Una vita d’alpinismo – 28 – Le mie prigioni


Le mie prigioni (AG 1970-008)

Dopo la salita alla Marmolada ci fu qualche giorno di riposo, nel goderci anche quella che credevamo fosse una ben meritata gloria… Con Nella e suo nipote Guido Tirelli, assai piccolo, andammo a fare una bellissima escursione alla Fradusta (7 settembre 1970), nelle Pale di San Partino, salendo dal bivacco Minazio dove avevamo pernottato. Piuttosto faticoso per un bimbo, ma si è comportato decisamente bene. Ricordo la grande serenità di fine giornata quando, dal bivacco, osservavamo sbiadire le rocce illuminate dal tramonto.

Dal bivacco Minazio verso la Pala della Madonna, Torre Dresda e Cima d’Oltro
Parete nord-ovest di Cima De Gasperi, Su Alto e Cima Terranova (gruppo del Civetta) dai pressi di Colle di Santa Lucia.

Ci fu poi un da tempo pianificato tentativo di via nuova alla parete nord-ovest di Cima Terranova. Con me, oltre agli amici Bruno Allemand e Alberto Dorigatti, c’era anche Heini Holzer. Anche in quell’occasione sfruttammo l’organizzazione delle Fiamme Oro, anche se in realtà il gruppo era misto con le Fiamme Gialle… Una jeep ci portò non ricordo dove, ma certamente più in alto di quanto erano legittimati gli altri a fare. Nel pomeriggio ci alzammo per tutta l’altezza dello zoccolo, quasi 400 metri di rocce infide e non propriamente facili. Con le luci del pomeriggio m’innalzai sulla prima lunghezza difficile: che era in effetti così difficile che non mi permise di arrivare alla sosta prima delle 18. Dopo una seconda lunghezza, più facile, ci fermammo su una cengia svasata. Dopo un mediocre bivacco, il mattino dopo (11 settembre) il brutto tempo ci consigliò di scendere.

10 settembre 1970, Alessandro Gogna sulla prima lunghezza nel tentativo alla diretta della parete nord- ovest di Cima Terranova

Alla fine della seconda settimana di settembre mi recai a Milano per l’edizione del MIAS (Mercato Internazionale Articoli Sportivi), facendo la spola tra la Fiera e Lecco, spesso assieme a Tono Cassin visto che una BMW mi aveva tamponato già il primo giorno ed ero quindi senza auto. Poi c’erano le solite visita da fare, Rassegna Alpina, la Domenica del Corriere, far pressioni sul meccanico-carrozziere.

Il 21 settembre con Bruno salii la prima parte della via Soldà al Piz Ciavazes, fradicia d’acqua a tal punto da indurci, una volta raggiunta la Cengia dei Camosci dopo 5h15’, a rinunciare alla parte superiore. Ancora oggi un po’ mi pento di non aver continuato, perché probabilmente la parte bella della scalata è probabilmente quella che non abbiamo salito. Il giorno dopo fu la volta, sempre con Bruno, della storica via Dibona alla parete sud-ovest della Roda di Vael. Trovai quella scalata così faticosa e così priva di chiodi (oltre a un certo punto) che in seguito mi domandai se per caso non avessimo sbagliato e seguìto invece la fessura che sarebbe molti anni dopo diventata la “fessura Casarotto”.

In discesa dal tentativo alla parete nord-ovest della Cima Terranova, 11 settembre 1970

L’ottobre ci vide più rilassati. Andammo per due giorni di seguito (10 e 11 ottobre) alla Prima Torre di Sella per salire la via Fiechtl (con Nella, Bruno Antonioli, Stefano Vaschetto e tali Bonaccorsi e Marone) e la via Steger (con Vaschetto e Marone).

Una vera e propria avventura con Bruno fu la salita della via Micheluzzi al Piz Ciavazes, il 23 ottobre 1970. Attaccata nel pomeriggio, tutto andò bene e in velocità fino alla fine della famosa traversata di 90 metri, quando si scatenò una grandinata violenta. Ricordo che salii le ultime lunghezze di corda per raggiungere la Cengia dei Camosci sotto la gragnola di chicchi prima e poi sotto una fitta nevicata. Decisamente un bell’allenamento per le invernali, ma il nostro abbigliamento estivo e imprudente non ci ha fatto divertire per nulla. Per il resto la vita a Moena scorreva sempre uguale.

Alessandro Gogna in arrampicata sulla via Soldà al Piz Ciavazes, parete sud, gruppo di Sella

Ci fu in seguito il giuramento: ero così diventato «guardia di P.S.», quindi mi era di nuovo possibile, chiedendo il permesso, assentarmi da Moena per tenere conferenze. La ri­chiesta di queste era però in netta diminuzione: in tutto l’anno fu­rono solo 19.

