Le nevi dell’altopiano

Le nevi dell’altopiano
(1996)

Su tutta la catena alpina, e specialmente sul versante italiano, non sono molti i luoghi dove si possa pas­seggiare con gli sci da fondo senza necessariamente percorrere lunghe valli pianeggianti con scarso sole e pochi panorami: proprio perché non sono molti i terre­ni ad “altopiano”, dove la scarsità dei dislivelli sia compen­sata da dolci e frequenti saliscendi in mezzo a vedute sempre spaziose. Una di queste regioni è il Regglberg, uno splendido altopiano compreso tra la Val d’Adige e il Passo di Lavazé, tra la Val d’Ega e il Passo di San Lugano: siamo a poche decine di chilometri da Bolzano, sotto alle grandi vette del Latemàr e del Corno Bianco.

D’estate questo è il regno del grande verde, dello scampanio degli alpeggi, delle foreste silenziose: d’inverno tutto pare, se possibile, ancora più stempe­rato in una curiosa e totale assenza di suoni: al tra­monto, quando ormai le distese di neve e le chiome scure degli abeti attendono che il buio le avvolga, cancellan­done la visibilità ma acuendone il senso di presenza viva, solo un attore emerge dai fondali e di­venta prota­gonista sulla scena: il Latemàr. Creste a­guzze e torri bizzarre contrastano nuvole ostinate che gli si avventano contro per ridisegnarle, mentre la luce rossa del tramonto sembra tramutare quella lotta tra roccia e vapore acqueo in un cruento sacrificio.

Santuario di Madonna di Pietralba (Weissenstein), Alto Adige. Foto: Marco Milani
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E’ il momento del languore, quando neppure il freddo che scorre con i primi brividi riesce a farci abbando­nare volentieri queste lande ormai oscure.

Eppure non si tratta di una zona sperduta in mezzo a montagne difficilmente raggiungibili. Numerose sono le discese tracciate per lo sci di pista: altrettanto ri­spon­denti alla domanda turistica sono gli impianti, le scuole, i servizi. Assieme all’alta Val d’Ega, il Reg­glberg costitui­sce uno dei comprensori sciistici più fortunati della provincia di Bolzano. Da qualche anno, alcuni dei più logici ed evidenti anelli percorribili con gli sci da fondo sono regolarmente battuti dai gatti delle nevi o dalle motoslitte, così da poter es­sere frequentati da chiunque intenda lo spostamento con gli sci una questione di velocità. E allora, come è possibile respirare ancora un’atmosfera così diver­sa, lontana dall’effetto super­mercato e multipro­prietà, lontana dal chiasso, dalle luci artificiali e dal cemento a vista? Nova Ponente e Nova Levante, i due paesi più noti, sono ricchi di cose belle da vede­re e i dintorni trasudano anche in pieno inverno la loro storia e il loro essere soggetti di una cultura ben definita, che si è adattata al moderno senza soc­combergli. Qui la montagna non è abbandonata: spostan­doci con gli sci da fondo a passi senza fretta, mille piccoli particolari ci ricordano la vita dell’estate, la presenza dei contadini e degli animali è quasi pal­pabile. Sappiamo che poco più sotto l’attività lavora­tiva nei masi non si interrompe mai, le vacche muggi­scono nel chiuso delle stalle, ma qui tutto è immobile come nell’incantesimo e spontaneamente questo silenzio in attesa ci fa scoprire con l’immaginazione tutto ciò che d’estate è facile guardare ma difficile vedere ve­ramente.

E perché lo sci di fondo escursionistico? E non a pie­di, per esempio, oppure con l’attrezzatura da scialpi­nismo? Giusto alla fine della seconda guerra mondiale lo svizzero R. P. Bille era stato tra i primi a de­nunciare (sulla Tribune de Genève) i pericoli dello sci: “Ancora qualche anno e questo nobile sport non sarà altro che un pretesto per intense competizioni fisiche, nient’altro che un pazzo salire seguito da un vertiginoso discende­re, senza sentire o vedere nulla al di fuori di noi stessi”. Applicare ai piedi lo sci da fondo con la soletta a lisca di pesce è probabil­mente negare tutta quell’evoluzione che Bille aveva previsto. L’attrezzo torna semplicemen­te ad essere un mezzo per muoversi nella neve fresca e profonda. Le non eccessive salite e i dolci saliscendi favoriscono dunque la contemplazione, un esprimerci di tipo sta­gionale, effimero come la neve che solchiamo ma veri­tiero per le sensazioni che lo originano.

