L’alba dei Senza-Guida

L’alba dei Senza-Guida
di Paolo Ascenzi

L’Alba dei Senza-Guida è la nuova fatica di Paolo Ascenzi e Alessandro Gogna (Nuovi Sentieri Editore, 2018). E’ un’indagine sul fenomeno europeo che, a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, stravolse la pratica e gli indirizzi dell’alpinismo. Oggi, 5 maggio 2018, il libro sarà presentato al Festival di Trento, Palazzo Lodron (piazza Lodron), ore 11.30: gli autori dialogheranno con Bepi Pellegrinon e Dante Colli. Quello che segue è un riassunto del nuovo libro.

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(2)

Scriveva Albert Frederick Mummery: “Coloro che desiderano conoscere le vere gioie dell’alpinismo non hanno che d’avventurarsi fra le nevi eterne affidandosi esclusivamente alle loro capacità e alla loro esperienza”. Nelle salite senza-guida, l’alpinista britannico “provava uno stato di grazia e di esaltazione tipici di chi prende la testa della cordata e nulla si interpone fra se e la montagna”.

Se i più famosi alpinisti della “golden age” dell’alpinismo furono soltanto occasionalmente dei senza-guida, i loro successori furono i fautori di questa nuova forma d’alpinismo. Poiché i maggiori gruppi montuosi erano stati in gran parte esplorati e moltissime vette “conquistate”, l’alpinismo senza-guida permise, dalla fine del XIX secolo, di riscoprire, reinventare e ricreare le montagne in quanto l’ascensione di una vetta da capocordata poteva dare le stesse sensazioni vissute dai primi salitori accompagnati dalle guide alpine. Inoltre, i senza-guida furono i propugnatori della cordata formata da due soli componenti, che risultava essere più versatile della classica cordata che comprendeva almeno tre alpinisti. In altri termini, i figli non vollero ripetere le imprese dei loro padri, ma vivere un’avventura, che oggi si definirebbe, totalizzante. Quando l’alpinismo senza-guida perse il suo fascino furono le salite invernali, le solitarie, nonché la difficoltà, la quota, il rischio e lo stile a ricreare l’alpinismo sulle montagne del mondo.

La nascita del movimento dei senza-guida potrebbe essere fatta risalire alla fine degli anni ’60 del XIX secolo, quando emerse la figura di Hermann von Barth, e iniziò a perdere la sua fisionomia con lo scoppio della Grande Guerra e la morte di Emil “Hans” Dülfer. Questo periodo coincise con la “silver age” dell’alpinismo con-guida e potrebbe essere considerato “la golden age” dei senza-guida.

L’alpinismo senza-guida nacque e si affermò nelle Alpi Calcaree del Nord-Est ed ebbe negli alpinisti austriaci e tedeschi i primi fautori, da Hermann von Barth a Johannes Emil “Hans” Dülfer. Molteplici furono le ragioni: la vicinanza delle montagne alle città di Monaco di Baviera, Innsbruck e Vienna che permettevano prime ascensioni anche nei soli giorni di festa, la presenza, inizialmente, di poche guide alpine, le condizioni ambientali favorevoli e soprattutto lo scarso fascino che ebbero queste montagne sugli alpinisti britannici che, attratti dai giganti glaciali delle Alpi Occidentali e Centrali e del Delfinato, furono i massimi fautori dell’alpinismo con-guida.

Fra il 1868 e il 1874, Hermann von Barth salì oltre 300 vette dei monti del Karwendel, del Wetterstein, delle Berchtesgadener Alpen e delle Allgäuer Alpen che descrisse nel ponderoso volume Aus den Nördlichen Kalkalpen. Esploratore dell’Africa Occidentale Portoghese, il suo destino si compì a São Paulo da Assunção de Loanda. Anche il destino di Josef Enzensperger, metereologo e membro della spedizione antartica tedesca diretta da Erich Dagobert von Drygalski, si compì lontano dalla Patria nell’arcipelago delle Isole Kerguélen nell’emisfero boreale. Imponente è il numero di ascensioni compiute nell’ultimo decennio del XIX secolo da Josef Enzensperger, fra cui spicca la prima salita della parete sud del Trettachspitze. Non rivide la Patria neppure Hans Robert Schmitt, deceduto a Mangali nel corso dell’esplorazione dell’Africa Orientale Tedesca. Il nome di Hans Robert Schmitt è legato alla prima ascensione della Punta delle Cinque Dita; suoi compagni di cordata furono Fritz Drasch, Hans Helversen, Heinrich Hess, Johann Santner, Albrecht von Krafft e Theodor Christomannos.

