Le piccole porte del cielo

Le piccole porte del cielo
(scritto nel 1995)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

Il Lago di Ginevra
Quando fra i 15.000 e i 10.000 anni or sono il clima terrestre subì un brusco innalzamento di temperatura, i grandi ghiacciai che coprivano buona parte delle Alpi iniziarono a ritirarsi. In termini geologici non impiegarono molti anni, circa 3.000, per raggiungere le estensioni degli ultimi secoli. Vennero così alla luce grandi avvallamenti, in gran parte di origine tettonica ma allargati e approfonditi dall’azione erosiva delle acque e dei grandi ghiacciai che li avevano ricoperti. Tali depressioni furo­no il naturale punto di raccolta dei fiumi alpini; si crearono così i grandi laghi subalpini posti al piede dei primissimi rilievi sia a nord che a sud della catena: quindi anche il Lago di Ginevra, caratteristico per una forma ricurva, quasi a banana. Le sue sponde furono colonizzate dall’uomo e alcuni villaggi pala­fitticoli sorsero sulle rive del lago. I romani, per la mitezza del clima lacustre, qui fondarono Nyon (già allora una sorta di tranquillo avamposto-ospizio per anziani, perché Cesare vi di­slocò alcune compagnie di veterani). Lo stesso clima mite permise la coltivazione della vite di cui ricor­diamo le coltivazioni di Lavaux estese per più di 20 km lungo le rive da Pully a Mon­treaux. Per concludere, una nota: Lémano è l’altro nome del lago. Meglio non dimenticarlo, specie se si è sulla sponda del cantone Vaud, magari a Lo­sanna; loro preferiscono Lémano poiché dicono: “il la­go non è proprietà esclu­siva di Ginevra, è anche nostro”.

La vetta del Château d’Oche. Sullo sfondo le cime delle Alpi del Vaud e dell’Oberland Bernese. Prealpi di Savoia, Francia. Foto: Marco Milani.

Dent d’Oche
È un’umidissima domenica mattina di novembre quando Marco Milani ed io ci svegliamo a poca distanza da Bernex, dopo aver passato una buona notte a dormire in furgone. In programma abbiamo la salita dello Château d’Oche, una cima gemella della Dent d’Oche: su quest’ultima Marco era stato poche settimane prima.

Le previsioni meteo danno per oggi tempo sereno in montagna, ma nebbia sul lago. E infatti qui siamo al limite della coltre: in mattinata si abbasserà di quota e si stabilirà attorno agli 800 metri.

Dopo una frugale colazione ci portiamo a La Fétiuère: qui il cie­lo è ormai chiaro sopra di noi, ma l’umido della mattina ci mette fretta. Vorremmo infatti salire al più presto e abbandonare ogni spiacevole sensazione.

Altri stanno arrivando, alla spicciolata, ogni auto per sé. Scen­dono quieti, calzano gli scarponi, un’ultima sistemata allo zaino magari fatto la sera prima, e via. Bonjour, bonjour. Un gruppetto sosta più degli altri, maneggiano corde e caschi.

Questi piccoli fatti ci ricordano la nostra Grignetta, una monta­gna della stessa altezza, la più vicina alla nostra città. Nelle domeniche di primavera la Grignetta è presa d’assalto, perché è veramente la montagna “fuori porta”.

Qui, nella regione dello Chablais, le città più vicine sono Tho­non-les-Bains ed Evian-les-Bains. Ma anche Ginevra non è distan­te, mentre Losanna è dalla parte opposta del grandissimo lago. Perciò anche qui, alla domenica, i gitanti sono numerosissimi e la salita alla Dent d’Oche è una classica escursione d’inizio o di fine stagione. Lo testimonia la lucidità del sentiero, con calcari lisci e lucenti come vecchie acquasantiere.

Soltanto nei luoghi di pellegrinaggio, nelle salite a certi san­tuari troviamo gradini così levigati e consunti; e infatti sono proprio queste salite che sostituiscono le ascese purificatorie di un tempo.

L’atto dell’elevazione fisica è sempre stato presso tutte le ci­viltà utile e meritorio. Utile perché la salita favorisce una pu­rificazione non solo fisica, ma anche morale. Meritorio perché faticoso, quindi espiatorio di qualche colpa. Nel qua­dro generale di queste credenze o, meglio, di queste necessità di fede, i luo­ghi alti sono lo spazio dove si consumano le nozze tra terra e cielo, quindi tra gli uomini e i loro dei. Sono perciò le porte tramite le quali si accede al cielo. So­no ingressi sufficiente­mente grandi perché l’uomo possa riconoscerli e servir­sene, ma abbastanza piccoli se paragonati all’immensità della volta celeste.

Dai pressi della vetta del Château d’Oche, lo spazio si allarga sul lago di Ginevra (Lac Leman) sotto il mare di nebbia, sul villaggio di Novel e sul Grammont. Sullo sfondo le cime delle Alpi del Vaud e dell’Oberland Bernese. Prealpi di Savoia, Francia. Foto: Marco Milani.