Nella seconda decade di novembre era previsto un corso di sci di dieci giorni, al quale ero obbligato a partecipare ma che io per primo consideravo molto utile. Purtroppo fui costretto a frequentarlo in una maniera un po’ curiosa. La sera dell’11 novembre infatti, non ricordo perché, rientrai in caserma: contrariamente al mio solito, visto che dormivo sempre a casa. Probabilmente quella sera Nella era a Milano. Il piantone annotò il mio rientro alle 22.30, cioè trenta minuti oltre all’orario concesso. Tanto bastò per essere convocato dal colonnello Cappello la mattina dopo ed essere punito con carcere di punizione semplice (CPS) per dieci giorni. Voleva dire che uscivo di cella solo per recarmi in sala mensa oppure in aula; e, dal 17, la mattina per andare con gli altri al Passo di Lusia per le lezioni di sci. Le lezioni, tenute dal brigadiere Adami, si rivelarono assai utili alla mia tecnica sciistica, che ne ebbe assai giovamento.

Alessandro Gogna sulla via Soldà al Piz Ciavazes

Quello fu anche il periodo in cui, dopo aver incautamente fatto leggere a Nella le lettere che ci eravamo scritti Silvana e io, lei si era intristita ritenendosi assolutamente imparagonabile a quella figura femminile che, sì, non si era comportata bene con me, ma che era assolutamente fantastica, per lei irraggiungibile. Così capiva bene come mai io non potessi “darle tutto il mio amore”. Fu faticoso dimostrarle da un lato quanto io avessi superato quel rapporto emozionale e dall’altro quanto lei facesse male a ritenersi “inferiore”. La gelosia era di certo sempre in agguato. Quello sfogo mi trovava anche assai indebolito, perché proprio avvilito, prigioniero e incarcerato fino al 22 novembre!

Dunque, pomeriggi e notti segregato. La cella non era scomoda, era solo piccola: potevo però leggere e scrivere. Soprattutto meditare sulle incongruenze militari. Cappello per primo era imbarazzato a punirmi ma, evidentemente per un controllo degli alti comandi che sapeva molto prossimo, doveva applicare le regole senza guardare in faccia a nessuno e a dispetto di un’estate e un autunno in cui non ho praticamente toccato il mio letto di caserma. Per fortuna intervenne la conferma stampata su un depliant che il 19 novembre dovevo andare a Castelfranco per una conferenza! Mi dettero un permesso di dieci ore. Uscii di galera alle 14, passai a prendere Nella e tornai dentro alle due di notte.

Ornella Antonioli e Stefano Vaschetto, seguiti dall’altra cordata, sulla via Fiechtl alla Prima Torre di Sella

Il 6 dicembre 1970, con Bruno Allemand e Leo Cerruti, lasciammo l’imbocco del traforo del Monte Bianco alle 5.30. Con gli sci, arrancammo carichi come somari fino alla base delle rocce che salgono al rifugio Pivano-Borelli: volevamo portare su una parte del materiale che ci sarebbe servito nel nostro tentativo invernale alla Integrale della Cresta di Peutérey. Arrivammo alla capanna alle 10 di mattina: visto il tempo ci ritenemmo paghi di quanto fatto.

Alessandro Gogna in Carcere Punizione Semplice a Moena, novembre 1970

I preparativi, con gran dispendio di teleselezione, continuavano. Quando non strettamente necessario, le nostre comunicazioni andavano via epistolare. E’ di quel periodo una lettera di Guido Machetto:
«Colle di Tenda, 7 dicembre 1970. Ciao carissimo, sono rientrato dal viaggio in Nepal senza purtroppo avere in mano né il permesso né le foto del Cho-Oyu. Stiamo aspettando il permit entro gennaio, comunque quando ci vedremo ne parleremo. Salite invernali: ho parlato con tutti. Carmelo (Di Pietro, NdA) è a Cervinia e basta avvertirlo sui progetti. Gianni (Calcagno, NdA) aspetta anche lui e Leo (Cerruti, NdA) è più che mai infervorato per l’Integrale di Peutérey. Io sono d’accordo per tutto, e la decisione finale su che cosa tentare è lasciata alle condizioni dell’inverno. A proposito di Peutérey, ho pensato a una soluzione interessante: i due più allenati fanno la cresta sud con poco materiale sulle spalle e quindi velocemente; gli altri, molto carichi, salgono per la normale della Noire, con appuntamento in cima. C’è anche il vantaggio che, in caso di brutto tempo, la via di discesa è battuta e conosciuta.

Spiz delle Roe de Ciampié, gruppo del Larsec. Ben visibili in alto i tetti della via Schubert-Werner.

