L’energia eolica e il paesaggio massacrato

L’energia eolica e il paesaggio massacrato
di Carlo Alberto Pinelli

Con questo mio testo intendo affrontare l’argomento delle energie rinnovabili prodotte dal vento, prendendo come punto di partenza – e anche come stella polare – la mia esperienza personale; una esperienza in cui credo si riflettano – al dilà delle diversissime articolazioni individuali – le esperienze e i vissuti di tutti coloro per i quali il paesaggio non è soltanto qualcosa che si può ammirare affacciandosi da un belvedere ben protetto, magari raggiunto con una funivia, o fermando per qualche frettoloso minuto la propria auto ai margini del guard-rail di una strada carrozzabile.

Ho la pretesa di interpretare i sentimenti e le convinzioni di quella non marginale minoranza di abitanti del Pianeta che non si riconosce nella mentalità di chi riduce il paesaggio ad una gigantesca diapositiva a colori, collocata prudentemente sullo sfondo e destinata a suscitare di conseguenza solo effimere fibrillazioni estetiche. Il senso del paesaggio, per me e per tanti nostri simili, non si esaurisce nella scenografia del panorama, per quanto suggestiva essa possa apparire. Io appartengo alla schiera di quelli che i guard-rail li scavalcano, non soltanto metaforicamente e che la sera, quando si voltano a osservare un panorama, ripercorrono con lo sguardo e col cuore un paesaggio nel quale sono stati immersi per tutta la giornata e di cui conoscono ogni piega e ogni sfumatura, per averle interiorizzate, passo dopo passo, quinta dopo quinta, dislivello dopo dislivello.

Insomma uno sguardo partecipe, familiare, affettuoso come quello che si riserva a un amico, o al focolare della propria dimora materna.

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Chi mi conosce immagina che i paesaggi ai quali istintivamente sto facendo riferimento siano principalmente quelli – immensi e selvaggi – che si possono ammirare dalla vetta di una montagna raggiunta dopo ore o settimane di sforzi, anche affrontando seri pericoli; paesaggi che rientrano nella categoria estetica ed etica del sublime di matrice romantica; e questo è in parte vero, non posso né voglio negarlo.

Però le immagini che si affacciano in questo momento alla mia mente appartengono a paesaggi diversi: dolci profili di colline coltivate, boschi, vigneti, pascoli, campi di grano: una natura profondamente intrisa di vicende umane e da queste minuziosamente rimodellata attraverso il paziente e saggio lavoro dei secoli. Paesaggi “non-eroici” che hanno accompagnato e sorretto emotivamente il cammino della vita di tanti di noi, dall’infanzia ad oggi e che vorremmo vedere ancora in grado di illuminare con la loro serena, sfaccettata (e mai totalmente prevedibile) armonia le esistenze dei nostri figli e dei nostri nipoti.

Ho ceduto alla tentazione di questa premessa semi-autobiografica solo per introdurre in maniera non arida e non freddamente scolastica la prima parte del mio intervento; quella che tratta del significato – o meglio, dei significati – che il termine “Paesaggio” è chiamato a coprire. In coda il lettore potrà trovare una scheda esauriente relativa alla attuale situazione degli aerogeneratori in Italia. Meno drammatica, tutto sommato, di quella che si sarebbe potuto prevedere.

Già gli antichi romani dividevano il territorio fisico in due ambiti distinti: l’Ager, ordinato, organizzato e tranquillizzante regno dell’agricoltura da un lato; e dall’altro, in netta contrapposizione, il Saltus, ossia il mondo dei pascoli alpestri, dei boschi primigeni, degli incolti, delle forre, dei ghiaioni rocciosi che salgono verso le creste delle montagne, dei ghiacciai: luoghi impervi, non ancora del tutto assoggettati (pascoli e boschi) o non assoggettabili in alcun modo (loci horridi) alle esigenze materiali dell’uomo. Questi ultimi erano visti con sospetto e inquietudine, a volte addirittura con repulsione, a volte con quel timore reverenziale che si accompagna alle ierofanie del sacro. Ma in ogni caso erano luoghi collocati all’esterno, o ai margini estremi dell’oikos rasserenante, addomesticato dalle attività umane. Bisognerà attendere l’illuminismo e poi il romanticismo per assistere all’ingresso del Saltus entro l’orizzonte praticabile della cultura occidentale, anche nei suoi aspetti estremi, i più disarmonici e pittoreschi.

L’argomento odierno, legato come è al problema dell’invasione degli aerogeneratori per la produzione di energia dal vento, mi suggerisce di non affrontare il tema, di per sé affascinante (e a me particolarmente caro) del paesaggio “sublime”: quel radicale rovesciamento di prospettiva culturale che porterà, tra l’altro, alla invenzione dell’alta montagna e all’alpinismo. Gli impianti eolici minacciano le dorsali appenniniche e le colline dell’Italia centro-meridionale e insulare. Luoghi naturali tutt’altro che selvaggi. Perciò il perno del mio intervento riguarderà l’Ager: i luoghi della vita.

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Cominciamo allora col collocare nella giusta prospettiva e nei giusti rapporti reciproci i termini “panorama” e “paesaggio”; termini che spesso nell’uso corrente vengono intesi a torto come sinonimi. Entrambi sono i precipitati di una evoluzione storica dello sguardo; perché, senza dubbio alcuno, negli spazi naturali ciascuno di noi vede solo cosa ha imparato a vedere; vale a dire cosa la sua cultura di appartenenza gli suggerisce di vedere. Però poi il primo – il panorama – fa riferimento esclusivamente alla dimensione estetico/scenografica della percezione e possiede una preminente ambizione spettacolare. Potremmo anche dire che rappresenta la cornice esteriore in cui si iscrive la forma del paesaggio.

Il paesaggio invece è molto di più. Anche nei suoi riguardi sarebbe futile negare l’importanza cruciale della qualità estetica. Tuttavia tale qualità non può essere scissa, “come una efflorescenza senza radici”, dall’identità culturale dei luoghi. Una identità che si è venuta formando nel tempo, attraverso la lenta sedimentazione di memorie, saperi, attività pratiche e simboliche. Il paesaggio è, in una parola, natura che si è fatta storia. Occorre insomma una mediazione simbolica, non priva di sottili connotazioni etiche, per far sì che un contesto naturale assurga al valore di paesaggio.

Il filosofo Joachim Ritter, una ventina di anni fa, scriveva a questo proposito che “il paesaggio è natura che si rivela esteticamente a chi la contempla con sentimento”. Questa ultima annotazione – con sentimento – è insieme particolarmente significativa e incompleta. Significativa: perché suggerisce che l’ordito etico su cui si radica il valore estetico del paesaggio è direttamente proporzionale alla intensità dell’investimento affettivo compiuto dal soggetto osservante. Incompleta perché sembra suggerire che sia sufficiente la contemplazione passiva a propiziare quel necessario investimento affettivo. Invece non è così. Il paesaggio non si può metabolizzare fino in fondo, cioè non può divenire carne della nostra carne, solo “sedendo e mirando”. Esso deve rappresentare il momento di sistemazione e di sintesi di un percorso concreto, fatto di mille diverse sollecitazioni emotive, intellettuali, fisiche. Un percorso che coinvolge e mette alla prova l’intero individuo, dagli occhi alle piante dei piedi.

