Le valli malate

Le valli malate
(e ci limitiamo alla Svizzera…)

 

André Siegfried scrisse nel suo libro La Suisse démocratie – témoin che “la pianura è essenziale economicamente, ma la monta­gna lo è psicologicamente“.

Su venti cittadini svizzeri solo uno è un montanaro vero e pro­prio che riesce a vivere dell’economia dei pascoli: e questa pro­porzione tende lentamente a diminuire. Pastori e alpigiani hanno ancora quel ruolo “psicologico”? È ben vero che i costumi tradi­zionali sono il soggetto più raffigurato in milioni di cartoline e che questo non succede solo in Svizzera. Anche in Tirolo avvie­ne la stessa cosa. È una manifestazione esteriore di quanto e come il cittadino abbia interiorizzato la montagna e i montanari.

Ma se si pensa che sono stati loro a identificare e spesso a ga­rantire l’unità della Confederazione, allora non se ne può fare a meno: Wilhelm Tell, vestito di giacca in pelle, è simbolo dell’u­nità e così è raffigurato nel monumento ad Altdorf. È simbolo della venerazione, tradizionale e profonda, che gli svizzeri por­tano al paesaggio e alla civiltà alpina. Non è sufficiente rifar­si a Jean-Jacques-Rousseau e alla ricerca della natura incorrotta dell’uomo o al romanticismo che trovava quanto cercava proprio in quelle Alpi che fino ad allora erano state tenute ai margini del­la cultura. Infatti le radici del rispetto per le montagne sono ben anteriori.

Johann Jakob Scheuchzer, nel suo Histoires naturelles de la Suis­se, aveva scritto nel 1705: “L’alpigiano è di solito un uomo one­sto e retto, colmo di semplicità antica e franchezza elvetiche, nella sua vita e nelle sue azioni; indossa un rude buon giaccone e zoccoli…, come i tedeschi antichi“.

Ci sono testimonianze dell’interesse per quest’uomo alpino perfino nel Rinascimento. Dunque aveva ragione Siegfried, la montagna, psicologicamente, è essenziale. D’altra parte il montanaro corre il rischio di diven­tare un pezzo da museo. Se gli accordi della Convenzione delle Alpi si limitassero alla creazione di parchi e di “riserve” pro­tette sarebbero votati a un sicuro fallimento.

Dal Niederhorn (Prealpi Bernesi) panorama su Eiger, Moench, Jungfrau e Oberland Bernese. Foto: Marco Milani
Dal Niederhorn (Prealpi Bernesi) panorama su Eiger, Moench, Jungfrau e Oberland Bernese, Svizzera

Proprio qui nel cuore delle Alpi svizzere abitate, dove sembra che il declino sia più lento e le condizioni di vita migliori, si hanno le reali misure del fenomeno che minaccia l’intero ambiente alpino. Son proprio le regioni in apparenza più protette dal loro isolamento a essere le più sconvolte da una serie di trasforma­zioni morali e materiali, umane e geografiche. Il problema della montagna pastorale è intimamente legato a quello delle comunità sociali. In passato l’economia del villaggio era chiusa: tutto si produceva lì e tutto lì si vendeva. Il turismo e gli scambi com­merciali con i prodotti della pianura, più competitivi, hanno ri­voluzionato questo modo di vivere. L’industrializzazione ha atti­rato emigranti, la meccanizzazione delle colture ha diviso i pae­si dove si poteva lavorare con le macchine e dove no. E dove le macchine non potevano arrivare c’è stato l’abbandono. Il limite medio delle colture di montagna continua ad abbassarsi, anche se sono state costruite le strade necessarie. È aumentata la dipen­denza dai sussidi governativi o regionali. Perfino nel suo stesso villaggio di appartenenza l’alpigiano è andato in minoranza, perché il turismo ha spostato tutti i termini dell’economia e delle attività. Gli studenti delle scuole secondarie ogni giorno affrontano il costo di lunghe trasferte e l’alloggio nelle città di studio è carissimo. I giovani cercano di sposarsi al di fuori del paese e, una volta trasferiti, conservano legami sempre più deboli con il loro mondo originario. A casa si sentono traditi ed è questa la causa di un malcontento per principio. Chi è rimasto spesso si lascia invadere da una sorda disperazione perché vede il proprio bilancio familiare troppo legato alle fluttuazioni di mercati lontani. E questo è un colpo troppo duro alla decantata fierezza montanara.