Il carico di viveri e chiodi è enorme (basti pensare che i chiodi da doppia nella discesa sulla Nord della Noire saranno sotto la neve, quindi bisognerà rifare gli ancoraggi). Il materiale che serve è davvero tanto. Questa è solo un’idea: magari ne riparleremo in una gita di allenamento. Arrivederci e a presto, Guido».

Ma arrivarono le vacanze di Natale. Il 23 dicembre con Bruno salii la via dei Pilastrini alla Prima Torre di Sella,mentre il giorno di Natale con Nella salii con gli sci dal Passo San Pellegrino al Passo delle Selle 2529 m.

Sempre nello spirito di allenarsi per la grande impresa in programma, con Bruno il 28 dicembre tentai la prima invernale alla via Schubert-Werner allo Spiz delle Roe da Ciampié: ma non salimmo molto, arrivammo solo all’inizio dei grandi strapiombi gialli. Il tempo faceva davvero schifo, ed era molto freddo. Poi, finito il periodo natalizio, Bruno e io salimmo il 7 gennaio 1971 lo spigolo Piaz al Sass Pordoi.

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Una vita d’alpinismo – 28 – Le mie prigioni ultima modifica: 2019-11-06T05:13:42+01:00 da GognaBlog

11 pensieri su “Una vita d’alpinismo – 28 – Le mie prigioni”

  1. 11
    Andrea Parmeggiani says:

    Ok, grazie, pensavo di perdere dei colpi 😉

  2. 10
    GognaBlog says:

    Andrea, il n. 26 e il n. 27 usciranno rispettivamente il 27 e 28 agosto 2020 (questione di “cinquantennale”…)

  3. 9
    Andrea Parmeggiani says:

    Mi sono perso qualcosa? Alessandro, sei passato dal n. 25 al numero 28… 
    Dove sono i 26 e 27?

  4. 8
    Paolo Gallese says:

    Marcello, anche noi si andava in montagna in libera uscita. Quando dico “tanta montagna” intendevo quella, vera.
    Sul piano umano invece è stato bello. In questo mi considero fortunato. Frequento gente di allora ancora oggi.
     
    PS: la foto di Alessandro Gogna in cella è epica. 
     

  5. 7
    paolo says:

    Io mi ero appena laureato in ingegneria elettronica e scalavo benino.
    Mi han messo in fanteria meccanizzata come servente al cannone senza rinculo (che non ho mai visto) in un battaglione punitivo in Friuli e ho lavato piatti, bagni  e scopato foglie per tutto il servizio di leva… ho scalato poco.
    Il colonnello quando ho chiesto dopo il car un cambiamento mi ha detto che avrei imparato qualcosa che mi sarebbe servito nella vita.
    Avrei dovuto imparare a imboscarmi.
    Un anno vuoto.

  6. 6

    Certo che se la mettiamo sul piano della tradizione, del cameratismo e del mazzolin di fiori, anche la mia è stata una bella esperienza. Eravamo sempre in montagna anche noi ma a me interessava praticare un alpinismo di un certo livello e non portare un cannone su una cima. I miei superiori erano dei poveretti come uomini. Ho conosciuto qualcuno in gamba ma erano davvero rari. Nel complesso mi sembravano degli sfigati che erano nell’esercito perché  non avrebbero potuto/saputo fare altro. Conosco persone che si sentono felici e attive alpinisticamente appena si infilano l’imbragatura ma a me quelle cose non interessavano né mi interessano tutt’ora. Ho tenuto profondi rapporti di amicizia e stima con la sezione scialpinistica della SMALP in cui oggi militano alpinisti fortissimi, ma  lo ripeto, durante il mio servizio si era sempre in montagna ma a fare cose che avevano davvero poco senso per me. Da ufficiale e istruttore di alpinismo portai una cordata a fare una delle prime ripetizioni del diedro Mayerl al Sas dla Crusc e al nostro ritorno ci beccammo un cazziatone solenne. Forse i nostri comandanti manco sapevano cos’eravamo andati a fare. Con gli alpini più alpinisti fuggivamo (il permesso glielo firmavo io) anche nel pomeriggio per fare belle vie difficili! Quello mi piaceva. Ma la vita del soldato no, quella non poteva piacere a uno assetato di libertà e vita libera come me. Che ci vuoi fare…

  7. 5
    Paolo Gallese says:

