Le montagne non sono delle “gretine”

Le montagne non sono delle “gretine”
di Carlo Crovella

A fine settembre si sono tenuti, anche in Italia, i cortei giovanili dell’iniziativa Fridays for Future: centinaia di migliaia di giovani per le nostre piazze a urlare per salvare il pianeta. E’ sicuramente positivo che sia diffonda questa presa di coscienza fra i giovani. Altrettanto importante sarebbe che tale pressione spingesse i politici tutti ad assumere le decisioni ormai ineluttabili.

Sui movimenti di piazza i commenti sono risultati discordanti e, accanto ai sostegni incondizionati, sono fioccate non poche critiche. Da destra, i detrattori più caustici chiamano questi giovani “i Gretini”, ispirandosi al nome della svedese Greta Thunberg. Ma non mancano staffilate neppure da sinistra: Massimo Cacciari, ex sindaco di Venezia e noto intellettuale di area progressista, ha affermato che sarebbe stato meglio, per i giovani, investire il proprio tempo nel costruirsi una vera coscienza critica, per esempio ascoltando gli insegnamenti di scienziati esperti in materia.

Alain Finkielkraut

Il filosofo francese Alain Finkielkraut (intervistato su La Stampa del 29 settembre) va controcorrente a tutti e sottolinea che, oggi, la demagogia accomuna destra e sinistra. «Del fenomeno Greta – afferma il filosofo – mi inquieta proprio che sia diventato un fenomeno, un’icona planetaria. Gli adulti del mondo intero si prostrano davanti a lei. L’ecologia è troppo importante e urgente per lasciarla ai bambini. I giovani non hanno esperienza del mondo: come scriveva Primo Levi ne I sommersi e i salvati, i giovani non ammettono l’ambiguità. L’ecologia ha fornito loro l’occasione per essere manichei: ma della questione ignorano l’intera complessità. A loro non interessa nulla di tutto ciò: preferiscono insultare gli adulti».

In effetti questi happening, visti in televisione, danno molto l’idea di una “scampagnata goliardica”. Mi ricordano certi miei compagni delle superiori (seconda metà degli anni ’70) che non si perdevano una manifestazione di piazza, che fossero cortei studenteschi, operai o sindacali. Infervorati, quasi indemoniati, scandivano con il megafono slogan a ripetizione, sostenevano striscioni lunghi decine di metri e scuotevano campanacci da mucche. Oggi, 40 anni dopo, li vedo stimati professionisti, affermati manager, tutti elegantissimi nel loro doppio petto d’ordinanza. Capiterà così anche ai ragazzi attuali?

Per loro le contraddizioni potrebbero emergere addirittura in tempo reale. «Spegnete i vostri motori!» li sentiamo urlare. Ma loro sono disposti a spegnere gli smartphone che usano a manetta? Tutti gli aggeggi elettronici (moltiplicati per miliardi a livello planetario) devono essere ricaricati e quindi assorbono energia, che, ancor oggi, viene prodotta (almeno in parte, spesso in gran parte) bruciando combustibili fossili.

Questi giovani che ci sgridano così aspramente sono disposti a rinunciare agli agi che proprio noi “genitori” garantiamo loro, anche nella spicciola quotidianità?

Essere ambientalisti non significa semplicemente fare casino in piazza: la coscienza critica, cui allude Cacciari, comporta fatica di apprendimento e sistematicità di applicazione.

Fare la raccolta differenziata, seguire l’economia del riciclo, andare tutti i giorni a prendere l’acqua nel punto comunale (anziché acquistare bottiglie di plastica al supermercato), ebbene tutto ciò non è uno scherzo. Occorre poi ripeterlo tutti i giorni, non sgarrare mai per tutta l’esistenza. Una “vera” vita da ambientalisti è lastricata di impegno e sacrifici, costa sudore e lamenti, ne so qualcosa a titolo personale. Loro ne saranno capaci anche in futuro?