Attorno a noi non c’è nulla di così selvaggio che possa giusti­ficare sensazioni forti, eppure anche allontanandoci di poco da una ben battuta pista di fondo emergono queste lucidità, momenti che di solito riescono a ri­conciliarci con noi stessi e con il mondo e che sono l’essenza di una vacanza: possono essere brevi anche solo un attimo e capitano sempre all’improvviso.

Il più caratteristico belvedere del Regglberg, il Corno Bianco (Weisshorn): si vedono la valle dell’Adige e quella dell’Isarco, divise a nord dall’Altopiano del Renon, Alto Adige. Foto: Marco Milani
Il più caratteristico belvedere del Regglberg, il Corno Bianco (Weisshorn): si vedono la valle dell'Adige e quella dell'Isarco, divise a nord dall'Altopiano del Renon. Alto Adige. Il più caratteristico belvedere del Regglberg, il Corno Bianco (Weisshorn): si vedono la valle dell'Adige e quella dell'Isarco, divise a nord dall'Altopiano del Renon. Alto Adige.

La gioia e il piacere di vagabondare senza meta in mezzo ai boschi e ai prati coperti di neve è una serie di piccoli incontri: in queste passeggiate siamo di­sponibili alla conoscenza del minore, del piccolo. Un recinto, un segno dei boscaioli su un tronco, un cro­cefisso che si attorciglia verso il cielo. Ma in cam­mino troviamo anche dei masi abitati tutto l’anno, malghe estive che possono offrirci pure d’inverno un modesto ristoro. E poi le chiese e le cappelle: Sant’Elena, Sant’Agata, San Floriano, San Martino: luoghi di meditazione e di ammirazione che con la neve accentuano la loro solitudi­ne. E infine il monumentale agglomerato seicentesco di Madonna di Pietralba, che ci mostra come un luogo di culto, cattolico di forme, spirito e tradizione quindi assai mediterraneo, possa inserirsi con la giusta energia in un paesaggio inver­nale da Grande Nord senza tempo. Poco lontano, protesa su una rupe che emerge appena dai boschi, la cappella di San Leonardo ci permette di osservare come in realtà l’altopiano sia falso: appaiono fianchi ripidi e burroni, foreste in ordine sparso, stradine ripide e impennate che i contadini con in mano il bastone sali­vano assieme ai pellegrini con il rosario tra le dita.

È difficile dividere la zona di Nova Ponente da quel­la di Nova Levante, paesi che in tedesco si chiamano Deutschnofen e Welschnofen (cioè Nova tedesca e non tedesca): la storia ha avvicinato e fatto coesistere, con le buone e con le cattive, i ladini e gli invasori barbari ed ha creato un’identità culturale unica che progressivamente si va però germanizzando. È impossi­bile parlare di Regglberg e non spaziare sulla Foresta del Latemàr fino a Carezza e oltre, fino ai boschi e ai pascoli del Rosengarten. Sarebbe come parlare di Alpe di Siusi senza la Val Gardena. Mentre il Lago di Carezza è conosciuto in tutto il mondo, nomi come Pas­so di Lavazé o Passo degli Oclini sono più sconosciu­ti: in genere qui i turisti sono prevalentemente tede­schi e austriaci, amanti di queste forme riposanti e del sole a piena giornata.

Un italiano si sente a pro­prio agio per la gentilezza che ovunque caratterizza la gente locale, a patto che non pretenda di usare (o peggio di far usare) i toponimi nella forma di tradu­zione italiana. Meglio una pronuncia storpiata in pes­simo tedesco che una scolasti­ca traduzione dei nomi di luogo. Valga per tutti l’esempio per cui Weissenstein, cioè Sasso Bianco, è diventato Pietralba per colpa di qualche dotto traduttore che sapeva che alba in latino significa “bianca”.

Non che Pietralba sia brutto in sé: è che nessuno lo capirebbe.

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Le nevi dell’altopiano ultima modifica: 2016-11-19T05:54:12+02:00 da GognaBlog

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