L’autostrada deviata

L’autostrada deviata
di Giorgia Maria Pagliaro
(pubblicato su www.vanillamagazine.it il 6 marzo 2019

Spessore 1, Impegno 1, Disimpegno 3

E’ una storia molto singolare quella dello scrittore contemporaneo di origine irlandese Eddie Lenihan, che nel 1999 riuscì a salvare un “fairy bush” (cespuglio delle fate, costituito da un albero con intorno alcuni cerchi noti come “fairy forts” o “forti delle fate”) dall’edificazione di un tratto di autostrada nella contea di Clare, in Irlanda.

La notizia, riportata all’epoca dall’Irish Times, dall’Independent, dal New Irish News, suonerebbe quasi assurda, se non fosse che realmente i lavori stradali intrapresi in quell’area furono interrotti e modificati dopo l’intervento sul posto di quest’uomo.

Edmund Eddie Lenihan

Eddie Lenihan, nato nel 1950 nel paesino di Brosna, è uno degli ultimi seanchai (in scozzese seanchaidh, che significa “portatore dell’antica tradizione”, cioè colui che tramanda oralmente le storie narrate dagli antichi Bardi) esistenti. Da sempre cultore di tradizioni e folklore irlandesi, nonché autore di numerose poesie, fiabe e libri per bambini dedicati a fate, angeli caduti e creature soprannaturali di derivazione celtica, Lenihan è molto noto anche per il suo fervente attivismo ambientalista. Il suo impegno, infatti, è rivolto a tematiche legate al processo di industrializzazione di questi ultimi cinquant’anni, che ha letteralmente trasformato e ridotto le aree rurali dell’isola verde. Proprio a proposito di queste sue riflessioni circa lo stravolgimento paesaggistico verificatosi nella sua terra natìa, Lenihan ha scritto un libro, dal titolo Meeting the Other Crowd: The Fairy Stories of Hidden Ireland. Nel testo, egli parla dell’ardua convivenza del popolo delle fate con l’attuale territorio irlandese, tema che avvalorò anche la sua disputa a favore dell’interruzione di un importante cantiere stradale.

All’epoca dei fatti era in carica, presso la contea di Clare, l’ingegnere Tom Carey, cui era stato commissionato dalla NRA (National Roads Authority) il progetto per edificare un tratto di autostrada in grado di bypassare le città di Ennis e New Market On Fergus, entrambe collocate in quella contea, con un appalto da circa 100 milioni di sterline.

L’area soggetta a rastrellamento, in vista della cementificazione del tratto stradale, prevedeva l’eliminazione di tutta la vegetazione, compreso il famoso cespuglio delle fate. A quel punto, Eddie Lenihan, interpellando le autorità preposte, informò che l’abbattimento di quel cespuglio, che era uno storico “forte” sacro alle fate, avrebbe causato una serie di sventure alla popolazione locale e a chiunque, in macchina, moto o a piedi, attraversasse quel tratto.

Le parole conclusive di Lenihan furono: “It’s sacred ground, it doesn’t revert to be a normal place”.

L’Albero delle Fate

Durante i due mesi successivi alla segnalazione fatta dallo scrittore, il consiglio, riunitosi per deliberare la decisione sul prosieguo o meno dei lavori, stabilì di rimuovere tutti i resti archeologici e vegetali dell’area, ad eccezione del cespuglio fatato. Lo stesso ingegnere Tom Carey sostenne che fosse possibile proseguire i lavori, “girando attorno” al fairy bush, per non distruggerlo.

In seguito a tale scelta, Lenihan, soddisfatto che le sue parole fossero ascoltate, constatò che il cespuglio delle fate sarebbe potuto diventare la vera attrazione turistica della contea di Clare.

Ma quali furono le tesi apportate dal folklorista, affinché una commissione di periti esperti lo tenesse in conto?