Oggi nessuno ammetterebbe di salire le montagne perché sente il dovere di espiare e di purificarsi dalle proprie colpe. Tutti so­stengono di perseguire il proprio benessere fisico e tanto più l’escursione è facile e condivisa con altri, tanto sembra più ve­ro l’abbandono delle vecchie esigenze.

E invece, dimenticati gli stregoni, i sacerdoti e gli eroi che garantivano il contatto dell’umanità con l’universo, la gente co­mune oggi sale le montagne per compiere da sola il rito che una volta demandava agli iniziati. Ad ascensione compiuta, a vetta raggiunta, la montagna lascia esplodere nel nostro inconscio tut­ta la sua potenza creatrice, quindi è come se noi stessi rivives­simo, per un istante, l’avvenimento magico e misterioso della creazione. E l’ascensione è la via, faticosa, perigliosa, è la preparazione a quell’istante. Le montagne sono porte, oppure pon­ti: l’azione dell’ascendere è ritualmente purificatoria, così co­me l’immersione nel mare per traversare la “grande acqua”.

Pensare questo genere di cose, ed esserne convinto, fa camminare con me la visione che ho di questa piccola montagna. Attorno a noi, così presto, non sono moltissimi quelli che salgono e chissà se badano ai loro pensieri. Ci sono i solitari racchiusi nel loro mondo, gli sportivi in calzoni corti che corrono perché hanno più freddo e sono più leggeri. Per tutti costoro, in alto, è in attesa uno stambecco, che li vedrà avvicinarsi, li guarderà con quello sguardo anziano e bambino al tempo stesso e giudicherà se sono degni di passare attraverso le piccole porte del cielo.

Ma non dirà loro niente, per non influenzare la libertà di capire o non capire quello che stanno facendo.

Anche noi incontriamo il nostro stambecco, un esemplare maschio, con corna arcuate e ricche di pesanti anelli. Marco lo vede per primo e mi fa cenno di star zitto e di avvicinarmi piano. Ora l’animale è dietro a una costola, saremo a circa 150 metri dalla vetta. Propongo di preparare subito teleobiettivo, macchina e ca­valletto in modo da poter fermare il suo sguardo nell’attimo prima che decida di allontanarsi. Febbrili sono i preparativi, ma inutili. L’animale non si lascia avvicinare più di tanto, non si concede. Lo spingiamo sulla cresta, io da destra, Marco da sotto. Ma non c’è mai un momento buono, quello dell’incontro tra lui e lo sfondo. Ci guarda, ci guarda interlocutorio, ci sorprende con la sua indifferenza.

In cima allo Château d’Oche ci si apre lo spazio. Il mare di neb­bia copre il Lago di Ginevra, uniforme, come un mare appena agi­tato dal vento. Oltre, la catena dei Giura svanisce a nord len­tamente, verso la Germania. A oriente, le montagne del Vallese e pure quelle dell’Oberland Bernese. A sud, invischiato nella fo­schia del controsole, il Monte Bianco e i suoi satelliti.

In vetta lavoriamo, poi ci riposiamo mangiando qualcosa. Decidia­mo di attendere il tramonto che si preannuncia radioso. Al momen­to in cui il sole va a ca­larsi al di sotto dell’orizzonte, le montagne si dipingono di rosso e le nuvole dell’orizzonte opposto acquistano colorazioni bluastre.

Alessandro Gogna in vetta alla Dent d’Oche, Prealpi di Savoia, 20 novembre 1994. Foto: Marco Milani.

Abbiamo terminato. È ora di estrarre le pile frontali e scendere in valle. Come sempre c’è la piccola paura di non poter ripassare indietro per la piccola porta del cielo. C’è la vaga paura, un’ansia lieve, che la porta rimanga chiusa, co­me se dovessimo per sempre rimanere qui, il posto che così a lungo e tante volte abbiamo cercato. Perché mai ora abbiamo paura di non potercene allon­tanare?

Sentiamo l’odore, la scia delle centinaia di migliaia che ci han­no preceduto: quelli che se ne sono andati prima, quelli che han­no avuto paura prima. Sotto, l’alpeggio abbandonato non si di­stingue più, forse d’estate almeno una vaga luce la si può vede­re. Forse d’estate non c’è il mare di nebbia che cela le luci del grande lago, del mondo delle acque minerali, delle vacanze seni­li, dell’ordine e della tranquillità.

Poco più in basso, a discesa iniziata, a grandi falcate nella notte seguiamo il percorso a ritroso del pendolo delle nostre in­chieste. Qui la montagna è felice, non è abbandonata. Anche gli impianti meccanici che salgono al sentiero del Balcon du Léman si perdono nella quiete della notte. È tutto così rassicurante.

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Le piccole porte del cielo ultima modifica: 2019-03-21T05:37:36+02:00 da GognaBlog

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