Lo stesso vale per gli alpinisti. Il dibattito di inizio autunno è stato catalizzato dal rischio di crollo del Ghiacciaio di Planpincieux in Val Ferret, sopra Courmayuer. Siamo alle pendici di una montagna simbolo: le Grandes Jorasses. I seracchi sono sempre crollati da che mondo e mondo. “Le pietre non vanno in salita” ripete da sempre Renzino Cosson, nota guida storica di Courmayueur.

Però i ghiacciai sono davvero in sofferenza. Dall’Islanda alle Alpi svizzere, fino alle nostre vallate certi ghiacciai sono praticamente spariti. Proprio nel settembre scorso si sono svolte alcune commemorazioni simboliche per la morte o la sofferenza di certi ghiacciai: per esempio nel cantone svizzero di San Gallo (Ghiacciaio del Pizol) o nella Valle di Gressoney, dove è stato “tristemente” suonato il corno di montagna alle pendici del Ghiacciaio del Lys.

La sofferenza dei ghiacciai è sintomo di effettiva sofferenza dell’intero “sistema montagna” al seguito del riscaldamento globale. Le montagne non sono delle “gretine”, cioè non fanno così solo per scendere in piazza.

Cosa sta succedendo davvero alla montagna, in particolare all’alta montagna? La risposta non è ancora definibile con esattezza, perché il fenomeno è in divenire. Ma l’intero quadro potrebbe cambiare completamente, con nuove regole di gioco per chi vorrà ancora avventurarcisi.

Come i ghiacciai, il più recente tipo di alpinismo sta iniziando a scricchiolare. Stanno cambiando le condizioni generali e subentrano variabili (quali la scelta giusta del periodo o addirittura dell’orario preciso) che poco hanno a che fare con la schematizzazione tecnica. Fiuto e intuito riconquisteranno sempre più peso nella corretta conduzione di una ascensione, specie in alta quota e su terreni (o avvicinamenti) glaciali.

Paradossalmente la “nuova” montagna, sofferente e dilaniata dall’aumento delle temperature, presenterà condizioni più severe che potrebbero riportare l’alpinismo indietro nel tempo: meno certezze, meno sicurezza, meno dettami tecnico-atletici. Le scelte individuali potrebbero essere meno standardizzate e risulteranno invece condizionate da quel mix indefinito di esperienza individuale, istinto animalesco e intelligenza comportamentale. Tutte cose che non sono ingabbiabili in un manuale né in un tutorial su You Tube.

Nel dibattito di inizio autunno 2019, sui quotidiani sono stati intervistati due personaggi “di peso” quanto a esperienza e conoscenza dell’alta montagna: Pietro Giglio, guida alpina e giornalista (tra l’altro è stato anche Direttore della Rivista della Montagna) e Franco Perlotto, che alle sue “tante vite” ha aggiunto negli ultimi anni anche la gestione del rifugio Boccalatte alle Grandes Jorasses, proprio a un tiro di schioppo dalla seraccata in bilico.

Sentiamo cosa hanno da dirci.

Commemorazione funebre per l’estinzione del Ghiacciaio del Pizol (Alpi svizzere)

Tutta la mia vita sul Monte Bianco, ma ora non lo riconosco più
di Leonardo Bizzaro
(pubblicato su la Repubblica, 27 settembre 2019)

Le grandi distese candide sono un ricordo. I ghiacciai del Monte Bianco — ma non è diverso sugli altri pendii dei quattromila delle Alpi — appaiono già nel mese di giugno tormentati ammassi di forme scure disseminate di sassi. La morena finale si alza sempre di più e lascia distese grigie in cui il ghiaccio si è ritirato.

Una delle principali fonti di acqua potabile, il serbatoio gelato dei nostri fiumi, si asciuga e rischia di morire nel giro di pochi anni. Questa mattina nel massiccio del Rosa si celebra una mesta veglia funebre per il ghiacciaio del Lys, al suono triste del corno delle Alpi di Martin Mayes. Lo stesso si farà per il sempre più ridotto ghiacciaio del Monviso, in Piemonte, e in Friuli per quello del Montasio.