Ludwig Purtscheller, che fra il 1876 e il 1899 fu protagonista di circa oltre 250 prime ascensioni, è ricordato per essere il padre del “Führerloses Gehen” (camminare senza-guida) e per aver compiuto la prima salita del Kilimanjaro con Hans Heinrich Josef Meyer. Allievo di Ludwig Purtscheller, Lothar Patéra salì innumerevoli vette, spesso in solitaria, soprattutto nelle Alpi Calcaree del Nord-Est nel corso di lunghe traversate in cresta di cui era considerato uno specialista.

Compagni di cordata di Emil e Otto Zsigmondy, che occupano un posto di primissimo piano fra i primi esponenti dell’alpinismo senza-guida furono, oltre a Ludwig Purtscheller, Karl Schulz e Karl Diener. Karl Schulz fu particolarmente attivo sulle Dolomiti e nel 1884 battezzò con il nome di Guglia di Brenta l’ardito obelisco poi chiamato Campanile Basso. Effettuò la terza salita del Canalone Marinelli sulla parete est del Monte Rosa con ascensione diretta della Punta Dufour e partecipò, con Otto Zsigmondy, al nefasto tentativo di Emil Zsigmondy di salire la parete sud della Meije. Karl Diener, professore ordinario di Paleontogia e Magnifico Rettore dell’Università di Vienna, fu protagonista della prima ascensione del Blauspitze, del Breitnock, della Floitenturm, del Friderich, del Greiner Großer, del Lappin, del Muttenock e del Vierte Hornspitze. Nel 1892, partecipò alla spedizione anglo-indiana nell’Himalaya Centrale e in tale occasione effettuò la prima ascensione del Kungribingri 5834 m.

Brevi furono le stagioni di Georg Franz Winkler, Paul Preuss ed Emil Hans Dülfer. L’attività alpinistica di Georg Franz Winkler si svolse nel solo biennio 1886-1887 e si deve al giovanissimo alpinista di Monaco di Baviera l’aver superato per primo passaggi di IV grado superiore. Le ascensioni solitarie fecero di Georg Franz Winkler una figura di spicco dell’alpinismo considerato il primo arrampicatore moderno. Sebbene avesse avuto in Aloïs Zott e Robert Hans Schmitt due formidabili compagni di cordata, la maggiore impresa di Georg Franz Winkler fu la salita in solitaria della Torre del Vajolet che porta il suo nome. Paul Preuss è una delle personalità di maggior spicco nella storia dell’alpinismo e forse il massimo sostenitore dell’arrampicata senza mezzi artificiali di tutti i tempi; lasciò il segno della sua classe sulle Alpi Occidentali, sulle Alpi Calcaree del Nord-Est e sulle Dolomiti. Fu inoltre pioniere dello sci-alpinismo con particolare predilezione per le grandi traversate che lo videro sulle vette dei gruppi montuosi del Glockner, del Venediger e Totes, sulle Alpi Graie, sui Monti del Silvretta, sul Massiccio del Monte Rosa, sul Gran Paradiso e sul Bernina. Straordinari furono i “tour de force” compiuti da Paul Preuss, che nel 1911 salì 179 vette, alcune delle quali in prima ascensione, talvolta con Paul Relly, il più assiduo compagno di cordata. Indimenticabile fu la salita della parete est del Campanile Basso il 28 luglio 1911. Pur concordando con le idee di Paul Preuss per quanto concerne l’arrampicata libera, Emil “Hans” Dülfer impiegò la corda e i chiodi in modo coerente, per la sicurezza e la progressione. Dal 1911 al 1914, Emil “Hans” Dülfer aprì una cinquantina di nuove vie nelle Allgäuer Alpen, nel Kaisergebirge e nelle Dolomiti. Instancabile, Emil “Hans” Dülfer salì 155 vette nel 1912 e 172 nel 1913, ma non estese le sue imprese alle Alpi Occidentali. Spesso in cordata con Hanne Franz, Walter e Willy von Bernuth, Ludwig Hanstein, Hans Kämmerer, Werner Schaarschmidt, Johann Schneider e Wilhelm “Willy” Freiherr von Redwitz, superò difficoltà di VI grado. Il 18 luglio 1914, Emil “Hans” Dülfer compì il suo capolavoro, la prima salita in solitaria della parete sud del Catinaccio d’Antermoia.

