora io facevo parte della direzione della scuola Gervasutti, prima come vicedirettore, poi come direttore. Dionisi, che aveva ancora legami con la scuola pur essendo uscito dall’organico istruttori, mi disse che Franco era ritornato alle scalate e che andava forte come prima del lontano incidente. Io gli proposi subito di convincerlo a ritornare alla scuola e Ribetti ritornò tra di noi con una grande voglia di ricuperare gli anni perduti.

Io ero alla perenne ricerca di compagni di cordata per realizzare i miei obiettivi: al vedere tanto entusiasmo in Franco, gli proposi presto di combinare una salita per conoscerci meglio e per collaudarci a vicenda. La nostra prima salita insieme fu un po’ particolare: una via nuova di roccia su una parete nord alta 1000 metri al mese di gennaio del 1982, la Nord dell’Albaron di Sea in valle di Lanzo, un bivacco in parete e l’uscita in vetta sotto una nevicata. Fummo soddisfatti dell’impresa e il sodalizio era formato, da allora innumerevoli furono le salite effettuate insieme. Io avevo una fissa per la scoperta del terreno nuovo che rasentava la paranoia, Franco non poneva mai limiti ai miei progetti ed era disponibile a tutto: il compagno ideale.

La Parete delle Aquile
ViaDoppiaP-parete Aquile

Ma ritorniamo a Balma Fiorant e alla Parete delle Aquile: la parete era stata salita per la prima volta da me con Corradino Rabbi e Claudio Sant’Unione ed il nome era scaturito dal fatto che allora la parete era abitata da due aquile che ci giravano intorno mentre noi salivamo sotto il loro nido. Successivamente, su quella parete tracciai altre tre vie con compagni diversi; c’era ancora un settore caratterizzato da muri grigi e strapiombi che mi incuriosiva. Era ormai stagione avanzata: il mese di novembre 1982, Franco accolse la mia proposta senza esitazione così, un sabato dal tempo incerto, partimmo da Torino all’alba che già cadeva qualche goccia di pioggia. Il nostro ottimismo era però senza confini, a Rivarolo qualche dubbio si affacciò in noi e decidemmo di telefonare a un bar a Ceresole Reale per informazioni sulle condizioni locali del tempo. Ci risposero che tra le nuvole c’era qualche squarcio di sereno. Fu sufficiente per noi, malgrado tutto era la giornata giusta. Lasciammo la vettura al solito posto sui tornanti della strada di Ceresole e ci avviammo senza più badare alle condizioni meteo; eravamo carichi di materiale e, per economizzare sul peso, non prendemmo nessun indumento oltre a quelli che avevamo addosso. Trovammo l’attacco logico della nuova via ove avevo previsto e iniziai io lungo un vago diedro con fessure superficiali di difficile chiodatura. Salii, parte in artificiale e parte in libera, fino a un discreto ripiano. Sopra di noi si scorgevano muri grigi compatti con qualche ruga superficiale, Franco si avviò cercando le zone più arrampicabili; dopo 5 metri cercò di piantare un chiodo ma non vi riuscì, proseguì 10 metri. Non so lui, ma io cominciavo a preoccuparmi, lo esortai a piazzare una protezione ma non vi riuscì, le chiodature complesse non sono mai state la sua specialità, preferiva proseguire arrampicando piuttosto che fermarsi in posizione precaria a infiggere qualcosa nelle crepe superficiali della roccia. Non era più possibile ritornare indietro, bisognava andare avanti fino a trovare una fessura; rividi in azione il Ribetti giovane senza paura. Finalmente trovò una fessura per un chiodo, era a oltre 15 metri dalla sosta, tirai un sospiro di sollievo.

Uno scorcio della Parete delle Aquile
ViaDoppiaP-Scorcio della Parete delle Aquile

La salita proseguì sempre molto impegnativa, il tempo volava e noi non ce ne rendemmo conto. Franco raggiunse un microscopico ripiano in mezzo ad un’enorme placca sormontata da tetti e fece sosta. Io lo raggiunsi e continuai lungo un vago spigolo sulla sinistra, solcato da fessure, che portava sotto un marcato tetto, la progressione fu lenta, prevalentemente in artificiale, con ampio impiego di materiale. Quando arrivai sotto i tetti mi accorsi con sorpresa che era quasi buio e stava calando la notte; Franco dalla sua scomoda sosta mi gridò: -Cosa facciamo adesso?

Oltre a non avere indumenti aggiuntivi non avevamo, naturalmente, neanche portato le pile. Risposi: – Non ci resta che aspettare l’alba battendo i denti…

Il terrazzino di Franco era piccolo ma almeno poteva sedersi, io ero invece sulle staffe appeso ai chiodi; cominciò un’interminabile notte di novembre. Il cielo, nero dalle nubi, decise di inasprire la nostra meritata punizione, a un certo punto iniziò a piovere, io ero riparato dal tetto che mi sovrastava mentre Franco era colpito in pieno da un rivolo d’acqua che cadeva dagli strapiombi, e in breve si trovò completamente inzuppato.