Ma a chi appartengono i paesaggi? Dal momento che la loro forma, così come è giunta fino a noi, è il risultato di una millenaria interazione tra gli antichi abitanti e l’aspetto naturale del luogo, da molte parti si è sostenuto che il diritto – per lo meno morale – di deciderne le trasformazioni appartenga esclusivamente agli eredi diretti: cioè a coloro che vi sono nati o attualmente vi vivono e lavorano. Però questa conclusione è solo in parte condivisibile. Si è spesso sentito parlare dei montanari o dei contadini come “gelosi custodi del loro patrimonio naturale”. Sono frasi che possiedono un suono accattivante, ma che troppo spesso, purtroppo, trovano scarse corrispondenze nella realtà.

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La svendita delle proprie radici culturali – e del paesaggio in cui quelle radici affondano e trovano alimento – compiuta da tante comunità rurali, ha naturalmente molte giustificazioni sui versanti delle convenienze economiche, degli stili di vita, dell’aspirazione al benessere, della psicologia; e, ancora prima, di una storia pesantemente segnata da un lungo destino di subalternità nei confronti dei modelli provenienti dai ceti dominanti. Si tratta di giustificazioni serie che ci vietano di pronunciare alla leggera giudizi supponenti.

Tuttavia resta vero che spesso l’apprezzamento per il valore culturale ed estetico del paesaggio fa difetto in chi ha con quel particolare paesaggio una quotidiana dimestichezza. Abbiamo a che fare qui con quella che è stata descritta come “ la sindrome del sagrestano”. La costante, ripetitiva contiguità di questo personaggio con gli aspetti più prosaici della gestione della chiesa in cui lavora, in molti casi finisce col renderlo insensibile alle suggestioni mistiche che il luogo sacro continua a suscitare invece negli altri fedeli. Sembra dunque che non abbiano poi tutti i torti coloro i quali sostengono che il paesaggio è opera dello sguardo di chi va verso di esso e vi si inoltra provenendo da altrove.

Sia quel che sia, ogni posizione esasperatamente localistica ci riporta molto indietro nel tempo. Nel Medioevo e nel Rinascimento gli abitanti del quartiere Labicano, contiguo al Colosseo, avevano il diritto esclusivo di utilizzare l’antico anfiteatro come una cava di pietra. Oggi se gli abitanti di quello stesso quartiere invocassero un analogo diritto per trasformare – faccio un esempio – il Colosseo in un grande silos multipiano per parcheggiare le loro ingombranti automobili, tutti i cittadini del pianeta avrebbero il diritto di ribellarsi e di intervenire per bloccare lo scempio. Il Colosseo è un bene universale, sottratto alle immediate convenienze di chi è nato nei suoi dintorni.

E allora? Allora è ormai tempo di concedere anche ai paesaggi naturali la stessa dignità “universale” che la società moderna ha finalmente imparato a concedere alle opere d’arte. Se queste rappresentano la testimonianza preziosa della creatività umana, quelli – i paesaggi – della nostra creatività sono i necessari presupposti. Ciò non equivale naturalmente a privare le popolazioni locali di ogni diritto decisionale. Significa semplicemente armonizzare quel diritto con gli eguali diritti e con gli interessi diffusi di una più vasta comunità.

Speculare alla “sindrome del sagrestano” è poi la cosiddetta “sindrome di Bali”. Ne sono contagiate quelle comunità che per catturare l’interesse dei turisti in cerca di sensazioni “esotiche”, mantengono artificialmente in vita abitudini, rituali e paesaggi, che non rispondono più alle loro reali esigenze, non derivano da un sincero bisogno identitario, ma sono solo vuote crisalidi folkloristiche. Non ci sarebbe neppure bisogno di dirlo: noi non siamo favorevoli a un simile tipo di museificazione superficiale delle tradizioni culturali e del paesaggio in cui esse si collocano. Diffidiamo di queste mummificazioni di basso conio che si avvicinano pericolosamente ai parchi tematici in stile disneyano. Il paesaggio è e deve restare una realtà viva e in divenire.

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Ma attenzione: questa consapevolezza non può giustificare la supina accettazione di manomissioni e abusi, anche se a compierli sono le comunità del posto, accecate dal fascino mistificatorio di modelli urbani. Al contrario, quella medesima consapevolezza deve assumere per noi il ruolo di una arma efficace, da utilizzare contro ogni tentativo di designificazione e appiattimento delle specificità paesaggistiche. I luoghi possono certamente evolvere lentamente, lungo archi temporali molto lunghi; ma non debbono trasformarsi, da un giorno all’altro, in non-luoghi privi di anima e orfani di senso.

Questo è esattamente il rischio che sta correndo la campagna italiana a causa dell’invasione delle gigantesche pale eoliche.

Non mancano, anche nel mondo degli ambientalisti, coloro che sostengono che gli aerogeneratori sono oggetti belli, dai quali il paesaggio verrebbe “arricchito”. Ho il sospetto che dietro a una simile avventata affermazione – anche qualora venisse fatta in perfetta buona fede – si celi un equivoco psicologico. Siccome le pale eoliche dovrebbero produrre energia pulita e rinnovabile, vengono sentite dai loro sostenitori come un qualcosa di totalmente e apoditticamente positivo; e quel loro giudizio (o pregiudizio?) finisce col travalicare i propri confini per invadere anche, indebitamente, la dimensione estetica. A incrinare la credibilità di tali affermazioni basterebbe però la constatazione che i loro stessi autori raccomandano poi di non invadere con gli impianti eolici i paesaggi di maggior pregio. Alla faccia del preteso arricchimento.

Rende sgomenti constatare come intere associazioni che si erano battute al nostro fianco contro nuovi tracciati autostradali, linee ferroviarie superflue, elettrodotti trasfrontalieri, porti turistici, cementificazioni edilizie; e lo avevano fatto motivate da inequivoche considerazioni di tutela della qualità dell’ambiente naturale, ora assistano plaudenti a un massacro del paesaggio italiano certamente assai più barbarico per estensione e gravità di tutto quanto si era visto fin’ora. Per poter far digerire ai loro associati un simile voltafaccia sono costretti a sostenere che gli aerogeneratori sono belli. Francamente il tentativo fa un po’ pena.

Comunque il punto è un altro. Non importa se gli impianti eolici sono belli od orrendi. Ciascuno può pensare (o fingere di pensare) quello che vuole. Il problema è che gli aerogeneratori industriali sono troppi e troppo ingombranti. Invadere la maggior parte dei profili collinari italiani, così ricchi di echi e di storia, con migliaia di manufatti rotanti, alti più o meno come la Mole Antonelliana di Torino, equivale a una radicale e brutale omogeneizzazione dei paesaggi. Le selve delle torri eoliche, a causa del loro numero e delle loro spropositate dimensioni, diventeranno l’elemento dominante – schiacciante – dei paesaggi in cui verranno innalzate. La loro presenza cannibalizzerà, sottometterà e umilierà tutte le altre forme, spesso sottili e delicate, dei tessuti territoriali locali, danneggiandone l’armonica percezione.

Ciò equivale a una irreversibile semplificazione a senso unico dei paesaggi tradizionali; a una definiva obliterazione di quanto resta ancora delle loro così diverse sedimentazioni storiche e delle loro valenze simboliche e emotive. Una drammatica perdita di identità, passaggio obbligato verso la loro degradazione in avamposti delle periferie urbane: non-luoghi indistinguibili gli uni dagli altri.