Eugen Guido Lammer fu uno dei pionieri dell’alpinismo senza-guida, un fautore dell’alpinismo-avventura e un sostenitore dello stile pulito. Considerato da molti come il primo alpinista solitario, alcune sue ascensioni su ghiaccio sono ancora ritenute vie classiche di notevole difficoltà. Inoltre, fu fra i primi a sostenere che il proprio benessere derivava dalla frequentazione delle montagne e come la montagna fosse fonte di auto-consapevolezza. Il rischio e la sfida con la morte pervasero l’alpinismo di Eugen Guido Lammer, che, seppur raramente, si legò in cordata con Johannes Ludwig Eckenstein, inventore dei ramponi a dieci punte, e il pioniere delle Dolomiti Oscar Schuster. Assertore dell’estremismo e seguace di Friedrich Nietzsche, Eugen Guido Lammer enunciò i principi della sua teoria fondamentalista per un alpinismo più “autentico” nel singolare libro di montagna Jungborn. Accolto con entusiasmo dai giovani che, all’indomani della Grande Guerra, si gettarono allo sbaraglio per la conquista del VI grado, il libro fu in seguito bollato come un classico maledetto, ma la sua lettura è indispensabile per capire l’alpinismo tra la prima e la seconda guerra mondiale.

Le montagne del Tien Shan, del Caucaso e delle Ande nonché l’intero arco alpino videro spaziare Hans Pfann. Nelle Dolomiti, il nome di Hans Pfann è legato, fra l’altro, alla prima salita invernale della Marmolada e alla prima traversata nei due sensi delle Torri del Vajolet Winkler-Stabeler-Delago. Le Alpi Occidentali, che furono la sua “seconda patria alpinistica”, lo videro novantotto volte in vetta ai “4000” portando a termine notevoli prime ascensioni fra cui: la prima salita in solitaria della cresta di Zmutt del Cervino. Nel 1902, Hans Pfann fu nel Tien Shan con Gottfried Merzbacher, Hans Keidel e la guida alpina Franz Kostener di Corvara, un evento più unico che raro nella vita del “Führerlose”, con cui tentò la salita del mitico Khan Tengri. Nel 1903, Hans Pfann fu nel Caucaso e con Ludwig Distel et Georg Leuchs compì la prima traversata dell’Ushba. Lo scoppio della Grande Guerra fece sfumare la possibilità per Hans Pfann di partecipare alla spedizione in Himalaya del Deutscher und Österreichischer Alpenverein. Nel 1928, il cinquantacinquenne Hans Pfann fu il capo della spedizione alla Cordillera Real in Bolivia e in tale occasione salì diverse vette di 5000 e 6000 metri con Erwin Hein, Alfred Horeschowsky e Hugo Hörtnagel.

Karl Blodig fu uno degli ultimi pionieri dell’alpinismo classico e uno dei più importanti precursori dell’alpinismo senza-guida. Iniziò la sua attività alpinistica sulle Alpi Orientali con le migliori guide della fine del XIX secolo, fra cui Christian Ranggetiner, Joseph Knubel, Peter Dangl, Alois Pinggera e Alexis Brocherel. Successivamente si legò alla corda dei massimi esponenti del movimento dei senza-guida dell’epoca, quali Ludwig Purtscheller, Edward Theodore Compton, Oskar Johannes Ludwig Eckenstein, Walther Flender, Heinrich Hess, Humphrey Owen Jones, Robert von Lendenfeld, Hans Wödl e Geoffrey Winthrop Young. Karl Blodig frequentò soprattutto i gruppi montuosi dell’arco alpino centro-occidentale con l’obiettivo di salire tutte le vette di altezza superiore ai 4000 metri. All’età di 73 anni, salì in solitaria il versante nord del Colle Armand Charlet per effettuare la prima ascensione della Grande Rocheuse e dell’Aiguille du Jardin e completare così la sua collezione di vette.

Il Gruppo del Sassolungo e le Dolomiti di Brenta furono il campo d’azione preferito da Oswald Gabriel Haupt. Le molte vie nuove che vi tracciò furono molto difficili non soltanto per l’epoca, ma ancora oggi sono impegnative. Precursori del VI grado, Oswald Gabriel Haupt e Karl Lömpel salirono nel 1910 la parete nord-ovest della Piccola Civetta eclissata dalla più famosa via Solleder-Lettenbauer. Compagni di cordata di Oswald Gabriel Haupt furono, oltre a Karl Lömpel, Paul Flum, i fratelli Christian e Otto Oertel, Paul Mayr, Hans Griesser, Ferdinand Forcher-Mayr, Jörgl Mahlknecht e i fratelli Kurt e Hans Kiene. Compagno di cordata di Oswald Gabriel Haupt fu anche il pittore e disegnatore viennese Gustav Jahn che, istruttore della Scuola Militare di Alpinismo dell’Esercito Austriaco in Val Gardena, compì significative prime ascensioni nelle Dolomiti nel corso della Grande Guerra.