Nel fine settimana (28-29 settembre 2019, NdR) si piangeranno lacrime purtroppo tardive sui ghiacciai in ritiro dello Stelvio, della Marmolada e del Brenta. Organizzano Legambiente e La Carovana delle Alpi con Cinemambiente e l’associazione Dislivelli.

Pietro Giglio

Pietro Giglio, presidente delle guide alpine italiane e di quelle valdostane, guida alpina ovviamente lui stesso della Valpelline e del Gran San Bernardo, oltre che padre di una guida alpina, Matteo, è salito la prima volta in cima al Bianco nel 1960, a 17 anni. Oggi che ne ha settantasei gli capita quasi di non riconoscere più certi passaggi.

In questi giorni ci si preoccupa per la seraccata del ghiacciaio di Planpincieux.
«Giustamente, comunque è un fenomeno naturale che si è ripresentato più volte nel corso dei decenni. Ce ne sono due in realtà, una più alta che minaccia la via normale delle Grandes Jorasses e il sentiero che porta al rifugio Boccalatte, già tenuta sotto osservazione da anni, l’altra più bassa, che è quella di cui si parla adesso, che minaccia invece la strada della Val Ferret e qualche albergo e ristorante».

Da ieri c’è un radar a osservarla, nella speranza che possa prevedere un eventuale crollo.
«Ma il profondo cambiamento della montagna non è paradossalmente quello. Quando ho raggiunto la prima volta i 4808 metri del Monte Bianco, dalla via italiana che passa dal rifugio Gonella, la situazione non era certo quella di oggi. In realtà fino a non molti anni fa il cammino non era troppo diverso da quello che avevo seguito da adolescente, un discreto alpinista avrebbe potuto percorrerlo senza grandi pericoli. Oggi il pendio è molto ripido, affiorano sassi, vieni preso di mira dalle pietre che il ghiaccio in alto ha scoperto, più sotto si aprono crepacci sempre più larghi già a inizio stagione. Una volta rischiavi di finirci dentro solo a estate avanzata: fine agosto, settembre. Adesso a quel tempo il rifugio è già chiuso da un pezzo e la salita è improponibile».

La seraccata del Ghiacciaio di Planpincieux

Che cosa è radicalmente cambiato, nel massiccio?
«Ad esempio gli accessi ai satelliti del Mont Blanc du Tacul, quei pilastri su cui sono state tracciate vie di roccia molto amate anche dagli arrampicatori moderni. Fino a qualche anno fa ci si arrivava senza grosse difficoltà dalla funivia che sale all’Aiguille du Midi, oggi è un inferno. E non solo perché la fusione del permafrost stacca lame di roccia che precipitano fragorosamente, ma proprio perché sono più difficili da raggiungere, dopo luglio sono quasi impossibili. E ancora le grandi vie di ghiaccio che hanno fatto la storia dell’alpinismo, la Nord della Tour Ronde, i couloir del Mont Blanc du Tacul ne hanno risentito tantissimo».

Che cosa ne sarà dell’alpinismo?
«Le guide si stanno interrogando su questo, che fare? Diventa un problema di sicurezza, accompagnare i clienti è sempre più rischioso. Li porto su itinerari che sono profondamente cambiati e che i mutamenti climatici hanno fatto diventare pericolosi. Il problema è che non è cambiato l’immaginario degli alpinisti. È vero che oggi le informazioni le prendi tutte su Internet, ma tanti che arrivano da lontano hanno trovato la descrizione dell’itinerario sulle vecchie guide. Un itinerario che non è più lo stesso».

Accade sempre?
«No, a inizio stagione, come si diceva, certe vie sono ancora praticabili. Certo non ho idea di quello che accadrà con la normale francese al Bianco, quella del Dôme du Goûter».

Dove il sindaco di Saint-Gervais ha pensato che tutto si risolvesse imponendo la prenotazione del rifugio?
«Beh, il canalone che porta al rifugio è sempre più pericoloso, lì fischiano i sassi a ogni ora. A inizio stagione lo è un po’ meno, ma il rischio rimane»

Cambieranno le stagioni per andare in montagna?
«Gli alpinisti più preparati già lo fanno. L’inverno è diventato la stagione preferita per affrontare certi itinerari. Le guide difficilmente però ci possono portare i clienti, con il freddo, le giornate più corte».