Stiamo assistendo, insomma, all’ultimo atto della conquista “coloniale” del mondo rurale da parte delle logiche e degli interessi nati nelle metropoli. Del resto una configurazione unitaria dello spazio fisico fa parte dei segni distintivi di ogni regime autoritario e di ogni ambizione imperiale. Il “leccamano contento” delle genti locali, anche dove ciò si sta verificando, nulla toglie a questa triste verità e non ci porta davvero verso orizzonti più democratici e partecipativi.

Gli aerogeneratori, almeno qui da noi (ma credo anche in altri paesi), rappresentano gli stendardi di una avida e strisciante dittatura globalizzatrice, ammantata di pseudo-giustificazioni ecologiche. Il professor James Lovelock, famoso maître à penser dell’ambientalismo britannico, in un articolo comparso sul Guardian di qualche anno fa ha parlato di “fascismo eolico”. La definizione, anche se volutamente provocatoria e paradossale, coglie un aspetto non secondario del problema con cui oggi dobbiamo confrontarci.

Spero che questo mio intervento, per quanto necessariamente sintetico, sia stato sufficiente a dimostrare che la nostra ferma opposizione all’invasione sregolata degli impianti eolici non rappresenta l’ossessione di un gruppo di irresponsabili poeti, patetici cultori di un estetismo di retroguardia, come i nostri detrattori amano dipingerci. Noi lottiamo per la sopravvivenza delle mille e mille forme visibili di un patrimonio culturale in cui vive la nostra identità di italiani.

Va aggiunto che la manomissione del paesaggio collinare italiano ha portato e può portare solo irrisori vantaggi in termini di produzione energetica. L’Italia non è un paese sufficientemente ventoso. La scandalosa sproporzione tra costi (paesaggistici, ambientali, ecologici) e benefici è francamente inaccettabile. Gli interessi in gioco sono ben altri e in essi si è infiltrata alla grande la criminalità organizzata.

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Situazione eolico
(ottobre 2015)
A testimonianza della tesi (sostenuta dagli ambientalisti che criticano il ricorso indiscriminato alla produzione di energia dal vento) secondo cui in Italia l’eolico non sarebbe in grado di esistere senza sussidi pubblici perpetui, le installazioni di impianti eolico-industriali sono crollate in Italia dopo il Decreto Ministeriale del 6/7/2012 (Ministro dello Sviluppo Economico Passera del Governo Monti), che fissava un tetto massimo di incentivazione per il raggiungimento degli obiettivi al 2020 e con esso il contingentamento annuale dei nuovi impianti da incentivare, da assegnare attraverso un meccanismo di aste competitive per gli impianti di potenza superiore ai 5 MW.

L’ultimo rapporto statistico ufficiale del GSE (Gestore Servizi Energetici), pubblicato solo il 17 marzo 2015, riferisce che in Italia alla fine del 2013 (ripetiamo: 2013) risultavano 1.386 impianti eolici per una potenza complessiva di 8.561 MW che hanno prodotto, nel 2013, 14.897 GWh di energia elettrica; la maggior parte di essi, circa il 74%, è di piccole dimensioni con potenza inferiore a 1 MW. La maggior parte della produzione (e del danno paesaggistico) deriva però proprio dagli impianti più grandi. Il numero totale delle pale non viene riportato nel rapporto. Gli eolici parlano di 6.300, ma probabilmente si è già superata quota 7.000.

Le regioni a maggiore concentrazione di potenza eolica sono la Puglia (2.265 MW), la Sicilia (1.750 MW) e la Campania (1.229 MW). Però negli ultimissimi anni (per l’intervento dei Governatori stessi, diventati avversi all’eolico dopo i tanti danni manifestatisi) in Sicilia e Campania non viene installato più niente per quello che riguarda il grande eolico (anche in Sardegna è così), e poco (in senso relativo rispetto al passato) in Puglia. Le nuove frontiere per gli speculatori, come si evince anche dai progetti che partecipano alle aste, sembrano essere la Calabria e (soprattutto) la Basilicata. Altri guadagni arriveranno alla lobby dell’eolico dal piano di ammodernamento degli aerogeneratori attivi, molti dei quali ormai hanno compiuto i loro ciclo vitale.

Nel 2013 (sebbene nei primi mesi vigesse ancora il vecchio e più prodigo sistema dei certificati verdi) sono stati installati “solo” 441 MW di nuovo eolico (+5,4%), in gran parte da attribuire a impianti di grandi dimensioni (contro i 1.183 MW di nuovo eolico nel 2012: un calo impressionante).

Ma i vantaggi (per noi) del DM 6/7/2012 non sono derivati solo dalla fissazione di contingenti massimi.

Il rapporto attività 2014 del GSE, pubblicato il mese scorso, informa che lo scorso anno la produzione eolica è solo lievemente aumentata a 15.178 GWh (+1,8%). Attendiamo il rapporto statistico ufficiale GSE per conoscere esattamente quanto potenziale è stato installato nel 2014. I dati statistici Terna (non omogenei rispetto ai dati GSE) riportano per il 2014 una potenza efficiente netta dell’eolico pari a 8.682 MW. I produttori di eolico lamentano che la potenza installata nell’intero 2014 è crollata ad appena 107 MW. In teoria si sarebbero dovuti installare, in base ai contingenti assegnati, 560 MW. Questa enorme differenza lascia intuire che le nuove regole di controllo previste dal DM 6/7/2012 abbiano fatto emergere molte situazioni ostative (amministrative, finanziarie, eccetera) per la realizzazione degli impianti eolici che con il regime precedente venivano trascurate. In appena due anni, con le nuove regole per l’incentivazione, l’installato si sarebbe dunque ridotto a meno del 10% di quanto installato nel 2012! Si ha l’impressione (ma qui mancano i dati che nessuno possiede) che i nuovi progetti presentati alle pubbliche amministrazioni per le autorizzazioni lo scorso anno siano diminuiti in misura persino maggiore. Adesso è esplosa la febbre del “mini” eolico (ancora incentivato come in passato). Queste “piccole” pale, rappresentano (anche dal punto di vista delle infrastrutture accessorie) un problema analogo a quello degli impianti FV in collina e perciò di un ordine decisamente inferiore a quello delle megapale. Il problema dell’eolico appare quindi diventato residuale (in senso relativo), anche se, considerati gli sfregi già arrecati nel decennio precedente, ogni nuovo impianto costruito produce un danno marginale ogni volta maggiore. Tutto bene, quindi, ( si fa per dire!) ma questo non deve ingannare, perché il disastro è incombente per il prossimo futuro.

Il totale degli incentivi erogati in un anno all’eolico, secondo il contatore del GSE (e quindi solo per gli impianti di maggiori dimensioni), si aggira attorno al miliardo e mezzo. Nonostante la diminuzione dell’incentivo, il costo del MWh eolico prodotto dagli impianti vincitori delle nuove aste rimane mediamente superiore al doppio del prezzo di mercato dell’energia elettrica.

Va peraltro considerato che a questo miliardo e mezzo si dovrebbero aggiungere le spese – che nessuno mai menziona ma che sono ingentissime (legate alla intermittenza della produzione, propria dell’eolico e del fotovoltaico) – per il dispacciamento dell’energia (si tratta di extra costi nell’ordine di miliardi di euro all’anno) e per le nuove reti rese necessarie per supportarla (gli investimenti della Terna per i prossimi anni si avvicinano al miliardo all’anno, anche se, in questo caso, si tratta di una tantum). Il problema maggiore delle nuove reti (mi riferisco in particolare alle grandi dorsali da 380 mila volt con tralicci alti 85 metri), sarà, da noi come in Germania, l’impatto sul paesaggio e sulla salute (vedi ultimo post sul sito RRC). Calcolando anche questi costi aggiuntivi, dividendoli per le MWh di energia intermittente (che ne sono la causa) prodotta e sommandoli al costo dell’energia e agli incentivi, la spesa effettiva per ogni MWh eolico esploderebbe a livelli insostenibili.