Compagni di cordata di Otto Ampferer furono Karl Berger e Wilhelm Hammer i cui nomi sono indissolubilmente legati alle prime ascensioni del Campanile Basso e della Prima, della Seconda e della Terza Torre del Sella. Karl Berger iniziò ad arrampicare giovanissimo, studente dell’Istituto Tecnico di Innsbruck; nonostante l’attività alpinistica sia stata di breve durata (1898-1905), effettuò oltre 40 prime ascensioni e il suo nome è eternato nella Bergerturm. Wilhelm Hammer, Direttore del Servizio Geologico di Vienna ricevette nel 1933 la “Franz-von-Wieser-Medaille” per l’accuratissimo rilevamento geologico dei monti del Tirolo; fra il 1893 e il 1921 effettuò oltre 60 prime ascensioni fra cui la salita in solitaria della cresta est del Monte Vioz nel Gruppo dell’Ortles e la prima ascensione del Habicht nelle Stubaier Alpen.

Massimi esponenti della “Gilde zum Großen Kletterschuh” il nome di Viktor Wolf Edler von Glanvell e dei suoi compagni di cordata Karl Gunther Freiherr von Saar e Karl Doménigg è legato alle prime ascensioni del Campanile di Val Montanaia e del Dito di Dio. Karl Günther Freiherr von Saar fu uno dei più illustri arrampicatori austriaci a cavallo del XIX e del XX secolo, era infatti aduso salire da secondo di cordata pressoché soltanto quando si legava con Paul Preuss. Fin da studente, frequentò le Alpi Austriache, le Dolomiti e le Alpi Occidentali, di cui salì la parete est del Monte Rosa. Karl Günther Freiherr von Saar compì circa 500 ascensioni di cui 56 prime assolute. Pioniere della sci-alpinismo, il 30 luglio 1907 tentò con Franz Joseph Gassner e Paul Hübel l’ascensione della parete nord-ovest della Civetta lungo la linea di salita che sarebbe stata seguita da Emil Solleder e Gustav Lettenbauer il 7 agosto 1925. Inoltre, il 26-27 luglio 1911 compì la prima salita della cresta ovest della Aiguille de Bionnassay dal Col de Tricot con Eleonore Hasenclever, Helène Wirthl, Max Helff e Richard Weitzenböch. Karl Doménigg, soprannominato Carletto dagli amici per le sue origini italiane, svolse una intensa attività giornalistica soprattutto a Graz e Bolzano, dedicandosi alla promozione del turismo montano in Austria. Partecipò a 53 prime ascensioni e all’apertura di 99 vie nuove soprattutto nelle Dolomiti, inoltre il suo nome è legato alla salita della parete nord del Triglav. L’attività alpinistica di Karl Doménigg è descritta nel volume autobiografico Ein Bergsteigerleben, pubblicato nel 1949 pochi mesi prima della sua scomparsa.

Il pensiero di Heinrich Pfannl è riassunto nelle parole: “Seguiteci nella solitudine dell’alta montagna, dove la natura è rude e pura; non crediate che vincere sia l’obiettivo finale e il senso profondo dell’esistenza; venite lassù per rendervi conto che ciò che gli uomini valutano e giudicano, fanno e disfano, non ha alcun valore eterno e che le gioie che fioriscono sul ghiaccio sono vere ed eterne come la luce del sole”. Cinque montagne sono rappresentative dell’attività alpinistica di Heinrich Pfannl: l’Hochtor e il Reichenstein, nel Massiccio del Gesäuse, il Dente del Gigante, il Monte Bianco e il K2. Vincitori morali del Dente del Gigante furono, il 20 luglio 1900, i dimenticati Heinrich Pfannl, Theodor Keidel e Thomas Maischberger salirono il versante nord non soltanto senza fare uso di mezzi artificiali, ma senza piantare nemmeno un chiodo. Il K2 vide Heinrich Pfannl, Alexander “Aleister” Crowley, Oskar Johannes Ludwig Eckenstein, Jules Jacot-Guillarmod, Guy Knowles e Viktor Wessely tentare nel 1902 la salita di quello che sarà poi chiamato “Sperone Abruzzi”, che venne abbandonato a favore della cresta nord-est. Heinrich Pfannl scrisse: “Chi dice di non voler correre alcun rischio nel salire una di queste montagne o sbaglia pericolosamente non considerando l’importanza di eventi imponderabili oppure non può essere preso sul serio”.