E allora?
«Si comincerà ad anticipare il momento per salire. I rifugi stanno cominciando ad aprire prima, inizio giugno, fine maggio, quando la neve chiude i crepacci e il paesaggio assomiglia a una volta. Dura poco però, a fine giugno sarà già tempo di mettere via piccozza e ramponi».

Franco Perlotto

Perlotto: “La montagna si muove, ma così è davvero troppo”
di Federica Cravero
(pubblicato su la Repubblica, Torino Cronaca, 26 settembre 2019)

Franco Perlotto, che nei suoi 62 anni ha vissuto molte vite, cinque anni fa ha riaperto e gestisce il rifugio Boccalatte, che sta a un passo dal ghiacciaio Planpincieux, a rischio crollo, sul massiccio del Monte Bianco. Ma prima è stato alpinista professionista, cooperante nelle più remote zone della terra e interessato alla salvaguardia del pianeta, per esempio coordinando progetti contro gli incendi nella foresta amazzonica, tanto da ricevere anche una laurea honoris causa in Educazione ambientale.

Quanto incide il riscaldamento globale sul rischio che crolli il seracco di Planpincieux?
«Per la verità il rischio crollo dei seracchi in ghiacciai come questo è ciclico: sì formano e crollano. D’altra parte il mio grande maestro di alpinismo, Renzino Cosson, diceva sempre: “Mai visto una pietra andare in salita“. Quindi non è di per sé una novità che la montagna si muova, ma quello che sta cambiando in questo ultimo periodo a causa dei cambiamenti climatici è che questi fenomeni naturali stanno subendo una forte accelerazione. E questo può avere conseguenze imprevedibili. In ogni caso legare temi come quello ambientale a fatti circostanziati come questo ha un effetto a mio parere positivo perché contribuisce alla sensibilizzazione delle persone».

Quanto possono incidere i comportamenti individuali nella prevenzione dei danni ambientali?
«Possono fare moltissimo ed è proprio per questo che è importante parlare del mutamento climatico: la sensibilità che stanno dimostrando i ragazzi dei Fridays For Future sono una dimostrazione di questo. Però ci sono anche responsabilità che devono essere prese dalla classe dirigente. Riporto l’esempio che faccio sempre a chi viene al rifugio Boccalatte: è giusto e doveroso che chi va in montagna si porti a casa i rifiuti che produce, così come noi che gestiamo la struttura portiamo giù i nostri rifiuti e così lasciamo la montagna pulita. Ma sopra le nostre teste passa la rotta aerea Londra-Milano. C’è un volo ogni venti minuti a 6mila metri di quota, ma tenuto conto che la montagna in questo punto è alta 4200 metri, significa che gli aerei volano poco più alto che rasoterra. Con il rilascio di fumi e inquinanti che ne consegue. Quindi noi singolarmente possiamo fare di tutto per proteggere l’ambiente ma ancora di più conta la responsabilità di chi governa milioni di persone».

La seraccata del Ghiacciaio di Planpincieux

Anche lei ha dovuto lasciare il rifugio per il rischio crollo del ghiacciaio?
«Sì, ma già ai primi di settembre, quando è stata emessa l’ordinanza del sindaco per la chiusura del sentiero che porta al rifugio. Il Boccalatte è in posizione sicura, ma il sentiero no, quindi sono poi tornato a chiudere tutto in elicottero. Ma la stagione per me era comunque finita perché già a fine agosto c’erano state delle gelate e quando l’acqua gela non si può più tenere aperto. Adesso invece è chiusa proprio la strada a fondovalle».