Ugo Manera sulla via del Plenilunio alla Parete delle Aquile
ViaDoppiaP-U.Manera sulla via del Plenilunio alla Parete delle Aquile

A circa metà della notte la pioggia si trasformò in nevischio con un brusco calo della temperatura, in breve la parete bagnata si ricoprì di un velo di ghiaccio, la nostra situazione cominciava a diventare preoccupante, soprattutto per Franco i cui vestiti fradici cominciavano a trasformarsi in uno scafandro di ghiaccio. Una drammatica invocazione mi raggiunse nella buia notte: – Ugo se non ci muoviamo io muoio assiderato, ho i piedi insensibili e non riesco più a muovere le gambe…

Bisognava per forza fare qualche cosa: a tentoni mi slegai e unii le due corde, le fissai all’ancoraggio ove ero appeso, mi misi in posizione di discesa a corda doppia e, staccatomi dall’ancoraggio, cominciai a scendere liberando man mano le corde dai chiodi e nut che avevo fissato per salire, ancoraggi che ovviamente rimasero in parete. Le corde erano gelate e la roccia ricoperta da verglas, tanto che come appoggiavo i piedi scivolavo e pendolavo appeso alle corde. Pazientemente, dopo numerosi pendoli, riuscii a raggiungere il mio compagno: io mi ero riscaldato un po’ con tutte quelle manovre ma Franco era talmente intirizzito da non riuscire a muoversi. Ricuperai le corde e sistemai una seconda calata, ma il mio socio non era in grado di scendere autonomamente così lo legai al capo di una corda, lo spinsi nel vuoto e lo calai appeso usando come freno il mezzo barcaiolo e dicendogli: – Quando trovi un ripiano o cengia che ti consente di stare in piedi senza cadere fermati che ti raggiungo.

Il tutto nella più completa oscurità. Cosi fece ed io lo raggiunsi in corda doppia. A tentoni trovai delle fessure che chiodai per l’ancoraggio della doppia successiva. Ripetemmo l’operazione laboriosa ma con maggior tranquillità perché Franco, grazie al movimento, si era un po’ riscaldato e riusciva a collaborare. Cominciò ad affiorare qualche battuta sulla nostra tragicomica situazione. Un’ultima calata ci portò quasi alla base, la corda era però finita ed il mio compagnò si trovò appeso a sfiorare il terreno. Era ancora buio, valutò che gli mancava meno di un metro a toccare e mi disse di mollarlo, così feci ed egli si trovò a terra tra i massi e senza danni. Con le manovre ormai collaudate scesi anch’io e toccai la base mentre cominciava ad albeggiare.

Franco aveva ancora i piedi insensibili ma aveva riacquistato la mobilità; i massi della pietraia erano coperti da un velo di ghiaccio ed era impossibile reggersi in piedi, cominciammo a scendere praticamente a quattro zampe ma eravamo fuori dai guai. Divallammo molto lentamente e quando raggiungemmo la strada di Ceresole era giorno fatto. Anche la strada era coperta da un insidioso velo di ghiaccio ed era totalmente deserta; un rumore d’auto ci testimoniò che, malgrado il tempo infame, qualcheduno stava salendo.

Parete delle Aquile, via della Doppia P…, il micro terrazzino del bivacco di Franco
ViaDoppiaP-Via della Doppia P... Il micro terrazzino del bivacco di Franco

– Vuoi vedere che stanno cercando noi?  – dissi al mio compagno. Infatti, erano Enrico Pessiva e Claudio Sant’Unione che, allarmati dai famigliari, si erano mossi alla nostra ricerca.

Con la consueta sua schiettezza Claudio, come ci vide sani e salvi, ci apostrofò: – Siete proprio due Pirla

L’avventura era finita bene nostro malgrado, risultò che Franco non aveva congelamenti ai piedi, ma la nostra via non era finita ed inoltre avevamo lasciato del materiale in parete, così nella primavera successiva ritornammo con Sant’Unione alla Parete delle Aquile. Dalla cima scendendo in doppia, raggiungemmo il terrazzino ove tanto aveva sofferto Franco e completammo la via ricuperando il materiale che era rimasto in parete. Ritenemmo il suggerimento di Claudio giusto per cui denominammo la nuova via: “Via della Doppia P….” con chiaro riferimento ai due protagonisti.

Parete delle Aquile, Franco Ribetti sulla via della Doppia P…
ViaDoppiaP-Franco Ribetti sulla via della Doppia P...

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La via della Doppia P… ultima modifica: 2016-09-27T05:18:08+02:00 da GognaBlog

4 pensieri su “La via della Doppia P…”

  1. 4
    Alberto Benassi says:

    Ugo, spero ci racconterai altre storie.

  2. 3
    Francesco De Marchi says:

    Un mito lo”Zio” Franco !!!!
    Bellissima storia !!!!

  3. 2
    Alberto Benassi says:

    Bellissimo.
    Grazie Ugo che ci racconti queste storie.
    Sotto la parete nord dell’Albaron di Sea ci sono stato domenica scorsa a fotografarla. Sapevo delle vie di misto di Grassi ma non sapevo che c’era anche una tua via.
    Ma con la tua voglia di nuovo era da aspettarselo!

  4. 1
    Giorgio Robino says:

    grazie 🙂 e che belle foto!

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