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Quest’anno è in corso il tentativo (malamente tenuto celato al pubblico e da noi più volte denunciato) di ridurre proprio questi costi di dispacciamento dell’energia elettrica prodotta dalle FER non programmabili mantenendo a riserva quote enormi di acqua nelle grandi dighe, al punto di ridurre di un quarto (ed oltre!) la produzione idroelettrica nazionale (che l’anno scorso ha fornito da sola metà dell’energia elettrica da FER), già depotenziata per la mancata manutenzione degli impianti. Si raggiunge così il perverso obiettivo di rinunciare ad energia pulita, poco costosa, non incentivata e proveniente da impianti già esistenti per costruire nei prossimi anni altri impianti eolici costosissimi, ubiqui, impattanti e che forniscono energia non programmabile.

Il citato rapporto attività GSE informa che nel 2014 la produzione elettrica totale da FER è salita a 120.679 GWh, che permette di raggiungere un rapporto tra produzione da FER elettriche e consumo interno lordo pari al 37,5%. Il costo totale per questi incentivi alle FER elettriche supererà quest’anno (anche senza considerare i maggiori extra costi per la fine del sistema dei CV) i 12,5 miliardi e la parte del leone la farà, come al solito, il fotovoltaico (6,7 miliardi).

Tutti gli obiettivi per il 2020 di produzione di energia elettrica da FER (non solo quelli vincolanti per l’Europa, ma anche quelli della Strategia Energetica Nazionale (SEN)) erano dunque già stati raggiunti nel corso del 2014. Però la riduzione della produzione da idroelettrico quest’anno allontanerà questi obiettivi e sarà una scusa per fare accettare le spese per i nuovi incentivi che sono implicite nel nuovo DM del MISE attualmente in Conferenza Stato Regioni. Secondo il testo di questo nuovo decreto sono previste aste per 400 MW all’anno da installare sia nel 2016 che nel 2017 (sempre ammesso che non si raggiunga il tetto – a cui siamo vicinissimi – dei 5,8 miliardi del contatore delle FER non FV). Si tratterebbe comunque di un contingente inferiore ai 500 MW annui previsti dalle aste degli ultimi 3 anni. Quindi, se ultimamente veniva installato pochissimo, a maggior ragione nei prossimi due anni ne verrà installato (verosimilmente) ancora meno. Si avranno perciò ulteriori sacrifici territoriali, ma nessuna grande catastrofe.

Il vero, grande problema saranno gli obiettivi che verranno decisi dalla UE – e poi dall’Italia dove opera la lobby eolica più potente e meglio remunerata d’Europa – dopo gli esiti della Conferenza di Parigi in dicembre. Se, come è lecito temere, verranno fissati obiettivi inverosimili (e vincolanti) per il 2030, si tornerà alla drammatica situazione pre-2012 o anche peggio, con inevitabili stanziamenti di nuovi fondi e aumento dei contingenti da assegnare, ma soprattutto con l’inevitabile riduzione dei vincoli ambientali e paesaggistici per permettere di installare il grande eolico (che è la FER meno costosa) ovunque al fine di conseguire questi obiettivi.

Disastro inevitabile, quindi? Non proprio. Già adesso, gli extra costi e le inefficienze sistemiche delle FER elettriche intermittenti producono danni in tutta Europa. Tutto questo contribuisce in particolare al crollo della produzione manifatturiera continentale a vantaggio soprattutto della concorrenza extra UE. Il sistema economico europeo (e con esso l’idea bislacca di farlo funzionare con l’energia dei mulini a vento giganti) potrebbe collassare alla prima crisi di una certa consistenza. Ma prima ancora potrebbe verificarsi il temuto incidente di rete, cagionato da un eccesso di potenziale elettrico non programmabile e dall’insufficienza delle riserve disponibili per tamponarlo, teoricamente in grado di generare un grande black out continentale.

In attesa dell’inevitabile realizzarsi delle contraddizioni interne a questo nuovo sistema energetico europeo, dobbiamo però continuare a resistere per evitare danni irreversibili al nostro territorio.

Facciamo infine notare che tutta l’enfasi isterica che sta dietro alla corsa alla riduzione dei gas serra, sta creando le condizioni per un enorme rilancio dei progetti di nuovi impianti nucleari (che non alterano il clima). Ha già cominciato, in Europa, la Gran Bretagna, e ora gli Stati Uniti e la Cina utilizzano questo argomento per fare mandare giù all’opinione pubblica interna e internazionale i loro programmi (davvero ciclopico quello cinese) di nuove centrali atomiche. Così facendo, sarà inevitabile che anche in Italia si ritorni presto al programma nucleare pre-Fukushima. E persino oltre, perché no, se lo fanno tutti nel resto del mondo?

Se esiste una soluzione essa passa attraverso il risparmio energetico, la razionalizzazione, l’ottimizzazione. Solo quando questi tre passaggi cruciali verranno presi in seria considerazione, si potrà affrontare con serenità il contributo delle fonti rinnovabili, alle quali, in linea di principio, siamo di certo tutti favorevoli. Consapevoli però che non c’è un unico colpevole per i cambiamenti climatici in atto.

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L’energia eolica e il paesaggio massacrato ultima modifica: 2015-11-15T05:10:28+02:00 da GognaBlog

32 pensieri su “L’energia eolica e il paesaggio massacrato”

  1. 32

    temo che mi sia chiaro, Davide, il sistema delle matrioske,
    che contamina tutta la nostra economia della conversione energetica,
    della merda in oro.
    Non viene capito dalla gente, perlopiù.
    Puoi aggiungere altro ?
    Si, forse pui provare a spiegarci, con un linguaggio comprensibile ada non ingegneri, non esperti di mafia industriale, cosa succede davvero.
    proponi un articolo ad Alessandro Gogna su questi temi.
    grazie

  2. 31
    Davide Galli says:

    Interessante articolo di Der Spiegel sul come e perché l’attuale sistema delle fonti alternative produrrebbe CO2 invece di ridurle:
    http://www.epaw.org/documents.php?lang=en&article=in25
    Consiglio a tutti di leggerlo e anche di approfondire il tema del “borsino dei certificati verdi”. Un sistema per cui chi produce con fonti rinnovabili ottiene certificati che vende alle altre aziende che bruciano combustibili fossili per rientrare nei parametri tramite il meccanismo delle compensazioni. In questo modo ogni Mhw prodotto con fonti alternative sta permettendo di produrne almeno altrettanti in più con metodi inquinanti.
    Quotazioni di vendita che in alcuni momenti negli anni scorsi hanno raggiunto anche i 200 € a Mhw e che sono uno dei tanti business che spiegano l’improvvisa anima verde di tanti speculatori. Attenzione, la vendita dei certificati è un guadagno aggiuntivo rispetto agli incentivi pagati dal GSE italiano ai produttori tramite l’aumento in bolletta del 25% a tutti i consumatori.
    Una finanziaria svizzera, multinazionale con sedi alle Azzorre e altri paradisi fiscali prometteva agli investitori, per un mega parco con torri da 154 l’una a 2 km da un’oasi WWF specializzata in avifauna in pieno Appennino, guadagni minimi del 15% all’anno per 20 anni a partire da subito… Devo aggiungere altro?