Per chi vive in montagna provvedimenti che chiudano le strade e isolino alberghi e case sembrano eccessivi?
«Bisogna tenere conto della responsabilità civile che adesso hanno i sindaci. Anche io sono stato sindaco di un Comune e lo so bene. In questo stesso punto, ma in circostanze diverse, l’anno scorso c’è stata una frana che ha provocato due morti ed è ovvio che in caso di allarme si prendano provvedimenti di questo tipo. Per il resto in montagna ci sono numerosi seracchi che incombono solo su sentieri e sta all’esperienza e al fiuto degli alpinisti capire se stanno correndo un pericolo a passare sotto. Certo è che sempre più gente inesperta sale in montagna, ma questo è un altro discorso».

Con il suo fiuto da alpinista, cosa pensa che accadrà al ghiacciaio?
«Non faccio previsioni, io ascolto quello che dicono gli esperti. C’è la possibilità che si frantumi in molti pezzi ed è quello che tutti si augurano. O potrebbe crollare in massa. Ma se si abbassassero le temperature in modo significativo si potrebbe anche bloccare il movimento. Però non è ancora la stagione del grande freddo».

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Le montagne non sono delle “gretine” ultima modifica: 2020-01-12T05:27:00+01:00 da GognaBlog

10 pensieri su “Le montagne non sono delle “gretine””

  1. 10
    Simone Di Natale says:

    Caro maestro Bertoncelli quello che io capisco o meno non rientra fra le tue conoscenze e non è grazie a te che intendo migliorare.
    Il mio “Grande Altan” non ha a che fare con nessuna ideologia visto che non ne ho mai abbracciata nessuna, ma proprio alla originalitá e sagacia delle sue vignette.
    Invece di dispensare lezioni di vita continua pure a fare il copia incolla delle vette al di sopra degli 8000 metri.
    E te…mi hai capito?

  2. 9
    Fabio Bertoncelli says:

    Simone, se tu fossi in grado di capire ciò che leggi senza farti accecare dall’ideologia, avresti realizzato che la mia critica al “Grande Altan” si riferiva alla pessima qualità dei disegni e alla frequente volgarità delle battute, a prescindere dall’argomento affrontato.
     
    Il giudizio sulla qualità artistica e sulla volgarità è ovviamente soggettivo. Esiste chi la pensa in modo diverso, come è naturale che sia e come è nel caso di Salvatore, sul commento del quale non mi sono permesso di aprire bocca.
     
    Anche se tu non te ne sei memmeno accorto, non ho messo becco nell’ideologia di Altan. E perché no? Perché qui si sta parlando di montagne e del ritiro dei ghiacci.
     
    Din don. Capito mi hai?
     

  3. 8
    Simone Di Natale says:

    Grande Altan sempre!!! Peccato per chi non lo capisce…anche se il.commento non mi ha meravigliato…anzi è una conferma.

  4. 7
    Roberto Pasini says:

    Per evitare il rutto, mi attengo ad un tema dell’articolo che ben conosco: la Val Ferret. Scrive Paolo Paci nel suo libro 4810 (pg. 78) che la Val Ferret dopo Planpincieux è da sempre una palestra quotidiana per la forza di gravità. La valle è posizionata tra 1500/1700 metri e incombe su lei uno spartiacque con un’altitudine media di 3800 metri. Tutti gli insediamenti antichi che si incontrano lungo la strada, sono stagionali, nati per la salita delle mandrie ai pascoli estivi e per lo sfalcio del fieno. Nessuno ha mai voluto o potuto abitarci stabilmente. Oggi il problema è peggiorato decisamente ma è antico. Il combinato composto di avidità commerciale e “ubris” umana ha impedito che già da tempo si chiudesse la strada alle macchine private come è stato fatto in val Veny, dove qualcuno ricorderà sicuramente cosa succedeva quando non c’era la sbarra all’altezza della teleferica del Monzino. Il risultato è stato un certo numero di incidenti mortali, magari sarebbero successi anche con le navette o a piedi, ma forse no. Quindi alla fine la montagna fa il suo corso ma siamo poi noi che facciamo casino nell’influenzarla e nell’usarla per i nostri vari obiettivi. Il tema è dunque “politico” ed “educativo”, Penso pertanto che tutti i contributi siano utili, anche se magari non sempre DOC. Bisogna allargare e non restringere il consenso. Magari turandosi un po’ il naso.