Hermann Delago e Otto Melzer, spesso compagni di cordata, sono ricordati dalla Torre Delago, nel Gruppo del Catinaccio, e dalla Grubreisen-Melzerturm, nel Karwendelgebirge. Hermann Delago iniziò ad arrampicare giovanissimo spesso in solitaria effettuando numerose prime ascensioni fra cui quella dell’ultima ancora inviolata Torre del Vajolet, nel Gruppo del Catinaccio, che da allora porta il suo nome. L’alpinismo e la fotografia furono i grandi interessi di Otto Melzer. Fra le oltre 50 ascensioni compiute fra il 1894 e il 1901, merita ricordare quelle della parete nord del Bettelwurf, della cresta ovest del Kaskarspitze, della cresta nord del Grubenkarspitze, della Bachgrubenturm Mittlerer e della cresta sud-ovest del Hochnißlspitze. Il destino di Otto Melzer e di Emil Spötl si compì il 7 ottobre 1901 sulla parete nord del Praxmarerkarspitze. Il corpo di Emil Spötl fu ritrovato qualche giorno dopo la tragedia alla base della parete, mentre la salma di Otto Melzer, individuata soltanto il 18 agosto 1902 da Karl Berger e Karl Grissemann nella parte superiore della parete, fu riportata a valle il 16 settembre al secondo tentativo dalla guida alpina Karl Santner e dagli alpinisti A. Pfannenschwarz e F. Präsehold. Ad opera di Heinrich von Ficker e Otto Ampferer fu pubblicato, nel 1902, il bellissimo libro Aus Innsbrucks Bergwelt corredato da 88 fotografie di Otto Melzer, che non fu da meno dei contemporanei famosi alpinisti e fotografi Vittorio Sella, Guido Rey, Fritz Benesch, Alfred Steinitzer e Luis Trenker.

Artigiano, ginnasta e alpinista, Otto Herzog, noto anche con il soprannome di Rambo, fu talvolta compagno di cordata di Paul Preuss e Emil “Hans” Dülfer. Unanimemente riconosciuto come uno dei più grandi maestri dell’arrampicata su roccia e conosciuto per aver diffuso l’uso del moschettone, Otto Herzog fu fra i primi, con Hans Dülfer e Hans Fiechtl, ad usare i mezzi artificiali per la progressione. Frequentò soprattutto i monti del Karwendel, dove nel 1911 effettuò la prima salita dello spigolo nord della Lalidererspitze. Benché tornato dalla Grande Guerra con una mano deforme, nel 1921 salì con Gustav Haber il diedro nord del Dreizinkenspitze, il cui tratto chiave è stato valutato di VI grado. La via, che supera una parete alta 350 metri, richiese ai primi salitori ben tre giorni d’arrampicata e due bivacchi e dalle iniziali dei loro nomi venne chiamata Ha-He-Verschneidung. Questa incredibile via fu ripetuta soltanto nei primi anni ’50 del XX secolo. Otto Wiedmann, che ne effettuò la quinta salita nel 1963, disse che “la via è essenzialmente di VI grado inferiore con una lunghezza di corda di 25 metri di VI grado superiore.”

Rudolf Fehrmann, padre del moderno alpinismo boemo-sassone, scrisse che per lui arrampicare aveva significato “un intensificarsi quasi inimmaginabile del gusto della vita”. Nel 1908 diede alle stampe il volume Der Bergsteiger in der Sächsischen Schweiz, che fu il primo manuale di media montagna a essere pubblicato in Europa. Suo compagno di cordata fu lo studente americano Oliver Perry-Smith con cui aprì numerose vie nuove non soltanto nella Svizzera Sassone, ma anche nelle Dolomiti, lasciando il segno del loro passaggio sulla Torre Stabeler, sul Campanile Basso e sulla Cima Piccola di Lavaredo.

Fin da giovanissimo, Georg Leuchs divenne il maggiore conoscitore del Kaisergebirge; la passione ed il legame per questo gruppo montuoso fu tale da essere soprannominato “Kaiser-Leu”. Spesso ebbe come compagno di cordata il fratello Kurt con cui compì la prima ripetizione della via aperta da Michele Bettega e Bortolo Zagonel con l’alpinista inglese Beatrice Tomasson sulla parete sud della Marmolada. Il capolavoro di Georg Leuchs fu la prima salita in solitaria della parete sud-ovest del Cimòn della Pala.

A differenza dei contemporanei senza-guida austro tedeschi, il nome di Felix von Cube è legato soprattutto ai monti della Corsica, su cui portò a termine 17 prime ascensioni nel corso delle spedizioni del Akademischer Alpenverein di Monaco di Baviera del 1899, del 1902 e del 1904. Di queste montagne affacciate sul mare, che gli ricordavano la terra natale di Mentone, tracciò una accuratissima carta geografica tutt’ora in uso; suoi compagni di cordata furono Emanuel Christa, Adolf Schulze e Karl Botzong.