  3. 30
    Massìno says:

    Un sistema per produrre energia che necessita di incentivi per funzionare è una contraddizione in termini.

  4. 29

    Si Davide, dal punto di vista “ingegneristico” sono d’accordo:
    a consumi capillari e fortemente distribuiti nel territorio (utente “cittadino”),
    potrebbero (DOVREBBERO) essere usate FONTI energetiche altrettanto capillari;
    energia a km 0, laddove possibile.
    Meglio che le soluzioni “centralistiche” sono sempre ad alti costi,
    di economia e di democrazia…

  5. 28
    Davide Galli says:

    Giorgio Robino per noi intendo i tecnici che hanno dato una mano ai comitati di difesa del paesaggio e i comitati territoriali dove gli abitanti si sono allarmati anche per il fattore non secondario del deprezzamento fortissimo del valore immobiliare in presenza di impianti industriali massicci.
    La mia idea è che l’eolico vada prima di tutto usato dove c’è il vento. Concetto che non è così scontato perché con il concetto di produzione presunta gli impianti sono stati installati anche dove non c’è un vento di quantità e qualità sufficienti. Gli speculatori, che sono la maggioranza non casi isolati, non si sono preoccupati dell’effettiva produttività ma soprattutto degli incentivi abbondanti che riescono a intascare comunque.
    Penso che in generale per le energie alternative sia più efficiente e meno impattante una diffusione ben distribuita di un numero maggiore di impianti di dimensione minore con consumo il più possibile vicino alla produzione. Sfruttando soprattutto gli immensi spazi ancora non utilizzati per il solare, dato che la stragrande maggioranza dei tetti di capannoni industriali ma anche abitazioni non li portano. Energia che viene comunque prodotta anche in caso di maltempo, seppur meno, durante le ore diurne quando c’è maggiore richiesta di energia.

  6. 27

    Direi che sono d’accordo con te, Davide, al 100%.
    Ma quando dici “noi abbiamo fatto i calcoli” a chi ti riferisci ? Chi siete voi ?
    Al di là della situazione di grandi interessi e grande capitale,
    che comanda tutto il mega-business dell’energia in Italia,
    energia pulita, sporca, mezzo e mezzo,
    pale piccole/ pale grosse,
    palle piccole / palle grosse,
    partito politico questo / partito politico quello.
    Cioè ipotizanndo per assurdo una situazione socio politica ed economica “pulita”,
    Tu, che idea hai dell’eolico ? In che prospettiva pensi sia una una fonte energia fattiva qui ed ora ?

  7. 26
    Davide Galli says:

    Il problema del malaffare non è un problema del sud. Non solo per l’eolico che è diventato di fatto uno dei tanti modi di riciclare denaro. Per costruire impianti (e più grandi sono con questo principio e meglio è per chi specula) occorre una forte liquidità iniziale, soprattutto se questa serve per pagare in contanti (!) manodopera in nero. Con i maxi-incentivi in 3 anni si rientra da investimenti milionari e si inizia già a guadagnare perché nella fase iniziale i calcoli sono basati sulla produzione presunta senza sottrarre l’energia consumata. I dati sono sempre talmente alterati che quando poi si passa alla fase di consuntivo i conti non tornano mai.
    Dei 5 casi che ho seguito in Emilia-Romagna per la produzione di perizie ambientali a supporto dei comitati di residenti non si è salvato un solo impianto. Oltre al fatto che in ben 4 su 5 è stata accertata infiltrazione mafiosa, arresti per corruzione e tante belle edificanti storie, i dati a preventivo delle ditte indicavano produzioni di 1900/2000 ore l’anno e a consuntivo non sono mai state superate le 500. In Appennino poi il vento cambia continuamente direzione e intensità, con il risultato che gli anenometri posizionati sulla pale fanno scattare il riposizionamento forzato. Su un impianto monitorato in ben 16 giorni sui soli 19 di produzione annua il consumo di energia per il riposizionamento superava quello della produzione. Il che significa che un impianto devastante per il paesaggio di 9 torri da 150 metri ha prodotto energia utile per 3 giorni in un intero anno!!!
    Non è poi vero il citato “principio aerodinamico” indicato in un commento secondo cui più grandi sono più producono. Dai nostri calcoli sono risultati invece molto più efficienti gli impianti fino a 30/35 metri max di altezza. E non è nemmeno vero il principio enunciato che il consumo domestico sia insignificante: i dati Terna (vedere sito GSE) indicano che siano il 46% contro il 54%. Quindi il concetto di mancata dispersione sulla distanza è importante ed molto meglio avere tanti piccoli impianti distribuiti sul territorio che il contrario. Anche perché la costruzione di invasi non è per niente semplice ne’ immediata.

  8. 25

    Empatizzo con il tuo scazzo, Piero.
    Ma ha ragione Fulvio, quando dice: “I veri divoratori di risorse sono l’industria e l’agricoltura”.
    Perchè computando i grandi numeri, questo è .
    Aggiungo io che c’è un terzo elemento: la parcellizazione di consumi individuali idioti del cittadino con ascensore-incollato-al-culo. L’integrale di questi numeri fa macrograndezza. Io vivo al secondo piano di uno schifoso palazzo. In questo piano vivono tutte persone in grado di camminare senza problemi, ma sono l’unico nel palazzo a non usare l’ascensore. Mille esempi come questi. Il problema quasi sempre è della testa di questa civiltà zombie. Buone centrali nucleari per tutti.

  9. 24
    PIERO ROMANELLI says:

    Complimenti era necessaria questa espisizione che ha fatto luce sull’argomento eolico sul nostro Appennino.
    Sono un agricoltore biologico direttamente coinvolto in quanto nel 2009 e’ stato realizzato un mega impianto di fronte alla nostra azienda agricola. Confermo la devastante presenza delle torri. Tutti i sintomi enunciati nella WTS sono da me accusati. Troviamo il modo di fermare questo disastroso fenomeno pseudo ambientalista che di ecologico non ha un cazzo . Le nostre montagne vengono smembrate e snaturate dalla presenza di questi mostri d’acciaio. L’unico vantaggio di tutte queste operazione e’ quello di riempire le tasche di questi “cannibali” speculatori. Concentriamoci a risparmiare energia e lasciamo vivere il territorio e il paesaggio guidati dalle leggi della natura.

  10. 23
    Fulvio Turvani says:

    Giovanni Brocca.
    Ho scritto che bisogna lottare per fare le cose bene e non per non farle, ed in questo in parte ci sta anche quello che scrivi tu.

    Per quanto riguarda l’energia a chilometri zero bisogna però avere le idee chiare su alcuni punti.
    Il consumo domestico è una parte tutto sommato infima del consumo energetico pro capite.
    I veri divoratori di risorse sono l’industria e l’agricoltura.
    Ora è molto difficile produrre energia elettrica per un alto forno, a chilometri zero. E’ difficile immaginare una fabbrica che funziona con i capricci del sole e del vento.
    Quanto alle pale più piccole, c’è il semplice problema che sono meno efficienti (un principio aerodinamico… il motivo per cui gli alianti hanno ali più lunghe degli altri aerei). Inoltre più sei vicino al suolo più i venti sono incostanti.
    Chilometro zero significa anche meno possibilità di interconnessione e diversificazione delle fonti.
    L’eolico ad esempio è utile, più che per la fruizione diretta, per l’accumulo. Non si tratta di usare batterie ma ad esempio di usare l’energia eolica per ripompare l’acqua nei bacini a monte delle dighe, durante le ore in cui si usa meno energia elettrica.
    Questo è un buon sistema per compensare l’incostanza della produzione eolica, ma non è possibile a chilometro zero.