Se la tradizionale mucca pezzata scomparisse, assieme ai bei qua­dretti di prati e boschi, ci sarebbe una diminuzione d’interesse per il turismo. I pascoli abbandonati in breve tendono a diventa­re boscaglia e brughiera. Alcuni esperti vedono un valore ecolo­gico nell’abbandono dell’agricoltura alpina, considerando cosa del tutto positiva il ritorno della vegetazione.

Si discute molto se il bosco incolto sia o non sia il miglior difensore del suolo. Di certo però l’abbandono di queste aree, e quindi della loro storia e cultura, non va incontro al bilancio ottimale tra uomo e natura. Se l’uomo non è più custode della sua terra, moltissime usanze diventano inutili, cambia tutto un vivere sociale. La mo­derna agronomia non sempre può comprendere questi valori, anche quando in maniera illuminata cerca di andare incontro alle esigenze globali di un territorio e di una comunità in declino.

Richard Weiss, nel 1957, scriveva sulla rivista Les Alpes: “Si comprende che lo scoraggiamento di chi viveva al limite delle terre accessibili all’uomo non lascia che una via d’uscita: la partenza per regioni più clementi. Non sono né i più cattivi né i più incapaci a fare questo. L’aiuto ai montanari, anche se neces­sario per ragioni sociali e umane, favorisce spesso la fuga. Be­nessere, telefono, traffico e soprattutto le strade, che costano, spingono alla valle e ne rafforzano il richiamo. Non vorrei che queste osservazioni facessero torto all’assistenza alle comunità, ma bisogna comprendere che ci sarebbe un solo mezzo per non farli partire: mostrargli, al posto dell’idolo materialista, un fine più elevato che gli renda uno scopo di vita… Ma possiamo noi, in virtù di un idealismo, pretendere che l’uomo attuale rinunci al benessere, proprio noi che ne siamo favoriti? L’alpinista ri­fugge la pianura e tende a elevarsi su montagne più o meno ino­spitali. Ma lo fa per qualche giorno o qualche settimana e per il suo piacere. Dopo ritorna alla sua automobile, al suo bagno e al suo letto. Può darsi, se la tecnica progredirà al ritmo attuale, che vedremo nascere il bisogno d’una ascesa seria e durevole, in un qualche monastero di montagna come quelli del Tibet. Chissà? Ma non possiamo domandare al montanaro di resistere per questi motivi quasi religiosi all’attrazione di uno standard di vita su­periore al suo“.

Attualmente in Svizzera circa 40.000 aziende agricole di montagna beneficiano di una politica agraria unica al mondo, che si basa sulla limitazione delle importazioni, su provvedimenti per l’esportazione e la garanzia dei prezzi. Assai importante è il sistema dei pagamenti diretti, introdotto nel 1959 e da allora sempre più allargato. Per miglio­rare il reddito dei contadini, solo nel 1989 sono stati erogati dai governi cantonali più di un miliardo di franchi (di cui più di 750 milioni alle aziende agricole di montagna). Ma il reddito dei montanari continua a raggiungere a malapena il 70% di quello dei contadini di pianura. Negli ultimi anni si sta delineando una nuova politica: i pagamenti

diretti sono giustificati come alternativa all’aumento dei prezzi (non giustificabile dal mercato) perché necessari a un miglioramento del reddito, il quale a sua volta porta a raggiungere gli obiettivi della poli­tica agraria; oppure per indennizzare metodi di produzione e di gestio­ne rispettosi della natura e dell’ambiente, nonché la cura del paesag­gio e l’insediamento in zone remote. Solo così si potrà fronteggiare la supremazia del meccanismo dei prezzi e la tendenza non più tollera­bile ad aumentare la produzione. Il pagamento diretto, assieme a quel­l’attaccamento alla propria terra che nessuna teoria economica potrà mai spiegare, è il più valido aiuto per andare incontro a coloro che altrimenti ricorrerebbero ad attività accessorie (il lavoro in fabbrica).

In vetta al Niederhorn, Prealpi Bernesi. Foto: Marco MilaniIn vetta al Niederhorn, Prealpi Bernesi

 

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Le valli malate ultima modifica: 2016-08-01T05:47:08+02:00 da GognaBlog

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