Secondo lui, il cespuglio costituiva un segno di demarcazione lungo un sentiero fatato, utilizzato come punto di incontro dalle creature dei boschi della provincia di Munster (comprendente anche la contea di Clare), che si accingevano a raggiungere il campo di battaglia dove avrebbero combattuto contro le fate della provincia di Connacht. Sotto il fairy bush, dichiarò Mr. Lenihan, le fate si sarebbero raggruppate e consultate su quali fossero le migliori tattiche di battaglia.

Le città di Munster e Connacht sono, a tutt’oggi, tappe turistiche ricche di parchi e alberi delle fate: a Munster, in particolare, è possibile percorrere il Fairy Trail (la “pista delle fate”), presso il Templemore Park, ricco di percorsi naturalistici e alberi con tanto di porticine delle fate attaccate ai loro tronchi (le fairy door, nei negozi di gadget e souvenir irlandesi, costano dai 25 euro in su e vengono acquistate come regalo da turisti e cittadini del luogo, per addobbare le piante nel proprio giardino). Le librerie irlandesi brulicano di libri illustrati su fate, elfi e leprecauni e tengono viva la tradizione millenaria secondo cui i luoghi sacri di Irlanda, tra cui Tara Hill e i Fairy Forts delle varie contee, vanno mantenuti integri e incontaminati.

Capita sovente, difatti, che le guide turistiche dei tour giornalieri che dal centro città conducono in località magiche quali Loughcrew o Monasterboice, si rifiutino di accompagnare i turisti alla visita dei fairy tree, che sono osservabili solo da lontano: la leggenda vuole infatti che chiunque, anche per caso, spezzi un rametto di quelle piante, incorra in seguito nell’ira delle fate. Anche la famiglia Kennedy, secondo il folklore della Boyne Valley, sarebbe vittima di una maledizione ad opera delle fate, in seguito alla distruzione di uno dei loro “forti” ad opera di un antenato (il cognome Kennedy è di origine irlandese).

L’autostrada deviata

Eppure, rassicura Eddie Lenihan in interviste rilasciate a televisioni come la BBC, le fate non hanno intenti cattivi verso gli esseri umani, nella misura in cui il loro regno e i loro luoghi sacri, in cui spesso si riuniscono in danze o battaglie, non vengano mai profanati.

Giovanna D’Arco, che da donna di fede qual era rispettava profondamente anche le tradizioni pagane e la natura in quanto dono di Dio, conosceva bene questi boschi. Ci dice di lei la studiosa Cassandra Eason: “Al processo contro Giovanna D’Arco, nel 1431, le fate furono citate come capo d’accusa. Si sostenne, infatti, che Giovanna avesse officiato rituali intorno a una quercia nota col nome di Albero delle fate. Col tempo quella pianta era diventato un santuario sacro alla Vergine Maria e le ragazze erano solite intrecciare ghirlande in suo onore, un esempio della commistione tra vecchia e nuova religione, frequente tra la gente dell’epoca”.

A proposito invece del mondo contemporaneo, la Eason prosegue: “Nelle campagne, dove l’influenza dei Celti è rimasta molto forte, il piccolo popolo non cessò però mai di esistere. Perfino oggi, in Irlanda, sono poche le persone che si azzardano a costruire la loro casa sui sentieri delle fate (le ley line, linee che collegano le antiche fortezze costruite in cima alle colline), mentre sono ancora molte quelle che, di notte, lasciano fuori dalla porta di casa latte o whisky per il piccolo popolo”.

Il cespuglio salvato da Eddie Lenihan si trova attualmente al confine con il guardrail dell’autostrada ed è stato accuratamente delimitato da una staccionata. Inoltre, il Consiglio della Contea di Clare ha stabilito che non sia possibile avvicinarsi all’area sacra, se non entro un raggio di 5 metri. Nel 2002, qualcuno, voglioso di un atto vandalico in piena notte, recise con un’accetta alcuni rami dell’albero delle fate. Quest’ultimo, tuttavia, ricrebbe in poco tempo, e nessuno osa immaginare quali sciagure abbiano afflitto chi cercò di distruggerlo.