    Poi io da tempo mi batto per una deregolamentazione della produzione elettrica per uso domestico.
    I pannelli solari sulla cuccia del cane, sulla tettoia o il piccolo aereogeneratore sul tetto, dovrebbero a mio avviso essere permessi senza laboriose leggi e regolamenti utili più ai grandi produttori che al singolo.
    Ma ripeto. Il problema non sono le lampadine di casa (che comunque consumano) ma l’industria. E li le soluzioni “estetiche” ed ecologiche (e aggiungerei anche etiche), sono decisamente più difficili.

  11. 22
    Massìno says:

    Il controllo dell’eolico selvaggio richiede una legge apposita? Ma non bastano le normali leggi e quelle sulla mafia, ne servono di apposite contro le torri eoliche? Siamo alla follia normativa che fino ad ora ha sempre portato risultati solo sul lavoro degli avvocati e dei tar, che non ferma mai, ma proprio mai, la mafia, e rende la vita impossibile agli imprenditori “sani”.

  12. 21

    Sì, ma il fatto che l’eolico in (sud) Italia sia in mano al malaffare, non c’entra mica con gli argomenti dell’articolo iniziale. Perchè se ne facciamo una questione di mafia, allora dovremmo chiudere pure aziende, organizzazioni profit, organizzazioni no-profit, media, contro-media, l’amministrazione publica in “taluni” casi addirittura, ed alla fine della fiera chiudere la nazione, chiedendo alla Merkel infine: “siamo anche noi turchi”… 🙂

  13. 20

    Per completezza di informazione: – Il governatore della Sicilia,

    Rosario Crocetta, e il M5s esultano per l’approvazione questa

    sera all’Ars della legge che mette paletti stringenti sulle

    concessioni a impianti eolici. La norma e’ stata approvata con 44

    voti a favori, 5 astenuti e un solo contrario. “E’ una delle

    leggi piu’ avanzate in Italia per il controllo dell’eolico

    selvaggio – dice Crocetta – Con questa norma stoppiamo gli

    affari del boss latitante Matteo Messina Denaro e della mafia

    sull’eolico. Era uno degli impegni che avevo assunto in campagna

    elettorale, ringrazio l’Assemblea e la commissione Territorio e

    Ambiente dell’Ars (presieduta dal grillino Giampiero Trizzino)”.

  14. 19
    Giovanni Brocca says:

    Nessuno è contrario all’eolico e favorevole ai combustibili fossili, cerchiamo di non fare i partiti pro e contro come vogliono le multinazionali dell’energia, sicuramente su progetti del genere bisogna farsi due domande e ridimensionare le vedute con progetti fattibili senza i furbetti che speculano lasciando il Territorio devastato da 60 pale che superano i centotrenta metri di altezza… e strade sui crinali e inutilizzabili dopo pochi anni… Immagina invece un piccolo parco eolico con pale da 30/35 metri, misto a microturbine e a pannelli solari che soddisfano il fabbisogno di un intero Territorio… bisogna pensare all’energia a Km zero razionalizzando i consumi, ma questo non è conveniente per le multinazionali. Bene diceva il sindaco di Borghetto preoccupato dalle INFRASTRUTTURE nn progettate, bene diceva il Sindaco di Vignole quando auspicava una energia eolica a beneficio del suo territorio… ecco bisogna andare avanti con con queste premesse.
    Giovanni Brocca, da facebook 18 novembre 2015 ore 16:01:41

  15. 18
    Fulvio Turvani says:

    Mah… Dobbiamo deciderci. Perché se crediamo alla società e alla sua evoluzione non possiamo sempre dire di no a tutto.
    Premetto che da sempre dico che il primo modo di avere energia a basso costo è quello di non sprecarne… pero poi siamo tutti qui a scrivere con un computer, che ne usa, ad utilizzare server, che ne usano, probabilmente in casa con il riscaldamento acceso e sotto casa abbiamo un automobile.
    Non è mai esistita un unica fonte d’energia adatta a tutto. Singolarmente ogni sistema di produzione ha dei vantaggi e degli svantaggi. L’eolico è ne più ne meno che come tutto il resto. Non sostituisce il carbone (ne fa risparmiare un po’) ne i pannelli solari ne il petrolio.
    A sua volta ognuna di queste fonti, se dovesse coprire quello che attualmente produce l’eolico, presenterebbe altri inconvenienti.
    L’uomo vive un illusione di tempo cristallizzato. Vorrebbe preservare e difendere eternamente lo status quo. Eppure quel paesaggio che definiamo dolce, è spesso diventato tale solo perché l’uomo per centinai di anni vi è intervenuto. Senza l’uomo le colline delle Langhe sarebbero selvaggi calanchi, la pianura padana un interminabile palude e le colline della Toscana mozziconi di tufo e frane di terra.

    Si la mafia ha usato le pale, ma non è che la mafia non abbia anche usato tutto il resto, infiltrato ogni aspetto che poteva infiltrare. Non è che siccome la mafia in sicilia aveva (ha?) la gestione delle acque, allora non dobbiamo più costruire acquedotti.

    Non sono mai stato attratto da un certo ecologismo nostrano capace solo di dire di no, spesso utilizzando in pratica ciò che a parole disprezza.

    Il tessuto urbano e paesaggistico italiano non è minacciato dagli aereogeneratori ma dagli italiani. Ogni cosa può essere fatta bene o male e obbiettivo dovrebbe essere far le cose bene, non quello di non farle.

    E’ inutile che ci giriamo attorno. Ognuno di noi, anche il più morigerato di noi, consuma quantità di energia spaventose.

    Nel 1800 ogni cittadino europeo consumava circa 23 Gigajoule di energia all’anno. Nel 2010 questa cifra è diventata di 155 Gigajoule, 7 volte tanto, a persona. Ma anche le persone sono aumentate. Nel 1800 eravamo meno di 200 milioni, ora siamo più di 500.
    Malgrado questo nell’800 si sono compiute devastazioni di risorse che ora ci farebbero inorridire ben più delle pale eoliche.
    Quindi nel concreto che si vuole fare? Perché si fa in fretta a dire “risparmiamo”, ma cosa? e sopratutto chi?
    Perché purtroppo l’energia è il lavoro che ne ottieni hanno il difetto di dover rispondere ai numeri, e non alle belle intenzioni o alle parole astratte. E i consumi diretti personali, anche diventassimo un popolo virtuosissimo, sono solo una percentuale piustosto infinitesimale dei consumi di una nazione.
    La produzione di beni, la produzione agricola, i trasporti delle merci, sono le vere voci da toccare. E li mi scappa da ridere.

  16. 17

    Sono d’accordo con te, Daniele.