  5. 6
    salvatore bragantini says:

    Complimenti a Paolo Gallese per la sua iniziativa, speriamo porti buoni risultati.
    Fabio Bertoncelli, hai espresso la tua opinione che rispetto. La mia è opposta alla tua: Altan per me è un gigante! 

  6. 5
    Paolo Gallese says:

    Questo articolo mi tocca sul vivo, dato che io e il mio gruppo stiamo proprio lavorando in questo ambito specifico. Sono uno dei responsabili della Cooperativa Verdeacqua, specializzata nell’ambito della divulgazione e della sensibilizzazione ambientale in merito alle acque del pianeta (lavoriamo per l’Acquario Civico di Milano e per la Centrale dell’Acqua di Metropolitana Milanese, più altri luoghi ed enti).
    Per prima cosa, prima di esporvi l’iniziativa che ci vede impegnati in questi mesi è bene fare un distinguo sui giovani, sui ragazzi. E mi sento di farlo perché sono 25 anni che me ne occupo. La verità è che tutti ne parlano senza sapere davvero cosa passi loro per la testa. 
    Concordo sul sollevare dubbi riguardo la loro reale competenza (pur nei limiti) del problema, come pure su una chiarezza di intenti e di posizioni. Invito solo tutti a farsi un esame di coscienza e a ricordarsi il numero esatto di fagioli che avevamo in testa anche noi alla loro età.
    Criticarli sul reale intento di impegnarsi in uno stile di vita sostenibile e attento all’ambiente, lascia un po’ il tempo che trova, dato che la struttura della società da noi creata è tale da consentire limitatamente (se vuoi vivere con un certo standard) il seguire regole di comportamento volte ad una consapevolezza ecologica reale. E lo standard di vita lo abbiamo indicato chiaramente: questi ragazzi sono molto più consapevoli dell’importanza del denaro e del crearsi una posizione sicura di quanto non lo fossimo noi all’epoca.
    Ma tralasciando temi che ci porterebbero fuori dal tema principale, in un mondo che si riscalda sempre di più, nonostante la retorica della sostenibilità, che ruolo possono avere i ragazzi, quanto contano le loro aspettative, i loro desideri, o le loro angosce? 
    Per parte nostra noi adulti non facciamo che cercare di sensibilizzarli ed istruirli, ponendoci il problema del futuro rispetto al nostro modo di vedere la realtà, in modo conservativo. Ma il mondo, nonostante i problemi che si prospettano, sarà inevitabilmente diverso, prevederà adattamenti, nuovi modelli di pensiero, nuove professioni, nuovi approcci ed esigenze. I più giovani stanno già crescendo in questa realtà climatica e ambientale. Il nostro impegno, a questo punto, dovrebbe essere di offrire loro strumenti per guardarla con lucidità, senza le nostre paure. 
    Ritengo a questo punto importante  ascoltare cosa gli adolescenti hanno da dire. Noi ci stiamo lavorando, con un progetto che mi permetto di spiegare qui. Un progetto che non ha nulla di risolutivo ovviamente, ma che intende porre un tassello in un problema di ben più ampia e complessa portata (cosa, ritengo, ci vede tutti d’accordo).
    CLIMA LIQUIDO è un progetto finanziato dall’Unione Europea, che abbiamo creato NON per sensibilizzare ragazze e ragazzi, se non trasversalmente: vogliamo raccogliere i loro pareri, i loro pensieri, la loro visione sul problema dell’acqua e del cambiamento climatico, offrendo loro uno spazio dove raccogliere i loro contributi (creati in gruppo o singolarmente) in qualsiasi forma espressiva siano costruiti, testi, ipertesti, composizioni grafiche innovative, storytelling, video, ipermedia, ecc. Ci interessa raccogliere un’agenda di questione emergenti avvertite come importanti o di interesse per ragazze e ragazzi;