    Anche io sono stato fortunato, nel 92, 145°. Tra le altre cose ci accorgemmo dopo pochi giorni che tra urli e ordini assurdi, gli occhi di istruttori e superiori in realtà brillavano di ironia e di una velata richiesta: “E’ la tradizione. Adeguati!”
    Capito questo ci divertimmo un sacco e anche per me i corsi di alpinismo e scialpinismo furono davvero utili, tenuti da professionisti in gamba e responsabili, con i quali effettuammo molte uscite spassose e impegnative.
    Certo mi stupì la convinzione militare degli ufficiali superiori, sembrava di essere nella Folgore… Ma molti sottoufficiali erano alpinisti ed esperti davvero sopra le righe, dai quali imparai molto.
    Una volta al reparto vissi una delle più belle esperienze della mia vita, nella fantastica casermetta di Dobbiaco. E, tolti gli impegni militari propriamente detti (furono anni difficili quelli) mi ubriacai di montagna, riuscendo ad andare d’accordo con grande cordialità con la popolazione altoatesina (ci tornai spesso a salutare tutti gli amici).
    Compresi inoltre una volta per tutte da dove venisse questa strana compattezza di tutti gli alpini, anche dopo il servizio: si faticava insieme talmente tanto che non c’era spazio per nonnismo o altre amenità della naja. Sono cose che stringono sodalizi indelebili.
    E poi, ripeto, tanta montagna… tanta.

  8. 4

    I miei commilitoni la pensano esattamente come te Dino. Non me ne volere ma io non sono stato sfortunato, ho solo gusti particolari e non sono né simpatico, né accondiscendente, mai e con nessuno.

  9. 3
    DinoM says:

    Ho fatto il  71 ^AUC; avevo 20 anni ed ero il più giovane del corso. Non ho i terribili ricordi di Cominetti. Sicuramente essendo giovane avevo più spirito di adattamento di altri.
    C’è da dire che grazie ai corsi CAI di roccia e sci alpinismo fatti, mi misero nella squadra esploratori, e quindi eravamo sempre un po’ staccati dagli altri. Non ricordo punizioni particolarmente truci. Personalmente ho sempre trovato persone normali; in particolare il nostro sergente era un alpinista e la domenica veniva in palestra con noi.Il nostro capitano poi ci mandava sempre in giro con l’altra compagnia comandata dal Capitano Stella, ottimo uomo, alpinista e sci alpinista.
    Anche al reparto poi non ho trovato particolari difficoltà anzi, ho passato un anno sempre in montagna a Sappada tra corsi sci e roccia, con una squadra di amici.  Si bello! Forse Cominetti è stato sfortunato.

  10. 2

    Posso confermare che alla SMALP la galera era molto facile. Per non parlare di tutte le altre assurdità e violenze psicologiche. Frequentai il 104 corso AUC nel 1982 e ne avrei da raccontare. Soprattutto sul più brutto dei modi di andare in montagna: per allenarsi alla guerra. Ho un ricordo orribile di quei 6 mesi e mi stupisce che tutti i miei compagni di corso (ca. 110 persone) li ricordino con piacere e nostalgia. Probabilmente, mi sono sempre detto, dopo quella parentesi marziale hanno avuto delle vite represse e prive di vero piacere. A parte certe amicizie sicuramente indelebili, io ricordo solo degli idioti incazzati per il fatto che alcuni di noi non fossero idioti come loro e quindi ci facevano sputare sangue perché avevano un grado superiore. Alcuni di loro sono diventati affermati professionisti, alti comandanti e addirittura capi di stato maggiore di tutto l’esercito! I più ” prestigiosi” li ricordo come i peggiori e tutto ciò ha sempre contribuito in me alla totale avversione alle divise e a molte istituzioni. È vero che la leva obbligatoria aveva il pregio di forgiare gli uomini e che oggi a molti servirebbe, ma di contro il mio ricordo di quei mesi è schifoso. Per rendere l’idea a chi non capisce posso dire senza esagerare che situazioni alla Full Metal Jacket e Ufficiale gentiluomo  noi ce le auguriamo, perché le nostre erano molto, ma molto peggiori. Quando divenni ufficiale venni assegnato a un reparto in Val Pusteria e poi aggregato a Corvara come Istruttore di Alpinismo. Non era una brutta vita ma “abusavo” anch’io del mio potere firmando permessi ai miei Alpini più predisposti per scappare a scalare le vie delle Dolomiti o per andare a sciare.

  11. 1
    Paolo Gallese says:

    Accidenti… A quei tempi mettevano in cella? Io avevo 5 anni. Quando feci la SMALP, nel 92, mi raccontavano della “galera facile” di un tempo.
    Comunque, cambiando discorso, la cresta del Peutérey è il mio sogno oscuro. Mi avvicinai più volte, la osservati da molte prospettive, ci feci qualche passo. Ma ne ebbi sempre un vago timore. 
    Oggi per me non è più tempo. Ma basta nominarmela per accendere in me una luce arcana, un’immagine del mito, il cammino degli angeli caduti…
    Esagero? Sì, certo. Ma a me piace leggerla nel cuore così. E quando ho incontrato chi l’aveva percorsa, l’ho sempre ascoltato in silenzio, quasi narrasse gesta d’eroi un antico aedo…
    Salvo poi dire, tra me e me, qualche volta (ma davvero solo qualche volta): minchia però, quanto se la tira questo… 😉

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