  17. 16
    Daniele Caielli says:

    “Hanno fatto il diavolo a quattro”… Quando è certo, ed ormai lo è da decenni, che un certo tipo di produzione energetica fa ammalare, perché è questo che bisogna dire chiaramente, che qualcuno si deve sacrificare, è semplicemente stupido continuare su questa strada. Per questo si fa il diavolo a quattro per non far più bruciare carbone od olio. Quindi non si parla di un prezzo da pagare qualora l’occhio od il panorama siano disturbati, quelle sono banalità al confronto dei tumori, del’lasma, della salute in generale. E, detto serenamente, il paesaggio, in particolare la sua percezione, cambiano con il tempo. Nulla è immutabile. I campi fotovoltaici sono un orrore ideologico, uno sfregio all’umanità, terre coltivabili che sarebbero Vita per l’uomo vengono ignobilmente sacrificati per farci illuminare di notte centri commerciali vuoti e, soprattutto, per vendere certificati verdi. Il mio umile e personale parere è che l’impatto dell’eolico sia il meno dannoso se considerato nella sua globalità. Purtroppo però anche in questo campo in Italia ci si scontra e, diciamo pure tutto finisce, contro le mafie, le camorre, le furbizie, gli appalti truccati, le tangenti ed il mercato dei certificati verdi.

  18. 15
    Adriano Piano says:

    Io non ce l’ho con nessuno… Ma vengo da una regione povera di materie prime e lavoro. Avevamo due grosse centrali termoelettriche a carbone (estratto in loco)… Han fatto il diavolo a quattro perché il carbone inquinava. Convertita ad olio inquinava di più, morale chiuse miniere e centrale. Non estraiamo metano (che abbiamo) nessuno vuole saperne di trivelle. Abbiamo i campi solari più grandi d’Europa… Si e riusciti a farli chiudere. Per non parlare dell’eolico, il vento non ci manca: quest’estate ne hanno chiuso uno nuovo di pacca. Io amo la natura, abitando ora in montagna la vivo giorno per giorno. Ma se non vedrò mai più discariche centrali e raffinerie, la vista di un termovalorizzatore, una diga, un parco eolico o parchi fotovoltaici E’ UN PREZZO CHE SONO DISPOSTO A PAGARE.
    Adriano Piano, da facebook 16 novembre 2015 ore 15:14:25

  19. 14
    Carlo Pucci says:

    L’eolico fa bene e, se inserito bene nel panorama, non disturba anzi rallegra. L’eolico sfrutta l’energia del vento, come per millenni ha fatto il genere umano. Non inquina e inoltre una volta che le pale eoliche hanno terminato il loro ciclo, possono essere rimosse e tutto torna come prima. Se poi vogliamo parlare delle speculazioni o dei soliti furbetti possiamo anche farlo, ma è un altro discorso.
    Carlo Pucci, da facebook 16 novembre 2015 ore 14:54:08

  20. 13
    Demetrio Errigo says:

    E’ meglio una centrale nucleare, o una a carbon fossile, per soddisfsre unn paese sempre più affamato di elettricità, le pale sfruttano il vento, non inquinano, certo non son belle da vedere, ma sono ecologiche.
    Demetrio Errigo, da facebook 16 novembre 2015 ore 14:08:13

  21. 12
    Claudio de Grazia says:

    Non importa se gli impianti eolici sono belli od orrendi. Ciascuno può pensare (o fingere di pensare) quello che vuole. Il problema è che gli aerogeneratori industriali sono troppi e troppo ingombranti. Invadere la maggior parte dei profili collinari italiani, così ricchi di echi e di storia, con migliaia di manufatti rotanti, alti più o meno come la Mole Antonelliana di Torino, equivale a una radicale e brutale omogeneizzazione dei paesaggi. Le selve delle torri eoliche, a causa del loro numero e delle loro spropositate dimensioni, diventeranno l’elemento dominante – schiacciante – dei paesaggi in cui verranno innalzate. La loro presenza cannibalizzerà, sottometterà e umilierà tutte le altre forme, spesso sottili e delicate, dei tessuti territoriali locali, danneggiandone l’armonica percezione. Ciò equivale a una irreversibile semplificazione a senso unico dei paesaggi tradizionali; a una definiva obliterazione di quanto resta ancora delle loro così diverse sedimentazioni storiche e delle loro valenze simboliche e emotive. Una drammatica perdita di identità, passaggio obbligato verso la loro degradazione in avamposti delle periferie urbane: non-luoghi indistinguibili gli uni dagli altri.
    Claudio de Grazia, da facebook 16 novembre 2015 alle ore 12:51

  22. 11
    Alberto Conserva says:

    Il problema non sta nell’ eolico si eolico no, ma nel fatto che l’ eolico dovunque non va bene. Eguale il discorso per carbone, il petrolio, etc. C’ è l’ esigenza di una pianificazione, che tenuti presenti tutti vincoli, di capacità energetica e di fonti disponibili da una parte e di tutela del territorio dall’ altra, stabilisca cosa si può fare dove. Diversamente le cose funzionano con il metodo: “Ci sono gli incentivi, sfruttiamoli fin che si può”. I danni collaterali se li gratta qualcun altro.
    Alberto Conserva, da facebook 15 novembre 2015

  23. 10
    Daniele Caielli says:

    Non avete idea di quanti uccelli ai schiantano contro la mia vetrata di 2x2m… festa per il gatto…

  24. 9
    Jacopo Fugardo says:

    Risposta a GIORGIO ROBINO:
    Se la centrale nucleare non esplode e riusciamo a riciclare gli scarti, la pala eolica è costruita bene, il cellulare non riceve ne emette segnale…
    Allora vanno bene tutte e tre…

  25. 8
    Jacopo Fugardo says:

    Ah ah ah!!!…FLAVIO SI. ….Ma a chi la dai a bere???
    Tu gli unici funghi che conosci sono quelli allucinogeni…mi sa…
    Però almeno mangia quelli che te la fanno prendere bene!!! …
    Se no ti fai del nervoso inutile…

  26. 7

    Quiz della domenica sera.
    E’ più anti-ambientale avere:
    1. una centrale nucleare a 100 km di distanza,
    2. una pala eolica mafiosa a 10 km di di distanza,
    3. un telefono cellulare ad 1 cm dal cervello
    ?

  27. 6
    Flavio si. says:

    Come al solito quando si tocca questo argomento, escono come i funghi in autunno quando piove, gli pseudo ambientalista, che come sempre ho per interesse personale e quindi in malafede, ho poco informato, a chi fa’ osservazioni in merito soprattutto alle speculazioni ed abusi commessi dall’eolico selvaggio industriale, che hanno deturpato per sempre i paesaggi italiani del sud Italia, ci vuole far passare per quelli che vogliono tornare all’era della pietra,ho peggio ha favore delle fonti fossi ho addirittura al nucleare, ha noi che sognavamo un pannello solare sopra ogni tetto…. Senza mai argomentare ,come accendiamo la famosa lampadina quando il sole non c’è,ho quando manca il vento (è vi assicuro che pur abitando in zona dove siamo classificati ad alta ventosita’, le pale eoliche sono più il tempo che sono ferme che quello che girano, in compenso a noi girano le palle, visto che le paghiamo noi con la tassazione occulta sulla bolletta elettrica ),senza una vera analisi costi/benefici. Leggo commenti di persone che sono andate in mezzo alle pale eoliche industriali senza aver nessun problema, va bene che ognuno di noi porta l’acqua al suo mulino, ma disinformare con tanta sfacciataggine e vergognoso, ma sapete cosa è la WTS(Sindrome da Turbina Eolica )una serie di malesseri che scompaiono semplicemente allontanandosi dai siti eolici industriali (gli studiosi consigliano distanze superiori hai duemila metri ),per non parlare del effetto discoteca delle luci di notte ed ombre di giorno, potrei continuare ma mi fermo qui…. Vorrei solo ricordare a tutti questi pseudo ambientalisti, che il paesaggio è di tutti noi italiani ,ed è la nostra vera ricchezza è non ha prezzo, e se veramente credete nelle energie rinnovabili, fatelo con rispetto della natura è del paesaggio per un vero sviluppo compatibile, e soprattutto investite con i propri capitali privati ,è non con i soldi pubblici con rendite da nababbo ventennale, e facile fare gli imprenditori con la socializzazione delle perdite e la privatizzazione dei guadagni, ecco perché vi chiamano i “prenditori eolici ” egregi “Signori del vento “…..