    Vogliamo inoltre farli incontrare con i ricercatori che “si sporcano” le mani in Natura, che lavorano nell’acqua, liquida o ghiacciata, nel vero senso della parola, che vanno sotto l’acqua o ci camminano sopra, che rischiano e con infinita pazienza raccolgono dati sulla situazione generale. In questo mostreremo non solo la realtà della scienza, ma offriremo anche la visione di un ventaglio di nuove professioni, nuovi curriculum, un ventaglio di connessioni, ricadute, opportunità che si aprono nel complesso rapporto tra uomo e ambiente.
    L’obiettivo principale è poi offrire alla comunità, agli addetti ai lavori, immagini, scenari e un’agenda di questioni emergenti avvertite dagli adolescenti, raccogliendo elementi di conoscenza e comprensione utili al dibattito intorno al coinvolgimento dei giovani nelle scelte di uno sviluppo sostenibile. 
    Nel pensare un progetto che indagasse questi aspetti, abbiamo quindi considerato quanto fosse necessaria una forte riconsiderazione delle modalità intellettuali di affrontare il tema dei cambiamenti climatici con i giovani. Come supporto è stato creato il sito interattivo CLIMA LIQUIDO (www.climaliquido.com).
    Il sito, ancora in costruzione, ricco di materiali strutturati, per docenti e studenti, ha l’ambizioso obiettivo finale di analizzare come l’immaginario adolescente “vede” i cambiamenti in atto e prefiguri il futuro del pianeta, a partire dal potere evocativo delle immagini e delle parole di chi fa ricerca sul serio, nei luoghi più vicini, ma anche più remoti ed estremi. 
    CLIMA LIQUIDO sarà quindi costruito in parte dagli stessi studenti, accogliendo e valorizzando la loro voce. Un sito che non offre dati e informazioni utili a condurre ricerche scolastiche, ma spunti di riflessione, sollecitazioni ad esprimersi e soprattutto “spazi” in cui “pubblicare” propri percorsi creativi sull’argomento. Vogliamo permettere ai ragazzi di incontrarsi e raccontarsi, soprattutto in una società dove i giovani raramente (se non in una chiave fortemente scolastica e strutturata dalle esigenze “ordinate” degli adulti) possono esprimersi da protagonisti sui problemi ambientali e sociali del riscaldamento planetario.L’approccio del progetto è inusuale, quasi provocatorio, basato sul presupposto che le forme di linguaggio tipiche dei ragazzi, legate alle immagini, alla voglia di esprimere messaggi, rappresentino comunque chiari segnali di una potenziale vocazione attiva ad una cittadinanza responsabile. Ma in pratica ci si propone di favorire l’acquisizione di un metodo e di una esperienza che consentano non tanto di risolvere, quanto di percepire chiaramente i problemi della realtà, partendo dal loro immaginario emotivo. 
    Più che cogliere in fallo questi ragazzi, dovremmo impegnarci di più a capire come comunicare con loro e che tipo di mondo potrebbero desiderare di costruire.
    Confesso, io non sono ottimista, ho molta paura. C’è un forte abbassamento del livello culturale, una percezione vaga del Sistema Natura, una forte propensione ad una valutazione meramente “economica” della vita e della realtà, in un sistema sempre più burocratizzato, quasi in modo sclerotico.
    Ma non mi arrendo. Non ci arrendiamo.

  7. 4
    antonio massettini says:

    Questa vignetta è molto coerente con l’argomento, inoltre è ironica, intelligente

  8. 3
    Fabio Bertoncelli says:

    Ah, Alessandro, tu! Proprio tu!  😥😥😥
     
    Va be’, per questa volta ti perdono.  😂😂😂
     
     

  9. 2
    GognaBlog says:

    Caro Fabio, la scelta delle vignette e in genere di tutte le illustrazioni è mia…

  10. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    Carlo, permettimi un consiglio. Evita di propinarci le vignette di Altan: sono disgustose. Per il disegno e, spesso, per la volgarità.
     
    Di tutto il resto si può discutere.
     

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