Nonostante le severe critiche ricevute nel corso di aspri dibattiti in seno all’Alpine Club, un ruolo rilevante ebbero nell’esplorazione delle Alpi, dell’Himalaya, del Karakorum e delle Ande i senza-guida britannici. A Charles e Lawrence Pilkington, Frederick Gardiner, John Brise Colgrove, Albert Harold Cawood, Arthur Cust, John Norman Collie, Geoffrey Hastings, Albert Frederick Mummery e George Herbert Leigh-Mallory si debbono, fra le altre, le prime salite senza-guida della Meije, del Grepon, del Cervino e del Monte Bianco per lo Sperone della Brenva. Fra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, Albert Frederick Mummery, Alexander “Aleister” Crowley e George Herbert Leigh-Mallory furono fra i protagonisti dei tentativi di salita del Nanga Parbat nel 1895, del K2 nel 1902, del Kangchenjunga nel 1905 e dell’Everest nel 1921, 1922 e 1924. Soltanto l’Everest sa se Herbert Leigh-Mallory e Irvine Andrew Comyn “Sandy” Irvine abbiano raggiunto la vetta 29 anni prima di Edmund Percival Hillary e dello sherpa Tenzing Norgay.

Padre dell’alpinismo in Norvegia, William Cecil Slingsby salì in prima ascensione decine di vette ed esplorò il Jostedalsbreen, il più grande ghiacciaio dell’Europa continentale. La sua maggiore impresa fu la prima ascensione del Store Skagastølstind (noto anche come Storen) con Emanuel Mohn e Knut Lykken, allora considerata impossibile. L’attività alpinistica ed esplorativa di William Cecil Slingsby è descritta nel celebre libro Norway, the northern playground; sketches of climbing and mountain exploration in Norway between 1872 and 1903 (D. Douglas Edinburgh, 1904).

Sebbene fosse molto noto in Europa, Valère Alfred Fynn svolse la massima attività alpinistica senza-guida sulle Canadian Rockies, dove effettuò, fra le altre, la prima ascensione del Mount Hungabee, del Mount Ringrose, del Mount Aberdeen, del Haddo Peak, del Mount Tipperary Barbican Peak e del Mount Geikie. Inoltre, il suo nome è legato alla storia della Devil Tower.

Matematico e astronomo di fama mondiale, Victor-Alexandre Puiseux può essere considerato il padre degli alpinisti “sans-guide” francesi, a lui si deve la prima salita dell’omonima vetta in Delfinato. Scienziato non meno noto, il figlio Pierre-Henri Puiseux salì, fra gli altri, il Monte Bianco per l’Arête du Goûter in solitaria, l’Aiguille de Péclet ed altre vette del Delfinato.

Lo sci-alpinismo, ovvero l’alpinismo invernale, fu protagonista della “seconda conquista delle Alpi” ed ebbe nello svizzero Marcel Louis Kurz il primo suo vate. Fra il XIX ed il XX secolo, ebbero luogo le salite sci-alpinistiche del monte Rosa sotto la guida di Wilhelm Paulcke, del Finsteraarhorn e del Mönch sotto l’egida di Henry William Hoek, del Monte Bianco da parte di Ugo Mylius, e del Grand Combin e dell’Aiguille du Chardonnet sotto l’egida di Marcel Kurz. Negli stessi anni ebbero luogo le prime traversate “en ski” dell’Oberland e dell’altipiano del Bernina, ad opera di Wilhelm Paulcke. La traversata da Chamonix a Zermatt vide fra i protagonisti Joseph Ravanel. Nel 1902, si tenne a Zermatt il primo corso di sci per guide alpine e Alois Franz “Luis” Trenker fu fra i primi ad ottenere il brevetto di maestro di sci.

In Italia, furono antesignani dell’alpinismo senza-guida Cesare Fiorio e Carlo Ratti, che furono nominati soci onorari all’atto della fondazione del Club Alpino Accademico Italiano nel 1904, ad opera di Ettore Allegra, Lorenzo Bozano, Ettore Canzio, Giovanni Battista Gugliermina, Giuseppe Gugliermina, Felice Mondini, Emilio Questa, Ubaldo Valbusa, Adolfo Kind, Adolfo Hess, Alberto Weber, Mario Ceradini, Teodoro Dietz, Hans Ellensohn, Alfredo von Radio-Radis e Ernesto Martiny. L’intento del sodalizio è quello di riunire i Soci del Club Alpino Italiano che abbiano acquisito meriti particolari nell’alpinismo senza-guide; il primo presidente fu Ettore Canzio. Soltanto nel 1978, furono ammesse al Club Alpino Accademico Italiano le prime donne Adriana Valdo e Silvia Metzeltin. Sebbene fosse anacronistica la distinzione fra guide alpine e senza-guida, soltanto recentemente è stato possibile per gli accademici del Club Alpino Italiano divenuti guide alpine appartenere anche all’Associazione Guide Alpine Italiane. Un caso particolare fu rappresentato da Emilio Comici, dapprima senza-guida e poi guida alpina, che dopo un ampio dibattito nel Club Alpino Accademico Italiano decadde dal sodalizio.