  28. 5
    Jacopo Fugardo says:

    Mi piace il post…
    Condivido il punto di vista “sentimentale” per affrontare la questione dell’eolico…
    Oltre all’impatto sul paesaggio, un altro problema, che mi pare non sia stato menzionato, è quello dei rapaci ed altri volatili che finiscono periodicamente uccisi tra le pale.
    Dobbiamo ammettere, però, che questi problemi sono trascurabili se confrontati ai danni delle energie non rinnovabili ed i suoi rischi, nucleare in primis…
    Sono pienamente d’accordo sui punti di partenza per risalire la china: razionalizzazione, risparmio energetico, ottimizzazione.
    La razionalizzazione sta a fisici ed ingegneri… E una cosa è certa: una pala eolica installata correttamente nel posto giusto funziona alla stragrande!!! …non demonizziamola!…
    La gestione degli appalti e la criminalità purtroppo sono una cosa triste… da combattere fermamente. Senza se e senza ma.
    Trovo positivo che degli appassionati di montagna si interessino a queste cose. La coscienza collettiva è veramente importante, in democrazia, per fare le scelte giuste. Come è importante una visione d’insieme:
    L’eolico oggi produce questo, ok. Qual’è l’alternativa? In quanto tempo bisogna fare una scelta? Possiamo trascurare il problema rapaci? (dato che gli animali l’uomo se li mangia pure…i sentimenti ok… però dobbiamo anche vivere!)…
    Insomma un problema complesso… Per farsi un’idea precisa bisogna informarsi anche su tutto il resto…

  29. 4
    Massìno says:

    L’eolico deturpa. (Anche piazzato in mare lontano dalle coste? Si, c’è chi si oppone anche a quello. Ed è vero.
    Il solare pure peggio. E ambedue senza incentivi economici hanno un rapporto costo/resa non competitivo.
    Spazio per altre dighe non ne abbiamo. Il carbone e le centrali a olio combustibile hanno altri problemi.
    Azzardarsi a parlare di nucleare è come bestemmiare sull’altare.
    Risparmiare e razionalizzare? Si bello, intanto le aziende italiane del nordest escono dai confino anche perché a 100 km di distanza l’energia elettrica costa la metà.
    Però noi siamo più furbi a ci preoccupiamo del rapporto con la natura.
    Quando avremo finito il percorso torneremo al rapporto di mio nonno con la natura. Che passando la vita a lavorare in miniera e noi boschi si domandava come mai mi piacesse fare fatica per salire pendii che per lui sono sempre stati una maledizione.

  30. 3

    Sono d’accordo e sono in disaccordo.
    Tralascio la interessante premessa filosofica su panorama e paesaggio perchè andrei fuori tema (ma confessso darebbe spunto a riflessione più importante di tutto l’anti-eolismo successivo).
    Prima una una nota personale, estetica o emotiva che dir si voglia.
    Ho conosciuto un poco il Molise.
    Mi sono innamorato delle montagne e delle colline molisane (ed abbruzzesi in minor misura).
    Il panorama del paesaggio delle colline “eoliche” mi ha affascinato, un pochino.
    lievemente psicotropo.
    Ho poi ci ho voluto camminare tra le pale,
    per vedere l’effetto che fa da dentro,
    per capire se “sta roba” è compatibile con la “vita” della terra (coltivata).
    Proprio in terreni simili a quelli delle foto dell’articolo (curiosità: le foto sono state scattate DOVE?).
    Sì rumore ne afnno proporzialmente al vento, certo, ma non ho avuto nessun sentimento negativo, a star tra quelle distese di pale.
    Poi sul fascismo energetico,
    potrei essere d’accordo.
    anzi, lo sono.
    Ma non ho tempo ora di argomentare sulla analisi sociale ed economica,
    sul di cosa è successo in Italia a riguardo delle politiche energetiche dei vari ultimi governi.
    Tragicomiche commedie, al solito, misto di lobbystica locale e multinazionale o europea che dir si voglia.
    Va bene (cioè va molto male), ma lasciamo un attimo perdere.
    Il punto
    è che nell’articolo l’analisi dettagliata dello status quo del “problema”,
    conclude con una soluzione espressa in poco meno di una linea,
    questa:
    “Se esiste una soluzione essa passa attraverso il risparmio energetico, la razionalizzazione, l’ottimizzazione.”
    Sì, ma questa è la premessa al “problema” energetico,
    punto da cui partire per una futura soluzione energetica matura (ma non è “la” soluzione).
    Andrebbe seriamente analizzato questo punto:
    Come fare risparmio energetico, razionalizzazione, ottimizzazione ?
    Preferiamo un ambiente extra-urbano completamente vergine, ma poter avere la nostra automobile station vagon con spazio per corde e tutto il materiale alpinistico, fare 300 km per andare nel fine settimana a salire nella catena del Bianco ?
    Sì! Ma ci vuole energia per mettere benzina nella macchina.
    Eh! Ma vogliamo il Bianco imbiacato e vogliamo andarci quendo possiamo/vogliamo!
    Eh! Ma non si può avere la moglie ubriaca e la botte piena (dice così il turpe proverbio?)
    Soluzioni tragicomiche per vostra goduria:
    – Andiam avanti con le nostre attuali sacrosante centralone “a carbone” ? Ma poi sotto sotto pagando ipocritamente l’energia ai francesi, e pure sperando che qualche fuori-di-testa non le metta ko?
    – Centraline nucleari pret-a-porter ?
    – Palette eloiche ovunque, pure al mare, e pannelli solari come se piovesse ?
    – chiudere i computers, come qualche simpaticone propone ?
    Fate vobis.
    Io partirei con una azione culturale sul risparmio urbano. Ora siamo in una situazione FOLLE di utilizzo dei mezzi a motore.
    Alla fin della fiera,
    Messner,
    ha ragione.

  31. 2
    Daniele Caielli says:

    “Il paesaggio è natura che si è fatta storia”.
    Appunto la storia va avanti e modifica il paesaggio. Le pale eoliche diventeranno storia. Diversamente datemi la soluzione per soddisfare il fabbisogno energetico, ponendo in primis l’efficienza ed il risparmio, l’utilizzo intelligente dell’energia.

  32. 1
    Davide Galli says:

    Un ottimo post. Ben argomentato e documentato. Probabilmente sarà impopolare soprattutto per chi ha una prospettiva ambientale vista dalle città.
    Sarebbe interessante un approfondimento sul forte legame della criminalità organizzata con l’eolico e in generale sul tema delle rinnovabili.
    Possiedo un’ampia documentazione legata agli impianti del mio territorio. Il legame tra criminalità organizzata, imprenditori a caccia di grandi opere edili e i comuni a caccia di facili soldi delle compensazioni ambientali, è un altro grande nocciolo che porta spesso a svendere il paesaggio in nome di interessi ben più forti.

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