La voce del silenzio

La voce del silenzio

L’ambiente naturale deve essere visitato con discrezione: per così dire, in punta di piedi. Lasciamo ai più intolleranti pensa­re che la folla porti comunque il rumore: in una chiesa gremita di fedeli non si sente volare una mosca quando tutti ascoltano la propria voce interiore. Così in montagna, anche un numero grande di persone non è sinonimo di frastuono. Per evitare che folla vo­glia dire rumore, dobbiamo imparare ad aprirci al silenzio e a riconoscerne la voce profonda.

Chi si aggira per i boschi ridendo fragorosamente o facendo il verso a canti popolari e gorgheggi tirolesi in realtà si è stac­cato così seriamente dalle proprie radici da non poter o non vo­ler più distinguere, come qualche volta i bambini, una gioiosa allegria da una fastidiosa e capricciosa petulanza. Spesso però, con dolore, assistiamo impotenti a urla, schiamazzi, gracchiare di radio e moto­ri, a clacson che impauriscono gli ani­mali e prevaricano coloro che invece cer­cano la quiete. Sentire nel proprio intimo questa aggressività ignorante e in­sensibile è soprattutto la denuncia di quanto poco siamo capaci di rispettare noi stessi.

Vallone dei Laures, baite di Le Tramail, gruppo del Monte Emilius, Valle d’Aosta
Vallone dei Laures, baite di Le Tramail, gruppo del Monte Emilius, Valle d'Aosta

Chi, neppure sulla cima di una montagna o immerso in un luogo so­litario, non è capace di raggiungere la calma mentale e rimane prigioniero dell’agitazione, del nervosismo e della confusione che gli caratterizzano la vita in città è ben lontano anche dalla sola ricerca della propria pace interiore; ma pure chi, come noi, si lascia sorprendere a volte da una punta di fastidio per questa gente non è in posizione assai migliore nel lungo cammino verso la serenità: anche il ronzio di un insetto in quelle condizioni ci disturba e ci lasciamo contagiare dallo stesso tipo di aggres­sività che denunciamo negli altri.

È circa mezzanotte quando, in una calda sera di fine giugno, mi sdraio vicino all’auto posteggiata sul lato della stradina che da Grand Brissogne s’inoltra gra­dualmente nel Vallone di Laures. Uso il sacco piuma come una coperta e faccio fatica ad addormentarmi perché sono veramente felice di essere qui, da solo e in questo posto dimenticato. Il silenzio è quasi totale, solo un lontano rombo di cascate d’acqua mi tiene compagnia, sottofondo a pensie­ri che finalmente si rivolgono alla pace dopo una giornata assai agitata.

Così vicino al fondo valle e ai suoi rumori, è una lieta sorpresa il ritrovarmi ap­partato, come se volontariamente mi fossi nasco­sto alla vista e ai detector degli uomini.

All’una e quarantacinque un’auto mi passa vicino: i suoi fari so­no sciabole che rompono il mio isolamento di dormiveglia. Con po­chi gesti precisi mi rivesto, mi allaccio gli scarponi, sistemo l’altimetro nel taschino, il telefonino nella tasca dello zaino, chiudo l’auto a chiave e mi avvio senza neppure la luce frontale.

Salgo veloce perché ho intenzione di raggiungere il Lago Inferio­re di Laures alle prime luci dell’alba: sono 1600 metri di disli­vello.

Come tutte le altre volte, sono emozionato e quindi veloce. Non mi disturba il forte peso dello zaino perché ora penso con il cuore, in maniera diretta, senza gli andirivieni di lunghe inve­stigazioni razionali su problemi che quanto più pro­vocatoriamente esigono una risposta tanto più sono forse inutili. Messo in di­sparte il pensare dispersivo, il risparmio di energia tende a combinarsi in ar­monia con l’agilità di movimento fisico.

È esaltante salire spediti, al buio, nel fragore d’acqua che sempre più si av­vicina. Passando i traballanti ponticelli di le­gno, il pulviscolo di cascata quasi mi inzuppa. Ma è un sollievo al sudore. Il sentiero sale continuo a collegare i punti deboli di questo scrosciante e ripidissimo vallone che, nella sua enor­mità e nella mancanza di luce, potrebbe apparire assolutamente insuperabile.

Lac d’en Bas de Laures e Monte Emilius
Lac d'en Bas de Laures + M. Emilius

Il sentiero perciò è l’unico legame che ho con l’obiettivo della mia escursione notturna, il solo amico che abbia qui a condivide­re l’assordante voce del silen­zio.

Me ne ero già dimenticato, ma all’improvviso raggiungo e supero i due dell’auto che in effetti mi precedevano di molto: questi sono fermi accanto alle rovine di un baitello. Una voce di saluto: – Anche voi ai Laures? – e un pensiero di curio­sità: – Ma dove vanno questi a quest’ora? – e procedo oltre come se avessi in­contrato dei fantasmi.

Quando, molto prima dell’alba sul Monte Emilius, arrivo sulle ri­ve del Lago In­feriore di Laures, il caratteristico ronzio del grande silenzio mi accoglie. La vasta e solitaria conca che si apre alla testata del vallone amplifica il nulla che mi rimbomba nelle tempie accaldate, le tetre acque del lago sembrano essere profonde e inghiottire ogni esistenza e sensazione superflue. È l’attimo prima del chiarore, quando silenzio e buio stanno per separarsi.