I fratelli Giovanni Battista e Giuseppe Gugliermina, Giuseppe Lampugnani e Francesco Ravelli furono particolarmente attivi sul Monte Rosa e sul versante meridionale del Monte Bianco di cui salirono le grandi creste dell’Innominata e del Brouillard ed effettuarono la prima ascensione del Picco Gugliermina, pilastro angolare dell’Aiguille Blanche de Peuterey.

Angelo Calegari e Gaetano Scotti, Antonio Ballabio furono gli animatori di uno dei più attivi gruppi alpinistici che operarono in Italia, soprattutto sulle montagne della Lombardia, fra il 1905 e il 1920; a loro spesso si unirono Romano e Carla Calegari e Romano Ballabio. I loro nomi sono legati alla fondazione della prima Sezione Universitaria del Club Alpino Italiano (SUCAI). Angelo Calegari effettuò più di 80 prime ascensioni fra cui, nel 1913, la prima salita invernale del Fletschhorn, nelle Alpi Lepontine, allora considerato un “quattromila”.

Dapprima membro autorevole del Club Alpino Accademico Italiano e poi guida alpina, Eugenio Fasana fu autore di circa oltre 100 nuove ascensioni nelle Alpi Occidentali e Centrali, nelle Berner Alpen, nelle Dolomiti, e nelle Alpi Calcaree del Nord-Est, fra il 1906 e il 1935. Suoi compagni di cordata furono Aldo Bonacossa, Ugo di Vallepiana, Ettore Castiglioni, Elvezio Bozzoli-Parasacchi, Antonio Omio, Luigi Binaghi, Piero Mariani, Enrico de Enrici, Erminio Dones, Gigi Vassalli, Abele Miazza, Celso Gilberti, Piero Ghiglione, Ninì Pietrasanta e Vitale Bramani. Contemporaneamente all’attività alpinistica si dedicò all’attività letteraria e artistica, accompagnando i suoi scritti con oli, chine, carboncini e fotografie ritoccate con interventi pittorici. Il suo libro più celebre è Il Monte Rosa: vicende, uomini, imprese.

Il nome dei fratelli Arturo, Augusto, Paolo e Umberto Fanton e della sorella Luisa è legato soprattutto ai tentativi di salita degli strapiombi della parete nord del Campanile di Val Montanaia. Umberto e Luisa Fanton furono assai attivi nell’aprire nuove vie nei gruppi montuosi delle Marmarole e dell’Oltrepiave; inoltre, nel 1914, salirono la parete est della cima dell’Antelao che ora porta il loro nome.

Bartolomeo Figari svolse fin da giovanissimo un’intensa attività alpinistica principalmente nel primo decennio del XX secolo. Fu presto conosciuto per le sue notevoli salite su tutto l’arco alpino. Fra queste, merita ricordare la prima salita italiana del Bietschhorn, le prime salite senza-guida della cresta di Vofrède, della cresta sud dell’Herbetet e della cresta nord del Cialancias e la prima traversata (con prima salita dalla cresta sud) del Becco Alto dell’Ischiator. Sebbene particolarmente attivo nelle Alpi Occidentali, furono le Alpi Liguri e le Alpi Apuane i suoi terreni preferiti. Co-autore della Guida delle Alpi Apuane (1921), pubblicò nel 1956 il libro di memorie Alpinismo senza chiodi, cronache di montagna di inizio secolo e dal 1947 al 1955 fu presidente del Club Alpino Italiano. Bartolomeo Figari è ricordato dall’omonimo pinnacolo che si affaccia sul canal Fondone nelle Alpi Apuane. Bartolomeo Figari condivise l’attività alpinistica con Emilio Questa che gli fu capocordata. Coautore con Lorenzo Bolzano, Bartolomeo Figari e Gaetano Rovereto, della prima “Guida delle Alpi Apuane” pubblicata dal CAI, Emilio Questa perse la vita nel 1906 cadendo dall’Aiguille Centrale d’Arves.