In un paese come l’Italia, in cui i presidi No TAV e le manifestazioni popolari contro l’edificazione degli ecomostri in prossimità di aree rurali vengono spesso puniti penalmente, risulta quasi irreale pensare che in nome delle fate sia possibile proteggere un habitat. Eppure, come rammenta Cassandra Eason: “Oggi, all’inizio del XXI secolo, il nostro pianeta ha subito così tanti danni con l’inquinamento, la distruzione dello strato di ozono e la deforestazione, che gli spiriti naturali entrano nella nostra coscienza sotto forma di simboli, a rappresentare l’esigenza di riconoscere la sacralità e la spiritualità della Terra e la necessità di lavorare con, e non contro, le forze naturali”.

Giorgia Maria Pagliaro è nata a Paola (provincia di Cosenza) l’11 luglio 1990, è laureata in lettere classiche e filologia. Lavora come docente e revisiona e scrive testi per la casa editrice Dioscuri. Giornalista pubblicista dal 2009, è da sempre interessata ai temi di inchiesta e di mistero, con un’attenzione particolare per l’epoca rinascimentale e la storia dell’inquisizione in Italia. Da sempre in giro per archivi e biblioteche, ama collezionare documenti e notizie utili alle sue ricerche.

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L’autostrada deviata ultima modifica: 2019-05-01T04:43:34+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “L’autostrada deviata”

  1. 2
    Paola Cesco-Frare Crespan says:

    Quello che è accaduto in Irlanda non è nemmeno pensabile che possa accadere in Italia, come denunciano Gianfranco Parpinel e Toni Buso, due artisti trevigiani che, di fronte allo scempio che la Superstrada Pedemontana Veneta sta compiendo, hanno proposto un progetto dal titolo “TERRA NOSTRA, motivazioni per un intervento artistico” che andrà in porto entro l’estate di quest’anno. Ne riporto alcune righe:

    Unico fine della società di mercato, senza possibilità di discussione, è il denaro, inteso come fondamento di tutto. Il profitto come necessità. La crescita della ricchezza come finalità dell’esistenza.Quando le ruspe, per spianare il terreno alla superstrada, sono entrate in azione nel gennaio scorso (ormai qualche anno fa) distruggendo il bosco di una famiglia trevigiana, non hanno solamente abbattuto degli alberi, ma hanno cancellato un mondo: trent’anni di lenta crescita in un ambiente immerso nella natura. Il ricordo, la memoria di un percorso di vita; l’amore e le intime relazioni in una famiglia in simbiosi con la natura circostante; il senso della convivenza civile: sono entrati con le ruspe per distruggere, senza un’autorizzazione, creando e imponendo regole proprio come uno stato nello stato…. Un sistema che ha imposto non solo i modi di vivere, ma anche il fine della vita stessa. Ha scritto don Albino Bizzotto, in una ipotetica lettera da Madre Terra agli uomini: “come società avete preferito come fine principale della vostra attività la crescita della ricchezza e non la vita”. La Terra è intesa come “grande miniera per sfruttare le risorse e grande discarica per tutti i rifiuti”.
    Purtroppo, per motivi di salute, non ho potuto partecipare attivamente a questo progetto artistico, ma sento profondamente il problema. Vorrei che lo sentissero anche i miei concittadini valligiani del Comelico. Noi non abbiamo miti e leggende da tutelare, non c’è mai stato da noi  un “Regno dei Fanes” di cui ha raccontato C.F. Wolf, ma abbiamo la nostra storia e i luoghi dove inostri vecchi hanno vissuto e lavorato, modificando un terreno aspro e difficile, per sopravvivere, mettendo in atto tutte le risorse della loro mente e delle loro mani, con genialità e maestria. Rendiamo onore a quel mondo, non per “adorarne le ceneri, ma per costudirne il fuoco”, come qualcuno ha saggiamente detto.
    Non snaturiamo questo prezioso tesoro che ci appartiene, che è la nostra vera ricchezza e la nostra identità.

     

  2. 1
    Carlo Pucci says:

    Hanno fatto bene  a spostarla. La scienza è scienza, ma se toccare l`Albero delle Fate porta iella, porta iella, c’è poco da fare. 

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