Sempre più in alto, il Lago Superiore è ancora per metà ghiaccia­to e l’Emilius vi riflette solo parzialmente la sua rossastra pa­rete orientale. Lo spazio che mi circonda si appoggia su morene immani e su balze a panettone con gli ultimi fili d’erba prima che distese di sassi e neve ricoprano anche le poche tracce di sentiero ai due o tre colli transitabili.

Un ruscello che scorre, un uccello che canta, una roccia che si oppone al vento sono alcune tra le mille voci del silenzio; anche una superficie d’acqua assolu­tamente immobile e il buio che muore sono voci che vanno dritte al cuore e combinandosi tra loro in infinite variabili ci portano lontano, ci separano gra­dualmente dai nostri modelli di tutti i giorni. Modelli e schemi conformi­sti che assomigliano in genere a ritmi musicali o a melodie che sottolineano le scene principali di un film di cassetta. Ma in natura non c’è una colonna sonora che insegua i sentimenti, perché sono i sentimenti stessi a confondersi con la natura e a crearsi un sereno distacco dal film in cui viviamo. Le voci del silen­zio ci allontanano da tanti desideri a basso voltaggio e ci riavvicinano a quell’energia a grande differenza di potenziale che proprio loro hanno connatu­rata: così la realtà ci diventa ma­nifesta con un lampo e il tuono ci sembra ru­morosamente super­fluo.

Dalla Punta di Leppe, da destra: Monte Emilius, Passo dei Tre Cappuccini, Punta Rossa, Colle di Valaisan, Punta Garin. Sotto all’Emilius, il semighiacciato Lago Superiore di Laures. Foto: Marco Milani
Dalla Punta di Leppe, da destra: Monte Emilius, Passo dei Tre Cappuccini, Punta Rossa, Colle di Valaisan, Punta Garin. Sotto all'Emilius, il semighiacciato Lago Superiore di Laures. Valle d'Aosta.

Situato al limite settentrionale del Gruppo del Gran Paradiso, il massiccio del Monte Emilius per alcuni ne fa parte, per altri co­stituisce un nodo orografico a se stante. Comunque sia, ci tro­viamo di fronte a un complesso di rilievi assai suggestivo ed imponente, dei quali l’Emilius è il naturale sovrano. Elegante da qualunque parte la si osservi, la montagna ha nella sua linea­re eppure complessa conformazione la caratteristica principale. Il nome ha origini incerte anche perché, nel corso degli anni, ne sono stati usati ben quattro ad indicare la stessa montagna.

Come ci racconta quell’istituzione di cultura alpinistica che fu l’abate Joseph Henry, è molto probabile che il primo nome dell’Emilius sia stato Mont Cha­mosier o Chamosser: si era verso il 1200. Poco dopo, ecco comparire il topo­nimo di Picco delle Dieci Ore, conseguenza del fatto che lì vicino, l’odierna Becca di No­na era detta Picco delle Undici ore (l’interpretazione secondo la quale i nomi in genere derivano da osservazioni di carattere pra­tico è sempre tra le meno azzardate!).

Come è accaduto per tante altre cime un altro nome, quello di Punta di Vallé, deriva forse dal Plan Valé, ripiano situato fra l’Emilius e la Becca di Nona. Più misteriosa è l’origine del ter­mine Mont Pie, mentre per soddisfare la vostra cu­riosità vi in­formiamo che l’odierno nome fu dato dal canonico Carrel per ono­rare la signorina Emil Argentier che salì in cima a soli 14 anni.

Qualche giorno dopo risalgo con Marco Milani il lungo Vallone di St. Marcel, im­merso in una pace recondita. Alcune malghe ricostruite di recente ospitano un bestiame che rimane per tutto il tempo in­visibile. Dalla vetta della Punta di Leppe abbracciamo con uno sguardo il versante opposto, la conca dei laghi solitari e silen­ziosi che ricordo così bene: siamo nel punto dal quale non si può salire oltre, nella stretta fascia di contatto dove due mondi si aprono e si chiu­dono l’uno all’altro nello stesso istante.

Siamo i portavoce del loro linguaggio comune: anche noi, come il vento, siamo dei portatori di silenzio.

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La voce del silenzio ultima modifica: 2016-06-27T05:48:56+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “La voce del silenzio”

  1. 2
    Alberto Benassi says:

    Un pò di anni fa , d’inverno, sulla parete nord-est del Monte Grondilice, sulle Alpi Apuane, abbiamo aperto un via e l’abbiamo chiamata “ASCOLTA IL SILENZIO” .
    E’ divenuta una bella classica dell’alpinismo invernale apuano.
    Le Apuane dove purtroppo il silenzio è rotto non tanto dagli schiamazzi delle persone ma dalle ruspe, dai camion e dalle mine che mangiano i fianchi di queste bellissime , ma sfortunate, montagne.

  2. 1
    aki says:

    vedi in una società dove per comunicare ad una ragazza che sei innamorato !!!! oggi si manda un messaggio col telefonino con un italiano da troglodita….. tutti sentiamo ma pochi ascoltano ed osservano cosa vuoi pretendere? condivido pienamente quello che scrivi e ti confesso che quando vado in montagna e sento la gente che schiamazza come “anatre in amore” mi va via tutta la poesia
    ciao

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