Napoleone Cozzi si distinse fin da ragazzo sia per le sue doti artistiche che per quelle sportive. Decorò il Teatro Politeama Rossetti di Trieste, i Teatri di Zagabria e Pirano e, a Trieste, il Caffè San Marco, la Ginnastica Triestina, fra i quali la famosa Sala d’Armi, e il Nuovo Frenocomio. Il richiamo dei monti fu tale da farne un alpinista di punta fra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Fu il fondatore del sodalizio dei senza-guida “Squadra Volante” a cui aderirono, tra gli altri, Antonio “Nino” Carniel, Tullio Cepich, Giuseppe Marcovich e Alberto Zanutti. I membri della “Squadra Volante” si distinsero per la soluzione di molti problemi alpinistici dell’epoca nei Gruppi della Civetta e del Cridola e nelle Alpi Carniche all’epoca del V grado, fra cui il passaggio chiave del Campanile di Val Montanaia, noto come “Fessura Cozzi”, il 7 settembre 1902. Ciò nonostante, la prima ascensione del Campanile di Val Montanaia ebbe luogo il 17 settembre 1902 da parte dei senza-guida austriaci Viktor Wolf Edler von Glanvell e Günther von Saar, membri della “Gilde zum große Kletterschuh” (“Squadra della Scarpa Grossa)”, grazie alle informazioni ricevute dagli ignari Napoleone Cozzi, Alberto Zanutti e Giuseppe Marcovich la sera del 9 settembre all’Albergo Alla Rosa di Cimolais. Memorabili furono le prime ascensioni della Torre Venezia (16 luglio 1909) e della Torre Trieste (16 luglio 1910) nonché l’apertura della via “degli italiani” sulla parete nord-ovest della Piccola Civetta (4 agosto 1911).

Compagno di cordata di Napoleone Cozzi, Alberto Zanutti salì in prima ascensione, con Antonio “Nino” Carniel e Tullio Cepich la Torre Venezia, la Torre Trieste e con Giuseppe “Pinin” Lampugnani, la via diretta della parete nord-ovest della Civetta per la “via degli Italiani”. Fra il 1910 ed il 1914 Alberto Zanutti, compì numerose ed importanti ascensioni nelle Alpi Occidentali ed, in particolare, nel massiccio del Monte Bianco, fra cui la prima salita della Brèche nord des Dames Anglaises dal versante nord-est e della Aiguille Blanche de Peutérey dal versante est con Giovanni Battista Gugliermina, Giuseppe “Pinin” Lampugnani e Francesco Ravelli. Ripresa nel dopoguerra l’attività alpinistica, il 14-15 settembre 1921, Alberto Zanutti compì, nel gruppo delle Pale di San Martino, la prima salita della parete nord-est dell’Agner con Arturo Andreoletti e la guida alpina Francesco Jori. Membro del CAAI, Alberto Zanutti fu fra i promotori e Presidente del Gruppo Alpinisti Rocciatori e Sciatori (G.A.R.S.) di Trieste che raccolse gli ideali della “Squadra Volante”.

Fra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo nacquero i primi sodalizi dei “senza-guida”, fra cui l’Akademischer Alpenverein di Monaco di Baviera, fondato nel 1892 da Josef Enzensperger, la “Gilde zum Großen Kletterschuh” istituita da Viktor Wolf Edler von Glanvell nel 1896, nel 1895 la “Squadra Volante”, il cui capo indiscusso fu Napoleone Cozzi. Successivamente, furono fondati il Groupe de Haute Montagne nel 1919 e il Club Académique Français d’Alpinisme nel 1925. Dagli anni venti del XX secolo la differenza fra l’alpinismo senza-guida e con-guida iniziò a perdere di significato fino a scomparire; infatti, furono guide alpine Emil Solleder, Armand Charlet e Andreas “Anderl” Heckmair, ma non Riccardo Cassin. Sebbene fosse anacronistica la distinzione fra guide alpine e senza-guida, soltanto recentemente è stato possibile per gli accademici del Club Alpino Italiano divenuti guide alpine appartenere anche all’Associazione Guide Alpine Italiane. Un caso particolare fu rappresentato da Emilio Comici, dapprima senza-guida e poi guida alpina, che dopo un ampio dibattito in seno al Club Alpino Accademico Italiano dovette dimettersi dal sodalizio.

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L’alba dei Senza-Guida ultima modifica: 2018-05-05T06:00:09+01:00 da GognaBlog

3 pensieri su “L’alba dei Senza-Guida”

  1. 3
    Giancarlo Venturini says:

    Sicuramente..! da leggere , ” A. Gogna ” una garanzia….! Saluti..

  2. 2
    Carlo Crovella says:

    Anche io pregusto già il piacere di leggere questo libro…

  3. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    L’argomento è molto interessante. Il nome di Alessandro Gogna è una garanzia di serietà e di ottima fattura; conosco pure quello di Paolo Ascenzi grazie al libro «Guide e clienti. Stessa corda, stessa passione» (scritto a quattro mani con lo stesso Gogna).

    Insomma, un libro da leggere sapendo già che sarà bello.

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